C.
Aurora del 21 Luglio del 1820
Sei pur bella cogli astri sul crine
Che scintillan quai vivi zaffiri,
È pur dolce quel fiato che spiri,
Porporina foriera del dì.
Col sorriso del pago desio
Tu ci annunzii dal balzo vicino
Che d’Italia nell’almo giardino
Il servaggio per sempre finì.
Il rampollo d’Enrico e di Carlo,
Ei ch’ad ambo cotanto somiglia,
Oggi estese la propria famiglia,
E non servi ma figli bramò.
Volontario distese la mano
Sul volume de’ patti segnati;
E il volume de’ patti giurati
Della patria sull’ara posò.
Una selva di lance si scosse
All’invito del bellico squillo,
Ed all’ombra del sacro vessillo
Un sol voto discorde non fù.
E fratelli si strinser le mani,
Dauno, Irpino, Lucano, Sannita;
Non estinta ma solo sopita
Era in essi l’antica virtù.
Ma qual suono di trombe festive!
Chi s’avanza fra cento coorti?
Ecco il forte che riede tra i forti,[103]
Che la patria congiunse col re!
Oh qual pompa! Le armate falangi
Sembran fiumi che inondin le strade!
Ma su tante migliaia di spade
Una macchia di sangue non v’è.
Lieta scena! Chi plaude, chi piange,
Chi diffonde vïole e giacinti,
Vincitori confusi coi vinti
Avvicendano il bacio d’amor!
Dalla reggia passando al tugurio
Non più finta la gioia festeggia;
Dal tugurio tornando alla reggia
Quella gioia si rende maggior.
Genitrici de’ forti campioni
Convocati dal sacro stendardo,
Che cercate col pavido sguardo?
Non temete, chè tutti son quì.
Non ritornan da terra nemica,
Istrumenti di regio misfatto,
Ma dal campo del vostro riscatto,
Dove il ramo di pace fiorì.
O beata fra tante donzelle,
O beata la ninfa che vede
Fra que’ prodi l’amante che riede
Tutto sparso di nobil sudor!
Il segreto dell’alma pudica
Le si affaccia sul volto rosato,
Ed il premio finora negato
La bellezza prepara al valor.
Cittadini, posiamo sicuri
Sotto l’ombra de’ lauri mietuti,
Ma coi pugni sui brandi temuti
Stiamo in guardia del patrio terren.
Nella pace prepara la guerra
Chi da saggio previene lo stolto:
Ci sorrida la pace sul volto,
Ma ci frema la guerra nel sen.
Che guardate, gelosi stranieri?
Non uscite dai vostri burroni,
Chè la stirpe dei prischi leoni
Più nel sonno languente non è.
Adorate le vostre catene;
Chi v’invidia cotanto tesoro?
Ma lasciate tranquilli coloro
Che disdegnan sentirsele al piè.
Se verrete, le vostre consorti,
Imprecando ai vessilli funesti,
Si preparin le funebri vesti,
Chè speranza per esse non v’ha.
Sazierete la fame de’ corvi,
Mercenarie falangi di schiavi;
In chi pugna pe’ dritti degli avi
Divien cruda la stessa pietà.
Una spada di libera mano
È saetta di Giove tonante,
Ma nel pugno di servo tremante
Come canna vacilla l’acciar.
Fia trionfo la morte per noi,
Fia ruggito l’estremo sospiro;
Le migliaia di Persia fuggiro,
I trecento di Sparta restâr!
E restaron coi brandi ne’ pugni
Sopra mucchi di corpi svenati,
E que’ pugni, quantunque gelati,
Rassembravan disposti a ferir.
Quello sdegno passava nel figlio
Cui fù culla lo scudo del padre,
Ed al figlio diceva la madre,
“Quest’esempio tu devi seguir.”
O tutrice dei dritti dell’uomo,
Che sorridi sul giogo spezzato,
È pur giunto quel giorno beato
Che un monarca t’innalza l’altar!
Tu sul Tebro fumante di sangue
Passeggiavi qual nembo fremente,
Ma serena qual’alba ridente
Sul Sebeto t’assidi a regnar.
Una larva col santo tuo nome
Quì sen venne con alta promessa;
Noi, credendo che fossi tu stessa,
Adorammo la larva di te:
Ma, nel mentre fra gl’inni usurpati
Sfavillava di luce fallace,
Ella sparve qual sogno fugace,
Le catene lasciandoci al piè.
Alla fine tu stessa venisti
Non ombrata da minimo velo,
Ed un raggio disceso dal cielo
Sulla fronte ti veggio brillar.
Coronata di gigli perenni,
Alla terra servendo d’esempio,
Tu scegliesti la reggia per tempio,
Ove il trono ti serve d’altar.
1820.