D.
Addio alla Patria
Nella notte più serena
Era in ciel la luna piena:
Neve il dorso e fiamma il crin
Riflettea dal mar vicin
Il Vesèvo che grandeggia
Come reggia—di Vulcan:
D’arme grave—anglica nave
Trascorrea l’equoreo pian.
Quando il profugo cantore,
La cui colpa è il patrio amore,
Atteggiato di martir,
Schiuse il labbro ad un sospir
E qual flebile usignuolo,
Il suo duolo—a disfogar,
Dal naviglio—volse il ciglio
La sua terra a salutar.
O Partenope, egli dice,
O Partenope infelice,
Di tua gloria il chiaro dì
Quasi al nascere morì!
Ah dal cor t’indrizzo i carmi
Nel sottrarmi—a reo poter,
E nel bando—miserando
Sarai sempre il mio pensier!
Rè fellon che ci tradisti,
Tu rapisci e non racquisti:
Maledetto, o rè fellon,
Sii dall’austro all’aquilon!
Maledetto ogni malnato
Che ha tramato—insiem con te!
Maledetto—ogni soggetto
Che ti lambe il sozzo piè!
Ti sien contro in ogni loco
Cielo e terra, mare e foco,
Nè dien tregua a un infedel
Foco e mare, terra e ciel!
Sì, ti faccian sempre guerra
Cielo e terra—foco e mar!
Ti stia scritto—il tuo delitto
Sulla mensa e sull’altar!
Traditor, da quel momento
Che infrangesti il giuramento,
Cento stili, o traditor,
Tendon’ avidi al tuo cor...
Deh frenate il santo sdegno,
Non n’è degno—un cor brutal,
E saetta—di vendetta
Tenga il luogo del pugnal!
Che pel fulmine di Dio
De’ suoi falli ei paghi il fio,
Ma di Bruto il sacro stil
Onorar non dee quel vil!
No, non abbia il vil la gloria
Che la storia—dica un dì:
Il nefando—Ferdinando
Come Cesare perì!
Mesta Italia, io ti saluto:
Qual momento hai tu perduto!
Quel momento, o Dio, chi sà
Se mai più ritornerà?
Già sorgea ringiovanita
L’impigrita—tua virtù...
Come mai—tornar potrai
Al languor di servitù?
Deh perchè non farla, o Sorte,
O men bella, o almen più forte?
L’astringesti ad invocar
Lo straniero infido acciar,
Onde o vinta o vincitrice
L’infelice—ognor servì,
E impugnando—estraneo brando
Sè medesma ognor ferì.
Ah crudel, se a questa terra
Far volevi eterna guerra,
Perchè darle poi, crudel,
Questo suolo e questo ciel?
Quì le vergini di Giove
Tutte e nove—apriro il vol,
Quì sfavilla—la scintilla
Che Prometeo tolse al sol.
Surse quì la face aurata
Sull’Europa ottenebrata,
E l’Europa a quel fulgor
Si scotea dal suo torpor.
Cento doti, Italia bella,
Lieta stella—a te largì;
Ahi t’invola—quella sola
Che ti fea regina un dì!
Libertà, tu fuggi? Ed io...
Io ti seguo; Italia, addio!
Libertà, non mai da te,
Mai non fia ch’io torca il piè!
Oh se un dì farai ritorno,
In quel giorno—anch’io verrò;
Ma infelice—il cor mi dice
Che mai più non tornerò!
Sì dicea; ma l’igneo monte
Decrescea nell’orizzonte,
E la luna in mezzo al ciel
S’era ascosa in grigio vel.
Par che stia con veste oscura
La Natura—a dolorar,
Par lamento—il flebil vento,
Par singulto il rotto mar.
Addio, terra sventurata!...
Ma la terra era celata.
Ei nel duol che l’aggravò
Chinò ’l capo e singhiozzò.
Ahi l’amor della sua terra,
Ahi qual guerra—in sen gli fà!
Infelice!—il cor gli dice
Che mai più non tornerà!
24 Giugno 1821.