FAME USURPATE
QUATTRO STUDII
DI
VITTORIO IMBRIANI
CON VARIE GIUNTE
SECONDA EDIZIONE
NAPOLI
CAV. ANTONIO MORANO, EDITORE
371, Via Roma, 372.
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M.DCCC.LXXXVIII.
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Proprietà Letteraria
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INDICE
- [QUALCHE SPIEGAZIONE]
- [AVVERTENZA]
- [IL NOSTRO QUINTO GRAN POETA]
- [UN CAPOLAVORO SBAGLIATO]
- [I. — Impressione e Giudizio.]
- [II. — Imparzialità Italiana.]
- [III. — Digressione.]
- [IV. — Importanza storica e concetto filosofico.]
- [V. — Tre esempli.]
- [VI. — Ulteriori conseguenze.]
- [VII. — Fausto è l'uomo.]
- [VIII. — Triplice contenuto.]
- [IX. — L'epopea del Fausto.]
- [X. — Seconda Digressione.]
- [XI. — Una ballata di Vittorio Hugo ed il prologo in cielo.]
- [XII. — L'antica Leggenda di Fausto.]
- [XIII. — Modo in cui il Goethe poetava.]
- [XIV. — Genesi del Fausto e la Dedica.]
- [XV. — La novella del Fausto ed una romanza di Federico Schiller.]
- [XVI. — Incertezze.]
- [XVII. — Disocchiatezza e la scena della maliarda.]
- [XVIII. — Intervento diabolico.]
- [XIX. — I caratteri de' protagonisti.]
- [XX. — Conclusione.]
- [UN PRETESO POETA]
- [TRADUTTORE, TRADITORE]
- [DANIELE MANIN]
- [È GALANTUOMO IL CAIROLI?]
- [APPENDICE]
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[QUALCHE SPIEGAZIONE]
Affidatomi il grato compito di curar la ristampa di questo volume, ho cercato di riprodurre fedelmente la edizione eseguita sotto gli occhi dell'autore pei tipi di A. Trani, — Napoli, 1877; ed ormai resa irreperibile. Solo, mi son permesso mutare, dove si vedeva chiaro, trattarsi di mende tipografiche. Nel resto, ho spinto la fedeltà, fino allo scrupolo, specie per la punteggiatura, la quale, — quantunque un po' diversa da quella adoperata dall'Imbriani, negli ultimi anni, — pure, giova a spiegarci, come, dopo maturo esame, a poco a poco, era venuto formandosi il suo metodo ortografico.
Certo, io non potevo far diversamente... Ma l'autore, — che non si stancava mai d'adoperar la lima, — vi avrebbe trovato da modificare e da correggere, come, del resto, ce ne fa fede una copia del libro, che egli andava preparando per la futura edizione, nelle prime pagine con ritocchi e mutamenti, di tutt'i quali ho tenuto conto.
Ai quattro studî si sono aggiunti due altri, l'uno sul Manin e l'altro sul Cairoli, secondo era divisamento dell'istesso Imbriani, tanto da esserne in trattative con qualche editore; trattative non conchiuse per ragioni, che, qui, è inutile specificare. In fine, ho raccolto, in appendice, tre o quattro altre cosette, che, altrimenti, sarebbero andate smarrite; e che, (se non m'inganno) giovano alcun poco a meglio chiarire il suo pensiero.
E godo commemorare il secondo anniversario, (che ricorre oggi) della morte immatura del povero Imbriani, con la pubblicazione di un'opera, la quale maggiormente giovò a farlo conoscere che è tanta parte di lui. Anzi, fo voti, che questo sia l'inizio d'una serie di ristampe de' tanti suoi lavori, perchè ritengo, non potersi meglio onorare la memoria, se non divulgandone gli scritti, in cui rivive la sua simpatica ed originale personalità, e contribuire, in tal guisa, a fargli rendere giustizia dalla coscienza nazionale.
Capodanno, M.DCCC.LXXXVIII.
Gaetano Amalfi.
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[pg!1]
[AVVERTENZA]
Ripubblico, ritoccati, ma senza alterazioni sostanziali, quattro studî critici, scritti parecchi anni fa. Vennero stampati dapprima in giornali o riviste; e conservano sempre la macchia originale, essendo conditi di capestrerie, che dovevano, secondo me, renderli tollerabili al palato de' lettori di Appendici, Se non erro però, sotto all'intingolo più o men pruriginoso, v'è cibo sano e nutriente.
Ho intitolato il volume Fame Usurpate. Un birrichino d'un pretazzuolo schiericato, mi fece un casa del diavolo addosso, perchè avevo adoperato, in non so che versucciacci, Fame, plurale di Fama. M'ero servito di quel vocabolo pensatamente e confortato anche da esempli numerosi del Petrarca e del Boccaccio. Quindi, invece di recitarne il mea culpa, colgo con piacere l'occasione di ripeter la parola sopra un frontespizio, per mostrare in qual conto tenga le riprensioni delle birbe, degli sciocchi e degl'ignoranti, che s'imponeano a parlar di lingua, senz'aver neppur letto i migliori nostri scrittori.
[pg!2] Non c'è cosa, ch'io aborra quanto le riputazioni scroccate d'ogni genere; quanto le virtù posticce, gli eroi (façon Sapri) finti ed i falsi dei. Nulla di più dannoso per un popolo de' culti irrazionali, di ogni venerazione inconsistente. Ho cercato sempre di purgarne l'animo mio; ed ho sempre consigliato altrui di tenersene immune, di resistere agli andazzi, di non venerare od amar checchessia, se non a ragion veduta. Da sedici anni, in questa Italia, che mi riesce tanto diversa dal mio desiderio, veggo invece l'impostura e la ciarlataneria riscuoter plauso e trionfare; farabutti e dappochi incensarsi a vicenda; le fabbriche di grandi uomini artificiali ingombrare il mercato politico e letterario, e cattedre e parlamento, di prodotti di scarto. Non inchinandomi ad alcun vitello, nè di carne nè d'oro; non comperando io lodi bugiarde con encomî menzogneri; dicendo sempre quel, che io stimo vero; mi son procacciato nemici e malevoli senza fine, molti dolori e non ho fatto gli affari miei. Ma non me ne duole; ch'io so d'aver fatto il dover mio, ch'è meglio.
Potrà darsi, che la pubblicazione di questo volumetto stuzzichi un vespaio. Che m'importa? Ad un Italiano, amante della patria e devoto alla dinastia, che può importare di persecuzioncelle letterarie in questo momento? Qual pettegolezzo o briga o dissapore privato può aggiungere all'amarezza, ch'io provo, vedendo il potere in mani abjette e malfide, scorgendo i pericoli, che corrono la Monarchia [pg!3] e l'Unità, prevedendo l'avvenire, che ci minaccia?
. . . . La cruda e iniqua
Ragion di parte vinse
Valor, senno e virtù; sì che in segreto
Ne geme Italia, rossa di vergogna[1].
Uomini peggiori e più scadenti no, che non è possibile l'immaginarne, ma uomini ugualmente malvagi ed insipienti, son forse giunti qualche rara volta altrove al potere: però sempre in tempo di rivoluzione, ne' parossismi della massima perturbazion morale, quando la canaglia prevaleva e sopraffaceva armata mano. Che il santuario dello Stato potesse venir profanato in tempi ordinarî e per le vie legali da tanta dappocaggine ed iniquità; che, per un voto delle Camere, ratificato dagli elettori, dovessimo subire questo obbrobrio di Ministero; mi spaventa e sgomenta. Qual è dunque mai lo stato morale e sociale dell'Italia, se qui è possibile e si tollera pazientemente quel, che altrove non si ammetterebbe neppure come ipotesi?
Per la patria e la dinastia, inseparabili nel cuor mio, nulla posso: non posso nè lavar la macchia, nè rimuovere il pericolo. Ma stimando, che chiunque, comunque, ancorchè per un solo istante abbia potuto acquetarsi ed anche solo mentalmente [pg!4] consentire ad un tanto vitupero e scempio, debba arrossirne; voglio almeno, a tutela della fama mia, dichiarare, pure innanzi a questo volumetto, ch'io non ho nulla di comune con la banda de' sedicenti progressisti.
Roma, 7 Gennaio 1877.
Imbriani.
[pg!5]
[IL NOSTRO QUINTO GRAN POETA]
(ALEARDO ALEARDI)
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M.DCCC.LXIV.
[pg!7]
[A TOMMASO GAR]
— «Mesi fa, Ella, per ispronarmi, a scrivere, sulle poesie d'Aleardo Aleardi, mi fu cortese dell'ultima edizione fiorentina, impressa da Gaspare Barbèra, nel MDCCCLXIV. Veramente, percorse, io le aveva, già, non tutte, altra volta, e quando la fama dell'autore era bambina, accogliendone un'impressione, ma senza badare a formarmene un criterio proprio. Non mi pareva roba da badarci più che tanto. Stavolta,... La lo sa, La lo sa, son fanatico per l'incisione: baratterei tutta l'incolore scuola pittorica lombarda, per un'acquaforte del Rembrandt! Oh s'immagini, dunque! Quel ritrattaccio dell'Aleardi impomatato e stregghiato, che sta rimpetto al frontespizio, come drago sul sogliare d'orti incantati. All'adocchiarlo, raccapricciai; ed il volume ruzzolò, per le terre.» —
— «Sicchè, non ha letto?» —
— «Anzi! Raccattai l'opera; la spolverai; tagliai, con la stecca, i fogli; e, poi, mi dissi: Coraggio! Avanti, marsc'! E lessi, rilessi, studiai, postillai, da cima a fondo, il cosiddetto e sedicente poeta civile. Ma...». —
— «Ma che?». —
[pg!8] — «Ferma un'opinione in capo, esito a porla in carta! L'impegno assunto, duolmi, oltre ogni dire, per un giusto riguardo. Maledettissimi riguardi! Inceppano, precludono qualunque libero moto, al malcapitato estetico. Sono mostri, che non lasciano altrui passar per la sua via. Stai, per isnocciolare quattro verità, forse, dure, ma che stimi utili e che ti costan fatica, quando ti si para davanti una considerazione, uno scrupolo di convenienza; ed o t'imbavaglia o ti sforza a balbettare qualche scempiaggine menzognera e lusinghiera. Non se la pigli, con l'amico, che ommise d'avvertirla, quand'Ella, ierdassera, sedette a carteggiare, con quel baro: caspita! egli tacque, per onesti riguardi. E, sempre, per qualche buon riguardo, che mogli e drude c'infinocchiano; e che i ministri.... ne sballan tante. Qual meraviglia, quindi, se, per convenienza, per delicatezza, un critico anch'esso s'inducesse a mentire od almanco ad ammutolire?». —
— «Pure, abbiamo dietro le spalle i tempi, quando si pagava in busse od a pugnalate le giuste riprensioni. Ma comprendo! Il quieto vivere è desiderabile; e, talvolta, si teme, che gli scrittori biasimati.....». —
[pg!9] — «No, giuraddio! Temere? Un corno. Temere chi? La mi farebbe attaccar moccoli e ceri! O ch'io mi spiego male o ch'Ella m'ha franteso. Potrà darsi, che, altrove, allignino, tuttavia, scribacchini, a' quali imporre silenzio, con l'intimidazione; ma quì, tra noi, mi giova crederne spenta la razza. I riguardi ci s'impongono non dalla violenza, anzi dalla seduzione, ch'è vera forma di violenza, come sclama l'Emilia Gallotti, nel povero dramma lessinghiano. Sempronio ci pare un imbrattacarte: foss'egli efferato e potente, al pari del tiranno siracusano, glielo spiattelleremmo, sul muso, lì. Ma c'è, che, quantunque imbrattacarte, ha congiunti e congiunte, amici ed amiche, ammiratori ed ammiratrici; ed il critico meschinello (guarda combinazione!) sarà congiunto, ammiratore od amico od altro di alcuna od alcuno fra loro. C'è, che visceri d'uomo, ne abbiamo, ancor, noi, checchè blaterino gli scrittorelli tartassati. Abbiamo le debolezze della carne; ed, al postutto, non siamo angeli, come piagnucolava l'anima candida di Tartufo. Crocifiggeteci e non ritratteremo la menoma scioccheriuola, rivaleggiando coi fanatici (politici e religiosi), i quali si saranno, pur, talvolta, accorti delle assurdità, che perfidiavano nel confessare, per amor proprio malinteso. Ma non oseremmo affermare, che, a mezzogiorno, il sole sta, nel punto zenitale, ove dubitassimo di contristare persona cui ci leghi affetto; di attirarci, puta, occhiatacce bieche, da quel par d'occhi bruni, tanto gentili quando sorridono..... Ecco, io mi trovo, ad un simil bivio: o non dar parola al mio concetto d'Aleardo Aleardi; o calpestare riguardi e rispetti di non piccol momento». —
— «Che? Un par d'occhi bruni.... eh?» —
— «Nossignore: una barba grigia. Si tratta d'uno di que' pochi Italiani, esuli, tuttora, sul territorio del Regno d'Italia; d'un uomo, che ha mezza logora la vita negli studî e mezza per la patria; ambasciadore della seconda efimera repubblica veneta alla seconda efimera repubblica gallica; del quale ho sperimentata la solerte benevolenza. Come non volergli bene? Ed egli, intimo dell'Aleardi lo ha incuorato a poetare; ne ha ricorretti gli stracciafogli; e si compiace della celebrità, che altri, forse, chiamerà facile ed usurpata, ch'egli rèputa, appena, adeguata, a' meriti dell'amico. Quest'uomo è la Signoria Sua. So, che Le dorrà, ch'io scriva, come sto per iscrivere. Me ne spiace, assai; pure.....» —
[pg!10] — «Pure?» —
— «Scrivo! certo, ch'Ella mi perdonerà. Le debbe esser noto a pruova, che, per l'onesto scrittore, quando ha la penna in mano, è giuocoforza scarabocchiare sotto la dettatura di quell'accattabrighe della coscienza. Il solo giornalista di qualche merito in Italia, Ruggiero Bonghi, dice (non so se sinceramente, ma, certo, congruamente): Io non vedo altro compenso dello scrivere, che giovare, dicendo il vero. Quando lo scrittore o non sa o non può vincere le difficoltà, che gli si oppongono a ciò, meglio tacere; e scegliere soggetti, ne' quali non debba mentire o dissimulare, a sè medesimo. Ma il galantuomo, la penna non può non recarsela in mano, quando ha qualcosa da bandire. Chi stima di posseder la verità e non si sbraccia per acquistarle fautori, aderenti, proseliti, partigiani, mi fa schifo. Al levita, capitato in mezzo ad un sinedrio di crisomoscolatri e che si sa provvisto di saldi muscoli abduttori ed adduttori, la sindèresi non concederebbe, mai, pace o tregua, s'egli non iconoclasteggiasse un tantino. Conoscendo quanto io La riverisca, Ella comprenderà, quanto mi affligga, il dover porre alla berlina un verseggiatore mediocre, ma protetto da Lei. E da un tale atto e dalla presente dedica, che ad uomo volgare parrebbe impertinenza, trarrà motivo, per confermarmi quella Sua stima, che tanto ambisco». —
[pg!11]
Angosce finse e simulò letizie
Con quell'accento che non vien dal core.
Aleardo Aleardi — Accanto a Roma.
[I.]
Discuto il poeta, non l'uomo. Osservazioni, epiteti, giudizî s'hanno a riferire, alla personalità dello scrittore Aleardo Aleardi, ente astratto; non allo Aleardi, uomo in carne ed ossa, che, da taluni, mi si afferma essere una cara persona. Se questo è, debbo rimpiangere di non aver avuto seco relazione di sorta, tranne una sola stretta di mano e momentanea. Potrà darsi, ch'io paja talvolta troppo acerbo, (com'ebbe a dire Alessandro Manzoni;) e mi spiacerebbe, se l'irruenza del dire scemasse credito alla cosa detta; prometto d'avere ogni riguardo, ogn'indulgenza possibile. Ma so scriver solo, fotografando i sentimenti miei: la rettorica mia consiste nell'esprimere quantunque io pensi, comunque il pensi. Ora, basta il barlume d'intelligenza, largito a' cretini, per comprendere, come un Italiano non possa ragionar di quanto, a parer suo, ammorba la nostra letteratura contemporanea, accademicamente, spassionatamente, in quella guisa, che discorrerebbe d'un cattivo andazzo antico, degli Arcadi o de' Frugoniani. Altro è il passato, altro il presente. Mentre ferve la mischia, io me n'infischio di mostrarmi garbato e cavalleresco. [pg!12] Che un pessimo verseggiatore, dugent'anni sono soddisfacesse, perfettamente, a' bisogni estetici della nazione, è fenomeno storico, che ci aveva la sua ragion d'essere; giudicarlo o discuterlo, non serve; bisogna rendersene conto. Al male odierno, invece, conviene ostare, rimediare, aprendo gli occhi agli illusi, mostrando alla gente di facile contentatura quel, che, pure, avrebbe il dritto di pretendere. Questa norma vale e per la politica e per le lettere. Nel combattere un error divulgato e radicato, sarò, quasi chirurgo, che intende a guarire una cancrena profonda e diffusa, adoperando, senza alcun ritegno, tutti i ferri del mestiere: chi l'ha per mal, si scinga. Si sbaglia, addirittura, ritenendo la calma contrassegno dell'aver ragione, e l'irruenza per indizio dell'aver torto: è faccenda di temperamento. Chi s'appassiona (già, si sa!) facilmente, trasmoda: ed io non nego di parlare, appassionatamente. Son certo, che l'Aleardi, lui, me ne saprà grado. Lo sdegnarsi di qualcosa parmi un renderle omaggio, prendendola sul serio. Una volta, trattenendosi il Goethe, in una cittaducola di bagni, nel passeggiar, per un viottolo, che conduceva, ad un mulino, incontrò non so qual principe: sopravvennero alcuni muli carichi di sacca di farina, e bisognò ricoverarsi in una casipola. I due intavolarono discussioni profonde sulle cose umane e divine. Ed essendosi mentovati I Masnadieri dello Schiller, quel principe sclamò: — «S'io fossi stato messer Domineddio, nell'accingermi a creare il mondo, prevedendo, che vi si sarebbero scritti I Masnadieri, io non l'avrei creato.» — Il giudizio era, passionalmente, esagerato: lo Schiller, però, avrebbe avuto torto di lagnarsene, perchè attribuiva tanta importanza, ad una sconciatura da collegiale. E, poi, distinguiamo: c'è passione e passione. C'è la passione, che rampolla da un interesse personale, esclusivo e, quindi, irrazionale, o illogico; e la passione monda, razionale, che mira al vantaggio universale. E di quale altro genere potrebb'essere l'affetto immenso, che ho riposto nella Letteratura Italiana, [pg!13] reputandola la incarnazione più sublime del bello poetico? Questo, a scanso d'equivoci.
[II]
Ire bollenti e fuggitive; santa
Ignoranza dell'odio e dell'oblio;....
Carità di perdoni; una serena
Purezza di pensier, mista a febbrile
Sperïenza di cupide carezze;
Ingenue fedi; desiderî audaci
E insazïati; avidità di arcane
Ebrezze; del martirio e de la tomba
Uno sprezzo magnanimo; un perenne
Vagheggiamento dell'eterna idea;
Ecco, Elisa, il poeta....
No, cara ed ignota Elisa, non creder, mica, da gonza, quanto scarabocchia l'Aleardi in una delle peggiori fra le sue Ore cattive. Dato e non concesso, che questa addizione impoetica di qualità sopraccariche d'epiteti, abbia, per prodotto, una persona, io, francamente, non saprei ravvisare, nelle poste, le membra disjecta d'un poeta, anzi, piuttosto, quelle d'un frate. Non i requisiti politici, fisici, morali o religiosi costituiscono il poeta; anzi la virtù di sentire ogni pensiero, in modo da trasformarlo in fantasma: tutto il resto è puro ammenicolo, quando non guasta. Che il viceconte Vittorio Hugo viva fra gli adulterî o che il conte Giacomo Leopardi muoja vergine; che il consigliere intimo Gian Lupo di Goethe strisci, nella corte d'un principato lillipuziano, o che Giorgio Byron aspetti, imperterrito, il naufragio imminente, sulle coste della Corsica; che Alessandro Manzoni sia capace di perdonar finanche a que' tedeschi, i quali fustigarono in pubblica piazza le sue milanesi, o che Dante Allaghieri sia uomo, da non perdonarla, neppure al suo Brunetto Latini; gua', sono accidenti! ci spiegano le peculiarità di que' valenti; bisogna conoscerli, per [pg!14] rendersene conto e del contenuto delle scritture; ma, con essi e senz'essi, e' si puole essere poeta. Un Byron impotente e leccazampe, un Allaghieri codardo e perdonevole, un Manzoni scettico e donnajuolo, un Goethe patriota e tribuneggiatore, un Leopardi ignorante e spensierato, un Hugo che non fosse banderuola politica, avrebber possedute le istessissime facoltà poetiche, la medesima immaginativa. Sia di creta, di bronzo o di oro la lampade, il valore della luce, che ne scaturisce, non cambia. Sia rosso o verde o bianco il vetro del cartoccio o della palla, non importa; importa, bensì, che l'intensità della luce valga ad illuminare e adombrare gli oggetti, nel microcosmo della stanza, per modo, che acquistino fisonomia. Ogni determinazione, che non è essenziale alla fantasia, non influisce sul valore poetico dello scrittore. Il sentimento del poeta, trasfuso nella cosa vagheggiata (impressione, riflessione, idea, fatto, eccetera,) ne trasfigura l'effettività in guisa, ch'essa implichi un cotal concetto dell'Universo, la cui special forma è indifferente, il cui pregio artistico dipende, da tutt'altre ragioni, che non è il merito intrinseco. E, nel mondo ideale, dove il caso, il fortuito sono sconosciuti, ogni parte implica il tutto, ogni individuo contiene la legge generica, più, ancora, che nel mondo effettivo. La rappresentazione d'un'onda può rendermi l'immensità de' mari. Gli adagi veneti m'insegnano, che do' done e un'oca fa un marcà e che tre femene e un pignato e 'l marcà ex fato. E, se una rondine non fa primavera nel proverbio, in quante poesie popolari è il contrario! Un uomo raffigura l'umanità; e nelle vicissitudini d'un amore si espongono le vicende dell'universo. In pittura, in iscultura, nella musica, è lo stesso.
Il poeta porta (o conscia od inconsciamente) un mondo, in sè: cioè, un sistema; cioè un concetto. Mondo, che, apparirà tanto più poeticamente perfetto, quanto più risponderà a tutte le peculiarità dell'animo suo, quanto più sarà subjettivo. Difatti, [pg!15] allora, esso poeta saprà infondere più vita e più caldo alle singole parti. Che s'egli, invece, non ha sentite e trovate, nel proprio petto, le leggi del suo mondo, questo mancherà di spontaneità e di originalità, potremo chiamarlo rettorico. Vi sorprende, neh, ch'io parli, così, avvezzi a sentir lodare gli antichi pel loro objettivismo poetico? Ma bisogna distinguere! Il concetto vuol essere subjettivo, specifico dell'artista; e la sua fantasia deve aver tanto vigore, da rappresentarglielo come piena e perfetta objettività.
Intendiamoci bene, però! Si tratta non d'un sistema o d'un concetto scientifico o filosofico, anzi di un concetto poetico. Poco monta, ch'e' sia falso, in sè, purchè bello; e, quando risponda, onninamente, al cuore del poeta, non potrà non rappresentarci un momento dello spirito dell'epoca; il modo di sentire sempre conforme a sè stesso (sibi constat) fa sì che egli in ogni immagine ti lascia sfolgorare dinanzi l'intero concetto, perchè ogni suo fantasma contiene l'universale. Quella unità, che la scienza dimostra, vien sentita dalla Poesia; e per questo Scienza e Poesia s'invadono a vicenda, come due larghe fiumane, che provengano da giogaje discostissime, ma scorrano vicine, e delle quali or l'una or l'altra straripando allaghi l'alveo della contigua. Di fatti: — «senza immaginazione non vi è nessuna specie di scienza; e chi non ha fantasia può a sua posta chiamarsi uno scienziato, ma in realtà non è che un'eco esterna, un pappagallo senza ragione; e noi, per non privarlo di un'illusione che gli procura un piacere, lo tratteremo a tutto pasto di naturalista, ma fra noi non possiamo dissimularci che egli non è che un copista, perchè non riconcepisce e non comprende la Natura. Comprendere è rifare il fatto, e ricreare il creato; fare o rifare, creare o ricreare, è sempre immaginare». — Dice il De Meis e dice benone; e quando mai no?
Or bene, qual'è l'idea logica del mondo poetico di Aleardo Aleardi? l'occhiale ch'egli adopera per [pg!16] guardare i fatti e le idee? il sentimento dominante sustrato del suo carattere poetico?
[III.]
Quel sentimento che nel mondo delle cose si chiama fatuità.
L 'Aleardi non giunge mai a percepire chiaro e spiccato il fantasma, ad infondergli autonomia, perchè tra 'l fantasma contemplato e lui contemplatore s'inframmette sempre un'altra immagine: quella della sua propria riverita persona. Non ci ricorda l'attore interamente assorbito dal personaggio, anzi il burattinajo che ti dimena sugli occhi de' fantoccini di legno, e quasi gli dolesse di dar campo all'illusione, caccia di tempo in tempo la propria zucca sul palcoscenico. Sembra preoccupato da paura che l'opera faccia dimenticare il poeta; e s'interrompe, al meglio, e si lascia cader la maschera per rettificare il vostro abbaglio, caso aveste supposto daddovero in iscena altri che lui. Siffatta relazione fra l'autore e le sue creazioni è giustificata nell'umoristico, quando lo scrittore intende appunto ad uccidere la poesia, riducendola a fantasmagoria col dimostrare la nullità intrinseca, la dipendenza del fantasma dal suo capriccio; ma dovunque è serietà diventa incompatibile. Pare che di ciò l'Aleardi non abbia sospetto: per lui, temi e concetti non sono qualcosa d'essenziale, anzi lo svariato scenario che il farà figurare, innanzi al quale ei potrà pavoneggiarsi ora in una, ora in altra veste. L'universo esiste soltanto per suscitargli un'emozione ch'egli esprime con più civetteria che poesia. Il Giusti scriveva ad un amico celiando: — «sa, che l'Io è come le mosche; più lo scacci, più ti ronza d'intorno, e per questo non ti maravigliare se io comincio dal mio signor me.» — L'Aleardi comincia e finisce da sè. E sì, pretende che l'ammiriate, com'egli si ammira; registra ogni suo moto, ogni gesto, ogni atteggiamento, quasi che importassero molto; ed esagera ed ostenta e vuol che [pg!17] guardiate attraverso una lente magnificativa tutte le miserie di una vita prosaica, d'un animo comune: tepidi amorazzi, peccadigli che non son delitti, le solite lacrimette, le solite orazioncelle. Questo per mostrarsi uomo di carattere, dopo detto Che l'angoscia profonda ha il suo pudor, dopo affermato di sdegnare l'indiscreto verso Che pubblica gli affetti intimi al volgo. L'effetto non può non essere comico. Scartabellando il suo volume sei indotto in tentazione di credere che nelle brigate le belle signore invitate da lui per la contraddanza gli rispondano: — «Tropp'onore, mio poeta;» — che scarrozzando col virginia in bocca alle Cascine, tremi per l'olimpia febbre de' carmi; e che pappandosi il mezzo sorbetto la sera, innanzi al Caffè d'Italia su' deschetti in via Santa-Trìnita, ad ogni cucchiaino rimastichi qualche acre reminiscenza del passato pianto.
L'idea, ridicolamente eccessiva, della sua importanza come poeta, si manifesta in modo presso che io non dissi scandaloso nelle dediche premesse ad ogni singolo componimento, dove la forma epigrafica le dà spicco e la scusanda del verso è svanita. Citerò qualche esempio caratteristico.
A. Te.
Nina. Sarego-Alighieri-Gozzadini.
Che. Comprendi. Più. Che. Non. Dico.
Il rivolgersi ad una donna, ad una giovane sposa, accennando in nube ad una secreta intelligenza, è una impertinenza tanto fatta, una incontrovertibil pruova di fatuità indelicata. Inoltre il poeta sembra alludere ad un senso profondo, remoto d'ogni sua parola, senso intelligibile soltanto a pochi eletti: ed oltre i miracoli espressi ne' versi, ci ha le mirabilia taciute, i portenti rimasti chiusi nell'animo di lui ed i quali non gli è dato manifestarci, senza dubbio perchè: — «quantunque v'ha di meglio nel cuore, non n'esce mai» — per dirla col Lamartine, ingegno della stessa tempra, ma di ben altre proporzioni. [pg!18] Bella frase! gentil pensiero! se non che l'ammetterlo per vero equivarrebbe ad una sentenza capitale contro la poesia. Il contrario è vero, come dice Ludovico Börne: — «In quella forma che ogni spirito trova la propria glorificazione in un corpo, anche ogni pensiero vede nella parola la sua perfezione». — Certo, qualche volta, si pruova una giusta renitenza a pubblicare od anche scrivere de' versi che rivelano alcune parti o piaghe segrete dell'animo nostro. Il Musset, parlando in una lettera confidenziale di certe stanze ad una suora della Carità che lo avea accudito, dice: — «I versi per suor Marcellina, io li finirò uno di questi giorni, l'anno prossimo, fra dieci anni, quando mi piacerà e se mi piacerà. Ma non li pubblicherò mai e non voglio neppure scriverli. È già troppo l'averteli recitati. Ho detto tante cose a' gonzi e ne dirò loro ancor tante, che ho pure il dritto, una volta in vita mia, di comporre qualche strofa per uso mio particolare. La mia ammirazione e la mia riconoscenza per quella santa ragazza non saran mai impiastricciate d'inchiostro da' rulli del torcoliere. Cosa fatta capo ha; non toccar più questo tasto. La Signora Di-Castries m'approva, asserendo: che giova aver nell'animo un cassetto segreto, purchè vi si nasconda solo roba salubre.» — Benone, ma non bisogna andar decantando il contenuto del ripostiglio occulto; nèd il Musset pretese mai d'essere ammirato per que' versi alla Marcellina che nessuno avea visti. Chi si vanta di ciò che non mostra, induce a credere di non aver che mostrare; appunto come uno che non ispendesse mai e parlasse delle sue ricchezze le farebbe credere immaginarie.
Pongo. Sul. Sepolcro.
Di.
Carlo Troja
Questo. Canto.
Che. Vivendo. Ebbe. Caro.
[pg!19] Non appurandosi altro di questo Carlo Troja (da non confondersi col grande istorico napolitano) che l'aver egli ammirato i versi d'Aleardo Aleardi, e' ci si para davanti come un uomo il quale non abbia fatto altro vita natural durante (vita bene spesa affè!); come una ristampa peggiorata di quel Jacopo Boswell; che per la prona ammirazione verso Samuele Johnson s'è lucrata una ridicola immortalità fra gl'inglesi, tanto che Tommaso Babington Macaulay chiama spiritosamente lue boswelliana ogni venerazione inconsulta, irragionata, inintelligente.
A. Giuseppe. Garibaldi.
Aleardo. Aleardi.
Da pari a pari. Narrano che Goffredo Augusto Bürger visitasse una volta il Goethe, col quale non s'era per anco incontrato personalmente, e che per farsi conoscere gli dicesse: — «Voi siete il Goethe, io sono il Bürger;» — ma soggiungono che il Goethe gli voltasse le spalle, lasciandolo in asso.
La fatuità non è l'orgoglio, rimpicciolisce: quindi (se m'han detto il vero: ma, se non è vero, è ben trovato!) quindi la debolezza dell'Aleardi di mutarsi il prenome di Gaetano, che veramente è un po' volgare, in quello inaudito d'Aleardo, che è d'un buffo, ma d'un buffo!...... Vergognarsi d'essere l'omonimo dell'autore della Scienza della Legislazione! Ma il Foscolo si vergognò di portare lo stesso prenome dell'autore del Principe, — «quando in Ugo cambiò ser Nicoletto!» — Piccolezze umane! Il volgo si preoccupa molto de' nomi, e da essi giudica gli uomini: non del tutto irrazionalmente, s'e' si trattasse de' cognomi, i quali indicano la schiatta, sebbene la fragilità delle mogli cagioni molte perturbazioncelle note ed ignote; ma scioccamente affatto, per quanto concerne i prenomi, dipendendo questi dall'arbitrio de' genitori, de' parenti, de' compari. Un critico inglese a proposito di alcuni verseggiatori americani scriveva: — «C'era o c'è un [pg!20] certo Dwight, il quale ha stampato un poema in forma d'epopea; ed il nome suo di battesimo era Timoteo». — Il lettore volgare sogghigna d'un poema epico che ha per autore un Timoteo e l'opera gli par giudicata. Sarebbe come se un napoletano per confutar la filosofia del Gioberti, si limitasse a dire-: — «Che razza di filosofia volete che stampi uno che si chiama Si Vicienzo?» — Ma se l'Aleardi fosse davvero quello sdegnoso pel quale e' si spaccia, avrebbe pensato l'uomo illustrar il nome, non il nome l'uomo.
What's in a name? That which we call a rose,
By any other name would smell as sweet.
Questa idiosincrasia, che nell'Aleardi ci stomaca, non è punto rara nella colonia europea del Parnaso. Splendido esempio presso i francesi Alfonso di Lamartine, pertinace a descrivere se dovunque ed ognora, nel parossismo dell'effusione lirica, quasi nel momento dell'affetto avesse avuto uno specchio davanti ed equanimità da studiarvi le mosse, il nodo della cravatta e la discriminatura. Finanche quando da una sua parola dipendono le sorti della patria, quando volgo ed assemblea aspettano che egli decida, per proclamare o la repubblica o la reggenza della duchessa d'Orléans, ha tempo da pensare all'atteggiamento, da notare i gesti propri. Finanche piangendo una figliuola unica, perduta per sua colpa!
Le front dans mes deux mains, je m'assis sur la pierre,
Pensant à ce qu'avait pensé ce front divin,
Et repassant en moi de leur source à leur fin,
Ces larmes dont le cours a creusé ma carrière.
Or bene, Aleardo Aleardi ha trovato modo di superare Alfonso di Lamartine! Allegramente, pècori giobertiani! ecco un nuovo documento del nostro primato! Anche rivedendo la madre in cielo, egli pensa solo a coglier l'occasione per esaltar sè, calunniando [pg!21] un popolo ed un secolo, dei quali non possiede e non comprende la robusta virtù:
Nuovamente accorrâi questo sdegnoso
Che partorivi con fatica tanta,
O troppo presto o troppo tardi, in mezzo
A le viltadi d'una fiacca stirpe.
Ogni quadro gli sembrerebbe imperfetto s'egli non vi occupasse il primo piano. In un canto profetizza l'ingresso trionfale del Re nella patria Verona, la dimane d'una vittoria sugli Austriaci: benchè la descrizione sia mediocrissimamente favoleggiata, pure il semplice pensiero della cosa descritta esercita tal potenza su d'un patriota Italiano, ch'e' si riman compunti fino alle lacrime. Quand'ecco, sul più bello, l'autore, quasi arrovellato che veronesi e leggitori, assorti nell'immagine simpatica del Re, dimentichino lui, scappa fuori così:
Emanuele, Re d'Italia, anch'io
Non ultimo poeta,
Un saluto t'invio. Certo mia madre,
Santa com'era, divinando il figlio,
Me al nascere di panni
Tricolori fasciò. Sin da fanciullo....
eccetera. E così giù per ventun verso farnetica di sè, finchè gli paia tempo, dopo essersi ricordato e raccomandato all'attenzione del rispettabil pubblico e dell'inclita guarnigione, di riprendere l'interminabile pittura, slavata in guisa da sembrare quel che ahimè! non puol essere, copiata dalle gazzette.
In una poesia volante (dichiaro fra parentesi di non capire come possano volare le poesie) troviamo il Nostro prigione oltr'Alpi. Una giovanetta, fior di cortesia, ch'ei non vide mai, nè vedrà forse in terra mai, gli ha usato di quelle benevolenze che scendono tanto dolci al cuor dell'esule e del captivo. Come ringraziare una donna se non lodandola? e [pg!22] che lodare credibilmente in una ignota ed incognita? Il nome: questo nome fu anche della madre di lui e par quasi che stabilisca una parentela fra' due. Benone! chi non ha talvolta profittato di simile coincidenze, chi non le ha spesso astutamente mentite, per trovare punti di contatto con qualcuna che gli premeva? Fin qui la poesia riesce gentile, affettuosa; la situazione è felice: commuove daddovero quell'uomo costretto ad accettare alcunchè da una donna ed il quale può rimeritarnela solo con poche strofette. Ma l'Aleardi non si ferma su questo motivo; non può rassegnarsi a rimaner nella mente della giovane Fraile un carcerato qualunque; vuol darsi importanza; gli manca la sublime verecondia che nel Conte di Carmagnola del Manzoni induce il Pergola figlio a confondersi con gli altri prigionieri volgari e tacere; quindi termina:
Ma siccome ho giurato alla mia Musa
Di non cantar fuor dell'Italia mai,
Se la incontri per via
Non le dir ch'io cantai, bella Maria.
Ecco sfumata la gentile impressione. Non vedi più che la fatuità poetica di chi si fa correre dietro per lo mondo una personificazione della Poesia, quasi uscito lui d'Italia, ne sia svanito ogni lume d'Arte. E siccome, nel senso di poichè, non è Italiano; gallicismo, barbarismo.
Come ultima sciagura a Genova ed a Pisa, scellerate nipoti di Caino, il Nostro annunzia loro che il Vate le maledice: se le perpetue guerricciuole delle repubblichette medievali non avesser procacciato altro danno che le imprecazioni dell'Aleardi!... Convien rileggere intero il brano per rendersi ragione di tutto il prepotente effetto comico della scappata. L'autore, per rappresentarmi le due città, le personifica: Pisa, in sella ad una prua spumante, scende a giostrare con Genova, leonessa saettatrice: e non si capisce punto perchè non abbia all'incontrario [pg!23] fatta inforcar la prora a Genova e chiamata luna sagittaria Pisa. Il Poeta passa di lì, forse camminando sulle acque come san Pietro, probabilmente qual ei vien descritto altrove: l'astro del genio in fronte, e senza dubbio coi baffi e col pizzo dell'Aleardi; e si ferma a recitare con qualche opportuna variante i versi di Ugo Foscolo sulla battaglia di Maratona. Perchè un anatema conturbi chi l'ascolta, si richiede autorità in chi lo profferisce: quest'autorità si acquista dal moralista persuadendoci dell'altezza del suo ideale etico, dal poeta impossessandosi della nostra fantasia con immagini che ci sforzino a sentire come lui. Chi non impreca con l'Allighieri alla crudeltà di Pisa contro la famiglia del conte Ugolino? chi non accetta, nel leggerlo, il giudizio che Dante fa de' contemporanei e de' passati? e non dura fatica poi a rettificarlo in modo conforme alla verità storica, tanto è il fascino di quella poesia? onde il Settembrini ha in somma parte ragione scrivendo che: — «il giudizio che si fa di queste anime, a ciascuna delle quali si assegna il suo stato è il gran giudizio fatto da dio nella coscienza dell'uomo libero ragionante; è il giudizio che si aspettava nel Mille e non venne ed ora è fatto....» — Ma l'Aleardi non avendo saputo trascinarci con le immagini sue, rimane un declamatore esautorato.
Vorrei finirla su questo capitolo; ma mi accorgo d'una conseguenza della fatuità poetica; sulla quale m'incombe il dovere di richiamar l'attenzione delle signore Italiane. Badate, care dilette, a non annaspare nessun amoretto con chi pizzica del poeta, senz'averci prima pensato bene. Non è cosa da farsi alla cieca: al primo bisticcio sarebbe capace di mandarvi a casa l'intera penisola, sana sana, acciò rendiate conto delle vostre bizze:
.... Oh sconsigliata
L'Itala donna cui fu dato in sorte
Stringersi al petto un'amorosa testa
Nata agli allori, che la cinge invece
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Di domestiche spine! A lei di contro
La penisola sorga, e le domandi
Terribil conto del perchè la inerte
Stella non manda lume....
Avete inteso? Pare che non avesse tanto torto quell'amico di Gian Cristiano Kestner, che gli scriveva, quando il Goethe con leggerezza inescusabile lo ebbe posto alla berlina insieme con la moglie nei Patimenti del giovane Werther: — «Salvo il rispetto dovuto all'amico vostro, ma gli è pericoloso d'avere un autore per amico.» — Per me, fossi femmina ed avessi letto que' versi, e poi l'Aleardi mi richiedesse di amore, non lo promuoverei mai da patito a drudo. E poichè mi trovo maschio, quantunque non la pretenda a poeta, prevedendo il caso in cui mi venga in sèguito un simile ghiribizzo, chieggo il permesso di dichiarar qui solennemente e dichiaro: che in ogni mio futuro dissidio con qualsivoglia Italiana non sarà mai chiamata ad immischiarsi la penisola, intendendo io rinunziare e rinunziando esplicitamente ad invocarne l'intervento. Ce la vedremo a tu per tu, da solo a sola. E consiglio le mie care compatriote di fare scrivere e sottoscrivere una dichiarazione identica a tutti gli adoratori loro presenti ed avvenire, che, registrata e bollata, si depositerà presso pubblico notaio. Sia quest'atto una formalità indispensabile (sennò, no) per chiunque vuol rendersi loro aggiudicatario, come la cauzione provvisoria per chiunque concorre ad un pubblico appalto.
Ma riconosciuto, pure, che la fatuità sia il più spiccato sentimento dell'Aleardi poeta, non sarà certo il solo, neh? Giulio Cesare venne accusato d'esser un bell'imbusto, anzi un finocchio: nè siffatte colpe il rimpicciolivano. O se questo fosse il caso d'un Giulio Cesare della poesia? La fatuità, la vanità si condona volentieri al merito. Quali sono le altre parti dell'animo di lui? quali sono i concetti nei quali ha dato opera ad incarnarle?
[pg!25]
[IV.]
Aleardo Aleardi ha scombiccherati parecchi componimenti in cui parla della madre e d'Italia e di libertà e d'amore e di religione: cose tutte le quali sono state e saranno in eterno fonte ricchissima di vera poesia. Ad un patto però: che siano sentite, che divengano passione, che si concretino in fantasmi autonomi. Sono poesia nelle loro manifestazioni, non già nella loro astrattezza. Spieghiamoci con un paragone: i paragoni, se non provano, rischiarano; ed in casi molti, rischiarare val quanto provare.
Nelle due pagine autobiografiche preposte ai suoi Canti il nostro autore vi dice: Ho considerato la poesia come la perla del pensiero: chè nasce anche ella da una febbre dell'animo, come la perla da un malessere della conchiglia: chè l'aceto della scurrilità e della malvagità la distrugge come l'aceto dissolve la perla. A dirla, io non so se l'aceto dissolva le perle, e mi ho annodato la cocca della pezzuola per ricordarmi di chiederne a Sebastiano De Luca la prima volta ch'io l'incontri; so bensì di certo, che la scurrilità è, quanto ogni altro, schietto e legittimo elemento di poesia: e se l'Aleardi non si trova in grado di comprenderlo, suo danno. Non sarebbe il solo; moltissimi, tutte le nature fiacche sono negate all'intelligenza delle categorie comiche. Ma lasciamo star ciò, ch'io non intendeva citare il paragone per biasimarlo, anzi per farlo mio. La perla si produce dalla secrezione sovrabbondante della materia che fodera la conchiglia, la quale, agglomerandosi in alcuni punti a mo' di bernoccolo, senza dubbio ingenera nell'ostrica un piacevol prurito; e tante volte l'ostrica ricopre di sostanza madreperlare qualche corpo estraneo, che gli dava noia con la sua forma irregolare, ma poi arrotondito dagli strati che gli si sovrappongono, non torna più d'incomodo. Se non che più l'escrescenza ed il corpo estraneo stanno e più divengono voluminosi; la protuberanza si stacca [pg!26] dal guscio e diventa una cosa per se, la pallottola ingigantisce, e dànno peso e dànno molestia all'animale, finchè questi non trovi modi di sbarazzarsene. Con simile appunto si ravvisa il processo poetico nella mente dello scrittore dalla percezione all'espressione. Il percepire avidamente l'objetto, (fatto, sentimento, eccetera) l'assumerlo in sè, l'appropriarselo, procaccia dapprima una piacevole impressione: l'è quel diletto che noi precisamente cerchiamo nella lettura od in teatro. Anche quando la percezione è tornata dolorosa o per la sua veemenza o per la sua natura, lavorandoci intorno con l'immaginazione, togliendone le asperità, finisce per essere ospite gradita della memoria. Poi, mano mano che procede la traduzione dell'objetto in immagine interna, e quanto più questa divien viva e potente, id est autonoma, s'ingenera e cresce un malessere nell'animo del poeta, cagionato dalla presenza del fantasma. Malessere del quale si guarisce incarnando esso fantasma in un lavoro, estrinsecandolo. La stessissima successione di momenti si percorre nella generazione fisica dal concepire allo sgravo. Più il pensiero diventa perfetto in sè, tutto immagine, cioè artistico, e più diventa estraneo allo scrittore, che quindi è angosciato dalla sua presenza, come donna negli ultimi mesi della gravidanza. Il fantasma s'impone allo scrittore, che non gli comanda, anzi il subisce. Molti anni dopo la pubblicazione delle Affinità Elettive, il Goethe leggendo il carteggio di Ferdinando Solger trovò una lettera su quel romanzo, la quale gli parve il meglio che se ne fosse scritto. Il Solger, riconoscendo che il fatto era il prodotto di tutti i caratteri, pur biasimava quello d'Eduardo: — «Non saprei volergliene» — disse il Goethe — «nemmanco io posso soffrirlo, benchè pieno di verità... Ma, mi piacesse o mi spiacesse, dovetti farlo a quel modo.» — Notatevi quel dovetti. Ecco perchè diceva che tutti quei santi e gentili affetti, i quali rendono caro un uomo nella vita empirica ordinaria, per mutarsi in poesia han bisogno prima di diventar passione, cioè di crescere [pg!27] in intensità, e poi di trasformarsi in fantasmi autonomi, cioè in immagini che abbiano in sè la ragion di loro vita e non siano mero prodotto dell'arbitrio di chi scrive.
Tanto la passione, quanto l'autonomia del fantasma, sono rese impossibili per Aleardo Aleardi dall'idiosincrasia che chiamammo fatuità poetica. Il fantasma non acquista mai effettività objettiva nella sua mente; l'affetto non diventa mai cosa seria pel suo cuore; anzi egli se ne fregia, come una civettuola di finte trecce e di nastri nell'acconciarsi. Egli non può mai profondarsi nell'objetto, poichè questo al postutto non ha importanza intrinseca agli occhi suoi, anzi è solo un mezzo per farlo figurare. L'amor patrio, l'amor filiale, l'amor divino e finalmente ciò che dicesi amore per eccellenza e per antonomasia, sono nel freddo animo e morto di lui piante esotiche, le quali non fioriscono mai come passione.
Aleardo Aleardi ne si protesta buon cristiano: s'adonterebbe se lo chiamassimo, come Lisandro chiamava Aristodemo nella prima e men cattiva tragedia del Monti:
..... Uomo
Non sottoposto all'opinar del volgo
.... che questi dei, quest'ombre
De l'umano timor, guarda e sorride.
Ma un vero credente forse temerebbe che quel suo cristianesimo rettorico e sbiadito voglia conferir tanto poco alla sua salvezza eterna quanto poco giova al suo merito letterario. Quel dio, così spesso apostrofato, non è persona, anzi personificazione; e neppure: è una mera occasione, un pretesto, per rammodernare in fragorosi versi il cianciume delle immagini bibliche. Una vecchia protestantaccia importunava sempre la fantesca cattolica, acciò ne andasse al tempio ed ascoltasse i sermoni del pastore. La domestica v'andò una domenica per arrendevolezza; e si sciroppò la predica, attenta e devotamente. A casa poi la padrona l'accolse con una sfuriata [pg!28] d'interrogazioni. — «Neh, ch'è una gran bella cosa? Neh, che vi si parla benissimo e pertinentissimamente di iddio?» — La servetta, dopo aver ascoltato un pezzo, poi rispose: — «Ne parlan molto, ma nol mostran punto». — L'Aleardi nomina sempre dio; ma non cel mostra mai. Ma non ha la più remota idea dell'ardente religiosità ed appassionata, che cerca sfogo irreperibile nella penitenza, nelle stravaganze de' riti, nella preghiera; che guasta tante belle ginocchia e consuma tanti animi gentili sul genuflessorio o nel confessionile; che fa piangere; che fa sperare e sperare e disperare; che ci fa vedere il nostro ideale morale come una personalità distinta da noi, o amico perdonevole o giudice inesorabile. Egli non ha mai provato e neppure intelletto cose siano la paurosa preoccupazione dell'eternità, gli scrupoli severi, quei dubbi che schiantano il cuore, gl'imperativi categorici, i delirî sublimi di san Tommaso d'Aquino o di santa Teresa d'Avila, che udivano esterrefatti parlare i Cristi di legno, che si accorgevano con isbigottimento d'essere stati rapiti al cielo. Cheh! la religione dell'Aleardi non è neppure una cosa eterna, come la concepisce e pratica certa brava gente che va puntualmente a sentir messa la domenica e tutti i giorni crocesegnati nel calendario; che mangia di magro mercoledì, venerdì e sabato; che obbedisce al decalogo ed ai precetti di santa madre chiesa: ma nei quali dio non vive. Questa religione rifredda, alla Don Abbondio, desta almeno il riso o il disgusto: è cosa da commedia, è cosa scurrile; ma lo scurrile è categoria del comico ed il comico è forma di poesia. Invece il cristianesimo dell'Aleardi sembra un abito stanco, una vuota consuetudine di professarsi cristiano, com'usa pur troppo da molti in Italia, quantunque in fondo non si sia più cristiani che turchi o scettici od hegeliani e s'ignorino affatto gli spasimi e le voluttà del sentimento religioso, e non si pratichino neppure i riti del culto. Da questa disposizion d'animo può solo emergere l'ironia, e quando l'autore non sa o non [pg!29] può ironizzare, e vuol fingersi cristiano come Vincenzo Monti si fingeva pagano, rimarrà sempre nel declamatorio e nel rettorico.
[V.]
Nè diversamente accade all'Aleardi quando ragiona d'amor patrio o di libertà.
— «Come, come? cos'ha detto? Forse abbiamo franteso. Il patriottismo, il liberalismo non sarebbero passione in Aleardo Aleardi? E le sue persecuzioni? E l'esilio? E Iosephstadt? Ed i tempi passati.... su lo strame De le prigion, col trave Del patibolo in faccia?» —
Io non dico dell'uomo: che importa dell'uomo a me ed a voi? Ma dall'Aleardi poeta anche l'amor patrio si ostenta sol per dare un qualche spicco alla personalità del poeta, rassomigliando alla foglietta d'argento che l'orafo sottopone ad un mediocre plasma di smeraldo acciò sfolgori quanto una vera gemma. Il patriottismo del cittadino rimane sterile per lo scrittore: ne parla, nol mostra. Cos'è l'Italia per lui? Si scartabellano senza frutto i canti in cerca d'un concetto della patria, della libertà, espresso in una immagine ammodo: per l'autore, come per quei filosofanti medievali, sono meri flatus vocis. Leggi la famosa canzone del Petrarca: Italia mia, benchè il parlar sia indarno; leggi la invettiva dantesca: Ahi serva Italia di dolore ostello; leggi le Fantasie di Giovanni Berchet; leggi fin que' miseri epigrammuzzi di Vittorio Alfieri; ed innanzi alla tua mente starà chiara e viva un'immagine di questa tua patria; ognuno di que' sommi me l'ha rappresentata com'e' l'ha sentita, come la sua fantasia gliela raffigurava o presente o futura. Ma non sente, non ha viva in sè l'Italia nostra, colui che parlandone a Gesù Cristo in paradiso, la chiama:
La terra tua, però che là su un (ahi!) sacro
Colle, di voti e di laureti adorno,
[pg!30]
La verginella ebrea,
Che ti fu madre, un giorno
La poveretta casa deponea.
Ma che? tutta l'istoria e la gloria nostra non è dunque nulla per l'animo di costui? La bellezza di questa terra, la virtù di questo popolo, sono cose tanto estranee alla sua coscienza, che per raffigurarmi l'Italia ei dà di piglio alla casa della Madonna? E se almeno fosse un picchiapetto, un bigotto, un uomo religioso; e ci credesse davvero alla alleata casa! se fosse di quelli che, andandovi in pellegrinaggio, piangendovi di tenerezza, stimano gloria maggiore per la patria l'esserne depositaria, anzichè di tutti i trofei romani! Ma, nossignori, rettorica pretta! e' se ne ride e tutt'al più concede con lo Astigiano che sia Pur men risibil delle antiche dee. Quanto alla cacofonia del su un, so che potrebbe tentare di scusarla, citando il Furioso (Canto II. Stanza XLI.)
Che nel mezzo, su un sasso, avea un castello
Forte e ben posto e a meraviglia bello.
Allora si pronunziava e taluno scriveva s'un; contrazione che non so quanto si ammetterebbe adesso.
Pure queste parole dolcissime Italia e Libertà, per quanto sia vuoto di sentimento chi le pronuncia, possedevano e posseggono una strana virtù: di strappar lacrime agli occhi, di strappar plauso alle mani; come il nome della diletta che circonfonde per noi d'un'aureola le più schifose creature. La più stupida uscita contro i tedeschi, procaccia agli attori una sfuriata di battimani: ed insomma la popolarità della Francesca da Rimini di Silvio Pellico per tre quarte parti si deve alla fragorosa apostrafe all'Italia. Ogni strimpellator di violino che scortichi pe' caffè l'Inno di Garibaldi è sicuramente applaudito e raccoglie soldi assai nel vassoino; prima, perchè ricorda agli acculattatori delle panche una persona che loro è [pg!31] simpatica; poi e soprattutto perchè sanno di fare un dispetto ai questurini. Ed il ripeter sempre Italia e Libertà, ha procacciato il favor popolare all'Aleardi; ha coperto d'un pampano la sua nudità poetica.
Riguardo poi all'ostentarci di continuo il martirio di quei pochi mesi di prigionia.... cazzica! io non sono tanto offeso esteticamente dal modo in cui se ne parla, quanto moralmente dall'udir tanto baccano per tanta parvità di materia: much ado about nothing. Ma venne osservato già da un pezzo, come ne' rivolgimenti politici chi meno si lamenta è sempre chi più perde; e viceversa chi fa più bordello è sempre chi meno ha sofferta. Noi, giovani della nuova Italia, educati negli esilî all'odio aperto od in patria all'odio coperto delle tirannidi; avvezzi a considerare come avvenire inevitabile e desiderabile gli ergastoli ed i patiboli sortiti da' nostri maggiori; noi, che tutti, tranne pochi dappochi e gl'impediti da forza superiore, abbiamo indossato o la tunica del soldato o la camicia del volontario; noi, consueti a non calcolar mai per ostacoli le minacce ed i pericoli; noi, che s'è mostrato di essere uomini e di meritare d'esser liberi; noi, ci perdoni l'illustrissimo signor commendatore Aleardo Aleardi; non siamo, noi commossi da chi guaisce quasi femminetta per breve carcerazione o non lungo sbandeggiamento, consolato da stipendî malguadagnati. Forse nell'epoca slombata anteriore al milleottocenquarantotto, nell'epoca frustata da quel Giuseppe Giusti che il signor commendatore Aleardo Aleardi fatuamente chiama il suo povero Beppe, forse allora si scroccava un brevetto d'eroe, di martire, mercè d'una visita domiciliare o d'una detenzioncella preventiva. Ma ora!... Quanti hanno sofferto viemmaggiormente; e, quel che più monta, operato qualcosa; ed illustri non ci rompono gli stivali col raccontarcela sempre daccapo magnificando; oscuri, non pensano neppure a farsi valere! E che direbbe il signor commendatore Aleardo Aleardi se avesse vissuto come Luigi Settembrini metà della vita fra 'l carcere [pg!32] e la galera e settantadue ore in confortatorio? sempre uomo ed allora e prima e dopo? Ed il Settembrini di tutto parla e fors'anche (anzi senza forse) non di tutto tutto a proposito; ma degli anni e delle ore in cui fu eroe, mai. E che direbbe il signor commendatore Aleardo Aleardi se a lui giovanetto fossero toccate dalla polizia austriaca le vessazioni che il pittore leccese Gioacchino Toma sofferse dalla borbonica e mercè le quali rischiava di crepar di fame? Autodidatta, egli era venuto da Tricase a Napoli pedestremente per amor dell'arte e campava facendo l'ornamentista il giorno e studiando il nudo la sera: sbandirlo dalla metropoli era un precludergli ogn'avvenire artistico ed un togliergli ogni mezzo di sostentarsi nel presente. Ed ha penato con impassibilità, s'è onestamente ingegnato, ha preso le armi nel momento opportuno, ha pugnato con coraggio, senza poi mendicare il riconoscimento delle sue spalline insurrezionali. Ed il Toma non chiacchiera mai corampopulo de' suoi fatti, non si dipinge da protagonista ne' suoi quadri; ed è uomo che dopo aver pennelleggiato quel capolavoro dello Esame rigoroso del Sant'Uffizio, perchè sente altamente dell'Arte, perchè sente pudicamente di sè, teme d'aver mal fatto, appoggia la tela con la superficie dipinta rivolta al muro, la guarda di tempo in tempo dubitando sempre e finalmente, sforzato dagli amici e dal bisogno, la porta di contraggenio all'Esposizione, dove la intera Napoli la ammira. Non tutti siamo da tanto, nè per valore nè per modestia: sappiamcelo! Ma tutti o sommi o minimi, o scrittori od artisti, riguarderemmo come insultante una legge sul tenore dell'Ateniese, che il commendatore Aleardo Aleardi sembra rimpiangere, la quale vietasse agli scrittori od agli artisti di avventurarsi in battaglia. E se mai legge analoga ricevesse l'approvazione de' due rami del Parlamento e venisse sancita e promulgata dal Re, non ci casca un dubbio al mondo, che malgrado la nostra devozione al Parlamento ed al Re, la trasgrediremmo.
[pg!33] Ben inteso che ho parlato sempre non dell'Aleardi uomo, anzi dell'Aleardi poeta. Dunque non ha sentito nè la religione, ned il patriottismo. Vediamo se per avventura abbia sentito l'amore.
[VI.]
L'amore è per le letterature de' popoli moderni quel che la vôlta è per le loro architetture. E l'uno e l'altra acquistarono valore per l'Arte appo i Romani e signoria presso che esclusiva nel Medio-Evo. Allora la vôlta divenne principio e norma di ogni costruzione artistica, anche nelle contrade dalle quali il clima e la natura del materiale in uso avrebbero dovuto apparentemente escluderla. Inesauribile nelle forme e nelle combinazioni; pieghevole ad ogni scopo, ad ogni bizzarria; capricciosamente complicata nel gotico e nel barocco; miracolosa nelle cupole, ne' ponti, negli acquedotti; perchè cominciasse a perdere del suo d'impero, conveniva che questo matto secolo decimonono desse di piglio a due materiali sin'oggi trascurati dall'arte edificatoria: al ferro ed al vetro, rivaleggiando con lo Atlante dell'Ariosto e con le fate de' conti popolari.
Parlavamo di amore. Non v'ha passione più spontanea, più universale, più comprensibile: ogni uomo, che sia uomo, ogni animale, che abbia anima, debbe averla sentita o sott'una o sott'altra forma; se finanche le cieche forze di natura sembrano sciogliersi in rapporti amorosi! — «Niuno effetto ovvero accidente, qualunque ei si sia, è tanto universale e comune a tutte le cose. Perciocchè egli non è cosa nessuna in luogo nessuno, nè tanto bassa e ignobile, nè così alta ed eccellente, la quale non abbia in sè qualche amore; anzi quanto è più nobile ciascuna cosa e più perfetta, tanto ha senz'alcun fallo più perfetto amore e più nobile.» — Così Benedetto Varchi. Foggiandosi l'amore diversissimamente, secondo le più minute e nascose parti della personalità amante e dell'amata, [pg!34] esso è inesauribile nelle sue modificazioni: e quindi, tanti poeti, tanti amori. Sel sanno e conscii di quanto lor giovi quest'affetto, non possono pensarvi senza entusiasmo e riconoscenza, — «sono innamorati dell'amore; — Applaudissez du moins pour l'amour de l'amour, conchiude una volta Teodoro di Banville. Hanno adoperato le più vaghe parole ed efficaci per rappresentarcelo vivamente; hanno sfruttato le cave delle metafore e degli epiteti per caratterizzarlo. L'hanno chiamato fiamma, catena, sospiro, piaga, luce, guerra, martoro, follia, raggio; ed ognuno di questi termini indica ed implica già di per sè ed in nuce un concetto della passione; sebbene col tempo, pur troppo, rimettendo della efficacia primitiva, siano precipitati nell'uso volgare della lingua, e sappiano del rettorico quando lo scrittore indifferentemente li adopera. Ed Aleardo Aleardi in busca di novità chiama l'amore.... voi non vorrete credermi, ed è pur così.... chiama l'amore: assillo! Dunque non è per lui la fiamma divoratrice del vivicomburio; nè la piaga onde sgorga il sangue e la cancrena si diffonde; nè la catena obbrobriosa, fatale e pur cara; ned il martirio immeritato e sofferto imperturbatamente, grazie alla buona speranza che lo allevia; ned il raggio implorato che dissipa gli errori della tenebria; no! chêh! anzi una delle innumerevoli noje della vita, seccatura inevitabile che ci sforziamo di scacciare come l'importuno tafano, bestemmiando la santa volontà di messer domineddio. L'amore è un disturbo della nostra pace; distrae Narciso che si specchia al fonte, e sparpaglia e fa diventar frenetica con le sue punture la povera mandra umana che rumina tranquillamente all'ombra. Nè si scusi l'Aleardi allegando il tropo esser tolto di peso dall'ode terza d'Anacreonte tejo. Perchè rubare quando non si sa utilizzare il furto? In quello scherzo umoristico dello amico di Policrate samio, un puro paragone simile, fatto di volo, sta bene; ma chi ne fa una metafora e l'adopera sul serio, non sa quel che si faccia. [pg!35] E la passione amorosa che in Omero esiste appena come accessorio e sotto la forma quasi brutale d'affetto conjugale; che l'Erissimaco di Platone confessa con istupore di non trovare encomiata da alcuno de' tanti innografi; che in Virgilio, quantunque essenziale d'importanza, è puramente episodica nella composizione: diventa dalla poesia provenzale in poi fondamento e condizione d'ogni poesia. Sembra che ormai l'ideale possa incarnarsi solo in forme femminili; e che la via fatta, o prosperamente od indarno, per raggiungerlo, l'Iliade combattuta e l'Odissea sostenuta, possa ritrarsi unicamente dipingendo le vicende di un amore. Diceva il Goethe: — «Rassomiglio le donne a patere d'argento, in cui noi poniamo frutta d'oro. L'idea, ch'io ne ho, non l'astraggo dalle parvenze effettive, anzi m'è innata, od è sorta in me dio sa come. I caratteri femminili, che ho rappresentati, se ne sono avvantaggiati: sono meglio sempre che nella effettività... La donna è l'unico vaso, che rimanga a' moderni, per versarvi la loro idealità. Degli uomini non c'è, che farne. Omero ha tutto preso anticipatamente in Achille ed Ulisse, nel più forte e nel più saggio.»
Questo modo di concepir l'amore apparterrebbe al più basso comico, al buffonesco. Quando il monaco medievale raffigurava nella miglior passione umana il demonio tentatore e si crocesignava scorgendo una bella ragazza, era ridicolo; ma latitava pur sempre uno strazio altamente serio in fondo a quell'apparenza comica: tutto il fàscino della tentazione, tutto l'intenso desiderio del frutto vietato, tutta l'ebbrezza d'una gioia momentanea fruita a prezzo d'eterni tormenti. Quando l'alverniate Sebastian-Rocco-Nicolò Chamfort definiva l'amore: — «scambio di due capricci e contatto di due epidermidi» — era ignobilmente prosaico; eppure si ravvisa qualcosa di tragico in quest'uomo costretto dal ragionamento e dall'esperienza a negare la maggior dolcezza della vita. Epperò quel comico spontaneo e questo comico [pg!36] dottrinario serbano una certa dignità. Invece il comico del concetto implicito nella espressione aleardesca, risiede nell'incapacità del subjetto, il quale si dimostra disadatto a gustar l'amore. È una comicità nauseosa, come quella dell'eunuco innamorato delle sultane che attuffa nel bagno o conduce al talamo del padrone, nelle Lettere persiane di Carlo di Secondat, barone della Brède e di Montesquieu.
Ho detto è, doveva dire sarebbe, se fosse sentita ed enucleata, il che non è. Meno forse d'ogni altra cosa l'Aleardi concepisce l'amore: qui proprio non ha mai barlume di vera tenerezza o di vera disperazione, qui dove l'infimo degli scrivacchiatori coglie spesso qualche felice momento. S'egli ostenta d'essere amato, non commette un'indiscrezione scusabile dall'affetto sovrabbondante, anzi una calcolata scimmieggiatura di Vittor Hugo per propalare che una signora comiffò il chiama: mio poeta. Se impreca ad una ritrosa, non accade pel crepacuore della passione insoddisfatta, anzi per tradire, imitando Giacomo Leopardi nell'Aspasia, dispetto e meraviglia che una donna abbia potuto non istimarsi onorata e beata d'esser prescelta ad appagar le voglie d'un tanto vate. Ripeto, tutto questo tornerebbe sublimemente disgustoso, se il comico ne fosse sentito e svolto: ma l'autore parla con la massima serietà e senza evidenza.
Non sente l'amore. Descrivendo due amanti, i quali godono: — «quel soave fin d'amor, che pare All'ignorante vulgo un grave eccesso,» — il signor Aleardi ha osato chiamare i momenti di voluttuosa ebbrezza:
........ ore di cielo,
Che ne l'inferno echeggiano.......;
e peggiora nell'ultima edizione questo pessimo brano, correggendo:
Ore di ciel, che il ciel condanna.
[pg!37] Corpo di Bacco! ed io crederei che questo uomo abbia potuto amare mai? Oh quegli cui una gentile desideratissima è stata quandochessia benigna una ora; quegli che almeno con la fantasia cupidamente ha bramato un'ora di felicità; sente nel ritrarla, non casca in freddure, in concettini, in antitesi; non pensa ned al cielo, ned all'inferno: quel presente è tale che spreoccupa del futuro.
— «Ma l'Aleardi ha forse voluto manifestare la sua riprovazione per gli amori illeciti, che ne offendono il senso morale....»
— Poverino! Davvero? E gli uomini dal senso morale conturbato, gli uomini ripieni di santo sdegno contro il peccato, a' tempi nostri il rivelano coi bisticci; come un secentista, come il cappuccino nel Campo di Wallenstein, del quale lo Schiller coadjuvato dal Goethe compilò la parlata sulle opere di Abramo da Santa Chiara? Che tanfo da don Pirlone! L'Aleardi ha voluto mentire una riprovazione che non sentiva, e non gli è riuscito. Non potremmo che commiserarlo se davvero sentita l'avesse: Dante era un carattere moralmente severissimo, come non ce n'è più, e colloca Francesca col cognato nella bufera infernale; eppure piange al vederli, eppure gliene duole, eppure s'impietosisce fino a cadere in deliquio: condanna e non impreca, perchè la mente gl'impone di condannare, ma il cuore scusa; invidia que' meschini, ma la fantasia, ritraendogliene la dolce colpa, lo invaghisce di essa.
Ma lasciamo Dante: i paragoni sono odiosi. Il Nostro dichiara di amare ardentemente non so che Maria, ed in pruova le propone.....
— «Cosa? Badiamo, veh, di moderare le espressioni!....» —
— Non c'è da moderar nulla; non fu mai vista più moderazione in alcun amadore. Le propone di andarsene soli scorrazzando senza saper dove......
— «Scarrozzando?» —
— No, scorrazzando, a piedi.
— «E non sarebbe meglio prender la ferrovia e [pg!38] scapparsene per un mesetto a Parigi, ch'è il luogo più acconcio per godersi lietamente la luna di miele di qualsivoglia amore?» —
— Crederei, ma i giudizî differiscono. Le promette di raccogliere muschio e fargliene un guanciale, senza federa; di suaderle il sonno cantando la sua canzon più bella; e di meriggiarle accanto sotto all'odorosa tenda d'un'acacia tardiva perchè non diventi mora....
— «Vedi bàlia e ninna-nanna! non sarebbe meglio andare all'albergo e farle preparare un buon letto sprimacciato, magari a due piazze?» —
— A parer nostro, ma i gusti variano. Caso sopravvenisse un temporale; di freschi allori le farà ghirlanda; acciò vada: rispettata dai fulmini le chiome......
— «O non sarebbe meglio aprire il paracqua?» —
— Secondo gli usi odierni, ma i costumi cambiano. Quando poi la Maria avrà sete le
..... corrà pei solchi,
L'onda del ciel nel calice dei fiori.
Che dio prepara all'uccellin che migra....
— «E quando l'avrà fame?» —
— Una creatura tanto eterea non ha mai fame; ad ogni modo le frangerà il suo pane sovra un desco di rose e di viole;
— «Magro pranzo e desco incomodo!» —
— Quistion d'abito. Malgrado la etereità, pure a queste offerte seducenti, la Maria va
..... celando, con la man di neve,
L'esistenza che in porpora la tinge.
— «La man di neve? scommetterei che il braccio eburneo e le labbra coralline son poco discoste. Una ciliegia tira l'altra». —
— Zitto, che adesso viene il bello. L'amante per assicurar lei che tituba, le dice:
Rea non sarai: però che sempre è mesta
Quella letizia che di colpa odora.
[pg!39] — «Odore di colpa? somiglierà all'odore di becco, m'immagino. Un amante chiama reato e colpa lo scopo dell'amor suo? Mi burli? O che nuovo modo di sedurre? che nuova razza d'amanti è codesta?» —
— Una esotica, rinvenuta dall'Aleardi, che han fatto probabilmente commendatore in grazia della preziosa scoperta zoologica, e non già, come si buccina dalle male lingue, in mercede de' versi scarabocchiati nell'albo del ministro Natoli. Egli prosegue: — «Al fondo non ci separa che un pregiudizio stolto. La progenie umana
ai capricciosi
Moti del suo pensier diede il superbo
Nome di legge.
Ma non importa: rispetteremo lo stolto pregiudizio, perchè... lo rispetteremo. Vivremo come fratello e sorella, placidamente insieme. Mia non sarai. Fidati». — E descrive gli amori di due isolette vicine, consorti, ma separate da mare profondissimo: Si guardan sempre e non si toccan mai; della luna e del globo, che fanno all'amore, quantunque
...... una infinita
Lontananza di freddo aer le parte:
Si guardan sempre e non si toccan mai,
e conchiude:
Così noi due, soletti pellegrini,
In vicinanza coraggiosa e monda,
Malinconicamente esuleremo;
sicchè nojaltri lettori si finisce col fargli l'atroce ingiuria di credere che la Maria potesse fidarsi daddovero! Chieggo scusa dello scherzo, che convengo esser di pessimo gusto. Ma sfido io di rimanere in contegno leggendo questa robaccia e ricordando che pur c'è chi l'ammira bona fide.
[pg!40] Chiunque ha un po' di mondo sa che nella vita si dànno casi analoghi; due infelici, due miserrimi possono trovarsi in una posizione falsa siffatta; ma se amano veramente, sinceramente, uno strazio catartico, una tragica colluttazione debbe verificarsi negli animi loro. Et, od il travaglio interno, cresciuto al punto — «che sostener nol può forza mortale» — gentilmente uccide i travagliati; oppure, vincendo ogni ritegno, sforzandoli a violare i dettami della coscienza, apparecchia la necessità della espiazione. Tale sarebbe il caso d'un fratello e d'una sorella che si amassero d'amore non fraterno, come il Renato e l'Amalia di Francesco-Augusto, visconte di Chateaubriand. Ma una rassegnazione placida, come questa dell'Aleardi, che non fa presentire nessuna catastrofe, è non meno psicologicamente assurda, che poeticamente incapace di soddisfarci. Verso la fine dello squarcio che ho riassunto si notano alcune descrizioncelle indovinate, almeno come intenzione: la rosa,
All'amoroso rosignuol contesa;
Le isole, che
..... l'una all'altra
Sorridon liete;
La luna e la terra, che:
..... nelle notti,
Si scambiano un saluto alternamente
Con favella di luce;
ma perchè riuscissero poetiche qui, avrebbe da ogni parola dovuto trapelare la meraviglia, che a dispetto d'ogni legge naturale, il fiore e l'augello, le due isole, i due astri non si costringano in amplesso, ingenerando negli uditori il convincimento, che malgrado tutte le belle promesse, dopo la prima giornata di viaggio, il poeta sarà uomo e la Maria sarà donna, e la categoria morale violata preparerà la sua vendetta e la loro rovina. Allora avremmo biasimato l'aberrazione pur commiserando quei traviati, come nella Mirra dello Allobrogo feroce (che fu allobrogo solo ne' versi del Foscolo) per quanto s'inorridisca [pg!41] delle brame incestuose è pur forza compatire la vittima infelice della Nemesi. Ma così, come l'Aleardi li ha rappresentati: primo, l'impedimento, rimanendo troppo nel vago, sa del capriccio irragionevole; e, secondo, la rassegnazione sa d'impotenza. Il poeta non ha sentito: non v'è strazio di sorta in lui.
Non v'è di che stupire. L'amore è abnegazione, oblio di sè: come può dunque amare un autolatra? Chi non vede che sè solo dappertutto, non può provare alcuna maniera di affetto. E questo è il caso nell'Aleardi anche per l'amor filiale: più lo decanta, più ne ostenta, e meno ci commuove. Se fra' cani ci fosser de' verseggiatori, forse a qualche o bracco o levriere o barbone od alano o mastino o molosso potrebbe condonarsi il dire:
..... ne la deserta
Mia cameretta ancor sento il celeste
Tuo profumo di santa;
ma per la genitura o meglio progenitura di Giapeto, un figliuolo che fiuta od annusa la madre è una immagine ridicola, ed un profumo di santa non si sa cosa sia. Nè mi si citi la Novella sesta della seconda giornata del Decameron, dov'è detto: — «Il figliuolo, quantunque molto si maravigliasse, ricordandosi di averla molte volte avanti in quel castello medesimo veduta e mai non riconosciutola, pur nondimeno conobbe incontanente l'odor materno e sè medesimo della sua preterita trascuraggine biasimando, lei nelle braccia ricevuta lagrimando teneramente basciò.» — Che odore in questo brano non indichi cosa che agisce sull'olfatto, è chiaro. La Crusca registra lo squarcio come esempio di odore nel senso d'indizio o sentore; e dopo — «conobbe incontanente l'odor materno» — aggiunge parenteticamente — «cioè la raffigurò.» — La spiegazione letterale non parmi soddisfacente, ma non importa. La brutal metafora del Boccaccio non era da prendersi per ingemmarne una lirica.
[pg!42]
[VII.]
La passione è femmina, il concetto è maschio; quella vuol esser fecondata da questo per produrre un portato poetico. L'animo dello scrittore il paragono ad un areme, un gineceo, un serraglio; i suoi affetti mi rappresentano le odalische; ed il concetto figura il pascià che gitta il fazzoletto a qual più gli aggrada. Nella Real Casa dell'Annunziata di Napoli, (di squallida risorta ampliata, come vi dice una lapide insulsa, che ricorda il celebre: L'un era padovano e l'altro laico) dove con pochissima carità si diseducano le projette, v'era e v'è forse ancora una usanza singolare: stretta clausura tutto l'anno, ma il giorno della festa del luogo, le porte si spalancano o spaparanzano (come s'esprime energicamente il dialetto partenopeo, con parola, che secondo il Manzoni, la lingua Italiana gl'invidia). Chiunque voglia entrare e visitare il brefotrofio, padrone. Le educande, in gran montura, stanno impalate lì come tanti capi di merci in vendita; e se alcuna mi dà nel genio, posso scegliermela e sposarla su due piedi e crearne una madre-famiglia: non c'è memoria che un'esposita avesse rifiutato un pretendente per quanto laido, scontraffatto, decrepito e scostumato, che una cosa anelano esse tutte più che lo Ebreo la venuta del Messia: di liberarsi dalla bolgia, dalla tomba, in cui gemono; in cui sono oppressi i polmoni, depressi gli spiriti; dove non si può nè respirare nè sperar bene. Appunto quelle innocentine somigliano alle disposizioni dell'animo nostro, che si precipiterebbero col più scapestrato concetto, pur di uscire da' muti claustri della mente, e vivere nella luce e nello splendore della parola. Ogni componimento implica un concetto, che n'è l'anima, ch'è il pensiero il quale in esso risiede e s'incentra, facendone un microcosmo. Sparito il concetto, ogni poesia sfigurerebbe; la più zeppa e ridondante d'immagini vaghe sarebbe soltanto un mucchietto di preziose gemme. Perchè [pg!43] le gioie si spietrino; e, come nel mito indiano sotto la mano prepotente della divinità, divengano membra di sommo splendore e fattezze d'impareggiata avvenenza e vita: bisogna che il signor concetto sopprima con un colpo di stato l'autonomia delle singole parti ed immagini, subordinandole ad una unità superiore. Allora il componimento addiventa un tutto organico, acquista coscienza e significato. Il Carteromaco, nel sesto canto del Ricciardetto, ha un bel paragone che qui quadrerebbe:
Come il pittor ch'a mosaico si dice,
Dev'esser il poeta a mio parere;
E quegli è riputato il più felice,
Che meglio accoppia pietre bianche e nere
E rosse e gialle: e poi di tutte elice
Una fera, una donna, un cavaliere.
Così deve il poeta, se sa fare,
Di varie cose il suo poema ornare.
Le pietruzze variopinte son le immagini singole, il concetto è appunto quella figura che risulta dal compaginarle. Il concetto pare dunque la più capace affermazione in cui si concreti il sentito dal poeta: se lo scrittore avesse male o deficientemente sentito, la riflessione genitrice del concetto, mancherebbe di sustrato, di un objetto sul quale esercitarsi. Nè mi si opponga il trovarsi qualche rara volta alti concetti senza punto sentimento, puta, nelle liriche di Giovambattista Vico. È vero, quindi nol nego. Ma non essendo stati sentiti, anzi solo pensati, que' concetti non si trasformarono di scienza in poesia; commuovono forse l'intelletto ma non la fantasia. Ed occorre non dimenticar mai, che scienza e poesia, quantunque spesso coincidano, sono essenzialmente due. Esaminiamo un po' qualche concetto de' componimenti di Aleardo Aleardi.
Chi non ripensa frequentemente un'Ora della sua giovinezza, divenuta momentosa per l'intera esistenza? Od anche le ore più volgari della prima età? Il trovarsi oppresso e stanco dalla ricchezza di contenuto [pg!44] della vita; il guardarsi indietro vagheggiando l'insulso tempo infantile, quando e' si vegetava; è umana cosa. Accade talvolta momentaneamente alle anime più robuste, vieppiù spesso alle fiacche ed imbecilli. Questo rimpianto, manifestato sotto forme adatte ad esprimere ciò che può esser solo un sentimento passaggiero, un accesso acuto, ha la sua ragion d'essere come ogni sentimento, e ci appaga negl'Idilli, nelle Romanze, nell'Elegie, che so! Se vien adoperato umoristicamente, meglio ancora. Ma non puole affermarsi con serietà in un lavoro a pretensioni e proporzioni colossali, che appena l'approfondisci, salta agli occhi quanto ha in sè di buffo, di ignobile, d'antipoetico, di gretto. Ed è così facile il cadere nell'indeterminato e nel declamatorio! — «Gli animi della fanciullezza» — scriveva il Leopardi — «sono, nella memoria di ciascheduno, quasi i tempi favolosi della vita; come, nella memoria delle nazioni, i tempi favolosi sono quelli della fanciullezza delle medesime.» — In quel modo che il popolo Romano a' tempi di Augusto non poteva rimpianger sul serio il Regno di Saturno, in quel modo che il collegio de' cardinali non brama sul serio d'esser ricondotto a' tempi degli apostoli; ciascun di noi non vagheggia sul serio com'ideale l'adolescenza, neppure i più scontenti della propria vita posteriore. Che, badate, particolarmente poetica, non è la giovinezza in sè, bensì quel grande sperare che si fa in essa ed il cui risolversi in fumo è tanto tragico. Dunque non m'hai da diffonderti troppo ne' particolari, non hai da infilzarmi prolisse querimonie da donnicciuola; anzi devi sapermi evocare splendidamente ma sobriamente con qualche immagini potenti, quell'epoca di beata inscienza ed incoscienza; farneticare di ciò che avrebbe potuto essere, che saresti potuto divenire; e poi con un tratto, con una parola, richiamarmi, revocarmi al presente amaro, nudo, sconsolato. Così mi seduci; t'impossessi dell'animo mio; e non mi lasci campo di riflettere e dirti: — «Che diamine! Non t'avvilire! Sii uomo!» — Aleardo Aleardi, invaso [pg!45] dalla stanchezza della virilità, rimpiange la quietitudine dell'animo puerile, il babbo, la mamma; racconta come una fiata, cavalcando a diporto, gli paresse di vedere co' proprî occhi ricombatter la battaglia di Rivoli; come, nel tornare a casa, pensasse alla Polonia; e, giunto alla tomba d'una fanciulla scannata dal ganzo, le imponesse di apparire per dargli notizie dell'insurrezione di allora (MDCCCXXXI); e come la donzella emergesse dal sepolcro per dirgli:
..... la vergine polacca...,
Or che ti parlo è già meco sotterra;
e come quindi una femmina vestita tricolore, velata tutta d'iridi sacre, nientemeno che l'Itala Musa in persona, intervenisse e sclamasse:
No. T'inganni, fanciulla. Ella è sepolta,
Ma non è morta. Un popolo non muore;
affermando cosa che ogni alunno di ginnasio dovrebbe saper falsa, chè di popoli ne son morti tanti tanti; e come poi quest'Itala Musa si mettesse a baciucchiar lui, che da quel giorno ha sempre cantato.... non dice però se da basso, tenore, baritono o soprano.
Maledetta! debbo di nuovo chiedere scusa al leggitore per una facezia di cattivo gusto! Ma lo scherno s'impone a chi si vede imbandir prosuntuosamente queste... via, scavizzoliamo una parola blanda: questo pasticciotto insulso. Non basta il più saldo proposito di rimaner serio, quando si leggono ridicolaggini. L'Aleardi non s'abbandona ingenuamente alle reminiscenze giovanili, cheh! non racconta alla buona fatti accaduti o possibili; le sue invenzioni stravaganti e pretensiose debbono voler dire qualcosa; e noi abbiamo il diritto di appurare che significhino tante bizzarrie? che simboleggia quella visione? perchè invece di entrare nel caffè a dare un'occhiatina alle gazzette, scappa ad evocare una monella uccisa [pg!46] dal damo? eccetera. Ahimè, tutto ciò non significa, non dice nulla nulla; è un pretesto per descrivere gl'inverni irlandesi, una personificazione battezzata dea Vittoria, e che so io! un puro pretesto per isciorinare cognizioni di nomenclatura botanica e versi e versi e versi, ed informarci ch'egli è l'enfant chéri des dames, che fa girare il capo alle signore, ma che soprattutto la Musa travede per lui:
Mesto crebbe e virile il nostro amore;
E di te indarno ingelosir le belle
Creature, che un dì mi seminâro
Di vipere e di fior la primavera
Della mia vita; e stettero per anni
Del mio riso signore e del mio pianto.
Che malora sia l'Itala Musa, non so troppo, io. Forse il nostro casto verseggiatore avrà davvero incontrato ed abbracciato in sul far bruzzo qualcuna vestita tricolore; ma cosa fosse quest'una, il dirò con una parola, quantunque m'abbiano a leggere occhi più sicuramente pudichi de' suoi.... Eppure, no; meglio una perifrasi.... E nemmanco di questa c'è bisogno: ci siamo intesi.
Nelle Prime Storie il poetino suppone gl'Italiani immemori e svergognati, visto ch'e' ne ha mendicato invano un po' d'attenzione: quindi cerca consolazione tornando alla Musa e vuol cantare, non però dei vieti e vuoti numi d'Olimpo: altri tempi! La Grecia non favoleggia più, anzi compie grandi gesta (si vede!) e noi com'essa abbiamo per Ippocrene la patria. Speriamo e cantiamo. La Musa, comincia a cantare; e per iscegliere un tema palpitante d'attualità, parafrasa il Genesi, ciarla delle repubblichette Italiane, delle crociate, della scoperta delle Americhe, eccetera. E quanti popoli furono indarno! La civiltà segue il corso del sole: ma prima dell'egemonia americana, e non si sa perchè, dovrà sorgere e tramontare un nuovo periodo egemonico Italiano. Sfido io a pescare un concetto in questo guazzabuglio, in questo cibreo di volgarità e d'amenità. L'autore [pg!47] voleva rifare poeticamente la storia universale? Dunque, bisognava cavarne una somma, identificarla in personaggi ne' quali il pensiero filosofico diventasse vita, dando alle grette scrupolosità d'esattezza, bando alle inimmaginose nomenclature. Già, se vi limitate a riversificarmi per la millesima volta le storielle della mitologia biblica, non filosoferete, nè poeterete. Invece, infondendo nuovo contenuto al mito, potrete produrre splendide creazioni, come l'Inno ai Patriarchi di Giacomo Leopardi; o per iscegliere un esempio che non sembri all'Aleardi una caricatura, come Il Prigioniero di Francesco De-Sanctis, che senza dubbio è il non plus ultra di quanto può fare chi non è nato poeta.
Che serve esaminare ad uno ad uno questi titoli d'una pretesa infondata? Quando l'Aleardi accusa l'Itala Musa d'esserglisi prostituita, è un calunniatore; e basta dimostrar falsa una parte del suo racconto, uno de' documenti presentati, perchè ragionevolmente non sia più da credergli in nulla. Due sole parole sul Canto politico in morte della Contessa Marianna Giusti, nata Marchesa Saibante, dedicato Al Venturo Pontefice, perchè le ingiuste contumelie e facili e senza pericolo e codarde quindi e plebee, contro la canizie veneranda del pontefice vivente mi cagionano un tal disgusto, che avrei preferito passare senza ragionarne. Qui era balenato all'Autore un gran concetto. Egli chiede alla morta: — «Perchè morire? ora che riacquistiamo una patria! esser cittadina d'un gran popolo, non è meglio forse, che diventare abitatrice del cielo?» — Quanta profondità in questo ingenuo pensiero! come esprime acconciamente le idee moderne dell'uman genere adulto, che pago della sua sfera, conscio del suo significato, rinunzia volontariamente ad ogni speranza oltremondana! l'uomo si sente dappiù del santo, del dio, parti del suo spirito; la vita con le sue vicissitudini vien anteposta alla beatitudine immobile. Somiglia il concetto del Prometeo del Goethe, che in quel frammento del francofortese rimane troppo astratto e filosofico, [pg!48] non si anima in tutto, non acquista vita piena e salda. Ebbene, di questo gran concetto che inciampava, messer Aleardo Aleardi non s'è nemmeno accorto! anzi giunge a tale eccesso di platealità da mandare la sua morte in cielo a pregare per l'Italia, come farebbe ogni scolaretto, come si legge su tutte le lapidi, come han fatto millantamila altri imbrattacarte prima di lui; eccetera, eccetera.
[VIII.]
Bastino codesti esempli: quando esaminassi tutti i canti, dovrei perennemente ripetermi. Vi è però, giustizia vuole ch'io 'l confessi, una maniera di componimenti, nella quale Aleardo Aleardi riesce egregio, poichè vi si può fare ammeno di concetto e di sentimento, vi basta un'emozioncella momentanea, un pensiero isolato. Intendo parlare di quelle, che volgarmente si chiamano poesie d'occasione; che i francesi denominano fuggitive; ch'egli addimanda, con un epiteto abbastanza incongruo, volanti; e che suppergiù corrispondono agli Epigrammi degli antichi.
Ho già notate alcune gentili strofuzze per una Maria Wagner; e non tacerò delle stanze per le venete, che mandano all'emigrazione i loro vezzi. Le misere hanno sentito
..... come un lamento
Di nota voce languida per fame,
Che vereconda dimandasse a stento
La carità d'un obolo di rame.
Ed in questi versi e' s'avverte qualcosa di strascinato, che s'attaglia stupendamente al pensiero espresso e fa sentire la languidezza ed il ritegno col quale la voce chiede; ma perchè obolo di rame? tanto vale un obolo di rame quanto un obolo di argento, come tanto pesa un chilogramma di ferro, quanto un chilogramma di penne. Le Venete hanno udito; e commosse pregano un barcaiuolo di recare que' pochi giojelli [pg!49] scampati alla rapina tedesca sull'altra riva del fiume: Riva gioconda e pur riva d'esilio; e di rammentare agli esuli che Venezia aspetta. Convien far la tara a queste esagerazioni: se le Venete ci avessero mandate tutte le gemme, tutta l'oreficeria loro, gli emigrati sarebber divenuti tanti signoroni; ma, preso con discrezione, il pensiero è semplice e vero, e nelle poche quartine e' ci ha momenti indovinati e riboccanti di poesia. Esempligrazia, quando parla del
..... cor degli stranieri,
Bersaglio eterno all'Itale vendette,
l'Aleardi dice meglio e più sull'odio fra la razza germanica e la schiatta latina, esprime vieppiù robusta e vivacemente l'astio accumulato dalle sofferenze, che non faccia con prolisse filastrocche nel Canto politico, ne' Sette Soldati ed altrove. Nondimeno anche qui non mancano dissonanze. Le Venete han la parola:
A noi meschine, in questi dì supremi
Fra la speme e lo spasimo ondeggianti,
Non si confanno anelli o dïademi,
Perle non si confanno o dïamanti.
strofa tollerabile, quantunque la smania dell'antitesi e del parallelismo vi giunga fino al bisticcio: speme e spasimo, diademi e diamanti, scherzi aliterativi, artifiziucoli, che la passione traboccante e sincera non comporta forse, ma che qui dove si tratta soltanto di formulare un'emozioncella in modo spiccato, facile a ritenersi, musicale anzichè poetico, sono forse non immeritevoli d'indulto. Approvo anche la dieresi, sebbene di solito diamante sia trissillabo, e nello italianizzar vocaboli greci che cominciano per dià, come diavolo, diadema, si soglia restringere la particella in una sola sillaba, facendo dell'i una j consonante; così Dante: Che questi lasciò un diavolo in sua vece. [pg!50] Ma l'Aleardi fa seguire immediatamente quest'altro tetrastico:
Abbiam catene in cambio di smaniglie,
La fune al collo in cambio di monili;
Le nostre fronti gocciano vermiglie
Sotto un serto di rie spine servili;
che è pura rettorica: immagini false e quindi inefficaci e poi vengono questi versi:
Noi pur, se giova, taglierem le chiome;
E, con le trecce de' capelli neri,
Tenderem corde da avventar saette;
elle sono rettorica pretta. Care, non fate, che non giova. Vi svisereste senza scopo. Solo gl'indigeni della Nuova-Zelanda adoprano saette, ora; nel secolo dei cannoni rigati e de' fucili ad ago. All'Aleardi, strano fenomeno, sembra prosaico il caratteristico, ch'è il vero poetico, e quindi s'attuffa nei luoghi comuni. Anch'egli Francesco Dall'Ongaro (altra bella cima e cara gioia!) ne' suoi Stornelli (che non sono altrimenti stornelli, anzi rispetti) fa offrire dalle livornesi il sacrificio di questa bellezza muliebre. La Maria Antonietta (dice egli) aveva giurato (credat Judaeus Apella, non ego) tornando, d'imbottirsi le materassa e gli origlieri con le trecce delle livornesi; e queste rispondono, ricordando come in altri secoli le loro capellature servissero a tender gli archi, e promettendo d'impiegarle ora a fasciar le ferite ai volontarî. Reminiscenza del Tasso: ma non si comprende, come nel caso dell'Erminia e di Tancredi, la necessità di ricorrere a tali fasciature poco igieniche e molto disadatte: manca pezze, bindelli e sfilacci?
Altezza, queste trecce, o brune o bionde,
Le abbiam già tronche un dì di propria mano,
Per tender gli archi e risarcir le fionde
Ai difensori dell'onor toscano.
Or fascerem le margini profonde
Ai volontarî del lombardo piano....
[pg!51]
Ma voi non ci godrete ore tranquille,
Vi pungeranno, Altezza, al par di spille....
Ma questa freddura è roba vecchia, vieta, stantia, rancida, barba di cassone e di scaffale, fritta e rifritta, trita e ritrita, detta e ridetta le mille volte e meglio assai da scrittori precedenti, e con più spirito, Per esempio, il secentista Antonio Muscettola ha composta una canzone concettosa intitolata, La chioma recisa, dedicata al signor Mario Rota, in cui scrive:
IV. Già di recisa chioma
Fabricarsi mirò bellico arnese,
Perchè fusser difese
L'eccelse rocche sue, l'antica Roma;
Et or nove armi architettando Amore,
Troncò quel crin per saettarmi il core.
XI.... Et, o beata sorte,
Se la crudel che mi ferì sdegnosa,
Divenuta pietosa
Di mia vicina irreparabil morte,
Troncasse del suo crin le fila vaghe
Del sen trafitto per fasciar le piaghe.
Le tre ottave Alle Donne Milanesi sono indovinate, meno la seconda. Il componimento venne recitato in una festa data a Milano nel MDCCCLX, da signore veneziane abbrunate, che presentavano dei mazzolini di fiori alle lombarde e che invece di darsi in ispettacolo con simili commedie, avrebber servito meglio assai la patria standosene costumatamente in casa a rinacciare o far conserve od insegnare a compitare a' figliuoli. Come è ben sentito il verso onomatopeico, che rappresenta l'austriaco, Ululando la lingua di Lutero! magnifico e caratteristico in bocca d'Italiane cattoliche. L'ultima ottava poi è un capolavoro tecnico e poetico: quanta gentilezza nella chiusa:
E voi, lombarde memori sorelle,
Se mai trovate tra i soavi odori
Qualche stilla rimasta per incanto,
Badate, o pie, non è rugiada, è pianto.
[pg!52] Nel madrigale A Re Vittorio Emmanuele finalmente, col quale Venezia serva è supposta accompagnare un bucchè, la personificazione è così spontanea e ben riuscita, che non oso condannarla; l'antitesi è così gentile e ben trattata, così franco e ben maneggiato il verso, che neppure un pedante osa chiedere da quando in qua le parti sono invertite e le spose mandino ramiglietti (mi si perdoni il napoletanesimo autorizzato da un esempio del Tansillo) mandino ramaglietti agli sposi, ed un napolitano stesso leggendo non pensa all'equivoco osceno che nel suo dialetto offre l'ultimo verso e quella parolaccia mazzo. Quando si giunge a preoccupare un napolitano fino al punto di non fargli avvertire una porcheria, è tutto dire. C'est un joli rien, come dicono oltr'Alpi. Per questi nulla, per queste inezie solo, aveva disposizione e capacità l'Aleardi: ed è veramente da rimpiangere ch'e' non ne abbia scritto in maggior numero.
Nulla? inezie? Sbaglio, ho mal detto. Non è mica la mole che fa il merito d'una poesia, anzi la perfezione: e parecchi rimangono immortali per siffatte gemme epigrammatiche. L'impressione momentanea ha dritto ad essere espressa dal vate; e molti poeti non possono, per idiosincrasia loro, ammucchiare i pensieri, le immagini, i sentimenti che quotidianamente si presentano alla fantasia, ammucchiarli, dico, ne' magazzini della memoria pe' casi in cui occorrano; se non li esitassero subito, li perderebbero. Così pure alcune frutta bisogna coglierle e mangiarle; la dimane non sarebber più commestibili. Così pure alcune pietanze vogliono esser trangugiate calde; a Napoli dicono: friggi e servi. Aggiungerò che l'eccellenza si raggiunge più agevolmente in queste bagattelle, che ne' lavori di lunga lena. S'è sempre freschi; non s'è sopraggiunti da quelle stanchezze micidiali, che inducono spesso a buttar giù l'opera di anni od a lasciare interrotte minacce di lavori ingenti; non si rischia di riuscir mediocre in qualche parte, che sbagliata fa scomparire il rimanente quantunque ottimo; non si è costretti a sacrificare, ad eliminare [pg!53] mille bellezze, che non servono per lo schema concepito. Maestro del genere è l'Arouet: e dire che il signor di Ferney se n'è compiaciuto equivale al ragionare la bontà del genere; l'istinto inconscio d'un tanto genio è infallibile.
Chè intelletto divin, celeste ingegno,
Nulla a caso giammai forma e dispone.
(Adone. VI. 8.)
Il Goethe opinava: — «Quantunque scriva un Voltaire, mi par buono, sebbene io protesti contro alcune temerità; ma le poesie d'occasione sono fra le sue cose più aggraziate: non v'incontri verso, che non ridondi di chiarezza, di spirito, di venustà, d'ilarità. Non visse mai poeta che al par di lui comandasse a bacchetta l'ingegno proprio. Una volta, mentre egli, dopo lunga visita alla Du-Chatelet, stava per incarrozzarsi, sopraggiunge un messaggio dalle educande del vicino convento; le quali, volendo recitare pel natalizio della Badessa la Morte di Cesare, pregavano l'autore d'un prologo apposta. L'occasione era tanto amena, che l'uomo non potea lasciarsela sfuggire. E' si fa recare penna, carta e calamajo; e verga il prologo richiesto sul caminetto, in piedi. Saran venti versi: la poesia è pensatissima e perfetta, appropriatissima al caso, d'ottimo gusto. Ma non mi pare inserita nella raccolta delle sue opere.» — Un genere, ripeto, che lo amante della dotta Urania, che il Proteo multiforme della Francia ha coltivato con amore, non può disprezzarsi da chicchessia ragionevolmente.
[IX.]
— «Ma, chi scrive, bisogna pur che dica qualcosa; e gli ha da essere un impiccio indiavolato quando manca sentimento e concetto!» —
— Gnornò. Anzi, stimala per la cosa del mondo più comoda: si scarabocchia carta e carta senza fatica, senza palpiti, senza patemi, senza sciuparsi, [pg!54] come amavano la Veneranda ed il Taddeo dell'Amor pacifico. Grazie a' tanti secoli di vita che l'uman genere conta, grazie alla lunga esplicazione letteraria della mente Italiana, v'è una sterminata quantità di formolato a disposizione delle fantasie sterili: espressioni consacrate, immagini proverbiali, concetti volgari, luoghi comuni, parole e pensieri che furono forse un tempo roba poetica e sentita, ormai ridotta dall'uso a mere cifre, a segni convenzionali, come quelle monetacce, che circolando a lungo pèrdono l'impronta del conio. — «La lingua verseggia per lui,» — diceva il Goethe a proposito de' componimenti dilettanteschi d'un Re bavaro. In somma delle somme, v'ha il mare inesauribile del rettorico (faccio per non nominarlo); di ciò che alcuni in Economia Politica addimandano ricchezza comune e gratuita, e che appunto perchè gratuita e comune, mal si spaccia per ricchezza nella scienza sociale e mal si battezzerebbe poesia nell'Arte. Ci è il sol di luglio del proverbio; e molti se ne fan belli, e molti il vendono, e molti dabbenuomini il comprano a caro prezzo, come cosa di valore e rara. All'oceano del rettorico, del formolato, attinge, senz'ombra di scrupolo, copiosamente Aleardo Aleardi: ne' suoi canti non ravvisi la manifestazione immaginosa di concetti sentiti, anzi un sèguito di formole, de' lunghi polinomî di cosiddette imagini poetiche. Ed il lettore ne riman commosso suppergiù come lo spettatore da una pergamena istoriata di rebeschi o da un papiro coperto di geroglifici.
Quindi non vien freddato un tanghero nelle sue battaglie, del quale non si deplori la solita madre o l'immancabile sposa che ne aspettano il ritorno conteso in eterno! Se una fanciulletta od una contessucola sparenta, consoliamoci, anzi rallegriamoci: le sono ite ad acculattar qualche panca in cielo alla destra di dio padre onnipotente ed intercedono per nojaltri! Se accade una mischia, ecco subito i singhiozzi obbligati delle mamme e delle sorelline! I sepolti, ci s'intende, aspettano vendetta ed invocano [pg!55] l'ira del nume sul carnefice! I mondi danzano. (Ho l'imbarazzo della scelta fra mille esempli di questa immagine più vecchia del brodetto. Antonio Muscettola, nella canzone a don Giuseppe de' Medici, Prencipe di Ottaiano, in cui narra come danzando con la sua donna, da molti diamanti, ch'ella avea nelle dita, gli fu in gran parte scemato il diletto, scrive:
Stanco il mondo godea
Tranquille piume in fra gli orror segreti:
E scintillanti e belle
Tessean lucidi balli in ciel le stelle).
La natura inneggia al creatore. I firmamenti sono una tenda. La terra è un granel di polvere, chi la guardi dal cielo. (Vedi, per restringermi ad una citazione, la parlata d'Amore, in fine del quint'atto dello Endimone del Guidi:
E la terra, che appare immensa mole,
Dall'uno all'altro polo
Sarà, sott'un tuo sguardo, un punto solo.)
I vespri tuonano come quegli arcangeli, de' quali nessuno ha udito la musica mai. Il Byron ha lasciato l'ossa ad Albione ed i poemi al mondo. (Di simili divisioni della eredità degli uomini grandi o spacciati per tali, potrei addurne centomila esempli. Mi basti rammentare la iscrizione sulla tomba del cardinal Parisio in Santa Maria degli Angeli a Roma ed il sonetto in morte di Torquato Tasso, che leggesi nelle Tre Grazie del seicentista Antonio Bruni da Manduria:
Morto il gran Tasso, anzi avvivato in dio
Quei, che già riportò fra' cigni il vanto;
Tra la Fama e la Terra e 'l Ciel s'udio
Bella gara d'onor fra 'l lutto e 'l pianto.
Il Ciel diceva: «Il gran Torquato è mio,
Poi ch'apprese da me celeste il canto».
Dicea la Terra: «A me si dee, perch'io
Di me stessa gli ordii caduco il manto».
[pg!56]
Ma soggiunse la Fama: «Anzi, a me sola
Dèssi il cantor che vinse il dio di Delo,
Perchè in Pindo per me chiaro sen vola».
Indi Febo parlò da un aureo velo:
«La Fama il nome, or che all'obblio s'invola,
S'abbia; il corpo la Terra; e l'alma il Cielo».)
Quel destriero barbaro, di cui già Orazio, scalpita nei canti dell'Aleardi per mille millesime volte sulle tombe Italiane:
Barbarus heu! cineres insistet victor et urbem
Eques sonante verberabit ungula;
eccetera, eccetera. Non vi si cansa un platealità demagogica o rivoluzionaria. Beninteso, che l'eminente statista, il quale in Austria si chiamava Clemente-Vincislao-Nepomuceno-Lotario Principe di Metternich e nel Reame delle Due-Sicilie, Duca di Portella vien gratificato dall'epiteto di assassino, e l'Austria riceve il predicato perfida, eccetera eccetera. Insomma ad ogni personaggio, ad ogni stato è conservato l'aggettivo in uso presso i politicanti da caffè ed i gazzettieri di trivio: l'Aleardi potrà servire di repertorio, quando una più giusta cognizione ed estimazione della storia li avrà fatti dimenticare agli avvenire. La Polonia cos'è? La terra di Giovanni Sobieschi, ben inteso, abbandonata dalla ingratitudine di questa Europa, che essa salvò dalla barbarie musulmana.... (Vedi i compendî di Storia ad uso delle scuole; tutti gli articoli di fondo scombiccherati da' politicanti sentimentali sulla Polonia; e tutte le insulse filastrocche verseggiate su di essa da' poetonzoli Italiani, cominciando da Giuseppe Ricciardi e terminando a Pasquale Turiello, o s'altri v'ha più da meno, miseri stemperatori delle tumide parole dello Châteaubriand nella biografia del Rancé: Sobieski entra dans Vienne par la bréche qu'avait ouverte le canon des Turcs. Les Polonais sauvèrent l'Europe, qui laisse exterminer aujourd'hui la Pologne. L'histoire n'est pas plus reconnaissante que les hommes; goffi parafrasatori [pg!57] delle belle strofe del Poerio per l'arrivo in Sicilia dello autocrate Niccolò).
Che dirò delle reminiscenze mitologiche, pagane e cristiane, eccletica e rettoricamente adoperate; delle personificazioni, che ti agghiacciono ad ogni piè sospinto? Bacco piange sulla crittogama; l'insidioso Satana vola largamente con l'ale sul tenebroso tetto del Quirinale; le anime vengono assunte al glorioso bacio del Cristo; e via discorrendo. Non crediate già che il merito d'una battaglia trionfata spetti a' nostri prodi! Ohibò!
..... Il derisore
Dio de le fughe visita le file
Degli stranieri e il core.
La convenzione di Vilagos ed il preteso tradimento sono bell'e spiegati col matrimonio di Arturo Görgey.
— «Che forse amoreggiava con la figliuola del conte Rüdiger?» —
— Nossignore, anzi.....
..... l'infamia..... su lo aborrito
Campo di Ieno a lui pose nel dito
Il suo vipereo anello nuziale.
Chieggo a voi che avete combattuto, o come mi rappresentereste un combattimento, una vittoria? M'immagino che porreste in luce un tratto caratteristico, il quale lasciasse indovinare il tumulto, le vicende della battaglia, del trionfo; che vi regolereste insomma press'a poco come Giovanni Berchet nelle Fantasie, quando sua mercè riviviamo a' tempi di Legnano, divenuti ne' suoi carmi più belli che non fossero nella torbida realtà. Ecco invece in qual guisa l'Aleardi si lusinga di pormi una vittoria sott'occhi, una vittoria del Bonaparte sull'Alvinczy;
Un giorno, immansueta e bella
Dea, la vittoria scese; e per quei poggi
Danzò la danza pirrica su metro
Repubblicano....
[pg!58] eccetera, eccetera. Veggo con la mente una sgualdrina scambiettare, non mica combattersi una mischia. Vien proprio voglia di esclamare, come i contadini bresciani, quando per la calura sorgono vapori da' campi acquitrinosi, ch'essi addimandano nidi della vecchia, di sclamare: Bala, pör vecia!... che gh'ho in cul el to balà!
Chiunque è avvezzo a non creare le immagini che adopera e ci è avvezzo per l'ottima ragione che non sente poeticamente; chiunque è avvezzo a servirsi del formolato: non potrà cansare, nel prendere delle res nullius, di por talvolta la mano anche su qualcosa che abbia un padrone, che non sia ancor divenuto patrimonio pubblico. E l'immagine od il pensiero accattato da uno scrittore, costituisce ciò che con blanda parola si addimanda reminiscenza e con altre più dure o meno ipocrite plagio o furto. Volere o non volere, alla mente senz'utero, inetta a fantasticare o favoleggiare con indipendenza, si affacciano que' pensieri forniti e forbiti, perfetti, potenti; e non avendo essa virtù di trasformarli specificamente, le s'impongono. Quindi niente meraviglia, se percorrendo il Nostro, l'orecchio è percosso ogni tanto da un'eco languida d'altri scrittori contemporanei, massime del Foscolo, del Manzoni, del Leopardi e de' franzesi Hugo e Lamartine. Anche su codesto capitolo io mi pregio d'essere frammanicone: nulla di più lecito che il riprendere l'opera d'altri. V'è del vero in quelle parole del Beroaldo di Verville: Ceux qui disent «j'ai vu ceci et cela autre part» sont des chetifs averlans. Quand on mange d'un chapon, est-ce le chapon qu'il y a plus de cent ans qui fut mangé et chié? In Arte l'appropriarsi l'altrui non è rubare. Ad un patto però: che tu faccia tuo quel che t'appropri, che e' imprima il tuo suggello, che vi scolpisca la tua marca, te, la tua personalità; che ne ricavi miglior partito dello inventore; che tu faccia come l'occupatore, l'usurpatore d'un terreno demaniale inculto ed insalubre, il quale il dissodi ed il bonifichi. Ingenerandosi ogni [pg!59] immagine da un'impressione, importa ben poco al fondo se questa prima impressione sia naturale affatto, oppure una immagine artistica anch'essa. — «Il mondo riman sempre il medesimo; le condizioni si ripetono; l'un popolo vive, ama e sente come l'altro; o perchè un poeta non dovrebbe favoleggiar come l'altro? Se le situazioni della vita sono simili, perchè pretendere dissimili le situazioni della poesia?» — Così diceva una volta il Goethe, chiaccherando su' motivi delle poesie popolari serbe, tradotte in tedesco dalla Talvj; mentre Federigo-Guglielmo Riemer e Giampietro Eckermann osservavano: avere il Goethe, aver essi stessi, adoperati parecchi di quei motivi senza saper di serbo. C'era stato incontro. Ma come li avevano esplicati? a modo loro, non alla serba. Ogni tema, ogni situazione, ogni personaggio, ogn'idea, ogn'immagine, ogni metafora vive in ogni letteratura una lunga enucleazione poetica; le differenti fantasie di molti poeti guardano quegli elementi diversamente, successivamente e li esplicano, enucleano, svolgono, sinchè se ne sia cavato il cavabile; anzi, queste manifestazioni successive procedono storica e logicamente l'una dall'altra: si presuppongono e s'implicano. Gustave Pianelle ha compilato un libro: Echi poetiche, in cui registra molte imitazioni di squarci latini fatti da classici francesi: ce ne ha, che sono trasformazioni, ce ne ha, che rimangono semplici copie. Negli Annali per le letterature romanze ed inglese, un tedesco stampava testè non so che saggio sulle imitazioni degli antichi nell'Ariosto; e per citarne una, l'episodio di Cloridano e Medoro è ispirato evidentemente dall'episodio di Eurialo e Niso: ma quanto diverso! Giampietro D'Alessandro pubblicò verso il M.DC.IV uno scritto sugli accatti analoghi del Tasso; non ho vista l'opera, ma il Mannerini la rivendica per cosa propria od almeno afferma di aver messo insieme un lavoro consimile, nella prefazione al Pastor costante. Quante immagini l'Allighieri non desume da Virgilio! diremo che il saccheggi? Le famose ottave [pg!60] di Torquato Tasso sulla rosa presuppongono quelle di Ludovico Ariosto, che non ci sarebbero senza le stanze d'Angiolo Poliziano, imitate dagli esametri di Catullo: ma il Poliziano non ruba Catullo; nè l'Ariosto il Poliziano; ned il Tasso l'Ariosto: hanno esplicato e trasformato il concetto, sempre. Invece, nel Cantore Sciaculi, l'Aleardi manomette il Bertrano dal Bornio di Ludovico Uhland; nel paragone che chiude le Lettere a Maria, ruba il Mazeppa di Vittor Hugo; qui la trasformazione, l'esplicazione ulteriore del concetto manca. Nel Triste Dramma, nelle Città Italiane, nell'È morta, nella Viola, nel Giuoco di Palla, eccetera, eccetera; ecco dovunque reminiscenze del Foscolo e del Leopardi. Evidentemente Aleardo Aleardi non è infetto della delicatezza morbosa che spingeva Alfredo di Musset ad avvertire in nota ai lettori come qualmente egli avesse accattata questa o quella metafora del tale o tal altro. Non ha la franchezza con cui il De-Iouy diceva nella prefazione ad una commedia: — «Un generale estero, noto pe' suoi fiaschi nella guerra d'America, il quale si consolava con trionfucoli teatrali a Londra delle batoste solenni buscate a Saratoga, il Bourgoyne, aveva già ideato di rappresentare una ereditiera circondata da proci avidi. Non avrei avuto scrupolo alcuno, il confesso, d'accattar da lui un motto arguto, un carattere nuovo, una scena od anche una situazione interessante, se ne avessi trovati nel suo lavoro: gl'imprestiti fatti agli stranieri non venner mai tenuti per plagi. Ma seguendo in ciò l'esempio dato spessissimo dagli autori inglesi, non li avrei imitati anche nel tacere gl'imprestiti da me fatti e nel disconoscere i miei debiti». — Insomma, per non uscir fuori della Italia, anzi per rimanere nel Veneto, lo Aleardi non ha l'ingenuità simpatica di Pietro Michieli, che dichiarava al lettore della sua Benda di Cupido: — «L'autore non ne ricerca lode, che di fatica; essendone la minor parte di sua inventione, e la maggiore trasportata da autori d'altre lingue. [pg!61] L'esser egli il maggiore nemico che possa haver l'otio è cagione di ciò: poichè, quando egli non si sente così pronta la vena poetica per comporre del proprio ingegno, s'ingegna almeno d'affaticarsi intorno alle compositioni da altri in altre lingue scritte, per non passare il corso della sua vita (per quanto può) in altro, che in attioni virtuose. In altri è stato stimato lodevole simile esercitio, e forse anco in lui non verrà biasimato. Tanto più, che avendo fino ad hora consignato alle stampe molti volumi di sua propria et assoluta inventione, da quelli si viene in cognitione, che non ha bisogno di mendicare dagli altri, essendo dovitioso nel proprio capriccio». — Ma del Nostro non abbiamo volumi di sua propria et assoluta inventione.
Giovanni Berchet scrisse una volta:
Come il mar su cui si posa
Sono immensi i guai d'Italia,
Inesausto è il suo dolor. —
ed Aleardo Aleardi augura con cristiana carità al comunista francese di venir deportato in isole lontane:
Dove lo cinga un lutto
Perpetuo come il flutto.
Alessandro Poerio ha detto parlando de' suoi dolorosi tempi:
Nel seno del poeta
Non s'agita il profeta;
Gli è chiuso l'avvenir; —
ed Aleardo Aleardi ripete:
..... E nel poeta
Il profeta morì.
Il Marino disse:
Così dunque cangiar sinistra sorte
Può maniglie in manette? anella in nodi?
Gli aurei monili in ruvide ritorte?
Adone XIV. 299.
[pg!62] Ed Aleardo Aleardi, come abbiam visto, scimmiotta:
Abbiam catene in cambio di smaniglie,
La fune al collo in cambio di monili.
Alessandro Manzoni ha posto in bocca al suo Adelchi certi versi, che lo Adelchi storico ripudierebbe, ma che tutti sanno a mente:
..... Una feroce
Forza il mondo possiede e fa nomarsi
Dritto: la man degli avi insanguinata
Seminò l'ingiustizia; i padri l'hanno
Coltivata col sangue, e ormai la terra
Altra messe non dà; —
versi che Aleardo Aleardi copia così:
L'odio fu sparso, il postero
Raccoglierà vendetta.
Lo stesso Manzoni vi rappresenta Alboino che sale sopra 'l monte, rivolge in giù lo sguardo all'Italia e sclama: — «Questa terra è mia!» — Ed Aleardo Aleardi imita:
.... Or su que' sassi... si sdraja
Il vïennese sordido gregario:
Stende le membra, del bastone esperte,
Plebeamente, e, accesa l'acre foglia
Americana, guarda in ver le pingui
Venete valli e le lombarde e dice:
«Quelli son miei poderi.»
E, (salta agli occhi) imita con ben poco discernimento. La esclamazione, dal Manzoni acconciamente suggerita ad Alboino Re, non istà bene sulle labbra dei poveri soldati tedeschi, i quali, come gli avrebbe dovuto insegnare il suo povero Beppe:
.... Re pauroso
Degl'Italici moti e degli slavi
Strappa a' lor tetti e qua senza riposo
Schiavi li spinge per tenerci schiavi!
[pg!63] Ci vuole anche un po' di criterio per utilizzare ammodo gli spogli è gli excerpta fatti nello scartabellare i buoni autori: non foss'altro per non somigliare alla moglie del tintore. Un giorno che aveva bisogno di cenere per le stoviglie o pel bucato, dà di piglio ad una catasta di guado e di verzino, credendo fosse roba di scarto; e con buona alchimia da cinquecento lire di droghe trasse cinquazei centesimi di cenere.
Il Byron, sclamando:
Know ye the land where the cypress and myrtle
Are emblems of deeds that are done in their clime?
con quel che segue, ha imitato il Goethe, che nel Guglielmo Maestri fa dire alla sua Mignon:
Kennst Du das Land? wo die Citronen blühn
eccetera. Il fatto è innegato: quella splendida introduzione ad uno dei più cari poemetti dello irrequieto inglese, venne aggiunta sulle bozze di stampa; è da lodarsi di non avere rifuggito dall'imitare. Ed il Goethe ed il Byron han date stupende descrizioni, idealizzando la natura di due contrade a loro cognite e memorande. E la forma interrogativa ne' loro versi non è arbitraria, anzi ha un significato: indica la nostalgia degl'interlocutori, quel desiderio intensamente appassionato, il quale non può credere ignoto ad alcuno l'oggetto dell'affezione nostra, e chiama tutti a testimoni che si ha ragione di amare. Ma quando Aleardo Aleardi sul serio ti chiede:
..... Hai tu veduto
Ne la convalle di Siddim profonda,
Sotto il nitido ciel di Palestina,
Hai veduto brillar sinistramente
La laguna d'Asfalte?
questa interrogazione è rettorica, perchè senza ragione d'essere, mera scimmieggiatura. Quando il Nostro, parlandoci d'un prigioniero che ritrae sulle mura del carcere la sua ganza, chiama arte di Giotto la pittura; questa denominazione parafrastica è rettorica, [pg!64] perchè il povero Ambrogio Bondone qui non c'entra: il richiamarcelo in mente ci distrae dal prigioniero e dal suo triste sollazzo; mentre invece altrove, come ho avvertito, il tedesco è stupenda e caratteristicamente chiamato lingua di Lutero, rammentando così tutto l'odio che ogni Italiano vuoi cattolico, vuoi incredulo, deve alla nazione che generò quel secondo periodo di barbarie e di recrudescenza fanatica addimandato Riforma. Le descrizioni dell'inverno islandese e simili, sono rettorica nell'Aleardi, perchè il paragone serve solo a determinare e caratterizzare il termine principale, a compierne il fantasma; ed ove diventi un tutto per sè, una cosa autonoma: ove lo scrittore nel pennelleggiarlo ecceda i limiti e dimentichi il principale, dobbiamo conchiudere che il poeta patisce di distrazioni, id est che non è potentemente preoccupato dall'essenziale, che non ne è quindi commosso. Ecco perchè tali strampalataggini convengono agli umoristi, a' quali importa mostrarsi fuori et al disopra della poesia. La scelta de' paragoni non è concessa all'arbitrio del poeta; non gli è mica lecito di adoperar questo o quello, a capriccio, perchè nuovo, perchè gli va a sangue, per una sua fisima, perchè così gli pare e piace. Gnornò: le similitudini hanno una necessità logica derivata dal sentimento, dal soggetto, dal carattere che volete esprimere; e quell'Italiano, il quale, per mostrare come l'anima sua, risalendo i tempi, migri agli anni della giovinezza, descrive in trentun versi i cigni che migrano d'Islanda in Grecia, doveva proprio aver l'animo più freddo del naso d'un gatto o vogliam dire (per non incorrere nella colpa che riprendiamo) più fredda delle ghiacciaje che circondan l'Ecla.
[pg!65]
[X.]
Mai non disse Aleardo Aleardi la più giusta cosa, che quando fece reclamare dalla sua musa come proprio retaggio
..... Fucate fantasie, vestite
D'arte caduca.
Infatti, chi, per mancanza di concetti e di sentimenti, nonchè di forma e di pensieri proprî, è costretto a vivacchiare di accatto e d'impostura, cerca per istinto necessario o per necessità istintiva, di nasconder questa menda esaggerando[2], spaccando e rinvergando in cose estranee alla poesia le quali egli falsamente giudica fregi ed ornamenti, l'originalità, la virtù di piacere, che la steril sua fantasia è impotente a dargli. Questi mezzucci riescono spesso ad illudere e si scrocca fama di poeta; ma, trascorso il primo bollore, vien riconosciuto che lo scrittore è precipitato nel goffo, nel mostruoso ed ha sconfinato dalla poesia. Così talvolta una vecchiaccia, o rinsecchita od adiposa, a furia di perrucchini, di belletto, di bambace, di fascette, di polvere di riso e d'altri simili ordigni e cosmetici, giunge a simulare un'apparenza di grazia e di gioventù; e (l'uomo è fragile!) può farti scusabilmente girare il capo come un arcolajo per minuti cinque. Ma dopo i cinque minuti di capogiro scusabili, come la ti ha concesso un favore e l'effervescenza del sangue calmandosi toglie il momentaneo velo all'occhio, saresti inescusabile se non sapessi vederla nella schifosa realtà sua ed abborrirla.
Il nuovo piace anche a me: cui non piace? Pure, cosa intendete per nuovo? La novità non istà per Aleardo Aleardi nell'incarnare ne' suoi componimenti concetti e sentimenti così connaturati, che diano una [pg!66] impronta particolare, singolare a' pensieri, alle immagini, alla lingua, al verso. Egli spesso si figura di ringiovanire il triviale e l'altrui che costituiscono il fondo della sua poesia, aggiungendovi de' ghirigori superflui, degli ammennicoli inutili, frammischiandovi qualche barbaro o strano vocabolaccio. Ha molto del secentista, come del resto quasi tutti i più vantati del secolo fra gli stranieri. Del pari Bernardino di San-Pietro non ravvisava il merito del suo Paolo e Virginia nello aver creato delle persone vive o nell'importanza del concetto poetico e sociale; bensì nell'aver posta la coppia innamorata fra gli insoliti banani e palmizî, invece di collocarla fra le querce e le ficaje consuete.
Esemplifichiamo.
Il poeta non è botanico, nè la botanica è poesia. L'insopportabile abuso, che fa l'Aleardi di termini tecnici, i quali talvolta mi mascherano stranamente le più note pianticelle, non ha senso, ed esaspera il lettore. Mi ricorda la rabbia del vecchio cortigiano Behrisch, il quale avea riempita una delle stanze assegnategli per alloggio nella duchesca di Dessavia, con graste di geranî, pianta di moda, allora. Ma i botanici in Lamagna fecero distinzioni e suddivisioni tra geranî e geranî, attribuendo il nome di pelargonie ad alcune varietà. Ed il Behrisch li malediva: — «Imbecilli! io mi rallegravo di aver la stanza piena di geranî, e loro vengono e dicono che, nossignore, son pelargonie. Ed io cos'ho da farmene se non sono geranî? delle pelargonie a me cos'importa?» — Que' nomacci eterocliti non ci stanno mica per una necessità poetica; vi son tirati pe' capelli a documento della scienza botanica dell'autore. Ad Alessandro Manzoni, che si guarda ben dal farla, noi perdoneremmo quest'ostentazion di sapere, la quale in lui potrebbe psicologicamente giustificarsi. Difatti, il descrittore del giardino inselvatichito di Renzo Tramaglini non è un dilettante di botanica, anzi un filologo di primissim'ordine, che ha ideato una classificazione delle piante originalissima, [pg!67] e, come mi asseverano uomini competenti, scientificamente superiore a quelle dello svezzese Carlo di Linneo o del ginevrino Augustino-Piramo Decandolle. Ma la scienza dell'Aleardi probabilmente si riduce a qualche reminiscenza scolastica, all'aver isfogliato un manuale od all'aver passeggiato in qualche giardino de' semplici, leggendo su' polizzini attaccati alle piante od impalati lungo le ajuole: conifere, lonicere, ottonie, bromelie, benisterie, ninfee, napelli, solatro, ranuncolo scellerato, lemna, eccetera, eccetera. Propongo un'ipotesi: forse il Nostro fa ciò per mero esercizio mnemonico. Diceva il Goethe: — Degli studî ci rimane sol quanto praticamente applichiamo, il resto va perduto.» — L'autore adopera que' termini, perchè gli rimanga impressa qualche cognizioncella botanica racimolata qua e là. Non sarei punto sorpreso, che non avendole mentovate mai, ignori cosa sono la vellintonia, l'eucalitto, la zeodaria, lo xilosteo, le alimacee, il liriodentro tulipifero, l'asimina triloba, eccetera, eccetera.
Il poeta non è topografo; nè la natura per sè stessa poetica. Mancando l'uomo che vi si agita, non ci commuove. Il mondo senza uomini, come dice Piersippe Giusti, ossia il Marchese Giuseppe Spiriti, nella Salace trasformata:
..... ancorchè spettacolo giocondo
Di meraviglie sia egli a sè stesso,
Pur fora qual teatro a cui sian tolti
Chi vi giuochi la sera e chi l'ascolti.
Dunque, volendo rappresentarmi, puta caso, una valle, basta dipingermela come scena di un avvenimento caratteristico, ed è perfettamente inutile che tu spenda un cinquanta versi a particolareggiarmene la pianta, i nomi antichi e moderni, le produzioni e che so io; minuzie interessantissime in una Guida novissima del Viaggiatore, ma che non suscitano immagini commoventi, così da dar vita al fantasma di quella valle. Più analizzi, più distingui, più sminuzzi, più dettagli e meno veggo l'insieme. Dimmi [pg!68] che i monti son cinerei, che la consolare è candida (l'avran forse lastricata di carrara lustro), che il fiume è verde (cosa da stagno), e mi avrai unicamente posto sotto gli occhi tre immobili macchiacce: verdognola cinerognola e biancastra. Dimmi che passano poane pel cielo e zattere pel fiume; ed io potrò solo fondare meditazioni ornitologiche e commerciali su codesti fatti. Dimmi che l'Adice reca a Verona un sorriso di Trento, ed io rispondo sbadigliando: — «rettorica!» — Dimmi che un fortino veneto è trasformato in fortezza austriaca, ed io ti ringrazio della notizia archeologica.
— «Ma» — scappa fuori l'Aleardi, indispettito come un bambino, al quale si vieti di fare ogni impertinenza — «questo no, quello no; corpo dell'ostia, come aveva io a fare per dipinger poeticamente la Chiusa?» —
— Come, eh? Semplicissimo! Cancellar tutta la descrizione salvo queste parole:
..... Il loco ha somiglianza
Di Termopile, e forse alcuno attende
Leonida venturo.
Ma sa Ella, che questa immagine è degnissima del maggior poeta? Illumina la personalità dell'autore; suscita l'objetto innanzi alla fantasia; promuove un tumulto di pensieri. Ecco qua, senza corredo d'annotanzioncelle prosentuose, senza imprecazioni, senza contorsioni o scontorcimenti, lo scrittore si dimostra, io m'accorgo, ch'egli è patriota; m'accorgo, ch'egli è di una terra serva sì, ma ognor fremente, e fiduciosa nella vicina riscossa, e certa di non mancare al proprio dovere: onesta baldanza! Ch'è d'un paese insomma, eo immitior quia toleraverat, che ha dato i Mille come la Grecia i Trecento. Quella sola immagine mi dipinge la valle nella fantasia così vivace e caratteristicamente, come s'io l'avessi vista co' proprî occhi miei: vi ha pochi esempli d'una descrizione poetica tanto vera e perfetta. Ma perduta questa geniale oasi in un deserto d'inconcludenze e di rettorica, [pg!69] passa inavvertita e fallisce l'effetto. Quel che più importa allo scrittore ambizioso, non dico di eccellenza, anzi solo di serietà, è il saper cancellare. Un componimento esce dalla fantasia, come la statua di bronzo dalla forma, tutto sbavature; bisogna limare e cesellare, cesellare e limare senza mai stancarsi. Dicon che lo Schiller fosse maestro di cosiffatte potagioni. Gli avevano mandato una volta pel suo Almanacco delle Muse non so che oda pomposa in ventidue strofe: a furia di cancellazioni e' la ridusse a sette, e sì che mediante le crudeli amputazioni il prodotto ci guadagnò, rimanendo intatto nelle sette strofe il buono sparpagliato per le ventidue. Pirro Lallebasque, ossia Pasquale Borrelli da Tornareccio, osservò bene, quantunque barbaramente si esprimesse, scrivendo: — «Noi non siamo prolissi, se non perchè ci manca il tempo o la pazienza di esser brevi.» — Voleva dire: Siamo prolissi, sol perchè, eccettera. Come disse il Metternich al Varnhagen? — «Se scorgo qualche oscurità nel mio dettato o sento che qualche brano potrebbe non riuscir chiaro ai lettori, seguo il consiglio datomi una volta dal vecchio barone di Thugut, uomo pratico che m'insegnò di non ingegnarmi a dare un altro giro al pensiero, a modificarlo, anzi di studiarmi solo di cancellare quanto vi ha di superfluo nel luogo oscuro; il rimanente esprime compiutamente e sicuramente il senso. E trovo di fatto che il semplice si regge da sè, i puntelli e gli aiuti oscurano per lo più». —
Il poeta non è delegato di questura: non gli è concesso, mal presume di raffigurarmi una persona, enumerandone i connotati, perchè con essi posso solo al più arrabbattarmi a costruirmi nella mente un insieme di venti parti; ma l'immagine non mi balza viva nella fantasia, non vi s'affaccia repentinamente, non Fa di sè bella et improvvisa mostra, come Diana in scena o Citerea si mostra. Che vita nelle Silvie e nelle Nerine del Leopardi! eppure il recanatese non le esamina membro per membro dal vertice alle piante [pg!70] come in una visita medica, come usa con le meretrici. L'Elvira, la bellissima donna amata da Consalvo, era alta un metro e settanta, oppure un metro e sessanta centimetri? La Nerina era bruna o bionda? L'occhio della Silvia era nero od azzurro? Solo incidentalmente apprendiamo che quest'ultima era di capel nero:
Non ti molceva il core,
La dolce lode, or delle negre chiome,
Or degli sguardi innamorati e schivi;
Nè teco le compagne, a' di festivi,
Ragionavan d'amore.
In prosa, si può ammettere qualche latitudine nel descrivere i protagonisti; eppure Alfredo di Vigny (ch'è tra' quattro o cinque francesi di questo secolo, i quali abbiano saputo scrivere) sclamava: — «Non ho punto bisogno d'un ritratto in miniatura d'ogni vostro personaggio. Credetemi, a chiunque sia per poco immaginoso, basta uno schizzo. Un tratto indovinato vai più di tanti particolari. Se vi lascio fare, mi direte la manifattura de' nastri di seta adoperati per la coccarda degli scarpini. Abito pernicioso di narrare, che si diffonde spaventevolmente.» — Chi si lascia vincere dalla smania, dalla mania di descrivere, non ha più freno, e sacrifica tutto pur di soddisfarla. Mi ricordo, in un romanzo francese, che un tale dà un'occhiata, una occhiata fugace in una stanza e vede.... vede i più minuti oggetti, che ne vengono minutamente enumerati e descritti; vede e nota ciò, che un'ora di esame attento non sarebbe sufficiente a vedere e notare. Diceva il Goethe di Gualtiero Scotto: — «Strano che appunto la virtuosità nel particolareggiare, lo induca in errore! Nell'Ivanhoe descrive l'apparenza e le vesti d'un forestiero, che entra durante la mensa nel tinello d'un maniere, e sta bene; ma che ne descriva i piedi, le calze e la calzatura è uno sproposito. Quando siedi a mensa di sera, se qualcuno entra, ne scorgi solo la parte superiore del corpo. Descrivendo i piedi, [pg!71] entra subito in ballo la luce del giorno, e così la scena perde il carattere notturno.» — La poesia, impotente a darmi la forma esterna, mi dà la coscienza o l'azione del personaggio, che la fantasia del lettore riveste in un battibaleno di forme corrispondenti: in chi vuol gustarla, si richieggono alcune attitudini d'immaginazione, come in chi vuol gustar musica si richiede orecchio. Le Belle Arti, esse, invece, mi presentano le forme esterne, sotto le quali indovino una coscienza. Indarno lo scrittore sgobba per distinguere e determinare con parole i più minuti particolari od accidenti di forma e di colore: più s'affacchina, più l'oggetto sfugge. La vita del fantasma poetico non istà in un occhio piuttosto azzurro che nero, in un braccio più o men bianco, in questa o quella linea.
Avea riccia la chioma e colorata
Come la buccia di castagna alpina
Molti fior di giardino avrian voluto
Paragonarsi coll'aerea tinta
Che azzurreggiava nella sua pupilla:
Ma ciò che forse le venia più presso
Era il lin che fiorisce o il ciel di sera.
Misericordia! eccoci alla più ridicola materialità, al passaporto in versi: capelli castagni e ricci; occhi cilestri. Eppoi questi occhi non ci guardano, non ci splendono, non ci ridono; sono vuoti di sentimento, due immobili macchie azzurregianti, sulla cui gradazione un tintore ragiona (l'Alfieri direbbe dissertaziona) in guisa da fare andare in solluchero l'autore del Dialogo sui colori che si danno alle sete. È Maria Luisa, Porcellana, Isabella, Minerva, Turchino del Re, Turchino Ghimè, Turchino della Regina, Turchino màmmola, Turchino di cobalto, Azzurro o Lapislazzuli? Sarà forse Celeste blù, Blù Raimond, Blù porcellana. Blù Isabella, Blù Maria Luisa, Blù Napoleone? O non piuttosto Aria, Celeste cielo, Latticino, Celeste chiaro, Celestino, Celeste Laudon, Celeste cupo o Celeste Lumiera?
[pg!72] — «O come aveva a fare» — sclama l'Aleardi con l'accento indispettito dello scolare, che nell'esame non giunge a soddisfare con alcuna risposta i pedagoghi, — «come avevo a fare, per dipingere la mia Caterina Cavalieri di Monte? Me lo insegna Lei?» —
— Perchè no, caro? Lo insegnare agl'ignoranti è opera di misericordia. O se a quel nome dolcissimo di Caterina si congiungesse daddovero in mente vostra una immagine, di tutta la lunga descrizione avreste scritto que' soli versi:
... da ch'ella era nata...
... Mai sovra il paterno
Camperello la grandine non cadde
Nè al (cacofonia) mandorlo imprudente arse la brina
I frutti; nè verun maggior dolore
Osò varcarne la vegliata soglia.
Versi, che mi ricordano questi altri nell'Ardelia d'Olympo degli Alessandri da Sassoferrato, il quale, parlando d'una bella donna, scrive:
— «E contra lei non giova dura sorte,
Che vince il ciel con sue piacevolezze...
La donna e 'l ciel e 'l mar governa e muove
L'aer la terra e l'universo clima;
Et son sopra natura le sue prove.» —
Similmente il Maresciallo di Francia, Biagio di Monteluco, scrive di Andrea Doria; — «parca che il mare ne ridottasse e quindi non si dovea scontentarlo od irritarlo senza grande occasione.» — Similmente il cavalier Marino:
Di tai chimere vo' che tu ti rida,
Ancor che d'empio ciel raggio ti tocchi:
Qual sì cruda sarà stella omicida
Che rigor non deponga ai tuoi begli occhi?
Quanta gentilezza in questa fanciulla dell'Aleardi, che ne impone alle stesse inesorabili leggi di natura, al fato stesso, il quale le risparmia il dolore debito ad ogni carne umana! Deh come può essere, che chi inciampa siffatte bellezze, non le comprenda, non ne [pg!73] abbia coscienza; e trovi requie solo quando ne ha distrutto l'effetto con mille aggiunte stolte? — «Vojaltri dilettanti» — scriveva presso a poco il Mozart a non so che barone, il quale gli avea mandate alcune composizioni: — «o non avete pensieri propri e rubate gli altrui; o ne avete e non sapete cavarne partito.» —
Simili baleni di poesia s'incontrano veramente nell'Aleardi; ma pur troppo son baleni fugacissimi, che fanno meglio avvertire la tenebria circostante, come gli spiragli nel sotterraneo di Montezuma, a detta d'Antonio de Solis, permitian solamente la (luz) que bastava, para que se viesse la obscuridad. È uffizio, è gioia, è dovere del critico richiamar sempre l'attenzione su queste belle parti; e specialmente poi quando in uno scrittore sono rare, mi sembra più che dovere, carità fiorita. Quanto è viva la nobil-donna ungherese, frustata dagli sgherri austriaci!
.... La gentil ribelle
Sentì infamarsi le patrizie terga
Dal vitupero dell'austriaca verga,
E odiò la vita. E, dato
L'ultimo bacio a le atterrite ancelle,
Sotto la pietra del sepolcro ascose
Le membra vergognose.
T'impietosisci e parteggi per quella infelice ribelle, benchè il senno ti dica la legge dover essere sempre obbedita e la ribellione punita e soppressa a qualunque costo ed in tutti i modi, e che i governi costituiti hanno autorità suprema ed assoluta in chi sorge a combatterli. Quant'è sentito quel dire con enfasi, affermando Roma esser nostra, solo nostra:
Se cosa alcuna di straniero è in essa,
Sono il pianto e le ceneri de' servi,
Ch'ivi traemmo dalla vinta terra.
Spiove, l'atmosfera si rasserena:
Scuote i fogliami, che gli fero ombrello,
L'augelletto e giocondo vola via:
[pg!74]
Manda il ramo una stilla, e par che pianga
Dell'ospite cantor la dipartita.
Questo si chiama animar la natura, e l'immagine non sarebbe mai venuta in capo, a chi non avesse provato lo strazio di crudeli addii. — «È precetto d'Aristotile» — diceva un retore egregio del seicento — che quelle sono le ottime traslazioni, le quali cat'enérgian sono appellate; cioè, quando le cose inanimate s'inducono ad operare, come se fussero animate; quale, per esempio, è quella di Omero, che attribuisce il desiderio alla saetta di Panduro, dicendo, che ella desiderasse di volare fra gl'inimici; e quell'altra, che dice delle onde, cyrtà phalerióonta, cioè gobbe e che s'imbiancavano o incanutivano. Di questa sorta di traslazioni così parla Quintiliano: Praecipueque ex iis oritur mira sublimitas, quae audaciae proxima periculo translationis attolitur, cum rebus sensu carentibus actuni quandam et animos damus. Qualis est: pontem indignatus Araxes; et illa Ciceronis: Quid enim tuus ille districtus in acie Pharsalica gladius agebat? cuius latus ille mucro petebat? qui sensus erat armorum tuorum.» — Eccone un altro esempio Aleardesco: gli austriaci hanno innalzato la forca sugli spaldi mantovani per appiccarvi un patriota:
.... In mezzo a un campo
Scellerato, spingea le immonde braccia
Un patibolo al ciel, quasi pregasse
D'essere fulminato.
Un letteratuolo, premiato nello scorso secolo dall'Accademia francese, ha scritto: Les dieux ont un Olympe et nous une patrie. Nell'Aleardi, il poeta assunto a' cieli, li percorre, se ne inebbria, dipinge la terra come un meschino granello di sabbia e poscia con poca logica, ma con infinita poesia sclama:
Oh! potess'io, poscia che avrò veduto
Sì addentro l'universo, un'ora sola
[pg!75]
Rinascere alla terra Itala e sciorre
Rivelator di meraviglie un carme,
Nobile, forte, non caduco e nuovo.
Quant'è vero quest'uomo che stima un'ora di vita in patria, più che l'eternità in cielo! quanto è vero questo letterato che apprezza più la fama terrena della beatitudine paradisiaca! Ma l'ultimo verso stona; l'impressione sublime de' precedenti è ammorzata da quella gelida filza d'aggettivi qualificativi, che terminerebbe degnamente l'allocuzione d'un professor di quarta ginnasiale nell'assegnare agli allievi un tema di esercitazione rettorica. Nè si scusi l'Aleardi citando Dante:
Pareva a me che nube ne coprisse
Lucida, spessa, solida e pulita.
In una descrizione di cosa materiale, que' quattro aggettivi, che ne determinano le qualità essenziali, sono necessari; ma i quattro aggettivi appiccati da lui al carme, rivelator di meraviglie inaudite, ne indicano qualità, che si sottintendevano e ch'egli escogita con la riflessione.
Nell'Ardelia di Messer Baldessar Olympo da Sassoferrato Nella quale si contiene Sonetti Capitoli Dialoghi Frottole et Strambotti Et di nuovo con ogni diligentia Stampata et ridotta in una bella e nuova forma; opera pubblicata, come in calce all'ultima pagina: In Venetia per Dominico de' Franceschi al segno della Regina 1569; trovo parecchie Ottave di Epitetti (sic) bellissimi di Baldessare Olympo da Sassoferrato in laude di Leontia. Sono una sfuriata prima di aggettivi e poi di sostantivi; e veramente questo genere di poesia, che si direbbe imitata dall'Aleardi, non richiede isforzo grande di fantasia. Eccone per saggio una stanza:
— «Unica, eccelsa, singulare, grata,
Gentil, soave, gratiosa e honesta;
Piacevole, gioconda, accostumata,
Inclita, saggia, famosa, modesta;
[pg!76]
Ingeniosa, accorta, vaga, ornata,
Humil, pietosa, dolce, pia e presta;
Celeste, amena, ludibonda e lieta,
Tepida, pura, angelica e discreta.» —
Deh, perchè tutti i canti non sono pari a' pochi brani surriferiti? Allora l'estetico saluterebbe con gioia in Aleardo Aleardi, se non il — «quinto gran poeta Italiano,» — come ha detto qualche imbecille, che non conosceva di certo ne l'Alfieri, ned il Leopardi, ned il Manzoni, di certo una nostra nuova gloria. Mentre invece ora queste gemme, rari nantes in gurgite vasto, servono solo a dimostrare non esserci letamajo, nel quale non possano scavizzolarsi perle. Basterebbe aver pazienza e stomaco da razzolarvi, e chi sa? potrebbero trovarsi dei galantuomini sugli stalli della sinistra parlamentare. Ma quando in un tutto artistico qualcosa non riesce, esso è sbagliato come tutto, per quanto alcune singole parti possano essere buone in sè, e quindi l'autore ha prodotto un'opera senza pregio e valore. Un'immagine indovinata non può salvare un componimento pessimo del resto; giacchè una sola immagine basta unicamente a formare l'epigramma, genere di componimento, pel quale riconoscemmo gran disposizione nell'Aleardi.
Il poeta non è dotto, ned istoriografo; dottrina e poesia son due: possono coincidere, possono divergere. Non so immaginar cosa più ridicola del pretendere ad un merito poetico versificando nozioni geologiche od isteriche o rendendo inintelligibili i versi senza un buon corredo di noterelle. Ma non è poi lecito, quando uno vuol darsi l'aria del dottore, d'incorrere in quegli svarioni, che fanno scoppiare i precordi dalle risa e giustificano lo scherzo: doctores a docendo, sicut montes a movendo. Estendere la passione delle reminiscenze e del rettorico fino ai farfalloni, l'è un po' troppo. Nè vale per iscusa il provare che l'errore fu tenuto ieri per verità inconcussa: oh bella! tu vivi oggi; e, se se' savio, hai da vivere [pg!77] com'usa oggi. Se tutto muta! Non più d'un dieci anni fa, quando ottenevi da una signora il ritratto, potevi tenerti sicuro dal fatto tuo, anzi le belle facevano quasi quasi più difficoltà per accordarti la miniatura, che per concederti i sommi favori: adesso, invece, possediamo la fotografia di chi ci pare, e nessuna l'ha per male e non implica nulla. Fosse del pari agevole l'aver gli originali in braccio! Se quindi uno scrittore, ora, facesse andare in bestia qualcuno, solo perchè scopre il ritratto della sua donna in mano ad altri, farebbe una castroneria. In simili castronerie incorre parecchie volte il Nostro.
È egli lecito d'impiegare ben sedici versi a maledire quel valentuomo, anzi grand'uomo, che fu Omar ed a compianger l'uman genere per lo incendio della biblioteca alessandrina, che i bimbi a scola imparano il prelodato Omar non aver mai bruciata, perchè già distrutta prima di lui? Stupisco che l'Aleardi calunni un nimico melensamente, uniformandosi a' suggerimenti di Don Basilio. È egli permesso di chiamare il tedesco
..... ispido nipote
Dei Nibelungi da la fulva chioma,
quando non c'è uomo colto, che ignori i Nibelungi essere stati Franchi? appartenevano cioè al ramo meno incolto e men barbaro del tronco germanico, che si staccò da esso e si fuse interamente con la popolazione gallica stedescandosi. Non farei certo un carico d'ignorarlo, a chi non s'occupa di Letteratura germanica; ma perchè voler far mostra di intendersene, quando se n'è digiuni? E egli ammessibile di celebrare il magiaro come una
..... gentil favella,
Che non ha madre, che non ha sorella,
creando un nuovo fenomeno filologico? Una lingua prima e senza parentele! È egli perdonabile di battezzare per Cimbri i tedeschi? Mah! e dire che Aleardo Aleardi sprofessoreggia, la fa da professore in Firenze! [pg!78] Sia però notato a lode de' fiorentini, l'uditorio di lui comporsi di qualche inglesaccia sfiancata, di qualche damina emancipata, del loro codazzo e degli amici del professore. L'Italia impiega pur bene i danari, che gli snocciola! Pagherei una lauta mancia, sborserei una larga cortesia, a chi potesse dimostrarmi, che l'insegnamento di lui è stato fecondo del benchè menomo frutto.