VITTORIO ALFIERI
TRAGEDIE
A CURA
DI
NICOLA BRUSCOLI
VOLUME SECONDO
BARI
GIUS. LATERZA & FIGLI
TIPOGRAFI-EDITORI-LIBRAI
1946
OTTAVIA
INDICE
[Atto primo]
[Atto secondo]
[Atto terzo]
[Atto quarto]
[Atto quinto]
PERSONAGGI
Nerone.
Ottavia.
Poppea.
Seneca.
Tigellino.
Scena, la Reggia di Nerone in Roma.
ATTO PRIMO
SCENA PRIMA
Nerone, Seneca.
Seneca
Signor del mondo, a te che manca?
Ner.
Pace.
Seneca
L'avrai, se ad altri non la togli.
Ner.
Intera
l'avria Neron, se di abborrito nodo
stato non fosse a Ottavia avvinto mai.
Seneca
Ma tu, de' Giulj il successor, del loro
lustro e poter l'accrescitor saresti,
senza la man di Ottavia? Ella del soglio
la via t'aprí: pur quella Ottavia or langue
in duro ingiusto esiglio; ella, che priva
di te cosí, benché a rival superba
ti sappia in braccio, (ahi misera!) ancor t'ama.
Ner.
Stromento giá di mia grandezza forse
ell'era: ma, stromento de' miei danni
fatta era poscia; e tal pur troppo ancora
dopo il ripudio ell'è. La infida schiatta
della vil plebe osa dolersen? osa
pur mormorar del suo signor, dov'io
il signor sono? — Omai di Ottavia il nome,
non che a grido innalzar, non pure udrassi
sommessamente infra tremanti labra,
mai profferire; — o ch'io Neron non sono.
Seneca
Signor, non sempre i miei consigli a vile
tenuto hai tu. Ben sai, com'io, coll'armi
di ragion salde, arditamente incontro
al giovanile impeto tuo mi fessi.
Biasmo, e vergogna io t'annunziava, e danno,
dal repudio di Ottavia, e piú dal crudo
suo bando. In cor del volgo addentro molto
Ottavia è fitta: io tel dicea: t'aggiunsi
che Roma intera avea per doni infausti
di Plauto i campi, e il sanguinoso ostello
di Burro, a lei sí feramente espulsa
con tristo augurio dati: e dissi...
Ner.
Assai
dicesti, è ver; ma il voler mio pur festi. —
Forse il regnar tu m'insegnavi un tempo,
ma il non errar giammai, né tu l'insegni,
né l'apprend'uomo. Or basti a me, che accorto
fatto m'ha Roma in tempo. Error non lieve
fu l'espeller colei, che mai non debbe,
mai stanza aver lungi da me...
Seneca
Ten duole
dunque? ed è ver quanto ascoltai? ritorna
Ottavia?
Ner.
Sí.
Seneca
Pietá di lei ti prese?
Ner.
Pietade?... Sí: pietá men prese.
Seneca
Al trono
compagna e al regal talamo tornarla,
forse?...
Ner.
Tra breve ella in mia reggia riede.
A che rieda, il vedrai. — Saggio fra' saggi,
Seneca, tu giá mio ministro e scorta
a ben piú dubbie, dure, ed incalzanti
necessitá di regno; or, men lusingo,
tu non vorrai da quel di pria diverso
mostrarmiti.
Seneca
Consiglio a me, pur troppo!
chieder tu suoli, allor che in core hai ferma
giá la feral sentenza. Il tuo pensiero
noto or non m'è; ma per Ottavia io tremo,
udendo il parlar tuo.
Ner.
Dimmi; tremavi
quel dí, che tratto a necessaria morte
il suo fratel cadeva? e il dí, che rea
pronunziavi tu stesso la superba
madre mia, che nemica erati fera,
tremavi tu?
Seneca
Che ascolto io mai? l'infame
giorno esecrando rimembrar tu ardisci? — Entro
quel sangue tuo me non bagnai;
tu tel bevesti, io tacqui; è ver, costretto
tacqui; ma fui reo del silenzio, e il sono,
finch'io respiro aura di vita. — Ahi stolto,
ch'io allor credetti, che Neron potria
por fine al sangue col sangue materno!
Veggo ben or, ch'indi ha principio appena. —
Ogni nuova tua strage a me novelli
doni odíosi arreca, onde mi hai carco;
né so perché. Tu mi costringi a torli;
prezzo di sangue alla maligna plebe
parran tuoi doni: ah! li ripiglia; e lascia
a me la stima di me stesso intera.
Ner.
Ove tu l'abbi, io la ti lascio. — Esperto
mastro sei tu d'alma virtú: ma, il sai,
ch'anco non sempre ella si adopra. Intatta
se a te serbar piacea l'alta tua fama,
ed incorrotto il cor, perché l'oscuro
tuo patrio nido abbandonar, per questo
reo splendore di corte? — Il vedi: insegno
io non Stoico a te Stoico; e sí il mio senno,
tutto il deggio a te solo. — Or, poiché tolto
ti sei, quí, stando, il tuo candor tu stesso;
poiché di buono il nome, ov'uom sel perda,
mai nol racquista piú; giovami, il puoi.
Me giá scolpasti dei passati falli;
prosiegui; lauda, e l'opre mie colora;
ch'è di alcun peso il parer tuo. Te crede
men rio che altr'uom la plebe; in te gran possa
tuttor suppon sovra il mio cor: tu in somma,
tal di mia reggia addobbo sei, che biasmo
di me non fai, che piú di te nol facci.
Seneca
Ti giova, il so, ch'altri pur reo si mostri:
divisa colpa, a te men pesa. Or sappi,
ch'io, non reo de' tuoi falli, io pur ne porto
la pena tutta: del regnar mi è dato
il miglior premio; in odio a tutti io sono.
Qual mi puoi nuova infame cura imporre,
che aggiunga?...
Ner.
Ei t'è mestier dal cor del volgo
trarre Ottavia.
Seneca
Non cangia il volgo affetti,
come il signore; e mal s'infinge.
Ner.
All'uopo
ben cangia il saggio e la favella, e l'opre:
e tu sei saggio. Or va; di tua virtude,
quanta ella sia, varrommi, il dí che appieno
dir potrò mio l'impero: io son frattanto,
il mastro io sono in farlo mio davvero,
l'alunno tu: fa ch'io ti trovi or dunque
docile a me. Non ti minaccio morte;
morir non curi, il so; ma di tua fama
quel lieve avanzo, onde esser carco estimi,
pensa che anch'egli al mio poter soggiace.
Torne a te piú, che non ten resta, io posso.
Taci omai dunque, e va; per me t'adopra.
Seneca
Assolute parole odo, e cosperse
di fiele e sangue. — Ma l'evento aspetto,
qual ch'ei sia pure. — Ogni mio ajuto è vano
a' tuoi disegni, e reo. Che a sparger sangue
Neron per se non basti sol, chi 'l crede?
SCENA SECONDA
Nerone.
— E con te pur la tua virtú mentita,
altero Stoico, abbatterò. Punirti
seppi finor coi doni: al dí, ch'io t'abbia
dispregievole reso a ogni uom piú vile,
serbo a te poi la scure. — Or, qual fia questa
mia sovrana assoluta immensa possa,
cui si attraversan d'ogni parte inciampi?
Ottavia abborro; oltre ogni dir Poppea
amo; e mentir l'odio e l'amore io deggio?
Ciò che al piú vil de' servi miei non vieta
forza di legge, il susurrar del volgo
fia che s'attenti oggi a Neron vietarlo?
SCENA TERZA
Nerone, Poppea.
Poppea
Alto signor, sola mia vita; ingombro
di cure ognora, e dal mio fianco lungi,
me tieni in fera angoscia. E che? non fia,
ch'io lieto mai del nostro amor ti vegga?
Ner.
Lunge da te, Poppea, mi tien talvolta
il nostro amor; null'altro mai. Con grave
e lunga pena io t'acquistava; or debbo
travagliarmi in serbarti: il sai, che a costo
anco del trono, io ti vo' mia...
Poppea
Chi tormi
a te, chi 'l può, se non tu stesso? è legge
ogni tuo cenno, ogni tua voglia in Roma.
Tu in premio a me dell'amor mio ti desti,
tu a me ti togli; e il puoi tu appien; com'io
sopravvivere al perderti non posso.
Ner.
Toglierti a me? né il pur potrebbe il cielo.
Ma ria baldanza popolar, non spenta
del tutto ancor, biasmare osa frattanto
gli affetti del cor mio: quindi m'è forza,
che antivedendo io tolga...
Poppea
E al grido badi
del popolo?
Ner.
Mostrar quant'io l'apprezzi
spero, in breve; ma a questa Idra rabbiosa
lasciar niun capo vuolsi: al suolo appena
trabalzerá l'ultima testa, in cui
Roma fonda sua speme; e infranta a terra,
lacera, muta, annichilata cade
la superba sua plebe. Appien finora
me non conosce Roma: a lei di mente
ben io trarrò queste sue fole antiche
di libertá. De' Claudj ultimo avanzo
Ottavia, or suona in ogni bocca; il suo
destin si piange in odio mio, non ch'ella
s'ami: non cape in cor di plebe amore:
ma all'insolente popolar licenza
giova il fren rimembrar debile e lento
di Claudio inetto, e sospirar pur sempre
ciò che piú aver non puote.
Poppea
È ver; tacersi,
Roma nol sa; ma, e ch'altro omai sa Roma,
che cinguettar? Dei tu temerne?
Ner.
Esiglio
lieto troppo, ed incauto, a Ottavia ho scelto.
Intera stassi di Campania al lido
l'armata, in cui recente rimembranza
vive ancor d'Agrippina. Entro quei petti,
di novitá desio, pietá fallace
della figlia di Claudio, animo fello,
e ria speranza entro quei petti alligna.
Io mal colá bando a lei diedi, e peggio
farei quivi lasciandola.
Poppea
Tenerti
dee sollecito tanto omai costei?
Oltre il confin del vasto impero tuo
che non la mandi? esiglio, ove pur basti,
qual piú securo? e qual deserta piaggia
remota è sí, che t'allontani troppo
da lei, che darsi il folle vanto ardisce
d'averti dato il trono?
Ner.
Or, finché tolto
del tutto il poter nuocermi le venga,
stanza piú assai per me secura ell'abbia
Roma, e la reggia mia.
Poppea
Che ascolto? In Roma
Ottavia riede!
Ner.
A mie ragion dá loco...
Poppea
Ove son io, colei?...
Ner.
Deh! m'odi...
Poppea
Intendo;
ben veggo;... io tosto sgombrerò...
Ner.
Deh! m'odi:
Ottavia in Roma a danno tuo non torna;
a suo danno bensí...
Poppea
Vedrai tu tosto,
ch'ella vi torna al tuo. Ti dico intanto,
che Ottavia e me, vive ad un tempo entrambe,
non che una reggia, una cittá non cape.
Rieda pur ella, che Neron sul seggio
locò del mondo; ella a cacciarnel venga.
Di te mi duol, non di me no, ch'io presso
d'Otton mio fido a ritornar son presta
Amommi ei molto, e ancor non poco ei m'ama:
potess'io pur quell'amator sí fermo
riamare! Ma il cor Poppea non seppe
divider mai; né vuole ella il tuo core
con l'abborrita sua rival diviso.
Non del tuo trono, io sol di te fui presa,
ahi lassa! e il sono: a me lusinga dolce
era l'amor, non del signor del mondo,
ma dell'amato mio Neron: se in parte
a me ti togli; se in tuo cor sovrana,
sola non regno, al tutto io cedo, al tutto
io n'esco. Ahi lassa! dal mio cor potessi
appien cosí strappar la immagin tua,
come da te svellermi spero!...
Ner.
Io t'amo,
Poppea, tu il sai: di quale amor, tel dica
quant'io giá fei; quanto a piú far mi appresto.
Ma tu...
Poppea
Che vuoi? poss'io vederti al fianco
quell'odíosa donna, e viver pure?
poss'io né pur pensarvi? Ahi donna indegna!
che amar Neron, né può, né sa, né vuole;
e sí pur finger l'osa.
Ner.
Il cor, la mente
acqueta; in bando ogni timor geloso
caccia: ma il voler mio rispetta a un tempo.
Esser non può, ch'ella per or non rieda.
Giá mosso ha il piè ver Roma: il dí novello
quí scorgeralla. Il vuol la tua non meno,
che la mia securtá: che piú? s'io 'l voglio;
io non uso a trovare ostacol mai
a' miei disegni. — Io non mi appago, o donna,
d'amar, qual mostri, d'ogni tema ignudo.
Chi me piú teme ed obbedisce, sappi,
ch'ei m'ama piú.
Poppea
... Troppo mi rende ardita
il temer troppo. Oh qual puoi farmi immenso
danno! il tuo amor tu mi puoi torre... Ah! pria
mia vita prendi: assai minor fia il danno.
Ner.
Poppea, deh! cessa: nel mio amor ti affida.
Mai non temer della mia fede: al mio
voler bensí temi d'opporti. Abborro,
io piú che tu, colei che rival nomi.
Da' suoi torbidi amici appien disgiunta,
quí di mie guardie cinta la vedrai,
non tua rival, ma vil tua ancella: e in breve,
s'io del regnar l'arte pur nulla intendo,
ella stessa di se palma daratti.
ATTO SECONDO
SCENA PRIMA
Poppea, Tigellino.
Poppea
Comun periglio oggi corriam; noi dunque
oggi cercare, o Tigellin, dobbiamo
comun riparo.
Tigel.
E che? d'Ottavia temi?...
Poppea
Non la beltá per certo; ognor la mia
prevalse agli occhi di Nerone: io temo
il finto amor, la finta sua dolcezza;
l'arti temo di Seneca, e sue grida;
e della plebe gl'impeti; e i rimorsi
dello stesso Nerone.
Tigel.
Ei da gran tempo
t'ama, e tu nol conosci? Il suo rimorso
è il nuocer poco. — Or, credi, a piú compiuta
vendetta ei tragge Ottavia in Roma. Lascia
ch'opri in lui quel suo innato rancor cupo,
giunto al rio nuziale odio primiero.
Questo è il riparo al comun nostro danno.
Poppea
Securo stai? non io cosí. — Ma il franco
tuo parlar mi fa dire. Appien conosco
Nerone, in cui nulla il rimorso puote:
ma il timor, di', tutto non puote in lui?
Chi nol vide tremar dell'abborrita
madre? di me tutto egli ardea; pur farmi
sua sposa mai, finch'ella visse, ardiva?
col sol rigor del taciturno aspetto
Burro tremar nol fea? non l'atterrisce
perfin talvolta ancor, garrulo, e vuoto
d'ogni poter, col magistral suo grido,
Seneca stesso? Ecco i rimorsi, ond'io
capace il credo. Or, se vi aggiungi gli urli,
le minacce di Roma...
Tigel.
Ottavia trarre
potran piú tosto ove Agrippina, e Burro,
e tanti, e tanti, andaro. A voler spenta
la tua rival, lascia che all'odio antico
nuovo timor nel core al sir si aggiunga.
Ei non svelommi il suo pensier per anco;
ma so, che nulla di Neron l'ingegno
meglio assottiglia, che il timor suo immenso.
Roma, Ottavia chiamando, Ottavia uccide.
Poppea
Sí; ma frattanto un passeggiero lampo
può di favor sforzato ella usurparsi.
Ci abborre Ottavia entrambi: a cotant'ira
qual ti fai scudo? il voler dubbio e frale
di un tremante signore? A perder noi
solo basta un istante; a noi che giova,
se cader dobbiam pria, ch'ella poi cada?
Tigel.
Che un balen di favore a lei lampeggi,
nol temer, no: di Neron nostro il core
ella trovar non sa. Sua stolta pompa
d'aspra virtú gli incresce; in lei del pari
obbedíenza, amor, timor gli spiace;
quell'esca stessa, ove ei da noi si piglia,
l'abborre in lei. — Ma pur, s'io nulla posso,
che far debb'io? favella.
Poppea
Ogni piú lieve
cosa esplorar, sagace, e farmen dotta;
antivedere; a sdegno aggiunger sdegno;
mezzi inventar, mille a Neron proporne,
onde costei si spenga; apporle falli,
ove non n'abbia; quanta è in te destrezza,
adoprar tutta; andar, venir, tenerlo,
aggirarlo, acciecarlo; e vegliar sempre: —
ciò far tu dei.
Tigel.
Ciò far vogl'io: ma il mezzo
ottimo a tanto effetto in cor giá fitto
Neron si avrà; non dubitar: nell'arte
di vendetta è maestro: e, il sai, si sdegna
s'altri quant'ei mostra saperne.
Poppea
All'ira
tutto il muove, ben so. Meco ei sdegnossi
del soverchio amor mio poc'anzi; e fero
signor giá favellava a me dal trono.
Tigel.
Nol provocare a sdegno mai: tu molto
puoi sul suo cor; ma, piú che amor, può in lui
impeto d'ira, ebrezza di possanza,
e fera sete di vendetta. Or vanne:
meco in quest'ora ei favellar quí suole:
ogni tua cura affida in me.
Poppea
Ti giuro,
se in ciò mi servi, che in favore e in possa
nullo fia mai ch'appo Neron ti agguagli.
SCENA SECONDA
Tigellino.
Certo, se Ottavia or trionfasse, a noi
verria gran danno; ma, Neron mi affida.
Troppo è il suo sdegno; troppa è l'innocenza
d'Ottavia; scampo ella non ha. — Grand'arte
oggi adoprar con esso emmi pur d'uopo:
al suo timor dar nome di consiglio
provido; e fargli, a stima anco dei saggi,
parer giustizia ogni piú ria vendetta. —
Signor del mondo, io ti terrò; sol io
terrotti, e intero. Intimorirti a tempo
e incoraggirti a tempo, a me s'aspetta.
Guai, se vien tolto a te il timor del tutto!
Al mal oprar qual piú ti resta impulso;
qual freno allora al ben oprar ti resta?
SCENA TERZA
Nerone, Tigellino.
Tigel.
Signor, deh, perché dianzi non giungevi?
Udito avresti il singhiozzar di donna,
che troppo t'ama. Aspra battaglia han mosso
nel cor tenero e fido di Poppea
dubbio, temenza, amore. Ah! puoi tu tanto
affligger donna, che cosí t'adora?
Ner.
Cieca ella ognor di gelosia non giusta,
veder non vuole il vero. Amo lei sola...
Tigel.
Gliel dissi io pur; ma chi calmar può meglio
le fere angosce di timor geloso,
che ríamato amante? A lei, deh, cela
quella terribil maestá, che in volto
ti lampeggia. Acquetare ogni tempesta
del suo sbattuto cor, tu il puoi d'un detto,
d'un sorriso, d'un guardo. Osai giurarle
in nome tuo, che in te pensier non entra
di abbandonarla mai; che ad alto fine,
bench'io nol sappia, in Roma Ottavia appelli;
ma non a danno di Poppea.
Ner.
Tu il vero,
fido interprete mio, per me giurasti.
Ciò le giurai pur io; ma sorda stette.
Che vaglion detti? Il dí novel che sorge,
compiuto forse non sará, che fermo
fia d'Ottavia il destino, e appien per sempre.
Tigel.
E queta io spero ogni altra cosa a un tempo,
ove mostrar pur vogli Ottavia al volgo
rea, quanto ell'è.
Ner.
Poich'io l'abborro, è rea,
quanto il possa esser mai. Degg'io di prove
avvalorare il voler mio?
Tigel.
Pur troppo.
Tener non puoi quest'empia plebe ancora
in quel non cal, ch'ella pur merta. Ai roghi
d'Agrippina, e di Claudio, è ver, si tacque:
tacque a quei di Britannico: eppur oggi
d'Ottavia piange, e mormorar si attenta.
Svela i falli d'Ottavia, e ogni uom fia muto.
Ner.
Mai non l'amai; mi spiacque ognora e increbbe;
ella ebbe ardir di piangere il fratello;
cieca obbedir la torbida Agrippina
la vidi; i suoi scettrati avi nomarmi
spesso la udii: ben son delitti questi;
e bastano. Giá data honne sentenza;
ad eseguirla, il suo venir sol manca.
Roma saprá, ch'ella cessava: ed ecco
qual conto a Roma del mio oprare io debbo.
Tigel.
Signor, tremar per te mi fai. Bollente
plebe affrontar, savio non è. Se giusta
morte puoi darle, or perché vuoi che appaja
vittima sol di tua assoluta voglia?
De' suoi veri delitti in luce trarre
il maggior, non fia 'l meglio? e rea chiarirla,
qual ella è pur, mentre innocente tiensi?
Ner.
Delitti... altri... maggiori?...
Tigel.
A te narrarli
niun uomo ardí: ma, da tacersi sono,
or che da te repudiata a dritto,
piú consorte non t'è? Stavasi in corte
l'indegna ancora; e dividea pur teco
talamo, e soglio; e si usurpava ancora
gli omaggi a donna imperíal dovuti;
quando giá in cor fatta ella s'era vile
piú d'ogni vil rea femmina; quand'era
giá entrato in suo pensiero e il nobil sangue,
e il suo onore, e se stessa, e i suoi regj avi
prostituire a citarista infame,
ch'ella adocchiando andava...
Ner.
Oh infamia! Oh ardire!...
Tigel.
Eucero schiavo, a lei piacea; quindi ella
con pace tanta il suo ripudio, il bando,
tutto soffriva. Eucero a lei ristoro
del perduto Nerone ampio porgea;
compagno indivisibile, sollievo
era all'esiglio suo;... che dico esiglio?
Recesso ameno, la Campania molle
nelle lor laide voluttá gli asconde.
Tra l'erba e i fior, lá di fresc'onda in riva,
stassi ella udendo dalla imbelle destra
dolcemente arpeggiar soavi note
alternate col canto: indi l'altezza
giá non t'invidia del primier suo grado.
Ner.
Potria smentir di Messalina il sangue,
chi d'essa nasce? — Or di'; possibil fora
prove adunar di ciò?
Tigel.
Di sue donzelle
conscia è piú d'una; e il deporran, richieste.
Detto io mai non l'avrei, se Ottavia mai
avuto avesse l'amor tuo. Ma, stolto!
che parlo? Ove ciò fosse, ove mertato
ella avesse il tuo cor, non che mai farti
oltraggio tal, pensato avrialo pure?
Ragion di stato, e mal tuo grado, in moglie
costei ti diede. Ella di te non degna
ben si conobbe, e quindi il cor suo basso
bassamente locò.
Ner.
Ma oscuro fallo,
temo, che il trarlo a obbrobríosa luce...
Tigel.
L'infamia è di chi 'l fece.
Ner.
È ver...
Tigel.
Sua taccia
abbia ognun dunque: ella di rea; di giusto
tu, che senza tuo danno esserlo puoi.
Ner.
— Ben parli. In ciò, senza indugiar, ti adopra.
SCENA QUARTA
Seneca, Nerone, Tigellino.
Seneca
Signor, giá il piè nella regal tua soglia
pone Ottavia: se infausta, o lieta nuova
io ti rechi, non so. Me non precorre
invido niun di tale onore: a tristo
augurio il tengo.
Ner.
Or, Tigellino, vanne;
miei comandi eseguisci: — e tu, ricalca
l'orme tue stesse; Ottavia incontra, e dille,
ch'io solo quí sola l'aspetto.
SCENA QUINTA
Nerone.
È rea
Ottavia assai; qual dubbio v'ha? sol duolmi
che a convincerla primo io non pensai.
E fia pur ver, ch'altri ad apprender abbia
mezzi a Neron per atterrar nemico? —
Ma presso è il giorno, ove, a disfar chi abborro,
non fia mestier che dal mio soglio un cenno.
SCENA SESTA
Nerone, Ottavia.
Ottav.
Tra 'l fero orror di tenebrosa notte,
cinta d'armate guardie, trar mi veggo
in questa reggia stessa, onde, ha due lune,
sveller mi vidi a viva forza. Or, lice
ch'io la cagione al mio signor ne chiegga?
Ner.
— Ad alto fine in marital legame
c'ebber congiunti i genitori nostri
fin da' piú teneri anni. Ognora poscia
docil non t'ebbi al mio volere in opre,
quanto in parole: assai gran tempo io 'l volli
soffrir; piú forse anco il soffria, se madre
di regal prole numerosa e bella
fossi tu stata almeno; ond'io ne avessi
ristoro alcun di affanni tanti. Invano
io lo sperai; sterile pianta, il trono
per te d'eredi orbo restava; e tolto
m'era, per te, di padre il dolce nome.
Ti repudiai perciò.
Ottav.
Ben festi; ov'altra,
troppo piú ch'io nol fui, felice sposa
farti di cari e numerosi figli
lieto potea, ben festi. Altra che t'ami
quant'io, ben so, non la trovasti ancora,
né troverai. Ma che? mi opposi io forse
ai voler tuoi? Nel rimirarti in braccio
d'altra, ne piansi; e piango. Altro che pianto,
e riverenza, e silenzio, e sospiri,
forse da me s'udia giammai?
Ner.
Dolcezza
hai su le labra molta; in cor non tanta.
Traluce ai detti il fiel: tu mal nascondi
l'ira che in sen contro Poppea nudrisci;
e celasti assai meno altre superbe
tue ricordanze di non veri dritti.
Ottav.
Deh! scordarti tu al par di me potessi
questi miei dritti, veraci pur troppo,
poi ch'io ne traggo sí veraci danni!...
D'odio e furor lampeggiano i tuoi sguardi?
Ah! ben vegg'io, (me misera!) che abborri
me piú assai, che marito odiar non possa
steril consorte. Oh me infelice donna!
Piú ognor ti offesi quant'io piú ti amai.
Ma, che ti chiesi? e che ti chieggo? oscura
solinga vita, e libertá del pianto.
Ner.
Ed io, pur certo che d'oscura vita
ti appagheresti meglio, a te prescritta
l'avea; ma poi...
Ottav.
Ma poi, pentito n'eri:
e ch'io non fossi abbastanza infelice,
nascea rimorso in te. De' tuoi novelli
legami aver me testimon volevi:
quí di tua sposa mi volevi ancella;
favola al mondo, e di tua corte scherno
farmi volevi. Eccomi dunque ai cenni
del mio signor: che degg'io fare? imponi. —
Ma in tua corte neppur misera appieno
farmi tu puoi, se col mio mal ti appago.
Or, di': sei lieto tu? placida calma
regna in tuo core? ad altra sposa al fianco,
securo godi que' tranquilli sonni,
che togli altrui? Quella Poppea, che orbata
d'un fratello non hai, piú ch'io nol fea,
ti fa beato?
Ner.
— In quanto pregio debba
il cor tenersi del signor del mondo,
mai nol sapesti; e il sa Poppea.
Ottav.
Poppea
prezzar sa il trono, a cui non nacque: io seppi
apprezzar te: né al paragon si attenti
meco venirne ella in amarti. Ottiene
ella il tuo cor; ma il merto io sola.
Ner.
Amarmi,
no, tu non puoi.
Ottav.
Ch'io nol dovrei, di' meglio:
ma dal tuo cor non giudicar del mio.
So, che fuor me ne serra eternamente
il sangue, ond'esco; e so, che in me tua immago,
contaminata del sangue de' miei,
loco trovar mai non dovria: ma forza
di fato è questa. — Or, se il fratello, il padre,
da te svenati io non rimembro, ardisci
tu a delitto il fratello e il padre appormi?
Ner.
A delitto ti appongo Eucero vile...
Ottav.
Eucero! a me?...
Ner.
Sí; l'amator, che merti.
Ottav.
Ahi giusto ciel! tu l'odi?...
Ner.
Havvi chi t'osa
rea tacciar d'impudico amor servile:
or, per ciò solo io ti ritraggo in Roma.
O a smentirlo, o a riceverne la pena,
a qual piú vuoi, ti appresta.
Ottav.
Oh non piú intesa
scelleraggine orrenda! Ov'è l'iniquo
accusator?... Ma, oimè! stolta, che chieggo? —
Nerone accusa, e giudica, ed uccide.
Ner.
Or vedi amore! odi il velen, se tutto
dal petto al fin non ti trabocca; or, ch'io
le tue arcane laidezze in parte scopro.
Ottav.
Misera me!... Che piú mi avanza? In bando
dal talamo, dal trono, dalla reggia,
dalla patria; non basta?... Oh cielo! intera
mia fama sola rimaneami; sola
mi ristorava d'ogni tolto bene:
sí prezíosa dote erami indarno
da colei, che in non cal tenne la sua,
invidíata: ed or mi si vuol torre,
pria della vita? Or via; Neron, che tardi?
Pace, il sai, (se pur pace esser può teco)
aver non puoi, finch'io respiro: i mezzi
di trucidar debole donna inerme
mancar ti ponno? Entro i recessi cupi
di questa reggia, atro funesto albergo
di fraude e morte, a tuo piacer mi traggi;
e mi vi fa svenare. Anzi, tu stesso
puoi di tua man svenarmivi: mia morte,
non che giovarti, è necessaria omai.
Del sol morir dunque ti appaga. Ogni altra
strage de' miei ti perdonai giá pria;
me stessa or ti perdono: uccidi, regna,
e uccidi ancor: tutte le vie del sangue
tu sai; giá in colorar le tue vendette
Roma è dotta: che temi? in me dei Claudj
muore ogni avanzo; ogni memoria e amore
che aver ne possa la plebe. I Numi
son usi al fumo giá dei sanguinosi
incensi tuoi: stan d'ogni strage appesi
i voti ai templi giá; trofei, trionfi
son le private uccisíoni. — Or dunque
morte a placarti basti: or macchia infame
perché mi apporre, ov'io morte sol chieggo?
Ner.
— In tua difesa intero a te concedo
questo nascente dí. Se rea non sei,
gioja ne avrò. — Non l'odio mio, ma temi
il tuo fallir, che di gran lunga il passa.
SCENA SETTIMA
Ottavia.
Misera me!... Crudo Neron, pasciuto
di sangue ognor, di sangue ognor digiuno!
ATTO TERZO
SCENA PRIMA
Ottavia, Seneca.
Ottav.
Vieni, o Seneca, vieni; almen ch'io pianga
con te: niun con chi piangere mi resta.
Seneca
Donna, e fia ver? mentita accusa infame...
Ottav.
Tutto aspettava io da Neron, men questo
ultimo oltraggio; e sol quest'uno avanza
ogni mia sofferenza.
Seneca
Or, chi mai vide
insania in un sí obbrobriosa, e stolta?
Tu vivo specchio d'innocenza e fede,
tu pieghevole, tenera, modesta,
e ancor che stata di Nerone al fianco,
pure incorrotta sempre; e a te fia tolta
or tua fama cosí! non fia, no; spero.
Io vivo ancora, io testimonio vivo
di tua virtú; spender mia voce estrema
in gridarti innocente udrammi Roma:
chi fia sí duro, che pietá non n'abbia?
Deh! non mi dir (che mal può dirsi) or quanta
sia l'amarezza del tuo pianto: io tutto
sento e divido il dolor tuo...
Ottav.
Ma invano
tu speri. Nulla avermi tolto estima
Neron, fin ch'ei la fama a me non toglie.
Tutto soggiace al voler suo: te stesso
tu perderesti, e indarno: ah! per te pure
tremar mi fai. Ma in salvo, è ver, che posta
da lunga serie di virtudi omai
è la tua fama: il fosse al par la mia!...
Ma, giovin, donna, infra corrotta corte
cresciuta, oh cielo! esser tenuta io posso
rea di sozzo delitto. Altri non crede,
né creder de', ch'io per Neron tuttora
amor conservi: eppur, per quanto in seno
in mille guise egli il pugnal m'immerga,
per me il vederlo d'altra donna amante
è il rio dolor, che ogni dolor sorpassa.
Seneca
Neron mi serba in vita ancora: ignota
m'è la cagion; né so qual mio destino
me dall'orme ritrae di Burro, e d'altri
pochi seguaci di virtú, ch'ei spense.
Ma pur Neron, per l'indugiarmi alquanto,
tolto non m'ha dal suo libro di morte.
Io, di mia mano stessa, avrei giá tronco
lo stame debil mio; sol men rattenne
speme, (ahi fallace, e poco accorta speme!)
di ricondurlo a dritta via. — Ma, trargli
di mano almeno un innocente, a costo
di questo avanzo di mia vita, io spero.
Deh, fossi tu pur quella! o almen potessi
risparmiarti l'infamia! Oh come lieto
morrei di ciò!
Ottav.
... Nel rientrare in queste
soglie, ho deposto ogni pensier di vita.
Non ch'io morir non tema; in me tal forza
donde trarrei? La morte, è vero, io temo:
eppur la bramo; e sospiroso il guardo
a te, maestro del morire, io volgo.
Seneca
Deh!... pensa... Il cor mi squarci... Oimè!...
Ottav.
Sottrarmi
il puoi tu solo; dalla infamia almeno...
L'infamia! or vedi, onde a me vien: Poppea
bassi amori mi appone.
Seneca
Oh degna sposa
di Neron fero!
Ottav.
Ei di virtú per certo
non s'innamora: prepotenti modi,
liberi, audaci, a lui son esca, e giogo;
teneri, a lui recan fastidio. Oh cielo!
io, per piacergli, e che non fea? Qual legge
io rispettava ogni suo cenno: io sacro
il suo voler tenea. Di furto piansi
l'ucciso fratel mio: se da me laude
non ne ottenea Neron, biasmo non n'ebbe.
Piansi, e tacqui; e non lordo di quel sangue
crederlo finsi: invano. Ognor spiacergli,
era il destin mio crudo.
Seneca
Amarti mai
potea Neron, s'empia e crudel non eri? —
Ma pur, ti acqueta alquanto. Ecco novello
giá sorge il dí. Tosto che udrá la plebe
del tuo ritorno, e rivederti, e prove
darti vorrá dell'amar suo. Non poco
spero in essa; feroci eran le grida
al tuo partire; e il susurrar non tacque
nella tua breve assenza. Iniquo molto,
ma tremante piú assai, Neron per anco
tutto non osa; il popol sempre ei teme.
Fero è, superbo; eppur mal fermo in trono
finor vacilla: e forse un dí...
Ottav.
Qual odo
alto fragore?...
Seneca
Il popol, parmi...
Ottav.
Oh cielo!
alla reggia appressarsi...
Seneca
Odo le grida
di mossa plebe.
Ottav.
Oimè! che fia?
Seneca
Che temi?
Soli noi siam, che in questa orribil reggia
paventar non dobbiamo...
Ottav.
Ognor piú cresce
il tumulto. Ahi me misera! in periglio
forse è Neron... Ma chi vegg'io?
Seneca
Nerone;
eccolo, e viene.
Ottav.
Oh, di qual rabbia egli arde
nei sanguinosi occhi feroci! — Io tremo...
SCENA SECONDA
Nerone, Ottavia, Seneca.
Ner.
Chi sei, chi sei, perfida tu, che intera
vaneggi Roma al tuo tornare; ed osi
gridar tuo nome? Or qui, che fai? che imprendi
con questo iniquo traditore? entrambi
state in mia possa. Invan la plebe stolta
vederti chiede. Ah! se mostrarti io deggio,
spero, qual merti, almen mostrarti; estinta.
Ottav.
Di me, Neron, come piú il vuoi, disponi.
Ma di ogni moto popolar, deh! credi
che innocente son io. Nulla (tel giuro)
chieggo, né spero, io dalla plebe: e dove
nuocerti pur, mal grado mio, potessi,
col mio supplizio il non mio error previeni.
Ner.
Rea, qual ti sei, pria di punirti, io voglio
che ogni uom te sappia.
Seneca
Ed ingannar tu speri
con sí turpe menzogna il popol tutto?
Ner.
Tu pur, tu pure, instigator codardo
dei tumulti, che sfuggi; ascoso capo
di ribellanti moti; all'ira mia
tu pur vendetta un dí sarai; ma, poca.
SCENA TERZA
Tigellino, Nerone, Ottavia, Seneca.
Tigel.