PEREGRINAZIONI D'UNO ZINGARO
PER LAGHI ED ALPI


PEREGRINAZIONI D'UNO ZINGARO
PER LAGHI ED ALPI

DI

VALENTINO CARRERA

IL LAGO MAGGIORE, L'OSSOLA,
LA FRUA ED IL GRIES

Io non viaggio mica

Per il minimo scopo:

Non vo' pensare al dopo,

Non vo' durar fatica.

Quel che vuol nascer nasca,

Andrò dove mi porta

Il vapore o la tasca,

Sempre per la più corta.

Giusti.


Seconda edizione corretta ed accresciuta

TORINO
A SPESE DELL'EDITORE.


Proprietà letteraria

Tip. Letteraria, 1861.


Miei cari genitori

A voi che stimo ed amo sopra tutti, offro questo libro. Voi accettatelo con quel sorriso con cui accoglievate le prime parole che m'insegnaste a balbettare.

Intanto vivete molti anni per la mia felicità.


SOMMARIO

PARTE PRIMA
Il Lago Maggiore.
1. Che intitolo prefazione onde il lettore lo salti a piè pari [Pag. 9]
2. Chi fece l'Italia? [16]
3. Le illusioni ed i doganieri — Una cipolla fra le rose [23]
4. Viaggio al naso di S. Carlone — Angera — Dalle corti d'Amore al Mormonismo [31]
5. Il Monterone — Studii fisiologici sopra i cinque sensi — Il lago a volo d'uccello — La prima idea [36]
6. I piroscafi — Una donna che mangia — Gli stranieri ed i laghisti — Primato mascolino — Il concertista di Cannobio — I contrabbandieri — Rivista di sponde [45]
7. Lesa e Manzoni — Ciarle letterarie — La calma [55]
8. Origine storica di Belgirate, senza documenti — Le isole Borromee [62]
9. D. Bussolini da Mergozzo, capitolo in cui si dimostra chiaramente che i più beati sono i poveri di spirito [67]
10. L'acqua, canto in prosa — Se l'acqua del Verbano fosse vino — L'arca di Noè e la nautica — Le guide — La capitale del lago Pallanza — Laveno — Ghifa — Portovaltravaglia — Luino [77]
11. Cannero ed Ettore Fieramosca [86]
12. Scoperta del Ticino in Italia — Locarno e Magadino — Diversità di sistema metrico — Il Re Gambrino in Italia [89]
13. La malinconia a Cannobio — Non tutti i cattivi principii hanno cattiva fine — Al lettore indiscreto [93]
14. La tempesta sul lago — Quando non si fanno ceremonie [101]
15. Trafiume o Treffiume — Dammi amore e ti do un mondo [106]
16. Storia d'una pentola [110]
17. S'io avessi, Dio me ne guardi, un milione — La villa Poniatowski — Prina [134]
18. Intra non si trova che a Intra — Perchè delle ommissioni — Virgilio a Feriolo — Salute a chi resta [136]
PARTE SECONDA
Per le valli d'Ossola.
1. La sentinella dell'Ossola — Un bagno da trent'anni — I romantici a Vogogna — Domodossola — Il mercato [139]
3. L'Italia non è che un albergo — 17385 iscrizioni e mezza — Lezioni archeologiche — Varietà di gusti — Apologia del farniente — Terzo primato dell'Italia — Quattro duelli — Che hanno la coda [145]
4. Una giovenca ed il più bel cuore del mondo — Avete buone gambe? — Re in Valvigezzo — Anche sull'Alpi si trovano traditori — Requiescant in pace [162]
5. Trionfo delle castagne sopra la fama di una illustrazione Dantesca [169]
6. Il Sempione — Invenzione di un ponte per passarvi sotto [175]
7. Si parla di paesi non visti [178]
8. L'Anzasca — Un nuovo messia [180]
9. Quanti disprezzano l'oro [182]
10. Stonazioni della fama — Le ossolane non sono più quelle d'una volta — Caio Mario ed i Cimbri — Innocenzo IX di Cravegna — Banchetti funebri — La valle Diveria [186]
11. Premia — Storia nuova di cose vecchie — La Cravairola [194]
12. L'orrida forra di Unterwald [207]
PARTE TERZA
La Frua ed il Gries.
1. I casali della valle di Pommat o Formazza [210]
2. La Frua o cascata della Toce — Quanto costi un sorriso di donna [216]
3. Altipiani superiori [227]
4. Ascensione del Gries — Diacciaie — Le Alpi parlano [230]
5. Confini della valle — Le case, il desco, l'abito, il commercio, l'agricoltura [241]
6. Costumanze curiose — La scolaresca [249]
7. Lezione di meteorologia — Il frugnare e le volute — O mi date ragione, o non mi fate stare sulle spese [253]
8. Dove il paese senza un eroe? — Vita e miracoli del capitano Guenza [262]
9. Ascensione del Retihorn — Il segreto della costanza in amore — Temporale sulle Alpi — Conversazione colle nuvole — Quanto si apprende viaggiando — Un'aurora sulle Alpi — Quando ci rivedremo? [269]

PARTE PRIMA Il Lago Maggiore

I. Che intitolo prefazione, onde il lettore lo salti a piè pari.

Tutto il mondo è paese.

Prov. ital.

Uno zingaro? Ma ce n'ha ancora degli zingari, fuorchè nella Russia e nel Trovatore? — Perchè, non ce ne dovrebbe più essere? Lo zingaro non è forse un pensiero errante di paese in paese, facendo suo con ardita frode quanto non gli verrebbe concesso dall'umana avarizia? Ammesso — il che veramente non so — il paragone, lo zingaro può avere subìto trasformazioni, non mai essersi perduto. Permettete, signor mio, che io cerchi di vincere, s'è possibile, la vostra ritrosìa nell'accettarmi a compagno, evocando i benigni influssi dell'eloquenza tradizionale de' miei avi novellatori e poeti: tolleratemi dieci minuti... Non sono discreto? Ne spendete tanti a sopportare il trionfo della ciarla su pelle gazzette e nei parlamenti!

La storia dell'umanità nella nostra tribù dividiamo in tre ere: la scoperta della foglia di fico, quella dell'America e questa della fotografia. Dopo la fatale scoperta dei primi nostri nonni, ecco l'uomo-zingaro che migrando dall'Asia percorre poco alla volta le plaghe mondiali, lasciando qua e là un lambello del suo saio. Quell'età non avendo lasciato giornali, nè ritratti d'illustri contemporanei, per mancanza di sicuri documenti veniamo alla seconda. Scoperta l'America, gli zingari si precipitano su di essa: a sentirli sono venuti a seminare la libertà e le patate; tutto d'allora in poi deve spirare amore, felicità. Mentre gli umanitarii cianciano di quest'inezia di riformare quel mondo, pillottando colle solite spezie della cristiana uguaglianza e dei civili diritti la tiritera; mentre gl'indigeni buoni e semplici come un popolo che non sa un'acca di mutuo soccorso e di monte di pietà, aprono un tanto di bocca dalla meraviglia, i missionarii iniziano la riforma facendo scomparire nell'abisso delle loro tasche i tesori di quelle fortunate contrade: siccome però il mestiere di moralista è meno facile di quanto si crede, il tiro si scopre, proteste, recriminazioni, rivolta; il torto è necessariamente degli Americani poichè l'astuzia, la forza è agli zingari. I quali, smessi i lenocini della ciaccola, pagano a misura di carbone la cordiale ospitalità americana.

Un bel dì però, per solenne grazia del proverbio, il gruppo venne al pettine, e gli zingari, scardassati addovere, sono costretti ad alzare i tacchi da quella terra non ancora matura.....

— Ma — lasciando la storia in disparte — questi non mi paiono gli zingari della tradizione....

— Eh! pensate se li conosco! Lo zingaro è volgarmente un vagabondo che va dicendo la buona ventura nelle capanne del contadino, pei trivii, nelle osterie e nelle canove in tempo di mercati, di fiere e di feste; sa rattoppare qualche volta i caldani e le pentole; compone farmachi e filtri preziosissimi; vende ai più generosi il prezioso segreto — oh! datene un po' anc'a me per amore di Dio! — di farsi amare; commuta minuterie dorate senza valore con antichi smanigli d'oro, non perdendo il destro d'accalappiarvi con quella sua cera da nesci e di farvi sparire di mano l'anello che ricusaste di vendergli.

Ma ora tutta questa scienza a che può ancora servire? Vendono tuttora augurii di nozze e predizioni di fortuna? O, visto che nella capanna affumicata del contadino, comincia a penetrare la luce che guizza dai centri di civiltà e di corruzione, lo zingaro, nascosti nella foresta il tamburo, le nacchere, le carte divinatrici e la non più magica bacchetta, non è entrato di contrabbando nella città, e con mille vicende di fogge e di fortuna, non s'è fatto ora sollecitatore d'impieghi o tagliaborse, letterato di plagi e d'occasione, giornalista o mezzano? E la scienza per cui gli riusciva di imbarcare il lunario nei boschi deserti, fra i monti incresciosi, sarà poi sì feconda in espedienti da far fronte alla desta oculatezza dei cittadini, da sapere con rapida mano ordire trame impercettibili che pure ad un baleno si stringano sì fortemente con mille nodi attorno al meglio esperto da torgli ogni scampo — e se fallisce, quando tutto sta per naufragare sotto i colpi d'un galantuomo che non vuole perire invendicato, da risospingerlo al largo dalle secche, risoffiargli in poppa vento e fortuna in barba agli onesti?

No, questa non è la nostra tribù — a cui non vorrete con dura parzialità negare l'istinto del progresso alla perfettibilità umana, che asserite innato in ogni creatura.

No, questa non è la nostra tribù. Il lezzo della società non fu mai la parte del mondo che ne sia piaciuto di notomizzare, anzitutto per un certo istinto d'avversione alle dissecazioni, d'orrore per la tabe; e poi perchè sappiamo per durata esperienza che gli è impossibile il compiacersi, come oggi si fa con tanto studio, nel diguazzare in quanto ha di più sucido il maremagno del vizio, sia brutalmente spudorato o sia inorpellato da larva di passione, senza inzaccherarsi un tantino i sandali, quand'anche vi aggiriate nelle eleganti sale ove non si balbetta motto a vanvera — ove, non come nel trivio, manca la scusa della malsuadente fame e dell'ineducazione: perciò se mai solleticava le papille della vostra curiosità brama di una storia terribile d'uno zingaro dalla bruna tinta e dallo sguardo felino, che d'avventura in avventura, sulle rotaje dell'adulterio e dell'omicidio, vi facesse correre per le vene il diaccio dello spavento od il fuoco della voluttà, serbandovi a morale della favola la bella soddisfazione di vederlo alfine fra le braccia dell'amata, riverginata — scusate la parola impossibile — dall'amore puro, mentre l'esoso marito sta in fondo del quadro lungo, disteso, inchiodato da due righe di pugnale..... per verità vi siete ingannato!

La non sarà così perchè ne pare che tanta filza di delitti non possa essere figlia della serenamente gioconda fantasia italiana, e perchè lo zingaro che vi fa invito a peregrinare con lui non appartiene alla tribù antica, tradizionale, se non per la comunanza..... del peccato originale.

L'antica s'è riabilitata, direbbe un drammaturgo, e la nuova non è meno curiosa. Anche essa corre, senza meta, balenando qua e là senz'altra guida che la bellezza della natura; — anch'essa ama le sagre, le fiere, i mercati per cogliere sul fatto la scena animata dei mille popolani dalle diverse foggie, dai diversi tipi; — anch'essa se può giuocare un bel tiro, lo fa con tutta coscienza, e ruba a man salva ad un crocchio di ciarloni il racconto che dice più d'un in-foglio su quella gente, un idilio d'amore ad una bella ragazza, il secreto d'una lagrima come d'un sorriso. Alcuna volta, quando il demone ruggente dell'arte non l'agita, e così gli è obbligato a starsene a bocca asciutta innanzi alla festosa mostra di cento zane di saporite frutta.... allora stende la mano ad una vezzosa fanciulla per averne un grappolo d'uva ancora imperlato dalla rugiada, una pesca erubescente... e non dubitate della sua riconoscenza, veh!

Allo zingaro non mancano modi di trarsi di impiccio: quante volte pagò lo scotto della cena frugale, narrando alla bella ostessa una fantastica leggenda, con sì strana eloquenza rappresentandole i casi amorosi di fate, ondine e silfidi, di genii e di spiriti, che davvero parve alla curiosa di vedere laggiù nell'ombre l'amante tradito fra paurosi fantasmi, e di sentire sotto la scranna il rantolo del lupo che venne ad ingollarsi la perfida!... Chi osa rimprocciare la bella albergatrice se per schermirsi dagli amanti morti e dai lupi vivi si allaccia strettamente allo zingaro?

Dirvi come la tribù nuova fiammante veneri come pura sorgente d'inspirazione la bellezza variata della natura, culto da cui sorge necessariamente il disprezzo per ogni affettazione; riassumere, anche per sommi capi, l'indole bizzarra del suo umore; dirvene, fuggendo, vita e miracoli, sarebbe ad un tempo noiosa cosa per voi e pericolosa per noi.

Ma se poi non isdegnate la compagnia di questi zingari di buona pasta che intessendo alle descrizioni leggende e fantasie vi guida — senza bagnarvi — negli antri muschiosi ove fra i canneti lacustri amoreggia l'avvenente Verbania; nei casolari montani fra le usanze patriarcali; sulle diacciaie alpine a conversare colle nubi; sui nembosi picchi supremi a cantare un inno al sole, alla libertà, ed a farvi considerare di lassù che bruco microscopico è il cosiddetto re del mondo — accettate la mano e proverete che lo zingaro fra le divagazioni della mente e le aspirazioni del cuore non dimentica il positivo della vita, quella catena che ne rammenta ad ogni slancio che dessa è troppo corta e che il senso governa più della ragione il mondo, guidandovi in alberghi d'ogni fatta, quando il paese sia poco ospitale — e per giunta, se non pagherà lo scotto, condirà colle sue novelle la refezione.

E poi chi sta a cà niente sa.

Via, smetti l'abito incomodo che t'insacca; indossa la veste casalinga del viatore; allaccia calzari che sfidino le mordenti scheggie e le acute punte delle roccie; armati di lungo bastone ferrato ed uncinato che ti servirà d'appoggio e di spinta, di leva e di scala per l'erte e per le diacciaie — e quand'anche la tua borsa non sia sonante di molte monete d'oro, vieni, lo zingaro insegnerà a te ancora a raccontare la storia del lupo alle belle ostesse.

Se mai l'aspetto di diverse genti, la disuguale misura del bene e del bello col brutto, la lotta continua del debole col forte, l'armonia sublime della natura non caccieranno la noia che ti prostra intelletto e corpo nell'afa neghittosa del fannullare, lo zingaro con fratellevole cura ti guiderà a quelle regioni — ove si slancia sì sovente e con tanto desiderio il pensiero — che miseria di mente e di cuore fanno chiamare dell'impossibile...

Non rigenereremo l'umanità, ma non ci annoieremo, forse.

Intanto l'aurora festosa già piove le sue tinte onnicolori, la frescura del mattino ne invita; partiamo... all'Alpi!

Un istante: anzitutto lo zingaro, secondo l'antica usanza de' suoi, tolta nelle mani la vostra destra, dovrebbe spiattellarvi l'avvenire come il passato, farvi i più lusinghieri augurii che egli si sappia.... ma che volete? Egli, visti fallire i più cordiali vaticinii, da buona pezza tiene seco loro broncio, ed amico qual è degli antichi adagi, a chi lo richiede di predizioni, risponde:

Chi il tutto può sprezzare, possiede il mondo.

Così sia.

II. Chi fece l'Italia?

Uomo lento non ha mai tempo.

Prov. ital.

.... e la vaporiera fugge rapidamente pei piani del Novarese, mentre l'occhio posandosi appena sulle borgate, sulle castella che si succedono una all'altra come le apparizioni d'un sogno febbrile, assiste ad una serie di scene più o meno curiose, varie sempre.

Così sparve Novara, Bellinzago ed Oleggio che dalla sua altura contempla il bel pian lombardo, e la vaporiera arrestata un minuto, rifugge verso il Lago Maggiore.

Presso lo scalo d'Oleggio vidi la storia della civiltà compendiata nell'area in cui i vetturali attendono l'arrivo delle merci destinate a quella cittadina. V'era il carro co' buoi, pesante, senza sponde, colle quattro ruote eguali e massiccie, il timone convergente all'insù e le cornute bestie che guardavano con occhio stupito la locomotiva sbuffante, e parevano appuntarsi sui pie' dinnanzi per timore di appressarlesi. V'era il carrettone dalle due altissime ruote, disadorno, coi cavalli attelati uno a coda dell'altro; la carrettella corrente; il cocchio de' nostri padri incomodo, sicuro, e l'elegante carrozza a doppie molle, verniciata lucente come uno specchio, leggiera e per ogni modo d'ornati e di agi vaghissima.

Fra l'una e l'altra di queste vetture stavano secoli e stanno: dal carro de' buoi alla carrozza, il divario tra l'età dell'oro e l'età del ferro; ma fra essi e la vaporiera un mondo, una distanza quale fra l'antico copista e Bodoni, fra le torri a segnale ed i telegrafi elettrici, fra il volgare ed il genio....

Occupiamo i pochi minuti di fermata osservando quegli antichi veicoli. Se la vaporiera ha immensi meriti, non siamo tanto ingiusti da negare ad essi i pregi per cui furono tenuti in conto dai nostri babbi. Oh! quando mi ricordo il bel tempo in cui piccino sedeva a capo del carro, poggiando i piedi sul timone e con impazienza infantile andava punzecchiando gli inirritabili buoi ad accelerare il passo verso i campi, ove poi di corone di millefiori loro cingeva le corna ed accarezzava con mano fidente il muso velluto e divideva con essi la merenda con mille feste dei compagni, io non ho più il coraggio di ridere dei viaggi eterni per cui i nostri vecchi si facevano saltellare le budella in corpo con una velocità in ragione di due ore per miglio. Due ore! La vaporiera quando le talenti, unisce Torino a Milano nello stesso spazio di tempo..... ma ch'è questo vociare?

Una decina di ragazze, cogli spilloni d'argento che irradiano il capo, sta sopra uno di quei carri, ridendo e scherzando fra di loro: alcuna accenna al viaggiatore che dai carrozzoni della via ferrata ammicca con sguardo procace: questa riconosce fra i discesi allo scalo il suo bulo e lo vorrebbe, senza ch'altri se n'avvedesse, fare avvertito della sua presenza, mentre con una certa solfa tra il mesto d'una monotona cantilena e la languidezza d'una canzone che non è in voga, una voce sfibrata canterellava:

Novara, Novara

L'è bella città;

Si mangia, si beve.

Allegri si sta!

Se tutta l'allegria dei Novaresi consiste nel mangiare e nel bere, come dice senz'altro la strofa, l'ha da essere una gaiezza molto dubbia, pensai; ma già ai poeti debbonsi accordare molte licenze, ed io non trovando miglior modo di sciogliere la questione, dimenticai il vate del campanile di S. Gaudenzio per riguardare quel veramente allegro gruppo di belle e non belle e tutte allegre contadine, le quali — ora che ci penso — mi ricordano a meraviglia un viaggetto fatto con una bella ritrosa sopra una stradaccia di campagna, tutta sassi e gore, per cui ad ogni improvvisa scossa io mi inchinava verso la giovinetta, e non è a dire s'io secondassi o non l'impulso, e viceversa, come dicono appunto delle vetture; finchè il carro essendo ad un tratto entrato nei profondi solchi di un campo, la vicenda dell'inchinarsi si fece sì violenta e rapida, che io coll'unico scopo di preservare quella cara personcina da ogni urto, non trovai che il mezzo di avvinghiarla strettamente nelle mie braccia....

Un fischio — diretto forse alle mie reminiscenze — eccheggia fra le mura dello scalo, — un secondo acutissimo che passa gli orecchi, come dice un vicino, e tutto il convoglio si move, cammina, corre, rivola.... così il tempo da quei dì! Così pure io lascio nello scalo di Oleggio le riflessioni storiche sugli altri veicoli: il lettore non l'avrà a male; del resto sa dove andarle a prendere.

Campi, risaie, prati, boschi, giardini, case, uomini ed animali, tutto resta indietro: la vaporiera è la nemica per eccellenza del verbo stare; essa corre da un popolo all'altro; cancella un pregiudicio a cui centomila volumi non bastarono; annulla i dialetti mettendoli a contatto, e insegna colla necessità la lingua nazionale, spegne l'ardente face delle antipatie, facendo conoscere con quanto equilibrio le eccedenze della forza di una regione compensino il manco di saggezza in un'altra, la virtù militare l'indifferenza artistica, la gentilezza dei costumi la sapienza civile, eccita e diffonde industrie — fa l'Italia.

Ben a ragione certi governi avversarono quest'invenzione che rivaleggia per la forza morale colla stampa!

Dell'inferno è dessa senza dubbio, dice con terrore il buon contadino nella notte quando dalla mal connessa impannata della finestra della capanna vede laggiù nella tenebria correre un fantasma dagli occhi sanguinosi, la bocca ardente e la fronte fumosa, mentre l'aria echeggia d'acuti sibili e la terra seminata di carboni ardenti trema sotto i piedi.... Ma direbbe egli che l'inferno inspirò ad un mortale questa terribile scoperta, s'egli sapesse che, mercè sua, si vince il tempo e la distanza, e suona con cristiano affetto la voce: Dammi la destra, anch'io sono tuo fratello?

La vaporiera è dunque la più bella figlia della civiltà, poichè dessa non serve soltanto a beneficio del commercio, sibbene ai più vitali interessi dell'esistenza morale. Qual è l'uomo che dalle marine guardi una nave ad elice sortire, malgrado i venti contrarii e l'agitazione delle onde, la prora dal porto, ammainate le vele, senz'apparente impulso, salpando per le più rimote spiaggie dell'Oceano, ove recherà il nome della sua nazione, — senza sentirsi sollevare dall'entusiasmo, senza sclamare: questa è la più mirabile opera dell'uomo!?

Vedete se col vapore si corre presto: in due minuti da Oleggio volai ai porti liguri e ne ritorno!

Il convoglio attraversava le alture di Borgoticino, quando poco lungi da quel villaggio mi apparve — eureka! — la prima conca del desideratissimo Verbano — fra il Vergante e la rupe della festosa Angera — il quale disserrandosi poi dai colli, cola pel Ticino, al Po, nell'Adriatico.

Una vaporosa nube si dislagava al cielo, ed i raggi vivissimi del sole di giugno penetrando qua e là fra gli squarci illuminavano con tale potenza di tocco la rôcca d'Arona, e laggiù in fondo la punta di Belgirate ove il lago si svolge a sinistra, che davvero il contrasto di quelle accese tinte colle ombre delle convalli armonizzava assai bene colla natura variatissima del quadro.

Un ultimo fischio e il correre si rallenta gradatamente, il convoglio penetra nei campi, ritorna a riva, entra sotto una tettoia, ove cento voci — Arona, Arona! — ti fanno accorto che sei finalmente giunto alla sospirata sponda di quel Lago Maggiore che nella fantasia t'apparve certamente come una regione incantata a cui sorrida eternamente cielo e primavera, abitata dalle più avvenenti ondine, dai più amorosi silfi.

Io vi confesso candidamente di non avere mai fatto questi sogni, e per la zinganesca mia esperienza che mi ha dimostrato i giudizi assoluti essere sempre in alcuna parte erronei, e il male dai mille aspetti mescersi con disuguale misura al bene, e perchè rifuggo dalle imaginose aspettazioni, le quali per lo più al contatto della realtà risolvonsi in dure delusioni. Mi pare quindi profittevole....

— Cosa fa il signore? Scenda, il convoglio non procede mica oltre....

— Benissimo; grazie. Parmi profittevole, diceva, di usare nel giudizio delle regioni che si percorrono, anche coll'intendimento di studiarle oltre l'epidermide, quella mite benevolenza che ogni onesto desidera praticata verso il campanile della sua parrocchia. Quanto al bello, al buono, quantunque spesso il miracolo non faccia il santo, il fidarvisi è la meglio; quanto al brutto ed all'incivile giova il credere che la virtù sta di casa dove meno si crede, e che tanti paesi, tante usanze... E poi gli uomini la pensano così diversamente! Aprite un libro di proverbii — li dicono la più bella eredità che le generazioni si tramandino, la sapienza delle nazioni — sentite che armonìa di opinioni:

Chi sta bene non si move,

e

Non diventan porri che i trapiantati.

Pietra mossa non fa musco,

e

Chi vuol far roba, esca di casa.

Chi disse donna, disse danno,

e

Senza donna a lato l'uom non è beato;

e cent'altri grossolani e dilicati, che vanno d'accordo che gli è un gusto ad appaiarli!

— Signore — disse in quella una guardiastazione, la stessa che m'interruppe già una volta — questa è l'uscita; e m'indicò la porta. Se questo dabbenuomo non mi cacciasse con tutta quella buona grazia di cui è suscettibile un guardiano di via ferrata, io vorrei, o compagno, dimostrarvi come la bellezza oggettiva abbia meno cultori di quanto è voce.... ma non c'è verso, egli m'insegue sino all'uscita.... Quest'insistenza mi desta un dubbio: ch'egli abbia inteso un motto delle nostre chiacchere più o meno estetiche, e voglia risparmiarne lo spettacolo poco architettonico della stazione? Chi lo sa? Dopo la democratizzazione del sapere, chi può giurare che sotto il saio dell'artiere non s'asconda la giornea del professore?

III. Arona — Le illusioni ed i doganieri. — Una cipolla fra le rose.

Chi tosto giudica, tosto si pente.

Prov. ital.

Orta! — Angera! — Gozzano! — Varallo! — Domodossola! — Albergo della Posta! — Reale! — d'Italia! — A me il sacco! — Zolfanelli! — Sigari! — Ecco le strida che invariabilmente accolgono il viaggiatore all'uscire dallo scalo della ferrovia d'Arona: vociare che mette in non lieve imbarazzo il viaggiatore che non ha meta prefissa al suo vagare.

Per mia fortuna, fra tanti vetturali, facchini, camerieri e ciceroni pro domo sua, una voce che partiva dal mezzo di una folta ispidissima barba, tuonò al mio orecchio, mentre mi sforzava di attraversare quella ressa di rompiscatole, il nome dell'ottava meraviglia del mondo e l'unica di Arona, il S. Carlone, e mi fece così risovvenire di un monumento intorno al quale aveva sentito nella prima adolescenza tante mirabilia. Si vada adunque al S. Carlone! Senza dare risposta ad alcuna delle insistenti domande — unico modo di liberarsene, a meno però vogliate farvi in dieci per non far torto a nessuno — mi avvio verso la cittadina, dando occhiate a destra ed a sinistra, come quegli che senza soffermarsi troppo vuole spendere poco e vedere molto.

Appena uscito dalla casona dello scalo, un bel giovinotto, dall'assisa di doganiere — ad Arona vi sono più doganieri che mercanti — con un garbo da farmi strabiliare, (poichè a me un doganiere era sempre parso il rappresentante della prepotenza legale, dei pregiudicii economici, la barriera che impedisce il bacio cosmopolitico dei popoli) mi fece ricredere pienamente, avvisandomi che se io desiderava imbarcarmi sopra un piroscafo, il S. Gottardo stava per salpare, aggiunto poi per soprassello che io avrei potuto girare e rigirare in lungo ed in largo il lago senza la noia del passaporto. Malgrado il desiderio di accettare l'invito della tintinnante campanella del S. Gottardo, io non volli partire senza visitare l'interno della città pittoresca — al di fuori — ed il famoso monumento al suo cittadino, benchè sapessi che vi sarei ritornato più d'una volta nelle corse ch'io aveva in animo di fare lungo le spiaggie verbanesi.

Il S. Gottardo diede l'ultimo tocco di squilla, si staccò con tutta facilità dallo scalo, e descritta una vaga curva, partì avvolgendosi, come d'un velo per difendersi dal sole cocentissimo, nei vapori della caldaia fumante.

Serbatomi per la vetta del colle di S. Carlo il giocondo spettacolo del lago, come un ghiottone serba ultimo il manicaretto più sapido, entrai in città.

***

Eccomi in Arona! Salve, città dei Borromei!

Seduta a riva del lago, pare tuttavia che tu ne sdegni la paternità, poichè ti volgi innamorata con occhi desiosi verso i clivi fiorenti di Oleggio Castello, lasciando al ceruleo nappo l'ammirazione della poco graziosa tua parte diretana. Almeno ne' calori della state le pendici superiori inviassero alle tue viuzzole il conforto delle aure profumate dei loro laureti!

Attraversando la città, contai trentacinque osterie, trenta preti e ventisette accattoni. Era il meriggio caldissimo, ed io passava correndo per involarmi all'afa soffocante che, uscita dai canali sotterranei delle vie inferiori, mi inseguiva minacciosa, quando una frotta di creature che facevano ressa attorno ad una casa di modesta apparenza m'impedì di proseguire oltre.

Erano ventisette accattoni.

Voi che avete da accarezzare — in tasca — un sovrano, se vi avviene d'incontrarvi in quella turba, è d'uopo lo consigliate d'addivenire ad una transazione costituzionale dividendo il potere, salvo a voi suo ministro di farvi forse rompere le invetriate dai malcontenti — o senza transigere coll'esigenze della situazione, corriate attraverso ai chiedenti senza ascoltare quelle voci supplichevoli che sono pure una rampogna....

Io mi arrestai. Qui più d'un ciarlone vi direbbe ch'egli, arrossendo quasi dell'eccellente salute, intenerito alle lagrime, divise la borsa coi mendici.... Io che non voglio farvi il torto di credere che mi stimereste un cicino di più, quando vi dicessi che ho dato a quegli infelici un obolo — che il più delle volte è un soldo asciutto come il sistema decimale — non vi dirò nemmeno d'aver fatto alcune considerazioni economiche sulle trentacinque osterie ed i trenta preti, e tiro innanzi, cioè mi fermo, poichè la porticina di quella casa s'aperse e v'apparve....

Chi non l'avrebbe desiderata amante? Che bell'occasione di miniarvi un ritrattino sì sorridente da mandarvi in visibilio! Ma quest'oggi, dopo quella certa meditazione sulla fallacia dell'apparenza, temo che i colori della mia tavolozza diano troppo nel duro, nell'angolare; per non ripetere adunque su tutte le varianti le forme serene di tanta bellezza, lascio alla vostra fantasia di pennelleggiare co' rapidi suoi tocchi una di quelle soavi figure che le donne invidiano e gli uomini rispettano.

Intanto i re della miseria, coi loro nodosi scettri nella destra, avvolti nei pidocchiosi palli onnicolori, mi avevano circondato, levandosi dalle nuche capellute un frusto di berretto spelato, e succhiavano con avido sguardo la borsa che teneva la fanciulla nelle mani.

Io pure salutai riverente quell'apparizione che avrebbe potuto inspirare a Vela una vivissima idea della carità cristiana, ed ella.... ma che? Al vedermi estatico contemplarla, sorrise di guisa che tutto ne fui scosso. Era derisione? Chi lo sa? Malgrado mio, nella limpida innocenza di quel volto primaverile, quel sorriso — non ridete — m'apparve come una cipolla nel bel mezzo d'un mazzolino di rose, quale io vidi farne dono per celia ad un appassionato cultore di antitesi.

Ella porse agli accattoni le sue monete; una moneta ad ognuno che venisse ad invocarla un mattino di venerdì a quella porta: indi rinchiuse la porta senza strepito, senz'impazienza, quasi a tacita promessa di non negarne giammai l'accesso al mendico. Io, mentre si recitava attorno un pater ed un'ave per conto della fanciulla — a cui auguro ottengano un buon marito — dimenticato quel certo sorriso e la cipolla relativa, intonava fra dolcissimo pianto un inno alla pietà che ove fosse stato inteso da lei, forse io avrei fatto più lunga dimora in Arona....

Ma ecco attraverso l'iride d'una lagrima la rosea fisionomia imberbe del doganiere. Gli racconto la commovente istoria; un'irresistibile curiosità mi sprona a ricercare chi sia quell'angelo che profonde le ricchezze di questo mondo per la beatitudine dell'altro, vero prestito ad usura — se ancor vi fosse usura. — Mi appaga ed aggiunge che i mendici convengono nella città dai dintorni una volta almeno per settimana.

— Dunque, diss'io, ella dà loro tanto da alleviare i dolori di chi non ha sulla terra che la speranza del cielo e la compassione dei generosi — per una settimana? Oh tremila volte benedetta! Oh santa! Oh terra fortunata!

— Signor sì, se per essere da tanto basta regalare un quattrino, antica moneta milanese!

E imperturbabile, colla logica orribile dell'aritmetica, mi dimostrò che Iddio avrebbe dovuto fare per quegli sgraziati il giorno di cento ore senz'accrescere i bisogni del ventricolo, onde procurarsi lo stretto necessario per campare in ragione d'un quattrino ogni due ore; o, supposto che nelle ventiquattro ragranellassero altrettanto, ch'essi potessero stare, come i ragni, sei giorni senz'alimento.

— (Mefistofele gabelliere!) Dunque muoiono di fame sei dì per settimana?

— Morrebbero se altri non li soccorresse senza l'ironica ostentazione di chi dà quello spettacolo poco costoso. Tutto è apparenza! La saluto.

— Tutto è apparenza, anch'esso lo sa! Ora comprendo quel certo sorriso, la cipolla fra le rose! E come sì giovane e sì presto senza le confidenti illusioni della verde età?

Ma se n'era andato pe' fatti suoi — o per quelli degli altri, più facilmente — il che ne torna perfettamente uguale; sicchè la mia domanda dovette cercare una risposta nelle considerazioni dell'influenza che il mestiere aveva potuto esercitare sopra di lui. Ed io non ebbi a meditare gran fatto per accorgermi come in esso s'avvezzino a guardare ogni cosa attraverso la lente prosaica, spassionata che conta i fili della stoffa e stabilisce un prezzo alle creazioni delle arti — tanto che sarei quasi tentato di supporre che il famoso dilemma di Amleto essere o non essere sia stato suggerito a Shakespeare da qualche doganiere pensatore.

Povere le illusioni coi doganieri! La donna, quest'angelo che ecc., ecc., non è per essi che un portamantello addobbato più o meno di raso; un ritratto, pegno di un soave affetto ricambiato ed infelice, su cui scoppiarono pianti sconsolati e baci frenetici, perde tutto il valore sotto gli occhiali del perito; una treccia di capegli, oh sacrilegio! può essere considerata concime; che più? il libro a cui pose mano cielo e terra, vale per essi secondo il peso, la legatura, i fermagli..... Se nelle lotte letterarie i realisti potevano contare sull'aiuto dei doganieri, le nebulose fantasticherie alzavano i tacchi come altrettanti contrabbandieri.

Scrivete la storia della dogana; narrerete quella dell'incivilimento. Narrate quante castronerie stampate ed illustrate giungono d'oltre Alpi, quante di queste, con veste nè forestiera nè italiana, cambiato il titolo con quello di originale italiano, si spargono a sollucherare la frega del forestierume, e non del buono certamente, ed a fare più sonnolenta ancora l'indifferenza italiana per il pane casalingo — narrerete le nostre, e anche un tantino le altrui miserie letterarie. Enumerate i gingilli, le festuche, i ciondoli, le minuterie e quella multispecie farragine di coserelle utili e disutili, strane e curiose che la moda ne manda da lontano, e che accettiamo senza desiderio di procurarcele da noi stessi — e narrerete che gli Italiani non solo non le sanno fornire, ma neppure battezzare colla loro lingua. Contate le armi che valicano le Alpi o varcano i nostri mari ad offesa o per aiuto — i quadri e le statue ed i manoscritti e gli oggetti che per arte o memoria i nostri antichi meno vanitosi di noi e più generosi raccolsero con religioso studio e con principesca magnificenza, e che ogni anno, senza ritorno o cambio, lasciano la terra che li aveva creati e venerati; — avrete irrepugnabili argomenti della floridezza e della decadenza delle genti. Possa l'indipendenza e la libertà far salire nel futuro a bosco i tanti bruchi che formano la speranza della nazione artistica!

A proposito delle nazioni, la questione sanguinosa della loro indipendenza è sciolta dai doganieri — quando si ritrarranno ai confini naturali. Tuttavia, penso, se in quest'età meravigliosa in cui ogni dì annienta un secolo di tradizioni senza che si possano prevedere i prodigi della domane, la famiglia umana si confondesse in un fratellevole amplesso — concedetemi un istante l'ipotesi stranissima — dove, domando io, dove n'andrebbero le miriadi dei doganieri che incorniciano i mille regni?

Proporrò il quesito alle disquisizioni degli economisti, degli umanitari, e di quanti s'avvisano di riformare la commedia comico-seria del mondo — a meno che in questo frattempo si scopra mezzo di rilegarli (parlo dei doganieri, è chiaro) nel mondo dei miti in compagnia di tante altre anticaglie.

È tempo di fare ritorno alla nostra cittadina, da cui mi fece digredire il mal vezzo di camminare balenando corpo e mente, peccato di cui farò penitenza d'or innanzi col correre per qualche giorno la carreggiata della strada maestra, senza neppure guardare colla coda dell'occhio quanto m'invitasse a varcare la siepe ed a visitare ciò che non è nel programma tracciato sul nostro portafoglio. Ritornando adunque alla cittadina, dirò che nelle successive visite appresi che non solamente poche città hanno relativamente tante caritatevoli instituzioni quant'Arona, ma che io avrei preso un solenne granciporro se l'avessi giudicata dalla scena di cui io stesso era stato testimone.... tanto è vero che tutto è apparenza!

IV. Viaggio al naso del S. Carlone. — Angera. Dalle corti d'amore al mormonismo.

La più bella passeggiata nei dintorni d'Arona è la salita del poggio su cui s'erge il monumento a S. Carlo, che per la mole il popolo suole chiamare il S. Carlone. Esso appare da quasi tutto il bacino da Taino a Belgirate, ed è bello vedere dal lago quel titano disegnare sull'azzurro del cielo la sua figura tranquilla.

Ammezzo la salita incontrai un cortesissimo Bavarese che si recava pure lassù, per giudicare co' proprii occhi se la colossale statua della Bavaria nel Valhalla presso Monaco la cedeva in fatto d'arte alla rivale italiana: ammirai la suscettibilità del Tedesco, il quale, poichè d'improvviso ne apparve sulla vetta il S. Carlone, dopo attento esame, colpito dalle mirabili proporzioni di tanta effigie, e dalla dignitosa e ad una soave espressione dell'immortale che benedice alla sua patria, confessava candidamente che se il monumento italiano era condotto meno splendidamente del bavarese, di contro per valore artistico e per situazione gli era di gran lunga superiore. Gloria adunque al Crespi che lo disegnò!

Anch'io volli sedermi nell'interno di quel naso famoso; e quel dovermi arrampicare per un camino oscuro e pieno di schifosi ragnateli e di pipistrelli svolazzanti, spingendomi in su colle mani e coi piedi per certi piuoli di ferro — pericolosa ginnastica che meriterebbe all'ascensore almeno un'indulgenza — mi suscitò il dubbio che il Santo abbia suggerito all'artefice questa paurosa scala, onde ognuno pensando alla probabilità di rompersi se non altro il collo, sia richiamato ai giovevoli pensieri della morte dal tripudio fascinatore della natura che festeggia attorno lo sguardo. Chi lo sa!

È vero che il dabbenuomo che dal vicino collegio vi reca una lunga scala per salire sul piedistallo e di là ad un buco — non posso assolutamente dirla una porta, nè una finestra — ripete a tutti che per privilegio concesso dal Santo nessuno mai si ruppe il surriferito osso del collo. Chi sarà il primo? Non io senz'alcun dubbio, avendo dopo la fortunata mia discesa giurato di non cimentare mai più la buona fede del dabbenuomo sulla validità del suo privilegio. Del resto — senza danno del privilegiato — direi che di lassù la vista non corre più lungi gran cosa che dalla vetta del poggio.

Sotto e sopra il quadro che ti si para distoglie assai presto dall'osservare il monumento, se non dal pensare a chi raffigura, quantunque meritamente S. Carlo sia il personaggio storico-religioso più popolare nella Valle del Po, per non dire in tutta l'Italia.

La collina del Vergante che alla mia sinistra abbraccia il lago declinando a Belgirate, tutta verzura e fiori, è sì vaga nelle sue curve; alla destra i facili poggi di Dormeletto e di Borgoticino corsi dalle vaporiere fumanti mi traggono col pensiero ai giardini liguri; il cielo e le onde quete sorridono con tanta armonia, che — se uno zingaro potesse gonfiare vesciche — direi che la natura canta sì bene le glorie dell'immortale che la melodia v'assorbe interamente a scapito del soggetto!

Volete voi una scena pittoresca, una scena degna delle sponde del Reno? Guardate là — in prospetto d'Arona. Il castello d'Angera tutto fiero de' suoi sette od otto secoli, irto di merli che sfidano i denti adamantini del tempo, la fronte rugata dal fulmine, sta accoccolato senza barcollare, pensoso come un veterano, sopra una rupe sfiancata sotto cui si acquatta il villaggio, quale un pulcino sotto l'ali della chioccia. Lo direste un quadro dal vero — vi sfido io a contraddirmi! — del medio evo, in cui appare con vivissimo contrasto la schizzinosa protezione del feudatario e la mormorante docilità dei vassalli. Il palazzo conta cinquecento anni.... Quant'acqua corse giù pel Ticino!

— La torre però non novera che tre secoli circa, m'hanno detto.

— E' bastano per formare un abisso fra noi e quei dì. Quante antitesi! Asili infantili e giochi di borsa; manicomii e crinolini; vetture, congegni, libri e legislazione a vapore; corrispondenza elettrica d'idee e di passioni, e.... tutto quel resto che voi sapete e che taccio per non romperla in viso alla modestia: mentre allora! Il po' di buono che quella tempra d'omacci aveva noi l'abbiamo cresciuto, raffinato, sublimato coi lambicchi del progresso....

— Meno le lettere, le arti, e l'amore della famiglia....

— Eh! Eh! La non mi conta nulla per le lettere questo turbinio di riviste, di giornali e di romanzi? E per le arti l'è forse cosa da smorfie la fotografia? Quanto al culto della donna, la verginità sospettosa delle idee dei nostri babbi semplicioni ha fatto luogo con altre credenze all'analisi razionale, la quale — a dirvela in un orecchio — tende in ciò dritto al mormonismo...

— Messere, m'accorgo che non siete ammogliato...

— Quest'aria frizzante mi persuade di parlare liberamente — ad essa la colpa. Il tempo delle corti d'amore, dei tornei, dei trovatori non è più; e lo sanno le donne. L'uomo ha capito che cantare e farsi sbudellare per l'incerta virtù d'una bella — sovente brutta — sarebbe un vero sciupìo di tempo.... E chi giura adesso sulla virtù di una donna, se non quegli che giura ancora sull'amor patrio dei tanti sollecitatori d'impieghi? — Io però sacramenterei tuttavia per l'onestà d'una donna con quella buona fede che invoco invano in me per i mercanti di parole d'ogni colore: che ciò stia fra parentesi.

Quanto ai trovatori con qualche piccola variante, se non la chitarra, hanno cambiato metro; ma neppure quegli antichi cavalieri della bellezza giungerebbero al delirio platonico di accontentarsi, dopo la lizza, di portare i colori della signora. — Se io vi dicessi che uno dei meglio famosi poeti del giorno, che cantò tutti i santi del cielo e della terra, fu trovato poco tempo fa ginnocchioni innanzi all'arrendevole fantesca della sua bella rigorosa? — Oh?! — Sentite gli echi: Oh! oh! oh! —

Per fortuna questi due ciarloni, nostri compagni di viaggio nella testa di S. Carlo, di piuolo in piuolo scomparvero giù del camino.

Nel mirare dietro le torri del vecchio castello i monti di Varese, e più in là sfumanti nell'azzurro dell'aria quelli del lago di Como; attorno in semicerchio le vaghe colline di Lesa e di Arona dalle curve chiomate fra cui spicca nel verdoscuro della vegetazione qua e là una casa, un campanile, una chiesuola; dappertutto scoprendo varietà, sotto e sopra, nelle sponde e nei diversi toni dell'orizzonte e delle acque, compresi il perchè anche agli abitatori delle rive marine il lago inspira amore di sè.

L'oceano se placido t'infonde quella malinconiosa riflessione che compenetra l'uomo all'aspetto d'ogni cosa infinitamente grande — riflessione da cui sorgono meditazioni profonde di cui a tutti non è dato l'assaporare l'intima voluttà — se burrascoso t'atterisce; il mare imponente nel golfo di Napoli come sulle sparute scogliere di Gibilterra o contro le dighe d'Olanda parla sempre — come Giove fra gli Olimpici — troppo grandiosi verbi perchè tutti li comprendano.... ma il lago riverbera sempre colla varietà de' suoi aspetti la vivacità, la piacevolezza; se una tempesta si scatena la notte sulle sue onde, essa ti fa prevedere come l'indomani le piante ritemprate dall'acquazzone saranno sfavillanti ai primi raggi del sole colle foglie ancora gemmate, e le frutta ed i fiori — se la grandine li risparmiò — più coloriti. Dopo la burrasca marina — tremo al solo rammentarne le orrende scene — scendi alla ghiaiosa spiaggia, e trovi fra gli scogli tuttora echeggianti dei sinistri ululi dell'aquilone il fusto d'una pianta divelta, sfrondata da un colpo di mare, una tavola — che servì forse ad una lavandaia — che t'evoca dagli abissi il naufrago disperato che un maroso divelse da essa, mentre la folaga pare s'aggiri turbinando per scoprire sui fiotti il cadavere che il mare ributta. Sulle sponde dell'oceano mediti, su quelle del lago sorridi: là l'eternità, qui la vita.

V. Il Monterone. — Studi fisiologici sopra i cinque sensi. — Il lago a volo d'uccello. — La prima idea.

Mentre c'incamminiamo verso la vetta del Monterone per facili ed ombrosi sentieri, compagno mio, facciamo quattro chiacchere.

Tu hai da sapere — prima ancora di descriverti le veramente inudite meraviglie di Intra e Pallanza — che ieri nelle ore pomeridiane mi sono rannicchiato fra alcuni scogli dell'isoletta di S. Giovanni, e godendo ad una la frescura vespertina dell'inverno ed il rezzo di alcune piante protendentesi ad ombrello sopra il mio capo, me ne stava pensando come fra tutti i libri il meno intelligibile sia l'uomo, questa edizione princeps, direbbe un bibliofilo, che fa sì splendida mostra nella biblioteca della natura. Dopo di avere scartabellato nella mia mente tante pagine non sempre terse, confortevoli, del misterioso volume, finii per domandare a me stesso quale dei sensi maggiore relazione avesse coll'anima.

La fantasia volò coll'ali della memoria ai momenti fuggitivi, in cui una voce armoniosa colla parola che nega e promette m'avea scosso tutte le fibre del cuore; alle notti tumultuose in cui le briose note de' balli vertiginosi m'avevano tratto nella ridda quasi allucinato; alle sere in cui il Barbiere, il Tell, la Lucia ed il Rigoletto versavano un fiume di melodìa nel mio animo, ed il rincrescimento che il tempo m'involasse sì presto quei divini concenti in mezzo a cui dimenticava le miserie e le prose della vita per slanciarmi ebbro di poesia nei mondo delle illusioni.... Oh! l'udito è pure il prezioso senso! Mercè sua comprendo l'espressione più viva del mondo: tutto parla; beato chi sente!

Sennonchè tosto mi ricorse al pensiero come la voce dell'amata s'era fatta dopo poco tempo aspra, sarcastica; poichè ella troppo presto dimenticando quanto m'era costata la felicità effimera di pochi dì, mi piantava colla solita sua buona grazia un pugnale nel bel mezzo del cuore. È vero che non corse gran tempo che la civetta pietosa — s'era forse già annoiata del mio successore — volle svellerlo; ma il modo fu così gentile, delicato, che la tarda carità invece di guarire la ferita non fece che inasprirla. Strida da una e dall'altra parte, smanie e stridori di denti...... ancora mi suonano nell'aria orrende parole....... Lo credereste? A questo punto mi giunsero da ogni parte cigolì di ruote, e una miriade di stonazioni venne a grandinarmi intorno dal non lontano teatro di Intra dove si torturava non so quale delle opere più faticose di Verdi, con tanto strazio che dalla pietà e dal terrore mi si rattrappivano i nervi.... Benedetto l'udito, senso preziosissimo; ma tu non sei certo l'eccellente.

Non aveva finito ancora questa frase che le rose, i gelsomini, le acacie, i limoni, i millefiori del giardino botanico di Rovelli m'inviarono una nebbia di sì acute fragranze ch'io allargando le nari per meglio aspirarne gli effluvii, imparadisato chiusi gli occhi e credetti d'essere volato all'olimpo di Maometto, in mezzo alle urì, sulla sponda d'un lago d'acqua di rosa.... O incostanza della fortuna! Un alito di vento involò ratto l'olezzo; sparì l'acqua di rosa, ed il lago senza moto, senz'aura, apparve come una conca immensa stagnante da cui emanava un fetore orribile di pesci imputriditi. Dubitai che la bella Verbania l'avesse abbandonato colle sue ninfe, m'alzai e pervenni presso la foce del fiume che bagna la Sassonia.... La Sassonia, qui? Gnorsì: gl'Intresi costruirono presso l'antica città un sobborgo a vie spaziose, allineate che corrono fra case più allietate dal sole e dallo spiro lacustre che non le catapecchie della vecchia parte: nel centro una piazza e nel mezzo di essa il teatro, il più bello di tutto il lago. Ora questo sito una volta non tanto lontana era una vera ciottolaia, un campo di sassi... capite? Gl'Intresi, pratici quanto gli altri popoli appiedi delle Alpi della lingua nazionale, d'una ciottolaia fecero una Sassonia, con grave sfregio della patria degli oficleidi e dei tromboni!

Ma che volete? Io non poteva a nessun conto adagiarmi all'ombra di quelle mura senza che ne dovessi tosto sloggiare per sfuggire alle ammorbanti evaporazioni delle molli erbette,... A che serve il naso, sclamai scappando indispettito, se per l'olezzo d'un fiore ne tocca assorbire cento esalazioni ingrate o perniciose? Sì, senza dubbio, l'odorato è l'infimo dei sensi — me ne rincresce assai pei mercanti d'essenze!

Ignoro se il correre per quelle spiagge sassose — stavo per dire sassoni — od il desiderio di trovare una soluzione lungi dalle praterie della parte suburbana d'Intra, mi condussero in un albergo vicino allo scalo dei piroscafi in Intra. — Compagno mio, tu sospetterai forse ch'io sia di quelli che giudicano di una terra dal modo con cui vi soddisfecero l'appetito: ti giuro in nome delle costolette che mangiai in quell'osteria, che per quanto male io possa dire del paese, io sarò sempre in credito.

Accetto senz'esitazione l'invito dell'appetito, m'assido ad un desco, e mentre il cameriere lo apparecchia, fiuto a larghe nari il prosaico odor d'arrosto che dalla cucina di sotto saliva in quella sala. Dalla finestra io poteva vedere lo scalo affollato dai soliti fannulloni, il lago, e di là le capricciose curve dei monti di Laveno. Sennonchè fra lo zingaro ed il resto v'era una povera melensa creatura, magra, ossuta, spelata, che attelata ad una sbilenca carrettella stava menando i denti in un sacco di fieno più paglia che fieno. È innegabile che l'appetito riceve un notevole stimolo dalla vista di chi trinca allegramente — in grazia dell'asino il vostro compagno in attesa di meglio cominciò a mordere in una pagnotta del suo colore.

Mezz'ora dopo quell'io che mi rammentava poc'anzi con sdegno di quel gastronomo, il quale sclamò al finire della mensa lussuriosa: felice chi ha fame! quell'io stesso usciva dall'albergo satollo ed indignatissimo sulla volgare ed animalesca indole del gusto; e sì che se non aveva assaporato i manicaretti più delicati, l'appetito m'aveva fatto golosi anche i cibi più anacoretici: l'asino malsazio coglieva colle labbra penzoloni gli ultimi frusti del pasto insufficiente.... Quel certo gastronomo l'avrebbe — a pancia tesa — invidiato con ragione, poichè il senso del gusto poco su poco giù desta gli stessi stimoli e dà la stessa soddisfazione all'uomo ed agli altri animali — non razionalisti. Nella stessa sera di quel giorno incontrai due tomi; mi vollero secoloro a cena, cena largamente inaffiata dai vini meglio spiritosi del Piemonte.

Alla domane mi svegliai tardi, e col capo indolenzito; la prima parola pronunciata da me fu per chiedere dell'acqua.

················

«Non so veramente quanto le dissi — forse quanto le diceva da un anno — ma troppo mi rammento com'ella all'inesperto amante, accomiatandolo, dicesse all'orecchio una parola per cui il povero giovinetto nell'uscire da quelle stanze, tentennante come un ebbro, fu lì lì per ruzzolare lungo le scale.

«Domani! Rinuncio a descrivervi le vertiginose aberrazioni della mente in quelle eterne ventiquattr'ore; vi basti il sapere che quello era il primo amore e che d'amore non aveva pur anco conosciuto altro che i tormenti..... Quelle furono ad una le più dolci e le più affannose ore della mia vita: temeva di vedere giunto l'istante e lo sospirava... povere illusioni d'un cuore ardente! . . . . . . . . . Alla fantasia che guidava pei campi eterei i sogni immacolati dell'amore virginale, in quell'ora fatale si spennarono le ali possenti, e cadde giù turbinando nelle melmose plaghe della materia....»

Salve, o del cielo primigenia figlia,

O dell'Eterno coeterno raggio,

Se tal nomarti senza biasmo io posso,

O sacra luce!

Hosanna in excelsis! Eccoci sul Monterone!

S'io fossi il re del mondo, avrei tanta fede da trasportare questo quadro incantevole nei giardini della mia reggia. Il bacino splendidissimo del Verbano, e le in esso ripetute sponde; i monti torreggianti dell'Ossola e dell'Intrasca co' loro cappucci di neve; là in prospetto la punta di Pallanza tutta fiori e verzura, e dietro le scheggiate vette della Cannobina; qui sotto colli fioriti tempestati di villeggiature, e le isole incantate; a sinistra le coste ondeggianti d'Ispra su cui spicca l'eremo di Santa Catterina nell'oscura tinta del macigno; dietro il lago d'Orta in cui il Monterone bagna le nordiche pendici; ed attorno le minori conche di Mergozzo, di Varese, di Bardello, di Monate, di Comabbio; un cielo sereno, freschissime aure — tutto in tanto mirabile contrasto armonizza a formare una scena, la quale — se vi molce l'animo la onniloquente bellezza della natura — adorerete genuflessi.

Se tu credi d'esser poeta e qui non inneggi, non tentare più oltre le muse — la tua cetra non ha corde.

Che tu sia adunque benedetta, o fonte vitale di tante aspirazioni, o vista! Per te la creazione è quasi opera nostra: per te nessuno è compiutamente infelice. Tu ne ravvivi nell'aspetto sereno de' nostri cari l'amore della famiglia e della patria: per te innanzi ai monumenti il cuore palpita di entusiasmo e di emulazione. Divina figlia del sole, come il sole dài gioia agli umani — orrendamente infelice quegli a cui tu non distrai il pensiero dall'idea fissa, eterna, del suo dolore!... No, no, Milton come Tamiri ed Omero, Tiresia e Fineo, furono cantori immortali — ma chi vorrebbe la loro gloria a patto di dover dire coll'angoscia del britanno:

... il giorno a me non riede: io non veggo

Nè i dolci raggi del mattin che spunta,

Nè quei del sol che cade; io più non veggo

Di primavera i fior, nè rosa estiva,

Non più scherzosi armenti, non più mandre,

E non più volto d'uom, divina imago,

Ma folta nube invece e buio eterno

Mi cinge intorno, e dai piacer che dolce

Fanno la vita, mi divide; invano

Del bel saper, delle grand'opre sue

Apre natura il libro; è per me tutto

Oscuro, vôto, cancellato, e chiusa

M'è a sapïenza una gran via per sempre!

Nessun senso, come la vista, ti mette in comunicazione con Dio.

Dopo d'averti dato il mondo visibile nell'immensa serie delle sue cose, l'occhio armato di lente scopre all'anima esterrefatta i misteri della creazione microscopica, dai quali nei muschi, nelle mucilagini, nelle ninfe, negli insetti effimeri nati ora per morire adesso, nei milliformi atomi ti si rivela una storia impensata, un nuovo mondo infinito, nè più nè meno di quello che scopri nelle miriadi dei globi celesti... cose ed anime che fanno presentire con delirosa vertigine l'incommensurabilità dell'invisibile, del non sensibile!

Dunque, mentre ti dà il sensibile, lo sguardo ti fa intuire l'ignoto.

Perciò nessun senso più divino della vista.

Chi visitò i luoghi più famosi per la magnificenza, o la serena bellezza, od il terrore da cui natura li ha improntati, avrà trovato senza dubbio una folla di visitatori che profonde in punti d'esclamazione quanto sente, o crede, o finge di sentire. Di questi, quelli che sentono con palpito le parole del creato, raro è non tacciano; i secondi si svaporano in iperboliche frasi di romanzo. I terzi sono però i più curiosi: senza la buona fede dei secondi, non volendo ammettere in se stessi la negazione delle facoltà più sensitive, s'abbandonano a rompicollo alle declamazioni d'un lirismo che in nessun modo può sollevarsi da fior di terra.

A cavaliere di un bel poggio fra le deliziose colline — bellissime fra quante vedere si possano — che adagiate lungo il Po, formano una catena lussureggiante di verzura in prospetto di Torino, sta un antico convento di cappuccini. Di lassù ampia, variata, stupenda la vista: il Po, Torino incastonata fra i suoi viali, un campo che è un immenso giardino, e in fondo, in giro, le Alpi, dalle marittime alle pennine in tutta la loro maestà. Un cotale con cui era salito lassù, dopo una fiumana di asmatiche declamazioni lardellate di citazioni storiche a fascio, da Annibale a Napoleone per Carlomagno, tacque ad un tratto — la vena era esaurita. Terminava l'inneggiare asserendo che chi non avesse ammirato addovere quel quadro e la stessa cornice, meritava di subire almeno almeno la sorte di Fetonte.

Dopo qualche istante, a mezze labbra e facendo lo gnorri, gli susurrai:

— Che Creso sarebbe il possessore di questo campo fertilissimo cinto dall'Alpi ed irrigato da dieci fiumi!

— Veh! la prima idea che mi venne in capo quando m'affacciai a questo spettacolo...

— E poi dicono, pensai tra me, che la prima idea non è la più giusta!

Non so se questa sarà pure la prima idea che frullerà in capo a voi infaticabili amatori della natura, sul culmine del Monterone, ove la prospettiva compensa generosamente la fatica — prospettiva che non la cede per nulla in estensione ed in varietà a quelle più rinomate dei monti della Svizzera: — io però a conforto della maggior parte di voi, vi ho serbato fino a quest'istante una sorpresa la quale non influirà poco sui giudizi che darete della grandiosa scena... Vi dirò adunque che certo Cobianchi Intrese ha eretto nel mezzo di amenissima alpe un eccellente albergo... non vi dico altro...

Buon viaggio; buon appetito non v'auguro... ve n'accorgete quando sarete giunti lassù. Ammirato il quadro, refocillato lo stomaco addovere, discenderete giurando che chi visita il Verbano e non il Monterone gli è come s'andasse a Roma senza vedere il papa — e che il Cobianchi, considerato il benefico influsso della sua ospitalità, merita almeno di essere insignito cavaliere... della tavola rotonda.

VI. I piroscafi. — Una donna che mangia. — Gli stranieri. — I laghisti. — Primato mascolino. — Il concertista di Cannobio. — I contrabbandieri. — Rivista di sponde.

Tanti paesi, tante usanze.

Prov. ital.

Sul Lago Maggiore come sul Lemano e sul Reno nella stagione propizia al girovagare chi viaggia sui piroscafi ha il destro di conoscere a certi tratti singolari la nazione della maggior parte dei compagni.

Il S. Gottardo da pochi minuti aveva lasciato l'approdo d'Arona, quando io mi feci sulla tolda fra un ducento viaggiatori d'ogni età, pelo e colore, che parte in piedi, parte seduti, stavano guardando la città dei Borromei che spariva dalla vista. Un terzo della tolda era occupato da una catasta di cassette, bauli, valigie di cuoio e di stoffa ricamata, di gabbie di uccelli, di scattole e di fagotti d'ogni colore.

Una mezza dozzina d'Inglesi s'era installata sulla coperta, attorno ad un tavolo, al miglior posto; coprirono il tavolo e gli scanni vicini di libri-guida, di album, di cannocchiali, di buste da sigari e di abiti in gomma — e si cinsero cogli ombrelli, le sacca ed i bastoni da alpi, d'una insuperabile bastita.

Una signorina — ancora ne fremo! — doppiamente graziosa perchè bella e bionda, mi stava seduta dinnanzi; la personcina, in cui l'armonia delle forme pareggiava la gioventù freschissima, semplicemente vestita, suffusa dal tocco potente del nostro sole, s'inquadrava sì bene nell'orizzonte sereno che io finii nella mia ammirazione per crederla una fattura di Frate Angelico, il soave dipintore delle vergini e dei cherubini. E da quegli occhiacci quanta poesia, quanto candore — un poema sull'innocenza! Nel crescendo della mia meraviglia, dopo di aver passato in rassegna l'Eva di Milton, Ofelia e Zuleika e quante deità femminili aveva plasmato la fantasia de' meglio famosi poeti britannici, non m'avvidi punto che Intra — a cui mirava qual meta — mi passò dinnanzi come l'ombra di veloce rondinella, o per dirla più giusta, appunto come se il battello non l'avesse avvicinata. Non adirarti, Intra mia più buona che bella, in questo istante leggo in quegli occhi troppo vaghi pensieri perchè io possa pensare a te....!

Il piroscafo s'era allontanato dallo scalo clamoroso della città industre; il cameriere apparecchiò un desco e la divina vi sedette. Ritornò poco dopo portando un gigantesco piatto di costolette mezz'arroste e di patate fritte, un piatto per tre — anche letterati; — la bella mangiò tutto. Il cameriere ritornò più volte con thè, latte, butirro, pane arrostito, salame — tanto da sfamare tre librai; — quella donna divorò, tracannò tutto, fino all'ultimo bricciolo, all'ultimo centellino....

Perchè non aveva pensato di mettersi al travaglioso — non posso dire dilettoso — asciolvere (e pranzerà tuttavia?!) prima di giungere ad Intra?

Se tutte le donne inglesi mangiano di quella fatta, comprendo con quanta ragione Byron diceva che una donna bella non deve mangiare.

I Tedeschi — se non sono studenti — circospetti, immoti, con una serietà bovina guardano fantasiando le spiagge. Benchè non trovino nella cucina lombarda dei piroscafi la zuppa alla birra di Manhein e le salsicce di Gottinga, pranzano a bordo, ma per tratto caratteristico scendono a maggiore agio nella sala, accontentandosi quanto al paesaggio di goderne quel po' che difila dietro le ovali finestruole.

I Russi, quei Russi che, se non m'inganno, cent'anni fa Alfieri diceva barbari vestiti all'europea, oltre alle qualità negative degli Alemanni hanno nel loro contegno un certo che d'austero che s'attaglia mirabilmente alla robusta loro struttura. Ma come ogni singolarità nazionale va elidendosi al frequente contatto delle nazioni, alla crescente preponderanza delle mode di Francia e d'Inghilterra, anche quelle barbone che parvero ad Alfieri una fra le cose meno spiacevoli di quelle regioni della pelle d'oca vanno sparendo. E se la buon'anima sua rivedesse quelle capitali, non riconoscerebbe l'antico accampamento di allineate trabacche, tanto quella nazione seppe progredire nella conquista della civiltà, malgrado i secolari pregiudizi, la massima corruzione delle classi elevate e la retriva ignoranza del popolo.

Ma che è mai questo chiasso?

Quel tale, malgrado le rimostranze del pilota, vorrebbe stare in piedi sulla barriera a poppa; il suo compagno canterella una canzone di Béranger pipando, sdraiato sui sedili, senza curarsi un'ette di chi gli sta d'intorno; la signora, sfidando gli sguardi indiscreti, s'è arrampicata lesta come un gatto per la scaletta di ferro sul ponticello fra i tamburi delle ruote, non pensando alla difficoltà di scendere senza compromettere.... il crinolino! Chi non sa ora — anche senz'intendere l'epigrammatica canzone, ed il nasale cinguettìo dei compagni — che quella famiglia è francese? Amabili e spensierati figli della Francia, chi non vi perdona volentieri l'avventata vostra leggierezza, in grazia del coraggio con cui la vostra nazione guida le sorelle nella via del progresso civile? Volere o non volere, essa dà al mondo grandi lezioni — senza pedanteria, senz'annoiare i discepoli.

Le strade ferrate, i telegrafi elettrici e forse più rapidi mezzi di comunicazione cancelleranno un giorno le poche qualità salienti che ancora distinguono le varie nazionalità; sarà un bene od un male?

***

A prua stava un centinaio di popolani seduti sopra zane e cestoni di frutta, d'ova e di polli; uomini abbronzati, secchi, temprati al gelo ed al sollione, alle fatiche ed alle privazioni; donne membrute, faccie poco leggiadre, di bel petto, risolute, e tanto nullatementi quanto procaci per verun verso; qualche ragazza avvenente, tra 'l montano e 'l marino, di nera capigliatura, di cera maliziosa; ragazzi vispi, di contorni gentili che presto la rude educazione e l'aria mordente rompe a forti linee. In un crocchio regnava una donna — dove non regna la donna l'uomo imbestia — la quale rintuzzava con tanto brio le più o meno (e meno anzi che più), spiritose frecciate che i compagni le saettavano a bruciapelo sulla preminenza dell'uomo sopra il bel sesso, che da quel punto in poi io non lo chiamerò più il sesso debole. Un tale — ignoro se sinceramente o per mascherare la tendenza del cuore — non le scoccava dardi, ma pistolettate, avresti detto, del genere più mascolino, come: La donna è una scopa, un serpe avvelenato, l'origine eterna d'ogni male, ecc.; — senonchè quella furbacciona gli rispose interrompendolo con un'occhiata sì dolce, sì promettente, che la pistola fece cecca, l'uomo s'ingarbugliò, i compagni risero, ed io compresi una volta ancora essere molto più facile dire cose d'inferno della donna che sottrarsi all'impero, alla seduzione delle sue grazie.

Arrivati a Meina, la brunotta disse: addio, compari, non vado più a Intra; ho cambiato pensiero, discendo qui. Discese nella barchetta di traghetto; — già vi stava rincantucciato a poppa il sere — a cui i compagni, ridendo a smascellarsi, gridavano: Eh! Pero, anche tu hai cambiato strada.... Non hai più paura del serpe? — La bella, puntati i suoi piedini sullo scanno di contro, guardò ghignando i coristi, e voleva dire: Avete un bel gridare cose da chiodi di noi; con un capello vi tiriamo sempre a' nostri piedi.

Siccome non conosco il resto della storia, resto a bordo, augurando mille gioie a quelli che hanno cambiato pensiero — benchè il primo sia sempre il migliore!

Appoggiati alle cabine del ponte, silenziosi, indifferenti al chiasso che si faceva sul piroscafo ed allo scorrere delle vedute lungo il lago, alcuni frati mendicanti....

— Zingaro mio, accoccane loro una delle tue, delle più saporite... Non risparmiare questi fannulloni che in nome di Dio s'ingrassano a spese del povero....

— Zitto là: anzitutto i frati in quistione non erano punto grassi; poi — se pure non l'ho detto ancora o non m'hai compreso — io non pretendo incastonare a mezzo di una passeggiata per godere e darsi bel tempo, quelle rancide quistioni di frati, carabinieri, trovatelli e compagnia, che oltre all'aria pedantesca di volere ad ogni passo riformare la società, spirano una tale afa di noia da farti dormire lì su due piedi.

Zin, zin, ziroziro! Zitti tutti quanti! Largo ai concertisti di Cannobio!

Fra le due ruote del battello, presso gli spiragli della macchina motrice, un vecchiotto segava un violino: attorno a lui col becco rivolto in su, una nidiata di ragazzini da sette ai dieci anni accompagnavano il padre con violini e viole, — serii, malinconici, per non poter saltellare liberamente cogli altri putti; — ma nessuno avrebbe potuto guardar quella povera bimba accollata ad un grosso violoncello, stare tutt'occhi ed orecchi per dare il colpo di arco a seconda dei movimenti dei piedi paterni — e pestava sì forte il dabbenuomo che evocò dal loro antro vulcanico gli affumicati attizzatori dei fornelli del piroscafo — colpo d'arco che era dato tuttavia or troppo presto or troppo tardi — e le manine di lei impotenti a comprimere sulla tavoletta le corde, per cui ad ogni vibrazione il cattivo strumento si doleva con un zirlo acuto d'essere caduto in mani sì innocenti; nessuno dico avrebbe potuto guardare quella graziosa figurina ed i fratellini ed il babbo fornire quella musica faticosa, senza porgere loro una moneta ed un mesto sorriso... Zin, zin, ziroziro!

E quando il ziro ziro finì, la ragazzina diede un lungo sguardo sugli astanti quasi per leggere sui visi altrui l'approvazione, mentre il povero padre si dimenava in mezzo alle sue creature per armonizzare — Dio sa come — i loro strumenti. Ma tutti i cuori erano perfettamente d'accordo per compiangervi, perchè tutti gettarono nel cappellaccio del maestro un soldo: anzi credo che Verdi stesso di cui avevano scorticato il brindisi della Traviata, presente avrebbe dimenticato le giuste suscettibilità dell'autore. Raccolti i soldi, risonarono — una sinfonia, del papà, il caos. Zin, zin, ziro zin!

Il concertista di Cannobio è un artista?

L'artista è creatore — e qual creazione più originale della sua sinfonia? Chi potrebbe meglio rappresentare il disordine? L'effetto poi corrisponde al merito — lagrime, risa e soldi. Mi direte che il vecchietto non ha genio — ma se il genio, come disse quel valentuomo di Bouffon, è una lunga pazienza, chi può contrastarglielo?

***

Il laghista ha un carattere suo proprio, come quello che dipende in gran parte dalla posizione della sua terra. Vicino alla Lombardia, egli ha l'abbondante loquela, lo scherzo facile, l'arrendevolezza dei Lombardi; appiedi delle Alpi ama il lavoro, ed è schiettamente ruvido ed armigero come i Pedemontani; sull'acqua, ed è industre, bramoso d'arricchire come i Liguri. Quanto ai difetti, egli ama appassionatamente il suo bel paese — compresi i campanili — e lasciata in disparte la smania di considerare la città vicina, il villaggio della stessa costa inferiore al natale, esso ha ragione. La via ferrata, i piroscafi, la nuova strada al Ticinese faranno con eloquenza assai maggiore della mia comprendere che le sponde del Verbano su per giù non sono che una grande famiglia sotto un medesimo tetto.

Chi non ha inteso parlare dei contrabbandieri del Lago Maggiore? Una volta — le date sono inutili — c'erano, e tomi indiavolati da tenere in sussulto le tre finanze; quistioni economiche che si risolvevano sovente con schioppettate, legnate a josa ed altre galanterie da ambe le parti. Molti contrabbandieri — non quelli che arrischiavano al gioco la pelle — arricchirono; la leggenda susurra che molti finanzieri si rimpolparono: ora chi ne seppe ammassare li gode; i tipi drammatici scomparvero ed il Verbanese non è ora più tenero del contrabbando di quanto lo sia ogni abitante di confine.

Del resto — quà in un orecchio che nessuno ci senta — messa lontano la quistione del peccato — chi non si sente solleticare dalla tentazione del frutto proibito? Chi non è sotto qualche aspetto contrabbandiere? L'amante vorrebbe farla alla barba del Bartolo o del marito; il poeta introdurre di soppiatto un'idea birbona che minerà l'edificio della tirannia, e molti scrittori e librai arricchire l'opera e lo scrigno, malgrado la proprietà letteraria — avvenire..... Oh! s'io potessi, senza che voi ve n'avvedeste, contrabbandare qualche imaginosa fantasia da cacciare lo sbadiglio dalle vostre labbra!

***

Non v'è mai capitato no di condurre un bimbo a compra di balocchi pelle strenne di capodanno?

In mezzo a tanti cavalli, soldati e generali e cannoni di legno, eroi dal capo di cartapesta, asini col pelo, e pupazze cogli occhi vivi di cristallo, pallottole, racchette, cerchi, palloni volanti, archi e freccie come al tempo in cui Amore saettava, tamburi per rompere la testa ai vicini, trombe da chiamare in casa l'emicrania, fischietti e scuriade ed altri amenissimi trovati per assordare il mondo e rompere le scatole a chi li ha in casa, in mezzo a questo caos babelico il piccino non sa che scegliere; l'uccello dalle penne dorate par vivo; ma il cane abbaia...... la carrozzina corre in giro da sè stessa..... Così avviene a me in cerca d'un romitaggio ove riposarmi qualche giorno. Sesto-Calende, malgrado il nome romano, le memorie d'Annibale, l'antica abbadìa, i barconi che scendono il Ticino che vi sgorga dal lago, non mi rattiene. Di contro, a Castelletto su Ticino, ho perduto mezza giornata fantasticando, attorno al castellaccio, sui casi della Bice del Grossi. Angera, la città del sole — da non confondersi con quella di Campanella — mi rammenta un proverbio laghista, alla cui sola memoria mi sento bagnare la camicia. Ispra, quasi sul piano, in fondo ad un seno deserto, colla prospettiva di ampio tratto di lago e del Vergante..., ma il mausoleo alla contessa Castelbarco inspira troppo mesti pensieri.... Lesa tranquilla in placido golfo.... Belgirate ariosissimo.... Veh! Dimenticavo di notare come sia impossibile vedere la sponda destra del lago senza guardare ed ammirare l'ampia e solidissima strada al Sempione che si stende, a seconda dei seni e dei promontori, come un orlo bianchissimo tra la verzura della pendice e l'azzurro dell'onda. Non ultimo vanto di Napoleone è quest'opera degna dei grandi secoli di Roma. Al pari di Roma egli lasciò dovunque traccie di quel genio che volava sì alto sull'ali dell'aquile vittoriose da obbliare come gli uomini di quaggiù fra le altre miserie hanno un cuore. Tuttavia non v'ha, credo, Italiano che, malgrado il ricordo dell'ingratitudine sua verso la madre, la quale pure sola lo amò senza tradirlo mai e gli perdonò senz'amarezza di rimproveri, non abbia dimenticato Campoformio al racconto della passione di Sant'Elena.

VII. Lesa e Manzoni. — Ciarle letterarie. — La calma.

Oh! quante volte ai posteri

Narrar se stesso imprese,

E sull'eterne pagine

Cadde la stanca man!

— Anche voi discendete qui? Mi chiese un biondo Alemanno che m'aveva udito susurrare a mezze labbra la bella lamentazione del Manzoni alla morte di quel fatalissimo.

— E perchè no? Risposi a quella simpatica fisonomia. Voi scendete per...?

— Vedere quel poeta i cui allori furono invidiati dal nostro grande Goethe.

— Manzoni? qui? Allora ad un tratto mi parve che l'aure ripetessero in flebile armonia gl'inni, i cori e le scene dell'Adelchi e del Carmagnola, gli episodii dei Promessi Sposi.... A terra!

Mentre da Belgirate ricorrevamo verso la vicina Lesa, l'Alemanno si meravigliò meco che gl'Italiani ignorassero dove dimorava l'immortale cantore. Il poverino ignorava che Manzoni aveva da non pochi anni pubblicate le opere sue migliori senza che gl'Italiani le avvertissero, quando Goethe, scopertone per caso il genio, gli schiudeva colle sue lettere l'immortalità. Ignorava che pochissimi illustri Italiani debbono la loro fama all'entusiasmo od alla riconoscenza de' paesani, e moltissimi la devono agli stranieri. Beccaria crebbe tosto in rinomanza per Voltaire, Morellet, Catterina II. Il Tedesco credeva che in Italia si leggessero avidamente gli scritti della nazione come in Germania. Non sapeva che qui, all'infuori de' compilatori e degli altri racapezzatori di libri, tristo chi aspetta un pane dall'arte!

Quantunque io avessi detto più che non era forse necessario sull'ingrato tema, il dabben giovane insisteva con mille interrogazioni sulle abitudini del cantore; sicchè per troncarla, gli sfoderai ad un tratto che anche in Germania Mozart, il divino Mozart era morto miserabile. Quelli, a dir vero, erano altri tempi, meno gonfi di civiltà....... Intanto eravamo pervenuti alla prima palazzina di Lesa: ivi soggiorna sovente, nell'estiva stagione, il cantore di don Abbondio. La cera di quell'abitazione è pacata come la figura di fra Cristoforo. Venne ad aprire un vecchio senza livrea. — Il conte è in casa? — Egli ne introdusse senza fare motto. Annunciatici come desiderosi di sue novelle, e, se era possibile senza suo disturbo, di avvicinarlo, il servo che ne aveva uditi coll'indifferenza di chi sente spesso la medesima canzone, entrò lemme lemme nelle stanze interne. L'emozione era tanta che m'impedì di pensare ad ogni altra cosa, anche a dare uno sguardo alle semplici supellettili che arredavano l'abitazione. Ma ecco sentiamo nel salotto vicino una pedata: è il servo che ritorna forse a dirne....... Ne apparve fra la mite luce della stanza la veneranda dolcissima fisionomia del poeta. Ci movemmo balbettando verso di lui. Palpitavamo di religiosa riverenza. Il nostro cuore batteva con sussulto: anche noi vedremo, parleremo con lui!

Non so il come, ma cinque minuti dopo ogni nostra esitazione era dissipata: nella fuggevolissima ora scorsa al suo fianco, ne parlò del lago, delle sue passeggiate, delle cose presenti, senza entrare in quelle disquisizioni critiche, dove sogliono annegarsi i letterati. Con un semplice motto chiuse la bocca agli elogi dell'Alemanno, senza quell'affettata modestia, sotto l'usbergo della quale certi professori di lettere sogliono cicalare due ore difilate delle loro scoperte Americhe nell'arte.

Alessandro Manzoni ne accordò — quanto non speravamo — una stretta a quella destra che vergò le pagine ove armonizzano concetto e forma, ragione e fantasia, la vera essenza del genio! Dio solo sa poi quanto ne rincrebbe di non poterlo degnamente contraccambiare!

Noto qui come, imperversante l'austriaco in Lombardia, fra gli assenti la Gazzetta ufficiale di Milano richiamasse certo Manzoni Alessandro. Napoleone, conquistata l'Italia, mirava anzitutto ad amicarsi gli uomini di merito che il fulgore della sua stella non aveva abbagliato. Ma gli Austriaci sprezzavano apertamente ogni cosa italiana — eccetto l'oro.

Manzoni donò all'Italia un libro, il quale, come tutti i veri capolavori, è ad una miracolo di mente profonda, di cuore appassionato, e un'azione buona. Da lungo tempo sdolcinate affettazioni d'idilii in cui attori e natura portavano la parrucca, epilettiche convulsioni di novellaccie di cui non era italiana nè l'origine, nè l'inspirazione, nè la veste, aspirazioni evirate alla luna, all'indefinito, avevano fatto dimenticare come lungi dai salotti profumati, e dalle barocche capanne dei Titiri incipriati, vivea attorno alle città, nei campi, attiva, oscura, un'immensa famiglia intenta al lavoro. Il poeta comprese il valore del popolo, d'una gente che dà il pane ed il soldato, le antitesi crudeli della forza, della necessità col diritto. Colla dignità vereconda d'un'arte cristiana, senza le basse adulazioni di chi fa un Marcello d'ogni villano, bussa alle porte del povero, ne illumina le poche gioie, ne conforta gli stoici dolori, ne mostra le virtù tutte sue ed i vizi non del tutto suoi. Colora colle tinte della verità il quadro, dipinge con sicura potenza di tocco scene gigantesche, e ti presenta i Promessi Sposi, in cui l'arte che tutto fa non si scopre — un libro fra i pochi che gl'Italiani possono leggere due, tre e quattro volte senz'annoiarsi.

Poichè il merito dello scrittore italiano venne cresimato oltralpi, i Promessi Sposi (che altrove avrebbero fruttato strepitose ovazioni e più strepitose somme) divennero malgrado la sonnolenza apatica degl'Italiani il libro più popolare della loro letteratura narrativa.

Da Manzoni, Grossi, Azeglio, Cantù, Carcano. Grossi ed Azeglio però per vivacità di colore e scioltezza di disegno precedono tutti gli altri. Carcano è il poeta delle più soavi effusioni di cuore, il poeta della vita intima. Dopo questi buoni un temporale di mediocrità — non auree — che a passo di lumaca sulla falsariga maestra regalò all'Italia una moltitudine di buoni curati, di perseguitate, di Don Rodrighi e d'Innominati in diciottesimo, la quale ebbe per effetto di disviare sempre più dalla letteratura nazionale gl'Italiani.

***

Manzoni, Rosmini, D'Azeglio sono tre nomi che spargono una bella luce sul Lago Maggiore. Niuno dei tre nacque sulle sue sponde; ma chi passando innanzi a Lesa, a Stresa, a Cannero non ricorderà la loro dimora, le opere per cui il loro nome corre illustre?

Mi ricordo che la prima volta in cui m'apparì Arona, tosto mi corsero alla mente le lettere di quell'anima sì altamente innamorata della natura ch'era il Foscolo, nelle quali, scrivendo all'amico Bottelli, si lagna spesso che i tempi incerti e l'indole irrequieta gli tolgano di riposare ancor lui in mezzo a tanto sorriso di cielo e di terra e d'onde.

***

Chi dona al volgo, inimicizia compra.

Prov. ital.

Le chiacchere col buon Tedesco mi fecero nascere molte riflessioni sopra alcune qualità negative — almeno in questi tempi — degli italiani.

Credo — vorrei ingannarmi — che la gente italiana considerata nelle masse, fatta astrazione delle individualità, sia appetto delle nazioni più colte dell'Europa, Francia, Inghilterra e Germania, quella che si dimostra più apatica per tutto quanto sorge dalle arti.

Non illudiamoci col passato. Tanto le individualità sotto ogni aspetto non patiscono confronto, quanto le moltitudini sono incuranti, senza alcun entusiasmo o slancio per tutto che non solletica la fregola animale dei sensi.

Spogliamoci una volta di quel falso amore di patria che pretende un primato in ogni cosa.

Un dì — giova sperarlo ed augurarlo come grande ventura per la nazione — conquistata da senno l'indipendenza e la libertà, sotto le rugiade feconde della pace, rigermoglierà fra gl'Italiani raccolti finalmente ad un solo focolare la religione delle arti; allora forse le sapranno onorare con quella riconoscenza a cui hanno diritto. Esse sole mitigarono colle divine illusioni della speranza l'acerbità di grandi dolori; per esse eterne le glorie, sacre le sventure della nazione.

Mercede al genio fu quasi sempre sola la coscienza. Onoriamo la memoria dei nostri grandi: sbattuti dai tempi fortunosi e dall'ingratitudine non s'avvilirono. Siamone alteri — Se uno dimenticò che il dolore e la miseria avvivano lo splendore del vero merito, cento elessero il soffrire.

Siamone superbi — nessuna nazione può forse menarne sì giusto vanto.

Ma non dimentichiamo mai come finora fummo ingrati verso di loro.

***

Arco sempre teso si rompe.

Prov. Ital.

M'inganno, o tu non hai sentito il cuore battere così tranquillamente come oggi. Ho spinto la mia barchetta nel bel mezzo lago fra il golfo di Feriolo e quello di Laveno: i remi giacciono stillanti in fondo ad essa — quasi immobile fra la calma delle onde. Il corpo abbandonato a poppa sul tappeto, sorreggendo il capo con ambe le mani, puntati i gomiti sull'orlo della navicella, guardo l'acqua che s'increspa leggermente attorno alla carena, l'ampia pianura che riflette gli albori del tramonto — e sto pensando — a niente — o meglio al tutto.

Una brezza sottile sfiora con ali delicate l'onda e mormora un mondo di cose. L'ascolto confusa colla voce delle campane stormenti a riva — poi il tintinnare cessa: il cielo è sereno, l'aria tranquilla, tutto è pace, armoniosa tranquillità — e allora sento più distinto il sommesso ciarlìo della brezza.

— Tranquillità! Voi vi anelate nell'intimo dell'anima, mentre il vostro orgoglio fa della vita una continua battaglia! Un dì trovate la quiete che bramaste — il dì che per voi si schiude una tomba. — Nel giovin cuore avvampa la fiamma d'amore con slanci al settimo cielo — o trova ripulsa, ed erompe un grido disperato — o corresponsione, e dopo qualche tempo l'amore non è più che un'affinità simpatica di traspirazione. Dall'amore aspira alla gloria. Avversa fortuna, impotenza d'ali, impazienza la negano — o l'ottiene — morto. Deluso, la patria gli stende le braccia come la donna che sola si ama senza sazietà e senza rimorsi.... Ne ha — forse — ricchezze ed onori che galvanizzano il cuore sfibrato.... Ma dove la quiete che pure la natura v'insegnò ad amare? — Non nei trasporti dell'amore — non nella lotta contro l'invidia dei consorti Farisei — non nelle allucinazioni delle notti studiose — non nel tripudio dei baccanali. Bada, veh! a quanto ti dicono le onde sfiorate: fuggi la tempesta; — gli ombrosi declivi dei colli: quiete; — il cielo sereno: purità di desiderii....

Ma che sarebbe degli uomini se tutti li compenetrasse questo soave linguaggio della natura?

La tempesta è adunque necessaria nell'armonia del tutto?

VIII. Origine storica di Belgirate, senza documenti. Le isole Borromee.

A Belgirate, cinque minuti oltre Lesa, passeggiai due ore ammirando quelle graziose palazzine a vari colori che difilano lungo il lago, sulla punta che si protende dalle colline nell'onde. In capo della fila sta la villa Conelli; in fondo in serrafila la Fontana Pino, e fra una casa ed un'altra stanno giardini, dove gli alberi hanno più frutti che foglie, e le aiuole più fiori che erbe.

Sentite quanto trovai in antiche pergamene sull'origine di Belgirate.

Pare che il grazioso villaggio se n'andasse una calda notte d'estate in cerca d'un sito per adagiarvisi. Capitano in testa e retroguardia in coda difilava lungo la strada del Sempione. Quando si trovò sull'estremo lembo del Vergante, sentì ad un tratto il venticello del Mergozzolo ed i zeffiri dell'Inverna sibilare armoniosamente nei boschi superiori emulando l'usignuolo; l'onde tremole baciare la sponda, diffuse sui sassolini mormoranti; tale una voluttà profumata da mille fiori penetrare dalle finestre nell'animo, che gli archi, le torri, i comignoli al soffio di quella frescura fremevano, i rosai stendevano le loro braccia in atto di desio ai cantori dei boschi, e le case stanche dal viaggio sentivano proprio crescersi le radici sotto ai piedi..... Allora un prolungato ah! di soddisfazione fece echeggiare la sponda d'Ispra, la fila si fermò, le ondine ed i silfi del lago danzarono sulla spiaggia; essa si trovò così bella, così lieta, così arieggiata dall'aure tutte del lago, che spossata dal piacere si adagiò sul girare della punta, e così fu Belgirate. Ogni giorno dell'estate e dell'autunno, al tramonto, allora che il sole indora le cime dei monti di Varese, la fila delle graziose palazzine è passata in rivista da uno stato maggiore di signorine villeggianti, di cui più d'una può sconfiggere un esercito senza colpo ferire.

La leggenda dice, che un buon albergo il quale in quella tal notte ramingava colle case vagabonde, essendosi fermato per istrada ad aggiustare un conto un po' elastico con un Inglese, giunto tardi e trovato ogni posto occupato, fu costretto ad andarsene altrove con non poco dispetto degli ammiratori dei fiori, degli usignuoli, del venticello, delle palazzine e delle signore.

***

Bellissima fra le isole! Ti porto

impressa nel cuore....

U. D. Horn.

Da Stresa, elegante villaggio appiedi al Monterone, grandiosa vista di tutto il golfo di Feriolo, la baia di Napoli del lago, e del lago sino a Luino; in prospetto le Isole Borromee, la Bella e la Madre dalle terrazze fiorite; Pallanza, Suna, e dieci villaggi a mezzo i monti dell'Intrasca.

Stresa manca d'un viale per la ragione forse che ognuno ne ha nei propri giardini, i quali sono straordinariamente folti di verzura e di fiori come a Belgirate, Baveno e Pallanza.

L'Isola Bella è una ricca collezione di piante disposte sopra varie gradinate adorne di marmi; il palazzo contiene oggetti d'arte preziosi; il tutto forma la più graziosa villeggiatura in cui i patrizii Lombardi abbiano profuso tesori.

Se non garba a molti il manierismo dell'architettura e quel vedere ad ogni tratto la natura sopraffatta dalla mano dell'uomo, per tutti l'Isola Bella vista dalla parte prospiciente Pallanza, dove un folto bosco di piante variatissime rompe la monotonia delle linee, ed una serie di grotte ove mormora e gorgoglia l'onda del lago rileva affatto la massa, è spettacolo ammirevole.

Io vorrei condurvi, o bella lettrice, a questa peregrina villeggiatura, approdare con voi alla scalona, visitare le ampie sale del palazzo, raccontarvi la storiella del pittore Tempesta che le adornò di tanti quadri dipinti nella sua dimora nell'isola, ammirare con voi pitture e scolture, e rigirati i viali ombrosi del giardino, cogliere un bel fiore; e — con vostra buona venia — adornarvene la capigliatura.

Ma il profumo quasi eccessivo, la vista amenissima, il sorridere del cielo e dell'onda, la magnificenza della magione e la musica degli uccelli, potrebbero di leggieri all'ombra di un ananasso o d'un palmizio farmi credere d'essere un Nabab delle Indie, e voi, o lettrice, un amabile Urì..... e allora..... chi può prevedere tutti gli effetti di un sito incantato sulla mente e sui sensi del vostro compagno?..... Via, non temete, i miei polsi non battono frequenti, i miei sguardi sono tranquilli, il sangue mi serpeggia pacifico nelle vene, e voi non vi accorgerete punto che io sogni di essere un Bassà.

L'isola Madre colla modesta sua casa, co' suoi giardini a terrazzi senza ornamenti, più vasta della Bella, quasi in mezzo al golfo, piace ad alcuni forse più della Bella, ove la natura sta più come ornamento che non base. Gian-Giacomo Rousseau poteva farne il soggiorno della sua Eloisa. Nell'una e nell'altra roseti e palmizi, magnolie e liane, camelie e pini e mille pianticelle di diverse patrie, che questo sole con mite temperie cresce ed affratella.

***

Il pittore che vuol dipingere un paesaggio a vividi colori ritragga l'isolotto dei Pescatori. Chi vuol conoscere come l'uomo possa amare uno scoglio a costo di starvi accatastato l'uno sopra dell'altro, entri in quella stretta viuzza dell'isolotto dei Pescatori. Barche rattoppate, reti al sole, sulla ghiaia, lungo i muri; pannolini e vesti a scacchi sciorinate alle finestre; portici oscuri, viottoli angusti, barconi di legno; una marmaglia di ragazzi che chiassano, scorre, sguizza, s'arrampica sulla spiaggia, sulle scale, sulle gondole; donne dalle fisonomie robuste ed abbronzate, intente alle chiacchere ed alle bisogna della vita; una chiesuola, un campanile che si drizza nell'orizzonte disopra a quelle case che gli fan ressa d'attorno per ispecchiarsi ancor lui nell'onde; un po' di spiaggia verso il nord, pochi alberi, poca verzura.

Il lago qualche volta, la primavera o l'autunno, sdegna la solita sponda, gonfia, copre la spiaggia, lambe i piedi delle case, batte alle porte, entra nei pianterreni. Ecco l'isolotto scomparso, e tutte quelle casupole diguazzando nell'onda tranquilla hanno un aspetto nuovo, originale, come un quartiere di Cannareggio in Venezia.

Il contrasto tra lo scoglio dei Pescatori e la grandiosità dell'isola Bella è sorprendente. L'aspetto dell'isolotto colle umili casette, colle sue barche fracide a riva, co' cenci all'aria, in quel cielo serenamente allegro, collo specchio dell'acqua che l'ingrandisce, con quella scena di verzura su cui si stacca vivamente non è quello della miseria certamente. Se l'isola Bella col suo grande palazzo ti fa conoscere l'opulenza del ricco, l'isolotto è un quadro animato dell'attività instancabile del povero che lotta spensierato colla fortuna — la quale, a quanto pare, non incappò mai nelle reti di un pescatore.

IX. Don Bussolini da Mergozzo; capitolo in cui si dimostra chiaramente come i più beati sieno i poveri di spirito.

O mente vaga, alfin sempre digiuna!

A che tanti pensier? Un'ora sgombra

Quel che 'n molti anni appena si raguna.

Petrarca.

Quest'oggi fui al lago di Mergozzo, limpido nappo che si stende per un miglio alle falde del monte Rosso, sulla strada che da Pallanza corre all'Ossola. Mergozzo poi è una terricciuola sulla sponda del lago, che da lei prende nome, la quale non ha nulla che possa attrarre il viaggiatore curioso di monumenti o di spettacoli grandiosi della natura: dopo le scene del Verbano si rimpicciniscono ben altre bellezze che non quelle della piccola conca.

Mentre io passeggiava, rincrescevole che il povero zingaro nulla trovasse da far suo, passando presso la canonica del paese, casa di mesta apparenza anzi che no, vidi accosciato in atto di dolorosa meditazione un uomo dai quarant'anni sulla gradinata della porta. Egli teneva la lunga e scarna cera tra le mani affilate e smorte, e lo sguardo fiso nella terra, e quando gli passai accanto mormorò in tuon di lamento:

— Eh! tanto gli è morto!

Ritornai sui miei passi per meglio osservare l'incognito; il quale vestiva come un prete dei monti, di panni grossi e non troppo lindi; il cappello dalle tese rilevate e dagli orli spelati giaceva accanto a lui, come ad uomo che per soverchio calore del capo non lo possa tollerare sulla fronte. Quando io gli fui dinnanzi, ei levò gli occhi come smarrito, tolse di terra il cappello, si drizzò e voltosi a me salutando, mentre due grosse lagrime calavano sulle gote ispide, disse:

— Sento che il poverino non è nemmeno morto qui, in paese! Lontano dalla sua parrocchia!

Egli mi teneva forse per qualche terrazzano: nondimeno quand'egli seppe che io non era del paese e che anzi ignorava appuntino di chi parlasse, aggiunse:

— Non è del paese..... tanto peggio o tanto meglio per lui. Ma, la senta, io ho un grande bisogno di sfogare con alcuno il mio dolore, e se il mio presentimento non m'inganna, non la vorrà deridere la fiducia d'un pover uomo.... Esciamo dai borgo.... la veda; io arrossisco, col mio abito, di piangere così in mezzo alla strada... E sono anch'io un uomo, alla carlona, ma un uomo, e il pensiero che quel caro Don Bussolini sia morto così male mi strozza la parola in bocca.... Ed io non sapeva niente, io che sarei calato dalle mie montagne a salvarlo, io che conosceva quell'anima così bisognosa d'un cuore in cui versare la piena di tanti dolori! Ma io non ho saputo niente!

Queste parole sgorgavano con tale accento di dolore, che io — ignaro dell'esser suo e dei fieri casi di Don Bussolini, me ne stava ad una commosso e confuso per non sapere, come avrei desiderato, porgere conforto a tanta ambascia.

— Io vo' raccontargli come uno splendido ingegno ed un bel cuore possano perdere miserabilmente un uomo, quando agli studi non abbia conforto e direzione, e gli slanci del cuore ardente, appassionato, non vengano temprati dai consigli dell'amicizia.

Don Bussolini era il più bell'ingegno che io m'abbia conosciuto in vita mia; aggiunga a ciò una perduranza nello studio piuttosto unica che rara, una memoria straordinaria e la più semplice indole del mondo.

Noi stringemmo dolcissimi nodi di fratellevole affetto nel seminario; egli sempre il primo a sciogliere un problema, a trovare il motto, a comprendere coll'acutissima intuizione i passi più difficili, più oscuri dei Greci e dei Latini; e se noi studiavamo per guadagnarci un tozzo di pane o per aprire una carriera all'ambizione, se noi studiavamo quel tanto appunto che era strettamente necessario per essere promossi la fin d'anno, Bussolini studiava invece per dissetare l'ardendissima brama d'istruirsi, di sapere quanto più poteva. Tutta la polverosa biblioteca del seminario di Novara era volume a volume passata fra le mani del giovine curioso, e ancora quando alcuno di noi magnificava quella raccolta di opere, egli sorrideva....

Alfine egli fu crismato sacerdote; pensate che festa! Non v'era tra quegli studiosi un solo che al Bussolini non profetizzasse la più luminosa carriera, poichè quanti dignitari della Chiesa erano venuti nel collegio, tutti aveva fatti stupire con quella strapotente facoltà intellettiva. La parrocchia di Mergozzo era vacante, Bussolini vi fu nominato, e con grande sua gioia, poichè la tranquillità di quella sede, la picciolezza della popolazione e la facilità del ministerio fra gente onesta ed arrendevole, gli promettevano largo campo a' suoi studii. Egli fu accolto da quella popolazione come un fratello ed in breve amato come un padre. Chi non lo avrebbe amato? A trent'anni, nell'età delle passioni, egli non aveva che una cura, un amore, una passione, lo studio. D'altronde la semplicità elegante de' suoi modi, la generosità del suo cuore sapevano cattivarsi la comune stima. Un bel dì, invitato già da lunga pezza a visitarlo nel suo novello eremo, giungo a Mergozzo; m'accoglie colle maggiori dimostrazioni d'affetto.

— Senti, Giuseppe: non ti pare che io sia più giocondo dell'usato? In verità i suoi occhi sfavillavano di tanta luce, che io stetti un istante sopra il pensiero che egli avesse ricevuta la mitra vescovile.

— Ho trovato finalmente, Giuseppe, quella luce, che io andava da tanto tempo cercando... A furia di brancolare fra le tenebre, giunsi alle sfere irraggiate del sole della verità, della poesia.... ed io da tanti anni sentiva mormorare attorno questo nome.... Dante.... questo nome, che è la lingua, la coscienza, il ciclo intellettuale dell'Italia; sentiva, dico, questo nome, che mi suonava all'orecchio come un verbo misterioso senza presentire quanto tesoro io vi avrei scoperto di civile sapienza, d'arte squisitissima? di sublime poesia! Vedi, Giuseppe, io non mi accorsi della vita del mio pensiero, se non quando Dante m'iniziò nei mondi dell'infinito.... Ma la mia ragione fu quasi per vacillare, allora che da ignaro che io era della vera bellezza, mi vidi ad un tratto trasportato sì presso al Verbo, che i miei occhi abbarbagliati da tanto fiume di raggi male reggevano allo spettacolo nuovissimo che mi si schiudeva innanzi. Dante m'insegna a parlare la favella della mia nazione; Dante mi scopre i nemici di Dio e della patria; Dante mi narra con parole di fuoco le ire umane e le giustizie divine, e mi fa piangere con ineffabile dolcezza sui casi di Francesca, della Pia e della Piccarda; Dante è ad una Omero e Colombo, Raffaello e Rossini!