TERZA EPOCA ERA CRISTIANA
Secolo I.
In questo primo secolo dell'Era Cristiana gli Storici fanno menzione di tre memorabili pestilenze, la prima sotto l'impero di Nerone; la seconda al tempo dell'assedio e distruzione di Gerusalemme, la terza regnando Tito.
A. di Roma 819-20, dell'Era Cristiana 65-66. Alla crudeltà di Nerone s'aggiunse una pestilenza così fiera e mortale, che nell'autunno del detto anno 819 di Roma, 65 di Cristo dentro la sola città di Roma perirono da 30,000 persone. Continuò essa l'anno seguente 66, ma non così atroce e funesta. Contemporaneamente spaventevoli meteore e gragnuole devastatrici desolarono la Campania, ed aumentarono fra quelle popolazioni la miseria e gli orrori (Sveton. in Vit. Neronis c. 39. Eutrop. lib. VIII. Oros. lib. VII. cap. 9.).
A. di Roma 826, dell'E. C. 72. La città di Gerusalemme assediata da Tito Vespasiano, oltre i mali e disastri che sogliono accompagnare la guerra, provò pur anco una crudelissima fame, ed una pestilenza del pari fierissima. Tutti e tre questi micidiali flagelli concorsero alla distruzione di sì grande e magnifica città. (Joseph. Haebr. de Bello Judaico lib. VIII. cap. 17.).
A. di Roma 834, dell'E. C. 80. Ricomparve la peste in Roma, la quale fu così micidiale e feroce, che pervenne ad uccidere fino a diecimila persone al giorno. In questi dolorosi frangenti la gloria di Tito s'accrebbe di novello splendore per la generosa condotta, che tenne questo principe a favore degl'infelici (Sveton. in Vita Titi Caesaris; P. Kircher. op. cit.).
Secolo II.
A. di Roma 872, dell'E. C. 118. Secondo il Fracastoro la peste in quest'anno percorse l'Affrica; e nel 138 dell'E. C., giusta la relazione di qualche storico, venne dalla peste afflitta l'Arabia (Papon. Cronolog. des Pestes).
A. di Roma 895, dell'E. C. 141. V'ebbe gravissima peste in Roma sotto il regno di Antonino Pio, e vi operò orrende stragi: ha devastato varie provincie, già da qualche tempo afflitte dalla carestia e dalla fame. Questa union di sciagure, generale a quel tempo, importò tante rovine, che più paesi ne andarono affatto spopolati e deserti (Galen. in lib. de cib. bon. et mal. succ. etc. Papon. Gastaldi op. cit.).
A. di Roma dal 922 al 924, dell'E. C. 168 al 170. Questa fu pure una delle più feroci pestilenze che sieno mai state fra le molte memorabili della storia. Essa durò tre anni. Teneva Marco Aurelio l'impero di Roma, e colla saggezza di un ben amministrato Governo rendeva felici i suoi popoli; ma n'ebbe a veder con dolore desolata l'Italia e la sua Capitale singolarmente.
Questa peste venne dalla Siria, o, secondo altri, da Babilonia col ritorno che fecero i soldati di Lucio Vero da quelle contrade. Le truppe infette la sparsero su tutti i luoghi del loro passaggio. La strage, che ne produsse, fu immensa in quasi tutta l'Italia. Per la storia sappiamo, che a cessare quel morbo, il quale aveva ricolmo di orrore e di spavento gli animi de' superstiti, e' si davano a seguir ciecamente ogni diceria, che fosse stata loro narrata da donnicciuole e da ciarlatani, purchè avesse del maraviglioso. Quindi sull'autorità di alcuni impostori si teneva dal popolo, che la fine del mondo fosse vicina, e che un fuoco mandato di cielo dovesse già consumarlo. E s'era benissimo ordito da una banda di ladri e di micidiali il dar fuoco a Roma, e saccheggiarla; come rilevò il Magistrato da uno di que' ciurmadori, che predicevano futuri danni. Avevano costoro immaginato tal predizione per coprire i futuri loro misfatti colle apparenze di un avvenimento soprannaturale. Frattanto il pestilenziale flagello traeva ogni giorno al sepolcro un numero esorbitante di persone, fra le quali se ne contaron parecchie d'illustri. Fra i poveri la mortalità era infinita. Mancavano e ufficiali e stromenti per seppellire i cadaveri, che ogni giorno moltiplicavano a dismisura. L'imperatore pagava col pubblico danaro le spese del trasporto, e nulla ostante le case, le strade, e le piazze pubbliche erano sempre ingombre di morti. Galeno trovavasi allora in Roma. Fu tanto grande lo spavento, ch'ei ne provò, che ben lontano dall'imitare Ippocrate, il quale aveva tutto sacrificato per volare in soccorso degli Ateniesi, se ne fuggì egli invece da Roma, e andò a ricoverarsi in Pergamo sua patria, sottraendosi di tal maniera ai pericoli del contagio. Alla pestilenza succedettero i terremoti, la carestia, le innondazioni, ed altre simili calamità, come è accaduto in Atene dopo la famosa peste sopraddescritta. I Sarmati, i Quadi, i Marcomanni, ed altri popoli Settentrionali eransi già accinti a profittare di sì terribile complicazion di disgrazie; ma questo grande imperatore trionfò di tutti i nemici sì fuori che dentro lo Stato (Jul. Capitol. in Vita Lucii Veri. Flav. Eutrop. lib. X. Paul. Oros. lib. VII. cap. 15. Claud. Galen. lib. I. de different. febr. etc.).
A. di Roma 942-43, dell'E. C. i 188-89. Sotto l'impero di Commodo la città di Roma fu nuovamente assalita dalla peste, ed anche in questa epoca venne proceduta e accompagnata dalla epizoozia. Questa peste si è manifestata con tale violenza, che si è creduto l'eguale non esservi stata mai. Per certo tempo morivano fino a due mille persone al giorno. In tal circostanza i medici consigliarono di usar degli odori, di tenere addosso sostanze pur odorose, e praticar profumi col falso oggetto di purificar l'aria. Ma questi mezzi a nulla giovarono, non intercette le comunicazioni. Cominciato il morbo nel 188 continuò le sue stragi nell'anno seguente. Commodo avendo sentito dire da' medici, che certi alberi, come il lauro, spargenti odore, erano atti a preservar dalla peste, se ne fuggì al luogo detto Laurentum (ora Pratica), rinomato per li bei boschetti di lauro, ond'era circondato, e ne ottenne l'intento; sebben sarebbe stato meglio che quello snaturato mostro non avesse avuto tal ventura per sè, mentre la sua salvezza fu per gli altri grave disavventura. Non l'odore de' lauri, quanto l'essersi sottratto ad un pericoloso commercio ne lo avrà salvato (Dion. Cass. lib. 72. Herodot. lib. I. Dionys. Alicarnass.).
Secolo III.
A. di Roma 970, dell'E. C. 216. Nuova peste in Italia in quest'anno. Brescia ne fu colpita principalmente. Il morbo si propagò fino nella Calabria. Fu preceduto pur questo da grande mortalità fra gli animali (El. Cavriol. Chronic. Brixiens.).
A. di Roma 1008-1009, dell'E. C. 254-255. Sotto l'impero di Gallo e Volusiano la peste penetrò in Italia, desolò Roma, e si diffuse in quasi tutte le provincie e paesi, all'Impero Romano soggetti. Venne trasportata dall'Affrica, e fu sì fiera e perniciosa, che in tutto il tenere dell'Impero Romano non v'ebbe quasi municipio rimasto illeso dalle sue rovine. Durò con eguale sevizie due anni; e secondo alcuni autori infierì or qua or là per un intero decennio, lasciando per tutto vestigia di desolazione e di orrore (Paul. Oros. lib. VII. cap. 21. Eutrop. de Gallo et Volusiano).
A. di Roma 1017, dell'E. C. 263. Sotto l'impero di Gallieno la peste, la fame, ed i terremuoti desolarono parecchie provincie dell'Impero Romano. In quest'anno la città di Alessandria nell'Egitto fu afflitta fino agli estremi dagli orrori della peste e della fame, che disputavansi a gara il diritto d'inferocire contro quegl'infelici abitanti (Trabell. Pollion. de Gallieno. Euseb. et Spondan.).
A. di Roma 1049, dell'E. C. 295. Ricomparì la peste in Oriente sotto l'impero di Diocleziano l'anno 295. Era accompagnata da sintomi degni di osservazione, cioè vasti carbonchi di un'indole di singolare malignità. Il veleno pestilenziale si scaricava particolarmente sugli occhi, di maniera che quelli, che scampavano dalla malattia, restavano per lo più ciechi (Papon. Chronolog. Historiq. des Pestes p. 258.).
Secolo IV.
A. di Roma 1062, dell'E. C. 308. Sotto l'impero di Costantino, Amida, città della Mesopotamia, trovandosi assediata dai Persi venne colpita da fierissima pestilenza, la quale si propagò fra la truppa degli assedianti, e riuscì ad essa sommamente funesta. Anco in questo caso si credè esserne cagione l'aere corrotto dalle putride esalazioni dei cadaveri insepolti (Ammian. Marcellin. lib. XIX.).
I cronologisti Kirchero e Lebenswaldt fanno memoria di altre tre pestilenze accadute in questo secolo, una nel 312 dell'E. C., l'altra nel 334 congiunta alla fame, ed una terza nel 377: gli altri storici però non fanno di queste menzione alcuna; e la verità sembra essere in densa caligine avvolta.
Secolo V.
A. di Roma 1162, dell'E. C. 408. Fame e peste a Roma in quest'anno (Papon. op. cit.).
A. di Roma 1200, dell'E. C. 446. V'ebbe fiera pestilenza a Costantinopoli (Lebenswaldt. op. cit.).
A. di Roma 1208-09, dell'E. C. 454-55. Dopo la carestia e la fame si sviluppò nell'Asia minore la peste, la quale era accompagnata da sintomi singolarissimi. All'invasione del miasma pestifero succedeva un'enfiagione generale del corpo. L'introdotto veleno attaccava in ispezieltà gli occhi; ed era di così fiero e pernicioso carattere, che in pochi istanti cagionava la cecità; sopraggiungeva quindi fierissima tosse, sotto i cui colpi l'ammalato d'ordinario spirava. I malati per la maggior parte perivano entro il periodo dei primi tre giorni. Questa peste dall'Asia minore si propagò nella Palestina, e secondo la testimonianza di Evagrio venne di là trasportata in Europa, ed attaccò la città di Vienna, la quale si riferisce esserne stata liberata per l'intercessione di s. Severino (P. Kircher. Managetta, Sorbait Pestordnung cap. IV. Viener Pestbeschreibung l. Theil.).
A. di Roma 1219, dell'E. C. 465. Peste fiera e devastatrice ha regnato in quest'anno a Brescia, ed in varie altre città e paesi d'Italia. Vi perirono gran numero di persone. Le devastazioni prodotte dal morbo furono così grandi, che alcune città, castella, e terre rimasero affatto deserte e spoglie di abitatori (El. Cavriol. Chronic. Brixiens.).
Nel 476 dell'E. C. finì l'Impero di Roma.
A. dell'E. C. 484. In quest'anno e per alcuni altri successivi la peste con atroce furore ha devastato varj luoghi dell'Affrica (P. Kircher. juxt. Gregor. Turonens.).
Secolo VI.
A. dell'E. C. 503. In quest'anno la città di Marsiglia in Francia è stata desolata dalla peste (Papon, op. cit. p. 259.).
A. dell'E. C. 538. La peste invase l'armata de' Goti, che assediavano Roma, sotto il comando di Vitige, e vi arrecò grande mortalità (Procop. de Bell. Gothic. Leonard. Aretin. Hist. Gothor. lib. I.).
A. dell'E. C. 540. In quest'anno la peste desolò il paese dell'Arvergna in Francia (Papon. op. cit.).
Descrizione della Peste di Costantinopoli l'anno 542 dell'E. C.
L'anno cinquecento quarantadue di G. C. è celebre per l'orribile carnificina, che fece la peste a Costantinopoli sotto l'impero di Giustiniano, ed in quasi tutto l'Oriente. Essa fu una delle più feroci e perniciose, che ricordi la storia.
Incominciò da Pelusio, or Paraméa, nell'Egitto. Di là il torrente dello struggitore contagio, dividendosi quasi in due rami, si estese, da un lato verso l'Oriente, donde passò ad infettare la Palestina, dall'altro verso l'Occidente in Alessandria, donde si propagò sulla maggior parte della terra abitata. Si nota che nel suo corso tenne una certa regolarità. Non percosse leggiermente alcun paese, e non ne lasciò illeso nessuno. Nella durata della sua violenza mantenne per tutto certo periodo a un di presso eguale. Se una città veniva devastata dalla peste, e alcuni luoghi vicini ne andavano illesi, l'anno seguente vieppiù su d'essi rincalzava le sue violenze e malori; se in una città appestata alcuni quartieri restavano immuni dal contagio, quella sciagura non era che differita all'anno vegnente. Non diversità di luoghi, non qualità di stagioni, non differenza di condizione, di età, di temperamento, di mezzi erano atti a procurare salvezza. Narrasi in oltre essersi osservato, che mentre trovavasi travagliata dal morbo una città, quelli, che alla medesima appartenevano, venivan colti dal morbo, ancorchè s'attrovassero in paese sano e straniero; mentre gli stranieri in un paese, invaso dal contagio, n'erano spesso esenti, e gl'indigeni presi senza eccezione.
Evagrio e Procopio, che trovavansi in quel tempo a Costantinopoli, ci hanno lasciato la descrizione delle stragi, che questa peste ha prodotte in quella magnifica capitale dell'impero. Le loro narrazioni però traboccano di circostanze inverissimili, e straordinarie; quindi è mestieri spogliarle del troppo maraviglioso, che secondo il gusto di que' tempi si risguardava forse come un abbellimento del dire. Si raccoglie dalle narrazioni di detti autori, che il contagio si appalesava comunemente per certe alterazioni nelle funzioni del cervello, cioè sogni spaventevoli, visioni di un'immaginazione malata, idee di terrore, irrefrenabile timor della morte, compassionevoli grida, agitazioni, smanie e furori. Succedeva la febbre, la quale talvolta appariva così leggiera da trarne in inganno anche gli esperti sulla qualità del pericolo. Per lo più all'accesso della febbre gli occhi erano accesi, scintillanti, la faccia gonfia, e la gola infiammata. Se l'infiammagione della gola non cagionava prestamente la morte, il dì appressò o qualche altro dopo si manifestavano le parotidi, i buboni alle ascelle, agl'inguini, alle cosce; comparivano de' carbonchi, ovvero, cosa ancor più funesta, coprivasi il corpo di macchie livide e nerastre; succedeva il delirio, la frenesia, o il letargo, i vomiti di sangue, od altre emorragie, la diarrea, la gangrena, ed in breve ora la morte. Quando i buboni venivano a suppurazione e aprivansi sollecitamente, i malati miglioravano e guarivano. Ciò però solea di raro avvenire. Quasi tutti i malati morivano, e la maggior parte nel terzo giorno, o prima. Il male deludeva ogni soccorso dell'arte. I medici non vi sapevan che fare. Ogni loro pronostico era fallace. Le donne gravide perivan tutte coi loro frutti, tranne qualche raro caso.
Fra que' pochi, che avevano superata la malattia, alcuni soggiacevano a due e fino a tre recidive. Nessuno però superava la terza.
Da principio il numero de' morti non era sì spaventevole, ma aumentò successivamente, secondo Procopio, fino a diecimila al giorno.
Ne' primi mesi ciascuna famiglia era sollecita di dar sepoltura a' suoi. Non andò molto però che divenne impossibile poter soddisfare a questo pietoso ofizio; il perchè la maggior parte de' cadaveri si restava insepolta. L'indolenza dell'imperatore venne scossa da sì lagrimevole spettacolo. Quindi incaricò Teodoro, suo consigliere, di far dar sepoltura ai morti. Per questo fine gli assegnò alquante guardie del palazzo, e gli diede gran somma di danaro. Teodoro ve ne aggiunse molto del proprio. I più ricchi ne imitaron l'esempio; e pagarono, quanto oro occorreva, per far sotterrare i corpi de' loro parenti. Egli fe' seppellire quelli de' poveri, e di quanti imputridivano nelle case o in sulle strade. Quando furon riempiuti i sepolcri delle chiese, fece scavare delle ampie fosse fuori delle porte della città, entro alle quali tutto il resto venne gittato. Gli uffiziali però di questo pericoloso ministero caddero malati pur essi, e vi morirono. Per togliere, o scemar pericolo di malattia a quelli, che dovevano sottentrar negli ufizj, si avvisò di gittare i morti nelle torri, donde la città era fiancheggiata. Questa idea però fu altrettanto funesta, quanto si tien pericolosa l'osservanza di seppellir cadaveri nelle chiese. Altri becchini accatastavano i cadaveri dentro i battelli, abbandonati poscia in balia de' venti, ch'erano in seguito dai flutti respinti in sulle rive, dove i cadaveri terminavano la loro putrefazione. Un puzzo orribile, e insopportabili esalazioni contaminavano l'aria, ed aumentavano considerabilmente le infezioni e le morti, specialmente in que' giorni, in cui il vento portava alla città que' pestilenziali vapori. All'imperatore medesimo s'appiccò il contagio. Un carbonchio pestilenziale gli si manifestò, e fece molto temere della sua vita. Questo fatto pose il colmo al terrore degli abitanti. Osserva Procopio che nel tempo ch'era più grande il furor della peste, tacquero gli odj e' partiti; cessarono le dissolutezze, e diedersi gli uomini alle pratiche della religione; ma a misura che il male si rallentava pur riprendevano le usate abitudini, e divennero peggiori di prima. Nè anche la peste vale a render migliori i malvagi per rea indole, o per vecchia abitudine.
La peste dopo tante stragi in Costantinopoli si diffuse, come s'è detto, in quasi tutto l'Oriente, nell'Italia, in Francia, in Germania, e in altri luoghi.
Gli storici riferiscono aver essa durato 52 anni, devastando gran parte della terra. Sembra almeno che le varie pestilenze, delle quali fa menzione la storia dall'anno 542 sino alla fine del secolo, di cui parliamo, non sieno state pesti differenti, ma bensì nuove eruzioni dello stesso miasma pestilenziale; che al concorso di alcune circostanze riproducevasi, or con maggiore, or con minor violenza.
Tutte queste pestilenze vengono segnate dagli storici, come inguinali, cioè con buboni agl'inguini; dal che si deduce non essere state malattie d'altro carattere d'epidemia (Procop. de bello Persico lib. II. cap. 22. Evagr. Hist. Ecclesiast. lib. IV. Spond. Kircher. Papon. op. cit.).
A. dell'E. C. 543-44. La summenzionata peste, conservando la perniciosa sua indole, videsi inferocire ne' seguenti due anni per tutta l'Insubria, cioè per una parte dello Stato di Milano, nel Comasco, e in parte nel Cremonese. Quindi infierì pur anche in tutta la Liguria; che comprendeva la Riviera e lo Stato di Genova, il Monferrato, gran parte del Piemonte, ed una porzione dello Stato di Milano; inoltratasi pure al mezzodì della Francia; e v'ha ragion di credere ch'essa penetrasse più lungi (Leonard. Aretin. lib. II. Papon. op. cit. V. II. p. 260.).
A. dell'E. C. 546. Gli storici fanno menzione della peste, che in quest'anno si manifestò nella Germania, apparendo più comunemente con buboni agl'inguini, e perciò chiamatasi inguinale (Papon. op. cit.).
A. dell'E. C. 549. Le provincie del mezzodì della Francia furon di nuovo infestate dalla peste (Papon. l. c.).
A. dell'E. C. 557. Peste di nuovo in Italia, secondo il Lebenswald.
A. dell'E. C. 565. In quest'anno si riprodusse il contagio nell'Insubria e nella Liguria, che ne rimasero per molti mesi il teatro di stragi le più crudeli. Di là il funesto seme pestilenziale si sparse per tutto il resto d'Italia, e per la Francia, penetrò nella Germania, e si propagò con furore per tutto il Settentrione, arrecando in ogni luogo gravissimi danni. Si nota essere stata questa pestilenza la funestissima sopra altre parecchie, e di aver particolarmente devastato la Lombardia (Paul. Diacon. lib. II. cap. 4º Spond. eod. an. s. Gregor. Magn. et Gregor. Turon.).
A. dell'E. C. 571. Peste terribile nell'Alvergna in Francia. Notasi che i buboni si manifestavano alle ascelle, e agl'inguini, e che ne morivano gli appestati nello spazio di due o tre giorni al più tardi (Papon. op. cit. p. 261.).
A. dell'E. C. 579. In quest'anno rigermogliò la peste in Francia, e fu preceduta da straordinarie inondazioni (Pap. l. c.).
A. dell'E. C. 502. La peste divenuta omai quasi indigena in Francia e in Italia, divampava ora in un paese ora in altro con maggior violenza. In quest'anno, secondo Gregorio di Tours, devastò la Lorena, e fu accompagnata da sintomi di grande ferocia, principalmente da quelli, che sogliono accompagnare la vera pestilenza (Papon, e Kircher. op. cit.).
A. dell'E. C. 586-87-88. In questi tre anni vi ebbe peste qua e là per la Francia; e singolarmente nel 586 sul Narbonese. I segni più certi n'erano i buboni agl'inguini, e le petecchie. Negli anni successivi 587 e 88 desolò essa i paesi del mezzodì della Francia; e gli storici accennano che nell'anno 588 si fosse stesa a Lione, e penetrata ben nell'Italia (Papon. op. cit.).
Fra i paesi, che gli storici indicano essere stati afflitti in quest'anno da fiera pestilenza, Casimiro Frescot monaco Benedettino novera la Dalmazia, ed i regni circonvicini, individuando in particolare la città di Zara travagliata più delle altre dal crudo morbo (Thom. Archidiac. Spalaten. Hist. Eclesiast. Salonitan. in Addition. pag. 193.[7]).
A. dell'E. C. 588-89-90. Teneva Maurizio l'Impero, allorchè nel 588 incominciò a serpeggiare in Roma la peste. L'anno 589 di G. C. fu memorando per le devastazioni, che la peste produsse in tutta quasi l'Italia, in Roma particolarmente. Questa atrocissima pestilenza continuò ad infierire nell'anno 590. Fra le vittime d'essa si annovera il pontefice Pelagio II. Di più se ne conta cosa particolare ed è, che molti starnutendo e sbadigliando perdevano la vita, da cui si dice esser nato l'uso di pregar da Dio salute nell'atto che taluno starnutisce. Questa stessa pestilenza invase pure la Spagna e vi si propagò con estrema veemenza. Infestò la Francia, Marsiglia in particolare; nella qual città, giusta quanto asserisce Gregorio di Tours, venne portata da una nave mercantile nel 589, e vi fece tanti progressi, che gran numero di famiglie ne andaron distrutte, le case cambiate in sepolcri, e l'intera città ridotta in un vasto cimitero. La raccolta dell'anno andò interamente perduta per mancanza di coltivatori. In tal circostanza di atrocissima peste nella città di Roma, ed in molte altre d'Italia, di Francia e di Spagna, a Roma furono instituite le litanie maggiori, e l'uso di portare processionalmente le Sacre Immagini, rito poscia abbracciato da tutte le chiese in tempi di calamità pubbliche ed in particolare nei timori del morbo pestilenziale (Platin. in Vita Pelagii II. Spond. eod. an. Gregor. III. Pont. M. c. 19. vid. Legend. Sanct. in Vita s. Gregorii M. Gregor. Turon. Kircher. Thom. Archidiacon. op. cit.).
A. dell'E. C. 591. Nel successivo anno cinquecento e novantuno la peste, essendo pressochè affatto estinta in Italia, si riaccese con nuova fierezza in Francia. Gli storici ce la indicano collo stesso epiteto d'inguinale nella Bretagna, nella Turena, nella Linguadocca, e nell'Aragonese (Papon. Chron. ec. p. 263.).
A. dell'E. C. 599. In quest'anno la peste rigermogliò a Marsiglia ed in tutta la Provenza, comparendo per tutto accompagnata dai medesimi sintomi, che negli anni precedenti erasi manifestata (Papon, iv.).
Secolo VII.
A. dell'E. C. 608. Dopo straordinarie inondazioni e dopo cruda fame, un morbo epidemico si è sviluppato nella città di Roma, e vi recò grave desolazione. Alcuni storici annunciano questo morbo, qual vera pestilenza (Platin. Vit. Bonifac. IV. et Spond. eod. an.). Secondo altri forse desso non fu, che una malattia epidemica d'altra natura.
A. dell'E. C. 615. Il Platina nella vita di Diodato I, e lo Spondano indicano esservi stata pur in quest'anno la peste a Roma, e in altri paesi d'Italia, la quale fu preceduta da orribili terremoti. Pure dietro l'esame di altre memorie sembra fosse questa in vece una lepra o l'elefantiasi contagiosa (Adam. Bibl. Loim. p. 189.).
A. dell'E. C. 618. Vera Peste e fierissima ha quest'anno afflitto la Germania (Georg. Agricol. de Peste lib. III.).
A. dell'E. C. 640. Peste atrocissima e veemente fece in quest'anno infinite stragi a Costantinopoli (Kirch. op. cit.).
A. dell'E. C. 680. In tutta l'Italia e principalmente a Roma la Peste esercitò in quest'anno orribile carnificina. Questo flagello imperversò accompagnato da straordinarie meteore; piogge continue, venti impetuosi, tempeste spaventevoli concorsero ad accrescere la tristezza e lo spavento di quelle desolate popolazioni (Platin, in Vit. Agathonis, et Spondan. eod. an. Paul. Diacon. Kircher opp. cit.). Il Lebenswaldt fa menzione di altre due pestilenze in questo secolo, una più atroce nel 684, che dice egli essere stata accompagnata da Epizoozia; l'altra nel 687; ma non trovandosi queste descritte da altri, e nelle sposizioni del Lebenswaldt trovandosi molta confusione ed incertezza, non si possono dare per vere.
Secolo VIII.
A. dell'E. C. 709. Peste violenta e di straordinaria perniciosa indole desolò in quest'anno la città di Brescia e' suoi contorni. Essa fu per tal modo funesta, che non ci aveva più alcuno, che prestar si volesse all'ufficio di seppellire i cadaveri, a tale che i morti giacevano insepolti d'in sulle strade, e per le case; il perchè venne ogni famiglia incaricata di tumulare i suoi, ed, in mancanza di famigliari, gli abitanti della stessa contrada eran tenuti di dar mano a questo estremo ufficio (El. Cavriol. Chronic. Brixiens.).
A. dell'E. C. 717. Ritrovandosi Costantinopoli assediata da' Saraceni, la peste e la fame hanno sì fieramente travagliato quella città, che vi perirono da trecento mila persone. Contemporaneamente alcune provincie dell'Oriente vennero desolate dallo stesso flagello (Paul. Diacon. lib. 6. cap. 47. Spond. Gratiol. Briet. Lebenswaldt ec.).
A. dell'E. C. 729. In quest'anno peste nella Siria e nella Grecia (Lebenswaldt).
A. dell'E. C. 745-46-47. Terremoti spaventevoli precedettero quella memoranda pestilenza, che si spiegò sotto Leone Isaurico, e che durò più anni. Nella Calabria, nella Sicilia, nelle isole della Grecia, e a Costantinopoli specialmente imperversò il contagio con maggiore violenza, e vi fece di orribili stragi. Quasi non bastava la terra per accogliere i cadaveri: sì grande ne fu il numero. Nell'anno 746 la peste spiegò il massimo suo furore. Tale calamità continuò parecchi anni ad affliggere Costantinopoli ed alcune provincie d'Oriente. Dava qualche tregua il contagio, ma, dappoichè estinto non era, riaccendevasi di tratto in tratto con maggiore veemenza. Ciò fu nel 751, e specialmente nel 760.
A. dell'E. C. 760. Secondo il Kirchero in quest'anno la peste invase quasi tutta la terra.
A. dell'E. C. 774. Pavia, l'antica capitale del regno de' Longobardi, venne afflitta in quest'anno da crudelissima fame, a cui ben presto tenne dietro la peste. La cagione dell'una e dell'altra fu forse l'assedio strettissimo, in cui tennela Carlo Magno per otto mesi continui, cioè dall'Ottobre 773 al Maggio 774. Questa circostanza fece credere a qualche autore che il morbo non fosse vera pestilenza, ma bensì una malattia tifica prodotta dallo scarso e cattivo alimento.
In questo stesso anno arrendutasi Pavia al vincitore, terminò il Regno de' Longobardi in Italia (Spondan. hoc an. Tarchagnot. Hist. Mund. Part. II. lib. 9.).
A. dell'E. C. 775. Rigermogliando di quando in quando il pestifero seme, specialmente in Costantinopoli, avvenne che quest'anno lo stesso imperatore Costantino Copronimo ne andasse infetto nel tempo della spedizione da esso intrapresa contro i Bulgari; che ne morì il giorno 14 Settembre 775. (Kircher. Briet. Lebenswaldt. Gratiol. Papon. opp. cit.)
Secolo IX.
A. dell'E. C. 801. La peste desolò in quest'anno l'Italia, la Germania, e la Francia, e fu preceduta da spaventevoli terremoti (Agricola de Peste op. cit. Tarcagnot. Part. II. lib. 9. Gastaldi op. cit.).
A. dell'E. C. 811-12. Il P. Kirchero ricorda una pestilenza pressochè universale negli anni 811 e 12. Nei primi mesi dell'anno 812 sotto il regno di Michele Curopalate essa fu così terribile in Costantinopoli, che i morti restavano insepolti per non trovarsi più chi si prestasse a sotterrarli.
A. dell'E. C. 820. Negli annali di Fulda a quest'anno leggesi, che la peste fra gli uomini, ed un morbo pestilenziale fra gli animali, fecero stragi per quasi tutta la Francia.
A. dell'E. C. 829. Peste in Grecia, nella Tracia, e nella Bulgaria; contemporaneamente fiera epizoozia fra gli animali lanuti (Lebenswaldt.).
A. dell'E. C. 856. Dopo grandi inondazioni del Tevere si legge essersi sviluppata la peste a Roma, la quale, affettando specialmente la gola, veniva chiamata anginosa (Kircher. Adam. op. cit.). Ma forse dessa non fu, che un morbo epidemico.
A. dell'E. C. 865. D'una peste in Inghilterra gli storici fan menzione preceduta da immensa quantità di locuste, che hanno distrutto le biade, e cagionata la fame (Platina in Vita Nicolai I.). In questo stesso anno 865 secondo il Lebenswaldt la peste ha desolato varie provincie dell'Asia.
A. dell'E. C. 889. L'Italia provò ad un medesimo tempo tutte le sventure della guerra e della peste (Papon. op. cit.).
A. dell'E. C. 898. Peste ancora in Costantinopoli (Lebenswaldt.).
Secolo X.
A. dell'E. C. 910-11 e 12. Fiera peste pur a Costantinopoli, che durò tre anni (Kircher).
A. dell'E. C. 920. Riaccesasi la peste a Costantinopoli in quest'anno, v'imperversò con tanto furore, che leggesi aver ucciso da trecento mille persone (Lebenswaldt.).
A. dell'E. C. 937. In quest'anno la Germania e la Francia furon novellamente invase dalla peste (Kircher.).
A. dell'E. C. 938. Appiccatasi la peste in Venezia vi operò in quest'anno di orrende stragi (Gratiol.).
A. dell'E. C. 940. La peste rigermogliò in varie città e paesi della Germania (Kircher.).
A. dell'E. C. 964. Milano venne in quest'anno travagliata da pestilenza così fiera e devastatrice, che fu ridotta a pochissimi abitatori, come che fosse e sia una delle più popolose città d'Italia (Bernard. Corio Storia di Milano ec.).
A. dell'E. C. 984-85-86. Straordinaria siccità e ardentissimi calori avendo distrutto le biade, e ogni ricolto in varie parti di Europa, nel 983 v'introdusse la carestia. Quindi la peste cominciò a menar nuove stragi in Italia nell'anno 984; e, secondo alcuni, già l'anno prima aveva usato della sua forza; estesasi poi in tutta quasi l'Italia nell'anno 985, nel quale giunse al colmo della sua malignità. Quindi continuò nel 986. Le calamità della peste, della guerra, e della fame si combinarono unite in questo tempo a spopolare quell'in ogni età ragguardevole paese; e tante furon le stragi che esse menarono, e tanta l'importata loro sevizie, che fu prodigio, se non andò affatto desolato e distrutto (Gratiol. Platin. in Vita Joannis XIV Lebenswaldt.).
Negli stessi anni 985-86 la stessa pestilenza non fu meno funesta in Germania, dove un estremo freddo la precedette. Vi si gelarono i laghi ed i fiumi con esso i pesci; e poichè l'acque ebbero loro scolo, e svaporamento, fermentate al calore del sole quelle putride masse, sollevaronsi in copia le esalazioni infette, che corruppero l'aria, e la rendettero dannosa e funesta a chi la respirava (Lebenswaldt. Papon. op. cit.).
A. dell'E. C. 989. Venezia in quest'anno venne di nuovo travagliata dalla peste (Kircher.).
A. dell'E. C. 990. In quest'anno v'ebbe peste a Cattaro nell'Albania, ove colla famiglia Leghletta perì Bastardo re di Servia. In Zara pur anco serpeggiò il contagio, ma ne rimase confinato nel solo borgo; nè ebbe a penetrare nella città (Simon Gliubavaz in suis Memoriis).
Per la scarsezza degli scrittori di questi ultimi secoli non si sono potute raccogliere maggiori notizie, nè circostanze da contraddistinguere le pestilenze, che imperversarono sull'umana generazione.
Secolo XI.
A dell'E. C. 1006. La città di Venezia fu in quest'anno fieramente percossa dalla peste, sommi danni arrecandole. Già l'ebbe preceduta un eccessivo freddo (Gio. Nicolò Doglioni Istoria Veneta ec.).
A. dell'E. C. 1007. Nell'anno seguente il contagio pestilenziale desolò parecchie altre città d'Italia, e in ispezieltà Bologna e Modena; e grande ne fu il numero de' morti (Cherubino Ghirardazzi Istoria di Bologna lib. II.).
A. dell'E. C. 1012. La peste affliggeva Venezia. Mantenute libere le comunicazioni con quella capitale, il contagio fu introdotto in Zara. Nel castello di questa piazza seguì il primo sviluppo. Uccise parecchie persone del castello, ne furono abbruciati tutti i quartieri infetti; e neppur questa volta penetrò in città (Sim. Gliubavaz op. cit.).
A. dell'E. C. 1013. Nuova riproduzione della peste fu in quest'anno per varie città d'Italia. Quelli, che n'erano colpiti, morivano quasi improvvisamente. Un ardente fuoco interno divorava loro le viscere, ed una diarrea straordinaria li traeva in brevi istanti al sepolcro. (Papon, op. cit.).
A. dell'E. C. 1016-17. Nell'anno 1016 la pestilenza fu quasi generale in Europa; ma devastò principalmente l'Italia, in cui, volendosi dar fede al Platina, il numero degli estinti superò quello de' superstiti. Nota il Kirchero che alla peste era congiunta la fame, e che continuò ad infierire anco nell'anno 1017 (Platin. in Vita Benedicti VIII.).
A. dell'E. C. 1022. Da qualche tempo divenuta la peste quasi permanente in Italia, si riaccese quest'anno con istraordinario furore. Devastò contemporaneamente Costantinopoli, e diversi altri paesi d'Europa. L'indole sua era per sì fatto modo maligna, che colpiva le persone a guisa di fulmine, e le uccideva in poche ore (Kircher. Papon. loc. cit.).
A. dell'E. C. 1031. L'apparizione di comete, tempeste sterminatrici, inondazioni, e fame precedettero ed accompagnarono la pestilenza di quest'anno (Lebenswaldt. Papon. opp. cit.).
A. dell'E. C. 1054. Nel mille cinquantaquattro v'ebbe peste in Germania (Kircher.).
A. dell'E. C. 1057. Peste in Macedonia, secondo lo stesso autore.
A. dell'E. C. 1065. Avvenne pure in quest'anno una pestilenza pressochè generale in Europa, accompagnata da carestia e fame atrocissima (Gratiol. Vincenzo Franzato ecc.).
A. dell'E. C. 1085. In quest'anno v'ebbe peste in Ungheria e in Dalmazia, e la città di Zara ne fu presa; pur il contagio, che faceva molto danno in Ungheria, nella Dalmazia non si estese gran fatto. La sollecita cessazione di questa calamità in Dalmazia fu attribuita all'intercessione dei Santi Grisogono, e Giovanni Orsini, vescovo di Traù, che viveva a quel tempo (Queste notizie sono tratte da un antico manoscritto originale esistente nell'archivio de' monaci di s. Grisogono di Zara. Capsula IV. N. XIII. Obsignata L. 6.).
A. dell'E. C. 1093-94. Regnò la peste a questi anni in parecchi luoghi dell'Italia, della Francia, e della Germania; in mentrechè dura fame affliggeva la Germania e la Francia, strabocchevoli inondazioni l'Inghilterra, e sterminatrici epizoozie in Italia, e altrove, accrescevano le miserie, e la desolazione di quelle popolazioni (Briet. Annal. Mund. ad h. a. Lebenswaldt.).
A. dell'E. C. 1098. Nella Germania scaricò il morbo pestilenziale in quest'anno tutto il suo furore, facendovi orribili strazj. V'ebbe pur anche l'epizoozia. A vizio dell'aria, secondo le opinioni di que' tempi, si attribuì la grande mortalità dell'una e dell'altra spezie d'animali (Georg. Agricol. lib. de Peste).
Nell'anno stesso 1098 l'esercito de' Cristiani delle Crociate, trovatosi stretto d'assedio in Antiochia, venne quasi consunto dalla fame e dalla peste (Max. Tyr. de Bello sacro lib. III. C. II. Spond. etc.).
Secolo XII.
A. dell'E. C. 1103. In quest'anno nell'Inghilterra un morbo pestilenziale fra gli animali ha preceduto la peste fra gli uomini (Papon. Chron. d. P. T. II.).
A. dell'E. C. 1119. La peste devastò anco in quest'anno l'Italia. Essa fu preceduta e conseguitata da freddo eccessivo, da calori intollerabili, e da spaventevoli terremoti, che concorsero ad accrescere le desolazioni e gli orrori di quelle tristissime giornate (Vincent. Franzat. Gratiol.).
A. dell'E. C. 1125-26 e 27. Giorgio Agricola nel suo libro della peste narra, che nell'anno 1125 la Germania, travagliata da straordinario acutissimo freddo, vide perire parecchie migliaia d'uomini dalla peste, sviluppatasi, come si legge, per la corruzione de' pesci, ch'eran periti nell'acqua stessa intirizziti dal freddo.
A questa, che forse altro non fu che un'epidemia tifica, susseguitò la pestilenza propagatasi quasi generalmente in tutta Europa cagionando immensi strazj fra le differenti nazioni già afflitte da crudelissima fame, e da una guerra sanguinosissima, nella quale gran parte delle potenze di Europa trovavasi sciauratamente avvolta. La peste vi continuò per tutto l'anno 1127.
A. dell'E. C. 1135. Nell'Insubria ossia in quella parte del Milanese, che conoscevasi sotto questo nome, si sviluppò la peste, dove in pria la siccità, e straordinarj calori della stagione, distrutte le messi, avevano introdotto la fame (Gratiol. Catalog. Pest.). Secondo altri autori pur questa forse non fu, che un morbo epidemico.
A. dell'E. C. 1167. Il morbo pestilenziale s'insinuò nell'esercito di Federico Barbarossa, allorchè portava le sue armi contro di Roma, e vi cagionò grave mortalità. Perirono in tal circostanza molti soggetti, illustri per nascita, dignità, e sapere, oltre le persone di minor condizione (Spondan. eod. anno; Bernard. Corio, Storia di Milano).
A. dell'E. C. 1193. Mentre l'armata dell'imperatore Enrico VI. assediava la città di Napoli, la peste si spiegò fra la truppa, datovi assai guasto, e mortalità (Tarcagn. Part. II. lib. 13.).
Secolo XIII.
Anno dell'E. C. 1201. Peste quest'anno in Grecia (Papon. l. c.).
Anno dell'E. C. 1202. In Siria ben fiero s'appiccò il contagio all'esercito di Balduino (Briet. Annal. Mund. Kircher. etc.).
Fierissima peste desolò pur in quest'anno la città di Zara in Dalmazia[8].
A. dell'E. C. 1217. Mentre le armate de' Galli nell'isola di Cipro allestivano la spedizione contro la Siria, insinuatasi fra la truppa la peste, andò a perire gran numero di soldati (Kircher. op. cit.).
A. dell'E. C. 1218. L'esercito Cristiano delle Crociate fu colpito in quest'anno dalla peste sotto Damiata in Egitto, mentre teneva quella piazza stretta d'assedio. Questa peste si disse preceduta dalla fame, e favorita ne' suoi effetti dal fetore de' cadaveri insepolti (Vitriac. Histor. Orient. lib. 3. Joan. Tarcagnot. part. II. lib. 14.).
A. dell'E. C. 1225. Riprodottasi più volte la peste nella città di Bologna, spense la maggior parte degli abitanti di quella celebre ed illustre città (Cherubino Ghirardazzi Istoria della città di Bologna lib. 5.).
A. dell'E. C. 1227. Ricordano gli storici che sì Bologna e sì Roma furono in quest'anno devastate dalla peste. Egli sembra però che sia stata la medesima peste, che invalse nel 1225, la quale o continuò o si è riprodotta (Ghirard. Storia di Bologna lib. 5. Gratiol.).
A. dell'E. C. 1231. Insolito e spaventevole straripamento del Tevere avendo per grande spazio allagata la campagna, accrebbe le miserie e le devastazioni del contagio, che in questo stesso anno si riaccese nella città di Roma (Tarcagnot. P. II. lib. 14. Spondan. Platina in Vita Gregorii IX.).
A. dell'E. C. 1233. Continuava la peste le sue devastazioni in Roma, ove di dieci infetti uno appena si salvava dalla violenza del morbo, allorchè in quest'anno 1233 penetrò il contagio anco nella città di Zara, ed uccise parecchi di quegli abitanti. Terminò però in breve con pochi danni. In tal occasione i Zaratini si vestirono di sacco di penitenza, e venne instituita la scuola de' Verberanti (Tanzlinger Archidiac. Jadrensis in suis Memoriis etc.).
A. dell'E. C. 1234. Incrudelivan quest'anno freddi straordinarj ed eccessivi tanto in Italia che in Inghilterra. In Italia il Po restò gelato per qualche tempo. A ciò successe la carestia: e appresso si sviluppò la peste nella parte occidentale d'Italia, e nell'Isole Britanniche. (Sigon. Regn. Ital. lib. 17. Spondan. eod. an. Bernardin. Corio, Storia di Milano). Alcuni altri autori sono d'avviso non essere stato questo, che un morbo epidemico (Adam. Bibl. Loim.).
A. dell'E. C. 1242-43. In Grecia, in Italia, in Francia v'ebbe a quest'anno peste sì micidiale ed atroce, che volendosi prestar fede ad alcuni storici, appena la decima parte delle popolazioni ne sopravvisse. Essa invase pur l'esercito di s. Luigi, re di Francia, mentre inseguiva l'armata di Enrico III, re d'Inghilterra, suo cognato. Pur questa pestilenza venne preceduta da stagione ardentissima e da straordinaria siccità (Lebenswaldt. Papon. opp. cit.).
A. dell'E. C. 1254. Nel Milanese si è riaccesa la peste, e secondo che ne vien riferito dagli storici, essa vi avea poste radici così profonde, che durò alcuni anni; nè arte umana valse a disradicarla più sollecitamente (Gratiol. Catalog. Pest.). Qualche storico accenna che non fusse vera peste, ma bensì un morbo ad essa somigliante (El. Cavriol. Chron. Brixien.).
A. dell'E. C. 1270. All'armata dello stesso s. Luigi s'apprese nuovamente la peste nel tempo della spedizione da esso intrapresa contro l'Affrica, e non altrimenti avvenne alle falangi, donde assediava la città di Tunisi, facendovi molte stragi. Vi fu preso lo stesso re s. Luigi, che ne morì il dì 25. d'Agosto di quest'anno 1270. (P. Kircher. Lebenswaldt Briet. Papon. Adami).
A. dell'E. C. 1285. Peste nel Belgio e in Italia (Kircher. l. cit.).
A. dell'E. C. 1288. In quest'anno riprese la peste novelle forze, desolando, e distruggendo gran parte d'Italia sotto il pontificato di Nicolò IV. Questo pontefice si tenne chiuso nel suo palagio, durante il tempo della pestilenza, senza ommettere però le cure, ch'ei doveva al governo de' suoi popoli. Si nota che, servendo egli alle opinioni invalse a que' tempi, faceva accendere continuamente gran fuochi ne' cortili del suo palagio e negli appartamenti (Kircher. Papon. opp. cit.).
Secolo XIV.
La peste del 1301 è divenuta famosa stante il pietoso affetto e lo zelo, con cui s. Rocco servì i malati da peste nello spedale di Piacenza in Lombardia. Questo celebre pellegrino, nativo di Montpellier aveva abbandonato i suoi parenti, e rinunciato allo splendor della nascita, ed a' beni tutti della fortuna per dar se stesso a servigio de' poverelli, traendo oscura vita e meschina (Papon. Chron. des pest. T. II. p. 275.).
A. dell'E. C. 1307. Il Kirchero fa menzione di una crudelissima peste insorta quest'anno nell'Inghilterra.
A. dell'E. C. 1311. La peste menò grande strage a Treviso, a Padova, a Venezia, e verisimilmente in diversi altri luoghi d'Italia. (Papon. lib. cit.).
A. dell'E. C. 1316-17. Nel 1316 o non fu per anco del tutto estinto in Italia, o il pestifero seme vi rigermogliò. Imperversò nella Lombardia, e specialmente in Brescia, dove nello spazio di solo un mese uccise da sette mille persone secondo il Cavriolo. Nè solo in Italia quest'anno il contagio si limitò; chè le provincie Settentrionali dell'Europa, cioè a dire la Germania, l'Olanda, i Paesi Bassi, le Fiandre, il Belgio, una parte dell'antica Gallia, così pure la Polonia, ne andarono tutte, qual più, qual meno, travagliate e diserte. Continuò il reo malore pur nel 1317. Dirottissime piogge nella stagione di primavera, che non cessaron di rompere in tolta la state e l'autunno, avendo guastato le biade, ed altri prodotti del suolo, cagionaron la fame, che unendo a que' della peste i suoi terribili effetti, ne trasse quindi al sepolcro gran numero di persone. Riferisce il Bugati esser morti da un terzo degli abitanti di que' paesi, che furono infetti da questa moria (EL Cavriol. Cronic. Brix. Kircher. Lebenswaldt. Spondan. An. 1315.).
A. dell'E. C. 1335. L'anno 1335 di G. C. è celebre negli annali del mondo per la quantità incredibile di cavallette, che copriron la terra, e ne divorarono i seminati. S'attribuì ad esse la cagion della peste, donde quest'anno venne afflitta gran parte d'Europa. Ancorchè rigorosamente parlando ciò ammettere non si possa, è certo però che sì gran copia di quegli animali, accrescendo per tutto la putrefazione, sparse nell'aria strabocchevole quantità di principj eterogenei, e malsani. Aggiuntovi poi il disagio, e gli strazj della fame, v'ebbe pur assai di che predisporre gli uomini a nuovi malori e a nuove stragi (Bernard. Corio Storia di Milano part. 3. Papon. T. ii. p. 274.).
A. dell'E. C. 1340. Il Rondinelli e il Corio assicurano che la peste involò alla Toscana in quest'anno il sesto incirca della sua popolazione. In questo stesso anno vi fu la peste nella città di Sebenico in Dalmazia (Memorie esistenti nell'Archivio di detta città).
A. dell'E. C. 1342. In quest'anno la peste regnò in Francia. Si accusaron gli Ebrei di aver avvelenati i pozzi; e ciò bastò, perchè il popolo si scagliasse contro di loro, e tutto sopra d'essi ne scaricasse il furore (Papon. op. cit.).
A. dell'E. C. 1343. In quest'anno v'ebbe peste fierissima a Venezia, che durò sei mesi. Si propagò a Zara; ma quivi fece poco danno. (Petr. Pacifico Hist. Venet. p. 74).
A. dell'E. C. 1348. Questa, che ora son per descrivere, fu la peste la più terribile, che sia mai ricordata, dico la celebre Peste Nera. Tale sciagura non fu mai nè più generale nè più atroce. Secondo l'opinione degli storici più accreditati, questa pestilenza ebbe origine dal nord della China nel 1346 (e forse qualche anno prima); si andò propagando per l'Indie Orientali fino nella Soria; percorse la Turchia Asiatica e l'Europea; si propagò all'Egitto, alla Grecia, nell'Illirio, e in una parte dell'Affrica. Alcune navi de' cristiani, provenienti dal Levante, la introdussero nel 1347 in Sicilia; donde venne portata per lo stesso mezzo a Genova; s'apprese a Pisa, ec. Nel 1348 passò ad infettar tutta l'Italia, tranne Milano, il paese dei Grigioni, e di alcuni altri Cantoni a piè dell'Alpi, che dividono l'Italia dalla Germania, ne' quali fece poco danno. Nel medesimo tempo attraversò le montagne; si stese nella Savoja, nella Provenza, nel Delfinato, nella Borgogna, e in Linguadocca; penetrò in Ispagna, nella Catalogna, nei regni di Granata e di Castiglia, e percorse quasi tutte le provincie Spagnuole. Nel 1349 prese l'Inghilterra, la Scozia, l'Irlanda, e la Fiandra, eccetto il Brabante, dove recò poche offese. Nel 1350 s'inoltrò verso il nord, ed invase la Frisia, la Germania, la Polonia, l'Ungheria, la Danimarca, e la Svezia, e quasi tutto il settentrion dell'Europa. A questo tempo, e da questa calamità la repubblica d'Islanda ne andò distrutta. La mortalità vi fu sì grande in quell'isola agghiacciata, che gli abitanti, parte uccisi dal morbo, e parte dispersi per altri disagi, cessarono di formare un corpo di nazione. Quindi ritornò in Francia e in Italia, e devastò quella parte, che aveva lasciata illesa da prima. Nel 1361 là desolò, specialmente Avignone, e qui Parma, Milano e Venezia, dove fece orrendo strazio di quegli abitanti, privò di vita il doge Delfino, e più cardinali, come seguì in Avignone, nella qual città, sede a quel tempo de' pontefici, uccise tra gli altri sette cardinali e settanta vescovi. Passò di poi un'altra volta a Firenze nel 1363, dove ne morì lo storico Villani. In quell'anno stesso 1363 terminò, dopo tante stragi, e dopo aver distrutto, giusta il computo degli storici più accreditati, tre quinti di abitatori di tutta l'Europa.
Percorsi di tal modo in differenti tempi tanti paesi, e provincie diverse, e nessun risparmiatovi, dove pascolo aver poteva la morte, durò questa pestilenza diciotto anni incirca, ma non fu mai in detto corso nè più terribile nè più generale, quanto nel sopraddetto 1348. In quest'anno, fra le molte città d'Italia, invase dal morbo, fieramente ne fu presa Fiorenza, e Giovanni Boccaccio con molto splendor di eloquenza ne la descrisse; la qual piacemi di soggiugnere dall'edizione Cominiana.
Descrizione della peste di Firenze dell'anno 1348.
Boccaccio, Decamerone Giornata I.
«Già erano gli anni della fruttifera Incarnazione del Figliuolo di Dio al numero pervenuti di mille trecento quarant'otto, quando nell'egregia città di Fiorenza, oltre ad ogni altra Italica bellissima, pervenne la mortifera pestilenza: la quale per operazion de' corpi superiori, o per le nostre inique opere, da giusta ira di Dio a nostra correzione mandata sopra i mortali, alquanti anni davanti nelle parti Orientali incominciata, quelle d'innumerabile quantità di viventi avendo private, senza ristare, d'un luogo in un altro continuandosi, verso l'Occidente miserabilmente s'era ampliata; ed in quella non valendo alcun senno, nè umano provvedimento, per lo quale fu da molte immondizie purgata la città da ufficiali sopra ciò ordinati, e vietato l'entrarvi dentro a ciascuno infermo, e molti consigli dati a conservazion della sanità, nè ancora umili supplicazioni non una volta, ma molte, ed in processioni ordinate, ed in altre guise a Dio fatte dalle divote persone; quasi nel principio della primavera dell'anno predetto orribilmente cominciò i suoi dolorosi effetti, ed in miracolosa maniera a dimostrare. E non come in Oriente aveva fatto, dove a chiunque usciva il sangue del naso, era manifesto segno d'inevitabile morte; ma nascevano nel cominciamento d'essa a' maschi, ed alle femmine parimente, o nell'anguinaia, o sotto le ditella certe enfiature; delle quali alcune crescevano come una comunal mela, altre come un uovo, ed alcune più, ed alcune altre meno, le quali i volgari nominavan gavoccioli. E dalle due parti del corpo predette infra breve spazio cominciò il già detto gavocciolo mortifero indifferentemente in ogni parte di quello a nascere, ed a venire: e da questo appresso s'incominciò la qualità della predetta infermità a permutare in macchie nere, o livide, le quali nelle braccia, e per le cosce, ed in ciascuna altra parte del corpo apparivano a molti, a cui grandi, e rade, ed a cui minute, e spesse. E, come il gavocciolo primieramente era stato, ed ancora era, certissimo indizio di futura morte, così erano queste a ciascuno, a cui venieno. A cura delle quali infermità nè consiglio di medico, nè virtù di medicina alcuna pareva che valesse, o facesse profitto: anzi, o che natura del malore nol patisse, o che la 'gnoranza de' medicanti (de' quali, oltre al numero degli scienziati, così di femmine, come d'uomini, senza avere alcuna dottrina di medicina avuta giammai, era il numero divenuto grandissimo) non conoscesse da che si movesse, e per conseguente, debito argomento non vi prendesse; non solamente pochi ne guarivano, anzi quasi tutti infra il terzo giorno dalla apparizione de' sopraddetti segni, chi piuttosto, e chi meno, e il più senza alcuna febbre, o altro accidente morivano. E fu questa pestilenza di maggior forza, perciocchè essa dagl'infermi di quella per lo comunicare insieme s'avventava a sani, non altrimenti che faccia il fuoco alle cose secche, o unte, quando molto gli sono avvicinate. E più avanti ancora ebbe di male, che non solamente il parlare, e l'usare congl'infermi dava a' sani infermità, o cagione di comune morte; ma ancora il toccare i panni, o qualunque altra cosa da quegl'infermi stata tocca, o adoperata, pareva seco quella cotale infermità nel toccator trasportare. Maravigliosa cosa è ad udire quello, che io debbo dire; il che se dagli occhi di molti, e da' miei non fosse stato veduto, appena che io ardissi di crederlo, non che di scriverlo, quantunque da fededegno udito l'avessi. Dico che di tanta efficacia fu la qualità della pestilenza narrata nello appiccarsi da uno ad altro, che non solamente l'uomo all'uomo, ma questo, che è molto più, assai volte visibilmente fece; cioè, che la cosa dell'uomo infermo stato, o morto di tale infermità, tocca da un altro animale fuori della specie dell'uomo, non solamente della 'nfermità il contaminasse, ma quello infra brevissimo spazio occidesse: di che gli occhi miei (siccome poco davanti è detto) presero, tra l'altre volte, un dì così fatta esperienza; che essendo gli stracci d'un povero uomo, da tale infermità morto, gittati nella via pubblica, ed avvenendosi ad essi due porci, e quegli, secondo il lor costume, prima, molto col grifo, e poi co' denti presigli, e scossiglisi alle guance, in piccola ora appresso, dopo alcuno avvolgimento, come se veleno avesser preso, amenduni sopra gli mal tirati stracci morti caddero in terra. Dalle quali cose, e da assai altre a queste somiglianti, o maggiori, nacquero diverse paure, ed immaginazioni in quegli, che rimanevano vivi, e tutti, quasi ad un fine tiravano assai crudele: ciò era di schifare, e di fuggire gl'infermi, e le lor cose: e così facendo si credeva ciascuno a se medesimo salute acquistare. Ed erano alcuni, i quali avvisavano, che il vivere moderatamente, ed il guardarsi da ogni superfluità avesse molto a così fatto accidente resistere: e, fatta lor brigata, da ogni altro separati viveano, ed in quelle case ricogliendosi, e rinchiudendosi, dove niuno infermo fosse, e da viver meglio, dilicatissimi cibi, ed ottimi vini temperatissimamente usando, ed ogni lussuria fuggendo, senza lasciarsi parlare ad alcuno, o volere di fuori di morte, o d'infermi alcuna novella sentire, con suoni, e con quelli piaceri che aver potevano, si dimoravano. Altri, in contraria opinion tratti, affermavano, il bere assai, ed il godere, e l'andar cantando attorno, e sollazzando, ed il soddisfare d'ogni cosa all'appetito che si potesse, e di ciò, che avveniva, ridersi, e beffarsi, essere medecina certissima a tanto male; e così, come il dicevano, il mettevano in opera a lor potere, il giorno, e la notte, ora a quella taverna, ora a quell'altra andando, bevendo senza modo, e senza misura: e molto più ciò per l'altrui case facendo, solamente che cose vi sentissero, che loro venissero a grado, o in piacere. E ciò potevan far di leggiere, perciocchè ciascun (quasi non più viver dovesse) aveva, siccome se, le sue cose messe in abbandono; di che le più delle case erano divenute comuni, e così l'usava lo straniere, pure che ad esse s'avvenisse, come l'avrebbe il propio signore usate: e con tutto questo proponimento bestiale, sempre gl'infermi fuggivano a lor potere. Ed in tanta afflizione, e miseria della nostra città, era la reverenda autorità delle leggi così divine, come umane quasi caduta, e dissoluta tutta per li ministri, ed esecutori di quelle, li quali, siccome gli altri uomini, erano tutti o morti, o infermi, o sì di famigli rimasi stremi, che uficio alcuno non potean fare: per la qual cosa era a ciascuno licito, quanto a grado gli era, d'adoperare.
Molti altri servavano tra questi due di sopra detti una mezzana via, non istrignendosi nelle vivande quanto i primi, nè nel bere, e nell'altre dissoluzioni allargandosi quanto i secondi: ma a sofficienza secondo gli appetiti le cose usavano, e senza rinchiudersi andavano attorno, portando nelle mani chi fiori, chi erbe odorifere, e chi diverse maniere di spezierie, quelle al naso ponendosi spesso, estimando essere ottima cosa il cerebro con cotali odori confortare: conciofossecosa che l'aere tutto paresse dal puzzo de' morti corpi, e delle infermità, e delle medicine compreso, e puzzolente. Alcuni erano di più crudel sentimento, (comechè per avventura più fosse sicuro) dicendo, niun'altra medicina essere contro alle pestilenze migliore, nè così buona, come il fuggire loro davanti. E da questo argomento mossi, non curando d'alcuna cosa, se non di sè, assai ed uomini, e donne abbandonarono la propia città, le propie case, i lor luoghi, e i lor parenti, e le lor cose, e cercarono l'altrui, o almeno il lor contado: quasi l'ira di Dio a punire la iniquità degli uomini con quella pestilenza, non dove fossero, procedesse; ma solamente a coloro opprimere, li quali dentro alle mura della lor città si trovassero, commossa intendesse; o quasi avvisando, niuna persona in quella dover rimanere e la sua ultima ora esser venuta. E, come che questi così variamente opinanti non morissero tutti, non perciò tutti campavano; anzi infermandone di ciascuna molti, ed in ogni luogo, avendo essi stessi, quando sani erano, esemplo dato a coloro, che sani rimanevano, quasi abbandonati per tutto languieno. E lasciamo stare, che l'uno cittadino l'altro schifasse, e quasi niuno vicino avesse dell'altro cura, e i parenti insieme rade volte, o non mai si visitassero, e di lontano; era con sì fatto spavento questa tribulazione entrata ne' petti degli uomini, e delle donne, che l'un fratello l'altro abbandonava, ed il zio il nipote, e la sorella il fratello, e spesse volte la donna il suo marito; e, che maggior cosa è, e quasi non credibile, li padri, e le madri i figliuoli, quasi loro non fossero, di visitare e di servire schifavano. Per la qual cosa a coloro, de' quali era la moltitudine inestimabile, e maschi, e femmine, che infermavano, niuno altro sussidio rimase, che o la carità degli amici, (e di questi fur pochi) o l'avarizia de' serventi, li quali da grossi salarj, e sconvenevoli tratti servieno, quantunque per tutto ciò molti non fossero divenuti; e quelli cotanti erano uomini, e femmine di grosso ingegno, e i più di tali servigi non usati, li quali quasi di niuna altra cosa servieno, che di porgere alcune cose dagl'infermi addomandate, o di riguardare, quando morieno: e, servendo in tal servigio, sè molte volte col guadagno perdevano. E da questo essere abbandonati gl'infermi da' vicini, da' parenti, e dagli amici, ed avere scarsità di serventi, discorse un uso, quasi davanti mai non udito, che niuna, quantunque leggiadra, o bella, o gentil donna fosse, infermando, non curava d'aver a' suoi servigi uomo, qual che egli si fosse, o giovane, o altro, solo che la necessità della sua infermità il richiedesse: il che in quelle che ne guarirono, fu forse di minore onestà nel tempo, che succedette, cagione. Ed oltre a questo ne seguio la morte di molti, che peravventura, se stati fossero atati, campati sarieno. Di che, tra per lo difetto degli opportuni servigi, li quali gl'infermi aver non poteano, e per la forza della pestilenza, era tanta nella città la moltitudine di quelli che di dì, e di notte morieno, che uno stupore era ad udir dire, non che a riguardarlo. Perchè quasi di necessità cose contrarie a' primi costumi de' cittadini nacquero tra coloro, li quali rimanean vivi.
Era usanza (siccome ancora oggi veggiamo usare) che le donne parenti, e vicine nella casa del morto si ragunavano, e quivi con quelle che più gli appartenevano, piangevano; e d'altra parte dinanzi alla casa del morto co' suoi prossimi si ragunavano i suoi vicini, ed altri cittadini assai, e secondo la qualità del morto vi veniva il chericato, ed egli sopra gli omeri de' suoi pari, con funeral pompa di cera, e di canti, alla chiesa da lui prima eletta anzi la morte n'era portato. Le quali cose, poichè a montar cominciò la ferocità della pistolenza, o in tutto, o in maggior parte, quasi cessarono, ed altre nuove in loro luogo ne sopravvennero. Perciocchè non solamente senz'aver molte donne dattorno morivan le genti, ma assai n'erano di quelli che di questa vita senza testimonio trapassavano; e pochissimi erano coloro, a' quali i pietosi pianti, e l'amare lagrime de' suoi congiunti fossero concedute: anzi, in luogo di quelle, s'usavano per li più risa, e motti, e festeggiar compagnevole: la quale usanza le donne in gran parte, posposta la donnesca pietà, per salute di loro avevano ottimamente appresa. Ed erano radi coloro, i corpi de' quali fosser più che da un dieci o dodici de' suoi vicini alla chiesa accompagnati: de' quali non gli orrevoli, e cari cittadini, ma una maniera di beccamorti sopravvenuti di minuta gente, che chiamar si facevan becchini, la quale questi servigi prezzolata faceva, sottentravano alla bara, e quella con frettolosi passi, non a quella chiesa, che esso aveva anzi la morte disposto, ma alla più vicina le più volte il portavano, dietro a quattro, o sei cherici, con poco lume, e tal fiata senza alcuno; li quali con l'ajuto de' detti becchini, senza faticarsi in troppo lungo ofizio, o solenne, in qualunque sepoltura disoccupata trovavano piuttosto, il mettevano. Della minuta gente, e forse in gran parte della mezzana, era il ragguardamento di molto maggior miseria pieno: perciocchè essi il più o da speranza, o da povertà ritenuti nelle lor case, nelle lor vicinanze standosi, a migliaja per giorno infermavano; e, non essendo nè serviti, nè atati d'alcuna cosa, quasi senz'alcuna redenzione tutti morivano; ed assai n'erano che nella strada pubblica o di dì, o di notte finivano; e molti, ancorachè nelle case finissero, prima col puzzo de' loro corpi corrotti, che altramenti, facevano a' vicini sentire, sè esser morti: e di questi, e degli altri che per tutto morivano, tutto pieno. Era il più da' vicini una medesima maniera servata, mossi non meno da tema che la corruzione de' morti non gli offendesse, che da carità, la quale avessero a' trapassati. Essi e per se medesimi, e coll'ajuto d'alcuni portatori, quando aver ne potevano, traevano delle lor case li corpi de' già passati, e quelli davanti agli loro usci ponevano, dove la mattina spezialmente n'avrebbe potuti vedere senza numero chi fosse attorno andato. E quindi fatto venir bare, e tali furono che, per difetto di quelle, sopra alcuna tavola ne ponieno. Nè fu una bara sola quella, che due, o tre ne portò insiememente: nè avvenne pure una volta, ma sene sarieno assai potute annoverare di quelle, che la moglie, e 'l marito, gli due o' tre fratelli, o il padre, o 'l figliuolo, o così fattamente ne contenieno. Ed infinite volte avvenne che andando due preti con una croce per alcuno, si misero tre, o quattro bare da' portatori portate di dietro a quella, e dove un morto credevano avere i preti a seppellire, n'aveano sei, o otto, e tal fiata più. Nè erano perciò questi da alcuna lagrima, o lume, o compagnia onorati; anzi era la cosa pervenuta a tanto, che non altramenti si curava degli uomini che morivano, che ora si curerebbe di capre. Perchè assai manifestamente apparve, che quello che il natural corso delle cose non aveva potuto con piccoli, e rari danni a' savj mostrare doversi con pazienza passare; la grandezza de' mali eziandio i semplici far di ciò scorti, e non curanti. Alla gran moltitudine de' corpi mostrata, che ad ogni chiesa ogni dì, e quasi ogni ora concorreva portata, non bastando la terra sacra alle sepolture, e massimamente volendo dare a ciascun luogo propio secondo l'antico costume; si facevano per gli cimiteri delle chiese, poichè ogni parte era piena, fosse grandissime, nelle quali a centinaja si mettevano i sopravvegnenti. Ed in quelle stivati, come si mettono le mercatanzie nelle navi, a suolo a suolo; con poca terra si ricoprieno, infino a tanto che della fossa al sommo si perveniva. Ed acciocchè dietro ad ogni particularità le nostre passate miserie, per la città avvenute, più ricercando non vada, dico, che così inimico tempo correndo per quella, non perciò meno d'alcuna cosa risparmiò il circustante contado, nel quale (lasciando star le castella, che simili erano nella loro piccolezza alla città) per le sparte ville, e per gli campi i lavoratori miseri, e poveri, e le loro famiglie, senz'alcuna fatica di medico, o ajuto di servidore, per le vie, e per li loro colti, e per le case, di dì e di notte indifferentemente, non come uomini, ma quasi come bestie morieno. Per la qual cosa, essi così nelli loro costumi, come i cittadini, divenuti lascivi, di niuna lor cosa, o faccenda curavano: anzi tutti, quasi quel giorno, nel quale si vedevano esser venuti, la morte aspettassero, non d'ajutare i futuri frutti delle bestie, e delle terre, e delle loro passate fatiche; ma di consumare quelli, che si trovavano presenti, si sforzavano con ogni ingegno. Perchè adivenne che i buoi, gli asini, le pecore, le capre, i porci, i polli, ed i cani medesimi, fedelissimi agli uomini, fuori delle proprie case cacciati, per li campi, dove ancora le biade abbandonate erano, senza essere non che raccolte, ma pur segate, come meglio piaceva loro, sen'andavano. E molli, quasi come razionali, poichè pasciuti erano bene il giorno, la notte alle lor case, senza alcuno correggimento di pastore, si tornavan satolli. Che più si può dire, lasciando stare il contado, ed alla città ritornando, se non che tanta, e tal fu la crudeltà del cielo, e forse in parte quella degli uomini, che infra 'l Marzo, ed il prossimo Luglio vegnente, tra per la forza della pestifera infermità, e per l'esser molti infermi mal serviti, o abbandonati ne' lor bisogni, per la paura che avevano i sani, oltre a centomila creature umane, si crede per certo dentro alle mura della città di Firenze essere stati di vita tolti; che forse anzi l'accidente mortifero non si saria estimato tanti avervene dentro avuti. O quanti gran palagi, quante belle case, quanti nobili abituri, per addietro di famiglie pieni, di signori, e di donne, infino al menomo fante rimasero voti! O quante memorabili schiatte, quante amplissime eredità, quante famose ricchezze si videro senza successor debito rimanere! Quanti valorosi uomini, quante belle donne, quanti leggiadri giovani, i quali non che altri, ma Galieno, Ippocrate, o Esculapio avrieno giudicati sanissimi, la mattina desinarono co' loro parenti, compagni, ed amici, che poi la sera vegnente appresso nell'altro mondo cenarono con li loro passati!. A me medesimo incresce andarmi tanto tra tante miserie ravvolgendo».
Il morbo pestilenziale che a questa età funestissima ha tante Provincie e Città così crudelmente afflitte e deserte, si è manifestato pur anco nella città di Spalatro in Dalmazia nel giorno 25 Dicembre dello stesso anno 1348; e vi fece così rapidi e terribili progressi, che distrusse quasi tutti gli abitanti di quella città, compreso lo stesso zelantissimo arcivescovo Domenico Cucari. Là pure non si trovava chi si prestasse di dar sepoltura ai morti, i quali restavano insepolti e nelle case, e nelle piazze, e nei campi a libero pascolo de' corvi, de' lupi e d'altre fiere, che con somma maraviglia si vider quell'anno in gran numero scorrer le terre della Dalmazia; dove pur si osservarono straordinarj fenomeni, cioè l'eclissi solare, e lunare, due visibili comete, non che l'aria atmosferica ingombra di neri vapori, e di esalazioni morbifere.
Nel tomo III dell'Illyricum Sacrum di Michele Farlato si legge riportata la descrizione di questa peste, scritta a quel tempo da un individuo dell'antichissima famiglia a Cutteis di Spalatro, la qual descrizione ritiene quelle forme solenni ed energiche di verità, che suol avere la storia, scritta da chi ha sott'occhio lo spaventevole quadro di così immense sciagure[9].
Nell'anno successivo 1349 il contagio si propagò anco nella città di Zara, i cui abitanti erano già in preda all'estremo terrore, e ne andaron periti oltre a due mila di essi. Un'epizoozia ferocissima regnava contemporaneamente in quella città e suo territorio, la quale distrusse la maggior parte degli animali. (Joan. Lucius lib. 2. a Cutteis de flagello pestis in homines et pecudes. Simeon Glinbavaz, in suis memoriis cap. 2. pag. 157.).
La città di Ragusi, capitale a quel tempo dell'antichissima Repubblica di questo nome, non andò illesa dalla grave sciagura, a cui Europa tutta andò soggetta, ma nel ridetto anno 1348 circa li 13 di Dicembre penetrata fra suoi abitanti la terribile pestilenza, vi operò miserando strazio. Durò sei mesi: cento e settanta patrizj, trecento cittadini del secondo ordine; e circa settemille individui della plebe furono estinti a quel tempo dall'esiziale contagio. La narrazione di questa grave calamità trovasi registrata nel Libro de' Testamenti di quell'epoca, esistente nel Tesoro Ragusino; nel qual antico monumento viene indicata la rea indole del morbo, e le crudeli stragi per esso operate, da que' medesimi, che di tanto flagello furono ocular testimoni. (Serafin. Razzi V. Farlati Illyric. Sacr. Tom. III. pag. m. 130).
Nessun'altra pestilenza giammai non giunse a tanta mortalità. Marsiglia perdette nel 1347 due terzi de' suoi abitanti. Roma fu travagliata dal contagio per tre anni interi, cioè nel 1346. 47-48; e v'ebbe perdita incalcolabile. A Firenze ed in tutto il suo territorio delle cinque persone ne morirono tre; sette di dieci a Pisa nello stesso anno 1348. Conta lo storico Agnolo da Tura, che nei quattro mesi di Maggio, Giugno, Luglio, e Agosto la peste rapì a Siena ottanta mila persone, e ch'egli stesso seppellì colle proprie mani i suoi cinque figli in una medesima fossa. La città di Trapani in Sicilia restò compiutamente deserta. Genova perdette quaranta mila persone, Napoli sessanta mila, e la Sicilia unitamente alla Puglia cinquecento trenta mila; Venezia due terzi circa della sua popolazione; Avignone, compreso il suo territorio, da circa cencinquanta mila abitanti, e n'andò quasi distrutta. A Montpellier la peste incominciò nel 1345; cessò nel 1348; si riprodusse nel 1361; ed ivi secondo il Ranchin, professore e cancelliere dell'Università, morivano più di 500 persone al giorno, talchè questa città restò quasi affatto spoglia di abitatori. Parigi pure nel 1348 soffrì infiniti disastri e danni. A Basilea morirono dalla peste da quattordici mila persone; a Lubecca novanta mila; in Ispagna negli anni 1347-48-49 la peste involò quasi due terzi di tutta la sua popolazione. E se può credersi giusto il calcolo, narrasi, che in tre anni l'Europa per questo contagio abbia perduti 124,484 religiosi scalzi. Nella Certosa di Montrieux in Provenza di trentacinque religiosi, che componevano quella famiglia, non vi restò che il solo Gerardo fratello del Petrarca. Nè minori furono le stragi fatte da questo spaventevole flagello in Inghilterra e in Germania; dove forti e frequenti terremoti hanno preceduto le devastazioni della peste del 1360.
Questo memorando contagio fu generalmente di una qualità atroce, ed in sommo grado penetrantissimo. Succedeva la propagazione, e diffondevasi fra le popolazioni quasi con la rapidità del fulmine. Pochi superavano la sua violenza. I sintomi però non erano gli stessi di tutti e da per tutto. Nell'Oriente il sintoma più costante col quale si enunciava la malattia era l'emorragia di sangue dal naso, e costituiva il segno quasi sicuro della morte. In Italia, in Francia, in Germania, e altrove incominciava per lo più da lassezza improvvisa ed insolita degli arti inferiori; e l'accompagnavano debolezza generale della persona, dolor di testa, turbamento nelle funzioni del cerebro, vomiti frequenti e crudeli, smania, ardori ai precordj, angoscia, languori straordinarj, polsi deboli, contratti, e mancanti quasi sotto le dita; altre volte pieni, duri, frequenti, intermittenti, irregolari; soventi volte il polso non mostrava indizio di febbre; diarree copiose, che traevano in breve ora a sfinimento e a morte i malati, e malgrado gli ostinati corsi del ventre, sussistente tensione degl'ippocondrj; difficoltà di respirare; talvolta tosse ostinata ed inane; emorragie, delirj, frenesia, torpore, letargo. La pelle si copriva di esantemi rossi, lividi o nerastri; agl'inguini, alle ascelle, al collo, e in altre parti comparivan buboni: al collo, al dorso, fra le scapole, sulle cosce, e in altre parti del corpo apparivan carbonchi. Qualche tempo dopo si osservò alcuna variazione nei sintomi. Il contagio enunciavasi il più di sovente con macchie livide o nere, che larghe e rare presso gli uni, picciole e spesse presso gli altri comparivano, da principio in sulle braccia e sulle cosce, poi sopra il resto della persona, e che ben presto si cangiavano in carbone, ed erano indicio quasi certo di una vicina morte. Il male deludeva d'ordinario tutti i soccorsi dell'arte medica; e i malati morivano per lo più entro i primi tre giorni, e talora improvvisamente quasi colpiti da fulmine. I giorni più funesti erano il primo, il terzo, il quinto, e finalmente il settimo. Fino da quest'irruzione pestilenziale gli autori osservarono, che quanto il facile uscire della materia morbosa, per mezzo di una buona suppurazione dava speranza di guarigione, altrettanto riusciva pericolosa cosa il sopprimerla.
Narra il Villani che la suddetta peste di solito non durava più di cinque mesi in ciascuna terra, e secondo il Cortusio sei mesi. In alcuni luoghi oltre le calamità della peste v'ebbero quelle della guerra. A Napoli ardeva la peste, mentre vi facean la guerra Lodovico I re di Ungheria, ed Alfonso; in Francia sussisteva la guerra contro l'Inghilterra.
Alcuni popoli attribuirono questa terribile pestilenza ad una causa soprannaturale. Eglino si contentaron di risguardarla semplicemente come un castigo fulminato su di loro dal giusto sdegno di Dio. Altri pretesero che la causa ne fosse stata un fuoco scoppiato in Oriente dalle viscere della terra, o caduto di cielo; il quale, spargendosi, distruggeva uomini ed animali. (Cortus. hist. lib. 9. c. 14 Matt. Villani t. 1. et 2. Villarc. lib. 12. c. 83). La maggior parte poi conveniva nell'opinione che sussistessero sparsi nell'aria dei vapori nocivi, i quali ritenesser fra loro raccolto il veleno pestilenziale[10].
Parecchi storici hanno descritta questa pestilenza, e specialmente fra gl'italiani il Cortusio, il Petrarca, il Boccaccio, Giovanni e Matteo Villani. Quindi le notizie storiche ad essa relative le ho raccolte da questi scrittori, ed anche dai seguenti (Guid. de Chaulieu Chirurg. magn. etc. Raymund. de Vinario lib. I. de Peste; El. Cavriol. Chronic. Brixiens.; Bernardin. Corio Storia di Milano; Papon. Chronolog. des Pestes V. I.; Sabellic. Decad. III. lib. 3. Joan. Tarcagnot. Hist. Mund. lib. XVI. Spangenberg Chronic. Contacuz. lib. 5. c. 8. Gratiol. Catalog. Pest. ad. a. 134-8. Lebenswaldt. p. 15. Adam. Bibl. Loim. de Sismondi Histoire des Republiques Italiennes du moyen âge. T. VI. p. 16-23. Georg. Agricol. Lib. de Peste, Kircher. lib. X.).
A. dell'E. C. 1374. La peste ricomparve quest'anno in Toscana, in Provenza, e in Linguadocca. Gravi danni vi ha essa nuovamente recati, quantunque minori de' sopraddescritti, (Papon.; Raymund. de Vinario; P. Kircher. opp. cit.).
A. dell'E. C. 1375. Nel successivo anno mille trecento settantacinque si rinnovò la peste in quasi tutta la Germania (Raymund. de Vinario; Kircher. opp. cit.).
A. dell'E. C. 1377. Nuova e terribile pestilenza spopolò in quest'anno le città di Venezia e di Genova (Papon. op. cit.).
A. dell'E. C. 1381-82-83. Dominato tutto questo secolo da fierissima peste, ne andò presa ora una parte ed or l'altra del mondo abitato, per modo che appena estinguevasi in una provincia il fuoco del contagio divoratore, riaccendevasi in un'altra. Nuove scintille scoppiar si videro qua e là nel 1381. Verso la fine di detto anno invasane di nuovo la città di Venezia, vi continuò ad infierire per alcuni mesi del 1382, recando gravi danni e sciagure. Fra gli altri morì dal contagio il doge Michele Morosini nel quarto mese del suo dogato (Petr. Pacifico Hist. Venet. p. 77.). Nel 1382 divampò con grave rovina nella città di Bologna, e ne' circostanti paesi. Nello stesso anno trecento ottantadue ne andò devastata la Boemia. Narra il Lebenswaldt, che a Praga si contarono da 1116 morti in un sol giorno. A questo stesso tempo alcune provincie dell'Asia rimasero pur dalla peste desolate e deserte. Nel 1383 penetrò di nuovo il contagio a Firenze, e fu di tal modo micidiale e feroce, che uccideva fino a tre e a quattrocento persone al giorno. Altri luoghi di Europa ancora provarono di si terribile calamità i funestissimi effetti (Cherubino Ghirardazzi Storia di Bologna lib. XXV. Raymund. de Vinario lib. de Peste; Julius Palmarius de morbis contagiosis p. 373. Papon. op. cit.).
A. dell'E. C. 1390-91. Seguendo la storia trovasi ancora nel 1390 la peste in Francia, nella Provenza, e a Bologna in Italia. Sia, che quivi fosse rigermogliata da qualche seme non bene estinto dell'ultimo terribile contagio, sia, come altri vogliono, che fossevi stata portata di nuovo da persona infetta, narrasi, che da di là si è diffusa nella Romagna; e dalla Romagna col mezzo de' bastimenti commerciali passata a Genova, e a Venezia; dalla quale ultima città venne poi introdotta nell'anno susseguente 1391 col mezzo di un individuo infetto a Verona ed a Brescia.
Nel 1391 v'ebbe parimenti fiera peste nella Turingia, ed in varj altri luoghi della Germania. Nel 1391 comparve una cometa, la cui apparizione fu susseguitata da dirotte piogge, da tempeste, da inondazioni, come pure dalla fame e dalla peste: fenomeni ordinarj delle gravissime calamità fisiche, le quali togliendo agli uomini i necessarj mezzi di sussistenza, li lasciano esposti a tutte le ingiurie del bisogno, al cordoglio delle privazioni, e alla roditrice miseria. (S. Giovanni di Capistrano nel suo Specchio della coscienza; Papon. T. II. p. 277. Lebenswaldt).
A. dell'E. C. 1399-1400. Nel mille trecento novantanove si sviluppò nuovamente la peste nella Lombardia. Nel mille quattrocento si ampliò, desolando parecchie delle principali città e paesi d'Italia; ma in nessun luogo fece tanta strage, quanto a Firenze, dove secondo la relazione degli storici più accreditati vi perirono da circa trenta mille persone. Riferisce il Karnero, che la città di Siena ne andò pur fieramente travagliata, e che Roma fece immensa perdita di persone, tra le quali moltissimi pellegrini ed altri forestieri, che in gran numero vi si erano trasferiti in quell'anno per la ricorrenza del Giubileo (Boninsegn. lib. IV. El. Cavriol. lib. 8. Gratiol. Chronic. Pest. Karner. Lib. de Peste. Kircher. Chronolog. Pest. Papon. opp. cit.).
Nel giorno 20 Febbraio dello stesso anno 1400 cominciò nella città di Ragusi la peste, la quale fu fierissima, e durò due anni. Vi perirono 160 patrizj, appartenenti al maggior consiglio, 207 matrone, e da circa cinque mille delle altre classi del popolo. Nell'anno 1403 cessata la peste, venne confermato il decreto del Senato del 1400 risguardante la solennità della festa dei ss. quaranta Martiri, ed ampliata quella di s. Biagio, protettore di quella Republica. (Seraphin. Cerva Compend. Historiae Ecclesiasticae Rhacusinae; Giovanni di Marino Gondola, Annali della città dì Ragusa pag. 97. Storia di Ragusi scritta da un Anonimo; Serafino Razzi Storia di Raugia pag. 124.).
Secolo XV.
A. dell'E. C. 1415. Francesco Valeriola nel settimo libro degli Epidemj P. I. fa menzione di una pestilenza, che in quest'anno 1415 afflisse la Spagna, e che secondo il detto autore desolò quel regno per più anni seguitamente. Non mi fu fatto di rinvenire memoria di questa pestilenza in altri autori, nè di raccogliere alcuna particolarità, donde la stessa sia stata contraddistinta.
A. dell'E. C. 1416. Nell'anno mille quattrocento sedici incominciarono li Ragusei a pagare il tributo di 500 ducati annui alla Porta Ottomana sotto l'impero di Bajazet Begh Gran Signore de' Turchi. A questo stesso anno Paolo Gondola, reduce dall'Ungheria, e dalla Turchia, portò la peste in Ragusa, la quale si è sviluppata nel giorno 28 Aprile di detto anno, e durò fino il dì 29 Giugno, dopo aver tratto al sepolcro da circa 3800 di quegli abitanti (Annali della città di Ragusa op. cit. pag. 98. Storia di Ragusi scritta dall'Anonimo ec. Compend. Historiae Ecclesiasticae Rhacusinae).
A. dell'E. C. 1420. Nell'anno mille quattrocento venti vi fu peste a Spalatro, portata, come si crede dalla vicina Turchia (Bajamonti Storia della peste che regnò in Dalmazia ecc. p. 137).
A. dell'E. C. 1421. La peste travagliò in quest'anno la città di Napoli, secondo il Kirchero ex Nauclero.
A. dell'E. C. 1422. La peste invase di nuovo Ragusi in quest'anno. Incominciò parimenti nel mese di Aprile, e terminò in Giugno dell'anno stesso. Giacomo Gondoaldo, medico Ferrarese, stanziato fin dal 1410 qual medico in condotta a Ragusi, avendo suggerito il preservativo e la precauzione di separare gl'infetti dai sani, ne ottenne, che questa volta la peste v'ebbe di pochi danni recati (Biblioth. Script. Rhagusinor. a P. Seraph. Cerva concinn.; Storia di Ragusi dell'Anonimo).
A. dell'E. C. 1423. Anche in quest'anno la città di Bologna soffrì innumerabili danni per cagion della peste, da cui fu crudelmente afflitta. Contemporaneamente il contagio operò orrendi strazj a Brescia, ove dal mese di Marzo sino alla fine di Ottobre uccise da circa ottomila persone (Cherub. Ghirardazzi Storia di Bologna lib. 29. El. Cavriol. Chron. Brix.).
A. dell'E. C. 1428. Ad un verno assai dolce conseguitò una state caldissima, a tale che l'aria atmosferica eccessivamente riscaldata respiravasi a pena. A questa inclemenza di stagione tenne dietro la peste, la quale si sviluppò a Roma l'anno stesso, ed estinse parecchie migliaja di abitatori (Spondan. eodem an. Papon. l. c.).
In questo stesso anno mille quattrocento ventotto v'ebbe una terribile e micidial pestilenza nella città di Curzola in Dalmazia (ora appartenente al Circolo di Ragusi), la quale distrusse quasi interamente quella popolazione; per modo che andò diserta questa città, che prima della peste racchiudeva oltre a sette mila abitanti, come segnano le memorie, e' vestigi dell'antica città; nè più mai si ripopolò, contando ora appena da 1000 persone. Tentando di sottrarsi dal comune eccidio, i rettori della città ed altri cittadini si ritirarono nella vicina villa Zernova, dove rimasero più mesi, ed ivi unirono le magistrature e ragunarono il loro consiglio (Memorie di Curzola esistenti nell'Archivio di detta città. Vedi Ragguaglio di questa peste scritto da un contemporaneo; Statuto di Curzola a Stampa nelle Riformazioni cap. 190-91. p. 107.).
A. dell'E. C. 1430. S'apprese di nuovo la peste a Ragusi in quest'anno 1430 proveniente da Trebigne, borgata della confinante Turchia, dove vi fu il giorno 30 Maggio di quest'anno un combattimento tra li Ragusei, e Radosav Paulovich, signor di Trebigne. Per merito dei sempre più cauti provvedimenti di Polizia sanitaria, che i Magistrati della Repubblica di Ragusi adottarono dietro i saggi suggerimenti del sopraccennato medico dott. Gondoaldo, pochissime furono le vittime di questo contagio (Bibliotheca Script. Ragusin. Istoria anonima di Ragusi). Or piacemi di aggiugnere un picciolo squarcio dell'Opera Bibliotheca Scriptor. Ragusin.[11]; perchè consti che fin da quel tempo si avevano a Ragusi chiare idee della qualità attaccaticcia della peste, e si conoscevano ottimi provvedimenti sanitarj per impedire la propagazione del contagio, e per distruggerne il micidiale suo germe.
A. dell'E. C. 1434-35. Per l'irregolarità delle stagioni nata la sterilità delle terre, e scarseggiando ogni anno più i lor prodotti, si provarono in diversi luoghi d'Europa la carestia e la fame. A questa calamità successe in parecchie provincie della Germania la peste, o, come altri vogliono, un'epidemia d'indole alla peste somigliante, la quale fu micidiale di sì fatta maniera, che uccideva improvisamente i passeggieri sulle strade e ne' campi. Nella sola città di Norimberga estinse da circa dieci mille persone (Georg. Agricola Gratiol. opp. cit. Adami Bibl. Loim.).
A. dell'E. C. 1436. La Lusitania propriamente detta, ossia il Portogallo, l'Estremadura, e la vecchia Castiglia (dacchè tutti e tre questi regni erano una volta compresi nella Lusitania), furon quest'anno miseramente devastati dalla pestilenza, la quale durò più anni continuamente. Il re Edoardo, che per cessarne il pericolo s'era ritirato nel monastero di Thomast, prese il contagio per una lettera da esso incautamente aperta, la quale dopo stata infetta, se gli era fatta pervenire coll'espresso divisamento di appiccargli la peste. Questo sventurato principe morì da quello, dirò così, assorbito malore il dì 9 Settembre 1438 nell'età di 37 anni (Spondan. hoc ipso anno, Marian. lib. 21. cap. 13.).
A. dell'E. C. 1437. La città di Ragusi andò in quest'anno pur devastata dalla peste. Dessa fu d'indole così maligna e violenta, che nel corso di soli tre mesi, ne' quali infuriò, cioè dal primo Aprile a tutto Giugno, spogliò la città quasi interamente di abitatori. La maggior parte de' patrizj però si è preservata; dacchè al primo scoppiare del morbo si sono ritirati a Gravosa, ed altri ricoveratisi in altri luoghi. Considerevole numero di persone imitarono il loro esempio, sottraendosi colla fuga a tale calamità. Di undici patrizj rimasti in città alle redini del governo, dieci ne sono morti; il più vecchio sopravvisse, e morti sono del pari tutti quelli, che rimasti erano ad abitar la città. Si nota essere stata questa peste introdotta da certo nobile Resti (Compend. Hist. Ecclesiast. Rhacusinae; Sal. de Diversis Descriptio Rhagusina pag. 146 et seq.[12]).
A. dell'E. C. 1438. Nella città di Venezia la peste consunse quest'anno gran numero di abitanti, sotto il principato di Francesco Foscari (Sabellic. Decad. 3. lib. 6. Gratiol. ad. h. a.). In questo stesso anno 1438 il contagio penetrò in parecchi altri paesi d'Italia, e si propagò in Francia, in Germania, e in Inghilterra.
Dopo sette anni di tristissima carestia, e di notabil disagio d'ogni cosa necessaria alla sussistenza, quest'anno fu sommamente fertile, ma pur venne fieramente travagliato dalla peste, che continuò in varie parti delle sopraccennate regioni fino alla primavera del seguente anno 1439, ed in altra fino il 1440, spopolando, e distruggendo parecchi paesi. Notano gli storici che nella città di Costanza si contavano fino 4000 morti al giorno, lo che però sembra esagerato e così in altri luoghi, fino al successivo anno 1440. Nel 1439, nel tempo in cui l'esercito di Milano teneva assediata Brescia, detta città provò prima gli orrori della fame, poi quelli della peste (El. Cavriol. lib. 10.). Il morbo aveva per sintomo particolare un profondo letargo; tal che i malati dopo un apparente sonno di due o tre giorni si destavano, ricadendo poi tra poco in agonia (Lebenswaldt; Papon. Adami; opp. cit.).
A. dell'E. C. 1440. La peste in quest'anno fece orrendo strazio a Basilea, dove a quel tempo tenevasi il famoso Concilio. Parecchi di que' prelati, ed altri padri insigni della chiesa ivi ragunati perirono vittime dello struggitore contagio. Enea Silvio Piccolomini, poi Pontefice Massimo sotto il nome di Pio II, fu pure da questa peste invaso, e ne guarì; e ne la descrisse in un singolare suo libro de Peste (Tarcagnot. opp. cit. lib. 19.).
A. dell'E. C. 1448-49-50. Gran parte di Europa, quasi tutta l'Italia, e in particolar modo il Milanese, e l'Insubria intera andarono a questi anni soggette a pestilenza, la quale si mantenne fierissima per circa due anni, attaccando or l'uno or l'altro paese; e nè anche la Dalmazia andò esente nell'anno 1449 da tale calamità[13]. La Francia, la Germania, e la Spagna nel 1450 furono pur travagliate ferocemente dalla peste. Si pretende, che nel 1450 essa involasse alla sola città di Parigi quaranta mille persone in due mesi. Dice il Senac (Traité de la peste p. 23.), «il Quercetano è il solo medico, che dell'indole di questa peste ci abbia data un'idea». Soggiunge, «essa era accompagnata da accidenti terribili. Lo spavento invadeva tosto gli animi i più coraggiosi e più fermi, di maniera che non permetteva loro di vedere altri oggetti, che una morte inevitabile. Abbandonati intieramente alla disperazione, s'avviluppavano essi medesimi in un lenzuolo. Altri non avevano neppur il tempo di occuparsi di questo apparato funebre, poichè morivano improvvisamente. Quegli, che avevano la sventura di percorrere il corso della malattia, venivano coperti da pustule carbonchiose, terribile conseguenza delle febbri pestilenziali». (Ciacconio nella vita di Nicolò V. Platina nella vita dello stesso; Bernardin. Corio Storia di Milano; Joann. Tarcagnot. Hist. Mund. P. II. lib. 19. Saladin. Ferro Tract. de Peste. Jul. Palmarius de Morb. Contag. Francisc. Rondelet opp.).
A. dell'E. C. 1453. Michele Sachs nella vita di Federico III narra, che in quest'anno v'ebbe peste fierissima ad Erfurt capitale della Turingia nella Sassonia, vittime della quale restarono da ventotto mila persone.
Qualche comentatore sostiene essere questo numero esagerato; pure se si consideri che Erfurt è città grande, in un terreno assai fertile, e se ora non è molto popolata, la sua vastità però mostra di esserne stata altra volta. Di più, considerato che nel principio del secolo decimoquinto era al sommo della sua floridezza, concorrendovi alla sua Università, fondata nel 1392, gran numero di studenti, non v'ha ragione per credere di troppo esagerato il numero sopraddetto.
A. dell'E. C. 1456. Col mezzo di mercanzie infette venne introdotta in quest'anno la peste a Ragusi, la quale uccise circa un quaranta individui del corpo nobile, e 500 dell'altre classi del popolo. Anco in questa circostanza la maggior parte degl'individui del corpo nobile, e molte altre famiglie si erano ritirate a Gravosa, e in altri luoghi del territorio (Farlati Histor. Eccles. Rhacusin. pag. 163.).
Nello stesso anno 1456 vi fu peste a Spalatro, e nell'isola di Pago in Dalmazia. In una relazione del Conte di Pago al magistrato al Sal di Venezia si legge: che fino al giorno due Luglio di quell'anno 1456 erano da 300 persone perite dalla peste in quella appena costrutta, e non ancora terminata città.
A. dell'E. C. 1460. Gli storici narrano essersi sviluppata in quest'anno in più luoghi della Germania una pestilenza d'indole singolare, la quale uccideva irremissibilmente gli uomini robusti, meno però le donne, e più meno i fanciulli (Spondan. eod. an. Kircher. opp. cit.). Si deve supporre questa non essere stata vera peste, ma bensì un altro genere di epidemia.
In quest'anno 1460 fu pur fierissima peste in Zara, per la quale, fra l'altre memorie, avvi una ducale dell'Eccellentissimo Senato Veneto 17 Agosto, in cui leggesi: «Che i Zaratini usciti dalla città per causa della peste possino ritornar in Zara a loro beneplacito». (lib. 11. Privilegior. Nob. Nonens. ad an. 1460).
A. dell'E. C. 1464-65-66. La peste ha ricominciato quest'anno a Ragusi, e vi durò li sovraccennati tre anni. In questo spazio vi uccise grande quantità di persone; e sussistendovi ancora nel 1466, il Senato nel mese di Maggio di detto anno decretò l'erezione di un Lazzeretto vicino alla città, quello, che tuttavia sussiste, e che è il solo in Dalmazia, che accolga le merci sospette provenienti per la via di terra dalla vicina Turchia (Seraph. Cerva Hist. Ecclesiast. Rhacusina p. 288. e segg.; Storia Anonima di Ragusi).
A. dell'E. C. 1473. Calori straordinarj, ed eccessivi, lunga siccità, tempeste desolatrici, e immensa quantità d'insetti devastatori cagionarono la perdita de' ricolti, a cui è succeduta una terribile crudissima fame, la quale ha preceduto la peste, che in quest'anno desolò l'Italia. (Gratiol. Catalog. Pest.; Lebenswaldt opp. cit.).
A. dell'E. C. 1475-76. O non bene estinta, o riprodotta, cominciò di nuovo ad infierire la peste in Italia verso la fine dell'anno 1475. Si propagò essa in più luoghi, ed accrebbe la sua sevizie nel successivo anno 1476, bersagliando più fieramente d'ogni altro paese la città di Roma. Contemporaneamente il morbo fece molte stragi a Marsiglia in Francia. Quest'anno fu considerevole per il continuo piovere dirottamente, per tempeste spaventevoli, ed inondazioni allagatrici; cose tutte, che fanno suppor di leggieri, che sussistessero nell'atmosfera quelle condizioni, e que' principj, che sono i più favorevoli allo sviluppo, ed alla propagazion del contagio.
A. dell'E. C. 1477-78-79. Vedemmo riaccesa la peste in Italia nel 1475, e ampliata nel 1476 inferocire in varie città e paesi; ora seguendo la storia la troviamo di nuovo in Italia nel mese di Agosto del 1478, sparsa in parecchi luoghi farvi di somme stragi. Quantunque gli storici non facciano menzione alcuna ch'essa sia sussistita nell'anno intermedio 1477, si dee però ritenere, che in detto anno non fosse, che minorata, od assopita, non già estinta del tutto; e che quella del 1478 non sia stata, che la continuazione della precedente del 1475 e 76.
Nel detto anno 1478 la maggior parte d'Italia fu crudelmente vessata da atroce pestilenza. A Firenze in ispezieltà fece orrendo strazio di quegli abitanti. Si contavano oltre cinquecento morti al giorno. Venezia pur ne fu presa, e nel corso di detta pestilenza perdette da circa trentamila abitanti; Brescia venti mille, e così altri luoghi. Gli storici fanno menzione di una immensa quantità di locuste, che a quel tempo distrussero i seminati, aumentarono la putrefazione, ed accrebbero le calamità e le miserie di quelle desolate popolazioni (Marsil. Ficin. Libro della Peste capo 2. e 3. Georg. Agricol. Lib. de Peste. El. Cavriol. Chron. Brixiens.).
A. dell'E. C. 1480-81-82. Nel mille quattrocentottanta la peste venne portata dalla Siria nella città di Ragusa col mezzo di alcune balle di cotone infetto, le quali appartenevano a certo Biagio de Ragnina. Si è sviluppata nel giorno 15 Ottobre, e vi durò tre anni. In detto corso sono periti 135 individui del corpo nobile, e 1948 persone delle altre classi (Seraph. M. Cerva Histor. Ecclesiast. Rhacusin. p. 268. Serafin. Razzi Storia di Raugia p. 152. Anonimo Storia di Ragusi an. 1481). Contemporaneamente nell'anno 1481 vi fu peste nella città di Zara in Dalmazia, come si rileva da una pergamena testamentaria esistente nell'Archivio di quella città.
Allo stesso anno 1482 e nel successivo 1483 v'ebbe peste in Francia; intorno la quale notano gli storici, che la frenesia e l'avidità dell'acqua erano sintomi più comuni del morbo per modo, che i malati si precipitavano dai tetti, e si gittavano nei fiumi, e nei pozzi per l'avidità del bere (Briet. Annal. Mund. p. 78. Edit. Vindobonens.). Nel 1483 si riprodusse il contagio in Italia e in Germania, e Norimberga ne fu particolarmente afflitta (V. Statutum Norimbergense).
A. dell'E. C. 1485-86. La guerra e la peste desolarono l'Italia nel 1485 in modo oltre l'ordinario crudele; e le tolsero parte de' suoi pregi. Vi continuò ad infierire anche nell'anno successivo 1486, ed immenso numero di vittime ne restarono alla sua sevizie immolate. A Venezia cominciò nella state 1485, aumentò i suoi furori nell'autunno, continuò tutto l'inverno, e non cessò che nella seguente primavera (Sabellic. Decad. IV. lib. 3.). Volendo credere al Corio, la peste involò alla città di Milano in quest'anni cento trenta sette mille persone (Bernardin. Corio Storia di Milano). Crede qualche altro autore essere questo numero esagerato.
Nell'anno 1486 l'Inghilterra fu terribilmente afflitta da quella spezie di morbo epidemico, conosciuto sotto il nome di Sudor Anglico, dal quale fra cento malati uno appena superava la malattia. Attesa l'estrema malignità e sevizie di questo morbo, alcuni l'hanno spesso confuso colla peste Orientale. Il principio di questo singolar malore rimonta al 1483. Esso fece strazio orrendo in Inghilterra. Di là passò nel Belgio, nella Francia, nella Germania, dove invase principalmente le provincie del Reno. Dopo il 1551 non si è più osservato (Jacob. Castrius; Joan. Frisius, ecc.).
A. dell'E. C. 1495. In quest'anno v'ebbe la peste nell'Austria inferiore (Chronic. Melicens.).
Alcuni storici fanno menzione di una pestilenza introdotta in Napoli quest'anno stesso 1495 dalle truppe Francesi e Gallo-Elvetiche, conchiusa la pace cogli Aragonesi (Paul. Giov. P. I. lib. IV.). Sembra però molto verisimile che questa non sia stata altro che una malattia epidemica.
A. dell'E. C. 1500. In quest'anno è stata introdotta la peste nella città di Ragusi da certo Ricciati, e vi recò gravi danni, quantunque non abbia durato che due soli mesi. Si è pur manifestata a questo tempo in parecchie città e paesi d'Italia. Terribili straripamenti di fiumi, inondazioni sterminatrici accrebbero in Italia il peso di tale calamità (Spondan. an. oct. Alexandr. VII.).
Intorno all'origine di questa peste si raccolgono alcune precise notizie da un'opera di certo Giacomo Lucari, nobile Raguseo, nella quale si legge, che portatosi Bajazet, Gran Signore de' Turchi nel Levante all'espugnazione di Modone, Corone, Navarino, e Corinto, i Greci per salvarsi dal barbaro furore de' Saraceni abbandonarono la loro patria, e si sparsero per l'Italia e per la Sicilia, una porzione di essi ricoveratasi a Ragusi. Questi fuggitivi apportarono in detti luoghi la peste[14].
Nel medesimo anno 1500. il morbo pestilenziale afflisse fieramente la città di Zara, e spopolò i borghi, e gran parte de' villaggi circonvicini. (Queste notizie si rilevano da un libro di memor. miscellan. ann. 1500. esistente nell'Archivio di s. Domenico di Zara, e da alcuni Testamenti, che si conservano nel medesimo Archivio, Capsula Testamentor. Ann. 1501).
Pur in quest'anno 1500. gli storici accennano essere stata la Germania e l'Inghilterra travagliate dalla peste; ed aver l'ultima perduto in questa occasione da circa 30,000 persone (Lebenswaldt op. cit.). Forse anco in questo caso il sovraccennato terribile morbo Sudor Anglico venne confuso colla peste Orientale.
Secolo XVI.
A. dell'E. C. 1502. La città di Aix, ed altri luoghi della Provenza in Francia furono in quest'anno devastati dalla peste; e contemporaneamente ne fu desolata la Puglia (Papon. op. cit.).
A. dell'E. C. 1503. La peste ha di nuovo regnato nell'anno 1503 sul territorio della Repubblica di Ragusi. F. Serafino Razzi nella sua storia di Ragusi narra quanto segue, intorno il contagio di detto anno. «Nell'anno 1503 fu portata la peste da Barletta nell'isola di Calamota, da Alessandria fu recata a Giuppana, e da Chioggia fu portata a Canali; ma per la Dio grazia e per le buone guardie non penetrò nella città».
A. dell'E. C. 1504-505-506. Nel mille cinquecento quattro scoppiò la peste nella città di Marsiglia con estremo furore; si propagò nel territorio; durò tre anni, e vi spense gran numero di quegli abitanti (Papon, op. cit.) Questa peste è succeduta ad ardentissimi calori nell'atmosfera, e ad un'estrema penuria delle biade.
A. dell'E. C. 1506-507. Nelle provincie Turche Bossina, Erzegovina, ed Albania, confinanti col territorio di Ragusi e con quello di Cattaro appartenente alla Albania Veneta, vi ebbe a quest'anni peste fierissima e sterminatrice. Grandissima ne fu la mortalità fra quelle misere popolazioni suddite degli Ottomani. Continuava pur la peste a menar le sue stragi nella Puglia, e s'era ivi riprodotta. I Ragusei attorniati da ogni parte dallo spaventevole contagio, avendo cautamente provveduto alla loro difesa coll'impedire rigorosamente ogni comunicazione sì per la via di terra, che per quella di mare, co' paesi infetti, ottennero di preservarsi dal contagio. I magistrati, che presiedevano al governo di Cattaro, meno cauti, o meno fortunati dei Ragusei, videro il loro paese in preda alla peste, la quale s'era propagata dalla vicina Turchia. In ispezieltà nel mese di Giugno del 1507 v'ebbe nella città di Cattaro grande mortalità. In cinque giorni sono morti più di quattrocento persone; e in pochi istanti il contagio si sparse per tutte le contrade della città, ed invase i villaggi circonvicini. Nel tempo stesso la fame desolava quelle popolazioni, ed immolava nuove vittime, le quali forse sarebbero state risparmiate ai furori del morbo (Marino Gondola Annali della nobilissima città di Ragusa an. 1507.).
A. dell'E. C. 1509. In quest'anno vi fu peste terribile e devastatrice nella Carniola. Nel tempo della peste avvenne pure in quella provincia uno spaventevole terremoto (Papon. l. cit.).
A. dell'E. C. 1510. La peste afflisse crudelmente in quest'anno la Francia, e particolarmente la città di Parigi. Il Lebenswaldt accenna essere stato questo contagio molto più esteso in Europa, ed avervi ucciso una immensa moltitudine di persone, togliendo di vita in brevissimo corso di malattia, o improvvisamente a guisa di fulmine. Egli di più indica, che i sintomi, che per l'ordinario accompagnavano il morbo, erano un veementissimo dolor di testa con vertigine, e vasti carbonchi sotto le orecchie. Riferisce il Palmario essersi osservato in detta pestilenza che le sottrazioni sanguigne ed i purganti riuscivano costantemente di manifesto nocumento; mentre all'incontro l'esperienza ha mostrato utilissimi i così detti cordiali, o sia medicamenti, o sia tratti dalla classe degli alimenti (Julius Palmarius de morbis contagiosis p. 503. 507.).
A. dell'E. C. 1511. Il Fracastoro fa menzione della peste, che circa quest'anno operò grandi stragi a Costantinopoli (Fracastor. de contagiis lib. III. cap. 7.).
A. dell'E. C. 1513. La città di Crema, stretta d'assedio dai Milanesi, fu in quest'anno travagliata dalla peste (Francesco Guicciardini Storia d'Italia lib. XI.). Probabilmente questa non fu che una grave malattia tifica prodotta dalle calamità e dai disagi della guerra.
A. dell'E. C. 1515. In quest'anno si è riacceso il contagio pestilenziale in Germania, e vi continuò due anni (Papon. l. cit.).
A. dell'E. C. 1522-23-24. Ripullulata la peste in Italia nel 1522 si propagò rapidamente in parecchie città, e luoghi di quel regno, imperversando or qua or là un intero triennio con molta ferocia, senza mai dar tregua e riposo. A Roma specialmente, sin che furon neglette le necessarie precauzioni e discipline necessarie ad arrestarla, o praticatevi troppo tardi, incrudelì nell'anno 1524 con fierezza maggiore dell'ordinario (Gratiol. Catalog. Pest. Guicciardini Hist. lib. XI. XII. XV. Paul. Giov. lib. XXI.). Nell'anno stesso 1524 presa dai Milanesi Biagrassa, dov'era incominciata la peste, furono, per il commercio delle cose saccheggiate trasportate a Milano, sparsi in quella città i semi di tanta pestifera contagione, la quale pochi mesi dopo si ampliò tanto, che solamente in Milano tolse la vita a più di cinquanta mille persone (Guicciardini Storia d'Italia lib. XV.).
Nell'anno 1523 secondo il Lebenswaldt si è spiegata di nuovo la peste nella Germania, ed in quell'anno, e nel susseguente 1524 travagliò in ispezial modo Vienna, Norimberga, ed Augusta.
A. dell'E. C. 1525. I paesi dell'Insubria situati lungo la sponda del Ticino e del Po furono in ispecial modo e crudele afflitti dalla peste. Si narra che nell'attual corso di pestilenza sia perito un terzo di quegli abitanti. Se ne attribuì la cagione alla quantità di cadaveri insepolti, che rigettati dalle acque sulle sponde degli stessi fiumi, ov'erano stati sommersi, ivi terminarono il loro corrompimento, sollevando nell'aria funeste nubi di putride esalazioni (Georg. Agricola de Peste ec.).
A. dell'E. C. 1526-27. Incrudeliva la peste fieramente in Italia, quando nel 1526 col mezzo di alcune mercanzie provenienti da Ancona furono portati in Ragusi i funesti semi del micidiale contagio. Questo in pochi giorni si propagò in tutta la città e nel territorio, e vi fece orribili stragi; per modo che nello spazio di circa venti mesi, che durò tal pestilenza, fra la città e il contado sono morte da circa ventimila persone, delle quali otto mille entro i recinti della città. Riporto uno squarcio della storia di F. Serafino Razzi relativo alla sopra indicata pestilenza, perchè può tornar utile ai nazionali, e perchè vi si trovano descritti alcuni fatti, i quali in seguito dell'opera servir possono a viemeglio provare alcune essenziali verità[15].
Da un antico manoscritto si raccoglie che nello stesso anno 1526 vi fu pur la peste a Spalatro (V. Bajamonti Storia della Peste della Dalmazia degli anni 1783-84. p. 137.).
A. dell'E. C. 1527. V'ebbe in quest'anno mille cinquecento ventisette e nei precedenti peste terribile e struggitrice nella città di Firenze ed in tutta la Toscana. Di essa ci lasciò una succinta, ma elegante descrizione messer Niccolò Machiavelli, che ora mi giova di riportare.
Descrizione della Peste di Firenze dell'anno 1527.
di Niccolò Machiavelli.
«Non ardisco in sul foglio porre la timida mano per ordire sì nojoso principio; anzi quanto più le tante miserie fra la mente mi rivolgo, più l'orrenda descrizione mi spaventa. E sebbene il tutto ho visto, mi rinnova il raccontarlo doloroso pianto; nè so anche da che parte tale cominciamento fare mi deggia, e se lecito mi fusse, da tale proponimento indietro mi ritrarrei. Il soverchio disio nondimeno, quale ho di sapere, se ancora voi vivo sete, romperà ogni timore. Non altrimenti che si resti una città dagl'infedeli forzatamente presa, e poi abbandonata, si truova al presente la misera Fiorenza nostra. Parte degli abitatori, siccome voi, la pestifera mortalità fuggendo, per le sparte ville ridutti si sono, parte morti, parte in sul morire; inmodochè le cose presenti ci offendono, le future ci minacciano, e così nella morte si travaglia, nella vita si teme. O dannoso secolo, o lagrimabile stagione! Le pulite e belle contrade, che piene di ricchi, e nobili cittadini esser solevano, sono ora puzzolenti, e brutte, di poveri ripiene; per la improntitudine de' quali e paurose strida, difficilmente e con timore si va. Sono serrate le botteghe, gli esercizj fermi, i Fori tolti via, prostrate le leggi. Ora s'intende questo furto, ora quell'omicidio; le piazze, i mercati, dove adunarsi frequentemente i cittadini soleano, sepolcri son ora fatti, e di vili brigate ricettacoli. Gli uomini vanno soli, e in cambio di amica, gente di questo pestifero morbo infetta si riscontra. L'un parente seppure l'altro truova, o il fratello il fratello, o la moglie il marito, ciascuno va largo. E che più? Schifano i padri e le madri i propri loro figliuoli, e gli abbandonano. Chi fiori, chi odorifere erbe, chi spugne, chi ampolle, chi palle di diverse spezierie composte in mano porta, o per meglio dire al naso sempre tiene; e questi sono i provvedimenti. Sonci certe canove ancora, ove si distribuisce pane, anzi per ricorre gavoccioli si semina. I ragionamenti ch'esser solevano in piazza onorevoli, e in mercato utili, in cose miserabili e meste si convertono. Chi dice: il tale è morto, quell'altro è malato, chi fuggito, chi in casa confitto, chi allo spedale, chi in guardia, chi non si truova, e somiglianti nuove, atte colla sola immaginazione a fare Esculapio, non che altri ammorbare. Molti vanno ricercando la cagione del male, ed alcuni dicono: gli astrologi ci minacciano: alcuni: i profeti l'hanno predetto; chi si ricorda di qualche prodigio, chi la qualità del tempo e la disposizione dell'aria atta a peste ne incolpa, e che tal fu nel 1348 e 1478 ed altre di tal maniera cose; immodochè d'accordo tutti concludono, che non solo questa, ma infiniti altri mali ci hanno a rovinare addosso. Questi sono i piacevoli ragionamenti, che ad ogni ora si sentono; e benchè con una sola parola dinanzi agli occhi della mente questa nostra miserabile patria porre vi potessi, dicendovi che di vederla tutta dissimile e diversa da quella che veder solevi già, v'imaginassi (che niuna cosa meglio che tale comparazione in voi medesimo fatta dimostrarlavi potrebbe) voglio nondimeno che considerare più particolarmente la possiate; perchè la cosa immaginata alla verità di quello che s'immagina al tutto mai non aggiugne. Nè mi pare da potervela dipignere con migliore esemplo che col mio; perciò vi descriverò la vita mia, acciò da essa possiate tutta quella di qualunque altro misurare........».
Questa peste afflisse la Toscana e specialmente Firenze dall'anno 1522 a tutto il 1527. Di essa vi perirono più di 200 mila persone nel solo dominio della Repubblica Fiorentina. (Ne fanno menzione il Varchi e varj altri Cronologisti).
Nell'anno mille cinquecento ventisette fierissima peste spopolò la Puglia, ed altri paesi circonvicini (Papon. op. cit.).
A. dell'E. C. 1527-28-29. Nel medesimo anno mille cinquecento ventisette erano venute in Roma col marchese dal Guasto molte truppe tedesche e spagnuole, le quali restarono ivi esposte alla pestilenza, la quale già incominciata, vi fece un gravissimo danno, e che fu più fiera e più funesta nell'anno successivo. La pestilenza era anco penetrata in castel s. Angelo con pericolo grande della vita del pontefice Clemente VII, intorno al quale morirono alcuni di quelli che servivano la sua persona. (Guicciardini Storia d'Italia lib. XIX.).
Nell'anno 1528 attivandosi la città di Napoli strettamente assediata dai Francesi comandati da Lutrech, soffrì gravissima pestilenza; la quale si appiccò anco all'esercito degli assedianti per contagione di gente uscita di Napoli. Lo stesso Lutrech ne fu preso, e guarì, mentre Valdemonte altro capitano, da questo morbo perì. L'esercito ne andò per la contagione molto scemato e pressocchè distrutto. (Guicciardini l. c.). In detto anno 1528 incrudelì fieramente la peste sì a Napoli, che a Roma, che quelle due illustri città perdettero gran numero de' suoi abitatori. Continuò la contagione nel seguente anno 1529. Si tenne conto, che in due anni a Napoli andarono estinti da questa pestilenza più di sessanta mila persone (Giannone Storia Civile del Regno di Napoli). Assicura poi il Bugati che a Roma perirono da nove decimi di quella popolazione; il che pare esagerato con ogni evidenza. Checchè però ne sia, prova che gravissima ne sia stata la mortalità, e sommamente fiera e maligna l'indole del morbo.
A questo tempo, cioè nel mille cinquecento ventisette, ventotto, e ventinove, quasi tutta l'Italia fu in preda a fierissima pestilenza. Alle stragi, che faceva la peste, vi s'aggiunsero quelle della guerra. Le devastazioni e le crudeltà commesse in Italia dalle armate del contestabile di Borbone procedetter del paro con quelle della pestilenza; e siccome della sfrenata licenza de' soldati si riconobbe esserne stato cagione il lor capitano, così dei disagi della guerra si tenne effetto la pestilenza; perciò tutte le calamità, che a quest'anni si riunirono a desolare l'Italia, al solo contestabile di Borbone furono imputate (Paul. Jov. Hist. lib. XVI.; Guicciard. Storia d'Ital. lib. XIX.; Andr. Gratiol. Catalog. Pest.; Fracastor. lib. II. cap. 7.).
Nello stesso anno 1529 la peste recò innumerevoli danni nell'Ungheria e nella Germania. (Mambrin. Roseo Lib. II.; Gratiol. Catalog. Pest.; Papon. Chronolog. ec.). Confrontando però le narrazioni degli autori, che dette pestilenze descrissero, sembra che in Ungheria vi fosse effettivamente in quest'anno la vera peste, portata dalle armate Turche, comandate dal feroce Solimano, le quali, oltre all'aver devastato il paese, vi sparsero i fatali semi della pestilenza; e sembra del pari che in Germania il morbo dominatore fosse la Febbre sudatoria Epidemica, ossia il così detto Sudor Anglico, compreso sotto il nome generale di peste; del quale abbiamo già fatto menzione.
Nell'anno medesimo 1529 si manifestò la peste anco nella città di Lesina in Dalmazia, la quale riuscì tanto più pericolosa e funesta quanto è a dire che nel principio non fu conosciuta. Dopo aver serpeggiato occulta per qualche tempo si diffuse rapidamente in tutte le contrade della città fra tutte le classi degli abitanti. Quella Magistratura Sanitaria, fatto trar fuori della città gl'infetti, gli ha confinati sullo scoglio di Sdoilza un miglio distante dalla città. Questa pestilenza durò circa sei mesi (Memoria tratta da un antico MS. di Alessandro Gazzari esistente presso un raccoglitore di cose patrie).
Dalle sovrasposte cose si raccoglie, che la pestilenza in questi ultimi tempi regnò in Italia otto anni di seguito; cioè dal 1522 al 1529. In tutto questo spazio che durò la malattia in Italia, assicura il Falloppio essersi costantemente osservato, che tutti i malati, i quali furono disanguati, morirono, mentre ne guarirono molti di quelli, coi quali non si usò del salasso.
A. dell'E. C. 1531. Nel Portogallo regnando Giovanni III infierì terribile e micidial pestilenza, la quale devastò molte città e castella di quel regno, e soprattutto la città di Lisbona. (Spondan. hoc. anno; et Pontan. de rebus memorabil. Georg. Agricola lib. de Peste; Gratiol. Catalog. Pest.).
Dal 1528 fino il 1532 in una gran parte di Europa vi ebbe di eccessivi calori a tale, che sembrava la state essersi prolungata cinque anni continui. Nel 1629 nel giorno 31 Ottobre una parte dell'Olanda, della Zelanda, delle Fiandre restò sommersa dall'Oceano.
A. dell'E. C. 1533-34. Nel giorno 27 Marzo dell'anno mille cinquecento trentatrè si manifestò nuovamente la peste in Ragusi, recatavi dalla Turchia per ragione di alcune merci. Durò la maggiore sua furia fino al 4 Luglio appresso. Indi cominciò a declinare. Non estinta però del tutto, riaccendevasi di tratto in tratto. Durò così per altri 16 mesi incirca. Nel corso di questa pestilenza sono morti quarantasei individui del corpo de' nobili, e da circa due mila seicento delle altre classi. In mezzo a tale calamità, per ottenere da Dio salute fattosi voto dai Ragusei, si fabbricò una chiesa consacrata a Maria Santissima nel sito medesimo, ove giaceva la casa, in cui era scoppiata la prima scintilla del morbo. Riconosciutosi che la partenza del rettore e del senato dalla città cagionava maggiori danni, si decretò che nessun ne partisse. Il perchè usatasi maggior diligenza nelle guardie, nel provvedere ai bisogni, e nell'ajutare gl'infermi, la peste declinò più presto dalla sua naturale ferocia (Serafino Razzi Storia di Ragusi p. 107.).
A. dell'E. C. 1540. La peste in quest'anno devastò la Polonia (Papon. op. cit.) e nello stesso anno recò molti danni nel ducato di Munster nella Slesia (Adami Bibl. Loimic.).
Pur nello stesso anno 1540 la città di Ragusi venne ancor desolata da un doppio flagello, cioè dalla carestia e dalla peste, che succedette poco dopo alla fame. La contagione pestilenziale si sviluppò nel Marzo 1540, e continuò ad infierire per molti mesi fino al 1541. Moriron di essa da cinquanta individui del corpo nobile, oltre a quattromila e cinquecento persone delle altre differenti classi de' cittadini, e della plebe. In questo numero fur compresi pur quelli, che moriron di fame (F. Serafino Razzi Storia di Ragusi an. 1540. p. 236.).
A. dell'E. C. 1542. Secondo il P. Kirchero v'ebbe in quest'anno atrocissima peste a Costantinopoli; e da tale calamità andò contemporaneamente afflitta la Germania, peritavi dal contagio la maggior parte delle truppe imperiali nella spedizione Ungarica contro i Turchi. (Kircher.; Lebenswaldt op. cit.).
A. dell'E. C. 1543. A Stagno, picciola città appartenente una volta alla Repubblica, ora al Circolo di Ragusi, v'ebbe in quest'anno peste tanto atroce e funesta, che secondo lo storico Razzi vi perirono nove decimi de' suoi abitanti. Questa città, i cui vestigi mostrano essere stata una volta florida e ben popolata, ora è misera e pressochè spoglia di abitatori.
A. dell'E. C. 1544. Il Papon nella sua cronologia delle pesti fa menzione di una terribile pestilenza, che in quest'anno travagliò l'Inghilterra, la Germania, e la Francia. È facile (come altrove si avvertì), che gli autori abbiano chiamato col nome generico di peste alcune gravi epidemie tifiche, od altri morbi d'indole contagiosa e maligna. Ora però è impossibile di ben chiarirsi di questi fatti.
A. dell'E. C. 1546. Peste del pari fierissima in quest'anno nella Provenza, secondo lo stesso autore.
Nello stesso anno 1546 penetrata la pestilenza nel territorio del Narenta in Dalmazia, si propagò in diversi luoghi confinanti col tener di Ragusi. Ma ben custodito il cordone di guardie apposte alla difesa del paese di Ragusi, la peste non penetrò nelle terre di quella Repubblica (Seraf. Razzi Storia della Repubblica di Ragusi p. 265.).
A. dell'E. C. 1547. La Peste fece nuovamente immense stragi nella città di Costantinopoli. Si narra che vi perisse ogni giorno un numero assai grande di persone (V. Adami Bibl. Loim. p. 155.).
A. dell'E. C. 1550. Nel mille cinquecento cinquanta s'incontra di nuovo la peste nella città di Milano. Il Morigia nella sua storia pretende che per essa fosse tolta quella città la metà circa della sua popolazione (Papon. Chronolog. des Pest.).
A. dell'E. C. 1551. In quest'anno la peste afflisse la città ed i borghi di Sebenico in Dalmazia (Memoria tratta dall'Archivio Civico di quella città).
A. dell'E. C. 1552. In quest'anno v'ebbe peste crudelissima in Ungheria, nell'Austria, ed in varie parti della Germania. L'Italia non ne andò esente. Quindi penetrò essa nell'esercito di Carlo V, quando le sue armate invadevano i confini della Gallia, appunto nel tempo, che stavano all'assedio di Metz; e vi fece orrenda strage degli abitanti, e delle truppe. Si giudicò originata dai disagi della guerra, del freddo, e della fame (Andr. Matthiol. Comentar. in lib. VI. Dioscorid. Mambrin. Roseo lib. 6.; Adami Bibl. Loimic. p. 152.).
A. dell'E. C. 1553. Peste atroce e fierissima desolò in quest'anno la Gallia Narbonese. Tal contagione fu così veemente e micidiale, che, secondo che ne riferisce il Valeriola, gli uomini, caminando e discorrendo, perivano improvvisamente, quasi colpiti da fulmine (Franciscus Valeriola in suis Observation, et Enarration. Medicinal.).
A. dell'E. C. 1554. Fierissima peste regnò in quest'anno nell'Ungheria, e specialmente nella Transilvania, e ne' circonvicini paesi. Narra il Lebenswaldt che essa mostrava di sè un singolar fenomeno, qual era che i malati venivano straziati da dolori così crudeli e veementi, che per l'acerbità si laceravano co' denti le carni delle braccia e delle mani, e l'un l'altro furiosamente invadeva, comunicandosi a vicenda miseramente la contagione e la morte. (Lebenswaldt ad Fincelium; Papon. op. cit.).
A. dell'E. C. 1555. In quest'anno la peste ha fieramente travagliato la città di Padova. (V. Bassian. Laudi de Origine et Causis Pestis Patavinae an. 1555.).
Nello stesso anno 1555. V'ebbe peste nella Franconia (V. Klein Ludovic. Godofrid. Tentamen Physico-Med. de aere, aquis, et locis agri Erbacensis).
A. dell'E. C. 1556. La peste ha gravemente straziato in quest'anno la città di Venezia (V. Jo. Francisci Boccalini de Causis Pestilentiae Venetae ann. 1556.).
Nel medesimo anno 1556 la peste si estese anco a Zara, ma vi fece poco danno. Danno maggiore le arrecò la carestia, che a quel tempo afflisse quella popolazione (Tazlinger in suis Memoriis).
Narra il Lebenswaldt aver negli anni 1554-55-56-57 inferocito in Germania e in parecchi altri luoghi la peste, per modo che non rimaneva più chi servir potesse a dar sepoltura ai morti. Dalla descrizione però ch'egli ne dà, sembra piuttosto essere stato quel morbo una particolare spezie di catarro contagioso epidemico, d'indole sommamente maligna e pestilenziale[16].
A. dell'E. C. 1560. Per tutto quest'anno la peste afflisse crudelmente or l'una, or l'altra parte di Europa. Riferisce il Palmario esserne stata soprattutto da tale calamità fieramente travagliata Parigi, dove accenna averne egli stesso superato la malattia presa in quella occasione.
A. dell'E. C. 1564. Nell'anno mille cinquecento sessantaquattro, secondo il Muratori, la peste infierì sì rabbiosamente sul Lionese, nella Savoja, stendendosi ai confini degli Svizzeri, e nel territorio de' Grigioni, che uccise in quelle bande poco meno dei quattro quinti degli abitatori (Muratori Lib. I. Cap. I.).
Vi ebbero in quest'anno quattro aurore boreali, una in Febbrajo; in Settembre, in Ottobre, in Decembre le altre (Papon. l. cit.).
In questo stesso anno 1564 la peste regnò anche nella città di Londra (Adami. Bibl. Loimic.).
A. dell'E. C. 1565. Nel mille cinquecento sessantacinque la città di Amburgo andò gravemente afflitta dalla peste (V. Jon. Bokelius de Peste, quae Amburgensem Civitatem an. 1565. gravissime afflixit.).
A. dell'E. C. 1566. Vi fu peste in quest'anno nella città di Weimar nella Turingia (V. Arnold Karner, Pestbüchel.).
A. dell'E. C. 1566-67-68. Il Palmario riferisce che nel 1566 ripullulò la peste in Parigi, la quale, secondo lo stesso autore, si propagò in varj luoghi della Francia ne' due anni susseguenti 1567 e 68.
A. dell'E. C. 1570. Peste in quest'anno nella Stiria (V. Constitut. Edictal. ratione pestis eod. anno publicat.).
In un ricinto, che serviva ad uso di cimitero vicino alla basilica di Ragusa, si rinvenne a piedi di un altare di s. Rocco la seguente iscrizione: Ex voto civitatis ob memoriam salutis receptae anno domini 1571, lo che prova che circa quest'anni vi fosse stata nuovamente la peste a Ragusi. Niente di più mi venne fatto di raccogliere intorno a questo contagio.
Peste fierissima vi fu nel 1570 nella città di Curzola, che terminò di distruggere quella popolazione. Finì nel 1571. (Memoria tratta da un antico manoscritto della città).
A. dell'E. C. 1571-72. Vi fu in quest'anno peste violentissima a Cremnitz, ed in altri paesi dell'Ungheria, la quale continuò anco nell'anno seguente 1572.
Nell'anno 1572 v'ebbe pur peste a Spalatro. (V. Bajamonti op. cit. p. 137.).
A. dell'E. C. 1572. La peste nell'anno mille cinquecento settantadue penetrò in Germania, ed incominciò le sue offese contro la città di Augusta, ove fece nel detto anno e nel susseguente miserando strazio di quegli abitanti. (Georg. Agricol. lib. de Peste).
Nello stesso tempo si propagò il contagio nella Polonia, ed invase tutto quel regno, recando in ogni luogo gravissimi danni (Lebenswaldt; Managetta; Sorbait. Pestordnung p. 8. et 9. der Wiener Pestbeschreibung).
A. dell'E. C. 1575-76-77. Quest'anni infieriva, come si è detto nel 1571-72, la peste nell'Ungheria. Essa v'era del pari ne' paesi della Turchia confinanti coll'Ungheria, dove fin da quel tempo soleva essere famigliare. In sul finir di detta pestilenza certi mercatanti alemanni levaron di là alcune lor mercanzie, facendole per il Danubio passare in Germania. Quindi parte trasferitane a Trento, e parte, comecchè picciola, nella Svizzera. A Trento vi cominciò le solite sue rovine nel 1575. Calate che furon per l'Adige a Verona le mercanzie infette, qui pure si diffuse la contagione con danno gravissimo di questi abitanti. Da Verona il morbo passò a Mantova, dove spiegò egualmente la sua ferocia. Circa il mese di Luglio del 1575, quando infieriva più che mai il contagio a Trento e a Verona, un Trentino rifugiatosi a Venezia, vi recò in quella metropoli la peste. Per errore dei medici, che non la riconobbero, e per la soverchia fiducia de' magistrati nelle loro opinioni, trascurate in sul principio le necessarie precauzioni di Sanità, la peste vi cagionò in quella città di spaventevoli stragi. Nel Dicembre del 1575 sembrava estinta, ma nel Marzo 1576 rincrudelì con vie maggior ferocia di prima. Vi continuò tutto l'anno 1576; e nel corso di diciassette mesi, che vi durò, perirono da circa sessanta mila persone. I due professori Girolamo Mercuriale, e Girolamo Capodivacca da Padova chiamati a Venezia dalla Repubblica per riconoscer la vera natura del morbo, che già cominciava a divenire sospetto, andarono errati nel lor giudizio con danno gravissimo de' Veneziani. Il primo descrisse tal pestilenza nelle sue pubbliche lezioni dell'anno 1576. La città di Padova nello stesso anno veniva pur desolata dalla stessa pestilenza, introdottavi per ragione di mercanzie infette. Quivi però finì alcuni mesi prima che a Venezia; nè vi menò tante stragi. Nella Svizzera fece ancor minor male, quantunque si fusse appreso il contagio in Zurigo, Bolzano, e in qualche altro luogo. A questo stesso tempo (del 1575, 76, e 77) la peste, secondo il Graziolo, sortita dalla Russia, e spezialmente dalla Livonia, invase la Sarmazia, e la Pomerania. Giusta il concorde sentimento de' cronologi furono infette a pari tempo l'Austria, la Transilvania, la Turingia, la Misnia con altre Provincie Sassone, Renane, Illiriche, ed altri luoghi del Belgio; e in Italia, la Sicilia, dove arrecò innumerabili danni, la Calabria, e le città di Forlì, e di Milano.
I Milanesi all'udir le prime voci di peste, che vicino infieriva per tante parti, affrettaronsi di usar buone misure di difesa, mettendo guardie ai loro confini, per impedire, quanto era in loro, di sì crudel nemico l'accesso; pur malgrado di ciò s'inoltrò esso nella loro provincia, recatovi da alcuni fuggitivi di Mantova. La pestilenza si manifestò da prima a Oleggio, indi a Nogara, Belignano, Monza; passò quindi nella città. Quivi cominciò in Agosto del 1576, e durò sino al finire del 1577, e vi perirono da 18,300 persone nella sola città. Questo fu il tempo, in cui s. Carlo Borromeo, il grande arcivescovo di Milano, con invitto animo e coraggio affrontò ogni pericolo, dando prove assai chiare delle sublimi virtù, proprie soltanto della religione di Cristo. I poveri ne furono largamente soccorsi e provveduti; la carità e la pietà recaron per tutto consolazione e conforto all'acerbità di tante sciagure. Si adottò l'uso della quarantena generale, ed altre sagge precauzioni e discipline, che prescrisse l'ufizio della Sanità, secondo che dava quel tempo. Ma siccome pur troppo alcune altre pratiche distruggevan le prime; così non se ne aveva un compiuto effetto; e la peste vi durò più di quel che doveva. I nobili, i ricchi, i potenti collo stesso Governatore si ritirarono nelle castella, e ne' poderi più discosti, ancorchè fosse stato ciò proibito: «scusandosi ciascuno con la pelle» come dice il Bugati. Anco a questo tempo grande quantità di lupi vidersi con istupore discesi nelle terre del Milanese, che ferivano e divoravan fanciulli, e gente d'ogni maniera. Altra singolarità, che contraddistinse tal pestilenza, fu quella, che aborrendo, specialmente le donne, di esser condotte e spogliate al lazzeretto o ad altri luoghi degl'infetti, o sì veramente prese alla superstizione uscendo del senno, si uccidevan da sè; tal che ben assai di loro, e giovani ed oneste, trovaronsi nelle lor case appiccate; e molte ogni giorno se ne trovavano; nè valeva por guardie per impedire sì fatta frenesia, dond'erano incolte. Il perchè a curarle, come si potesse il meglio, da così fatto malore, con prudentissimo consiglio si prese partito di sporre sulle pubbliche piazze alla comun vista i corpi ignudi di quelle, che si uccidevano di propria mano. Tanto bastò per sanarle. Fin da quel tempo gli storici hanno posto attenzione al fenomeno, ch'è quasi costante in ogni pestilenza, cioè in ambo i sessi lo straordinario stimolo del naturale appetito; il che in que' tristissimi giorni, e specialmente subito menomato il pericolo pestilenziale, si osservò per modo, che secondo lo storico «sì dentro che fuori della città quasi tutte le donne restarono gravide, e se bene n'erano morti tanti, ne sariano nati più assai fra un anno; conciossiacosafosseche fin le sterili eran di parto, e che l'altre forse avrieno partoriti i figliuoli gemelli; oltre che erano riusciti molti amorevoli matrimonj ec.». Quest'è la pestilenza, in cui si trovò a Milano Lodovico Settala, il quale ci lasciò scritto il suo libro de Peste et pestiferis affectibus; a Palermo Gio. Filippo Ingrassia, protomedico del Regno di Sicilia, il quale si giovò dell'occasione per corredare la sua Opera (del Pestifero e Contagioso Morbo ec.) di molte utili osservazioni, fatte, per così dire, su d'esso il campo di morte. Di questa stessa contagione, che travagliava il Belgio, nel 1575 morì Cornelio Gemma, celebre medico di Lovanio. (Mercurial. Lection. de Pestilentia, in quibus de Peste Veneta et Patavina; Georg. Garnerus Liber de Peste, quae grassata est Venetiis 1576; Ingrassia l. c.; Glissente, Trattato del metodo di vivere e precauzioni da osservarsi nel tempo di peste, Venezia 1777; P. Bugat., i Fatti di Milano al Contrasto della Peste del 1576-77; Cesare Rinci i cinque libri di avvertimenti, editti, ec. fatti in Milano nel tempo della Peste degli anni 1576-77; de Hortensiis Ascan. Lib. V. in quibus exponuntur observat. atque alia plurima, quae contigerunt in Mediolanensi peste an 1576-77; Karner. de Peste Friburgensi; Wolf de Peste Norimbergensi etc.; it. Adami; Lebenswaldt; Gratiol.; Mauroc. lib. 6.; Sorbait; Papon; Spondan. opp. citt. etc.).
A. dell'E. C. 1580-81. La peste desolò la Provenza nel 1580. Essa venne chiamata la gran peste, sì riguardo l'estension del paese, che invase, e sì per la lunga durata di tredici mesi in Aix; e in fine perchè ne perirono quasi tutti quelli, a' quali s'apprese. Questa si riaccese in Marsiglia nel Marzo del 1581, sì che ne distrusse quella popolazione, non lasciandovi superstiti più che tre mila abitanti (Papon op. cit.). Prospero Alpino nella sua opera de Medicina Egyptiorum riferisce che circa a' quest'anni 1580-81 nell'Egitto sono periti dalla peste da circa cinquecento mila abitanti.
A. dell'E. C. 1586. La peste, forse non bene estinta, rigerminò in Francia nel 1586; e fece miserando strazio a Parigi. Il Palmario, medico dello Spedale degli appestati, ce ne lasciò una regolare e dotta descrizione. Vi narra egli che il più di quelli, che ne venivano presi, cadevano in frenesia, la quale si menomava, o accrescevasi secondo la varia scorrevolezza del ventre; talchè pareva che da quello dipendesse il suo variare. Durò a Parigi fino al 1587. Presa ne fu pur Marsiglia; ma spaventati, al primo suo comparire, quegli abitanti se ne fuggirono quasi tutti; il perchè non trovò materia da appiccarvi il mal seme, e in pochi dì vi si spense del tutto (Papon. op. cit.).
In questo anno stesso 1586 la peste travagliò l'Austria e l'Ungheria; mentre la fame, ed un fiero morbo epidemico affliggevano l'Italia ed il Belgio (Lebenswaldt op. cit.).
A. dell'E. C. 1591. Fu la peste in Trento, e in Roma. In questa città vi rapì da 60,000 persone. Avvisano però alcuni storici, non vera peste, ma altro morbo epidemico e dura fame essere stati di tanta mortalità la potissima cagione, sì nell'un luogo, che nell'altro. (Spondan. Kircher. Lebenswaldt; Papon. op. cit.).
A. dell'E. C. 1593. Il Lebenswaldt ricorda esservi stato quest'anno peste in Inghilterra.
A. dell'E. C. 1596. Quest'anno peste in Amburgo (Roderic. a Castro de Natura et causis Pestis, quae an. 1596. Hamburgum afflixit). Ciò non per tanto alcuni pongono in dubbio, se questo morbo fosse vera pestilenza, o no.
A. dell'E. C. 1598. Rigermogliata la peste in Francia, involò alla città di Marsiglia in quest'anno quattro mila persone (Papon. l. c.). Stando al Lebenswaldt, la città di Lisbona incominciò in detto anno 1598 a provare i primi colpi della peste, che v'infierì qualche anno dopo.
A. dell'E. C. 1599. Perchè la peste non era per anco al tutto spenta in Francia, vi ripullulò in quest'anno, e a Bordeaux, e ne perì gran numero di persone (Papon. op. cit.).
Secolo XVII.
A. dell'E. C. 1601-2. Fu a Lisbona in quest'anni fiera e micidial pestilenza. Tutti i mezzi adoperati per estinguerla riuscendo vani, si credette necessario il dar fuoco al grande Ospital Regio, la cui fabbrica importò grandi somme, avvisatosi per quel modo di spegner con esso ogni germe del contagio (Lebenswaldt; Zacut. Lusitan. Medic. Princip. histor.).
A. dell'E. C. 1603. In quest'anno vi fu peste funestissima nella Livonia, succeduta a carestia desolatrice, anzi ad una fame delle più crudeli ed orribili, che ricordi la storia. Per la fame vi si divoravano i cani, i gatti, i topi, e, cosa che fa inorridire, sin anche i cadaveri si disotterravano per isbramar con essi la fame (Lebenswaldt ad ann. 1602. V. Wiener Pestbeschreibung; Tobias Dornerell von der Pestilenz im Jahr 1603.).
Nello stesso anno 1603 v'ebbe funestissima peste nell'Inghilterra. Scrivesi che nella sola città di Londra perivano da circa due mille persone ogni settimana (Wienerische Pestbeschreib. und Infektions' ordnung T. I. Cap. 7. Lebenswaldt ad h. an.).
A. dell'E. C. 1606. Peste fiera regnò quest'anno in più luoghi della Germania, secondo il Lebenswaldt; nel Palatinato del Reno, a Magonza e nel suo Territorio, nel Maddeburghese, e in altri luoghi.
A. dell'E. C. 1607. La peste travagliò nel mille seicento sette la città di Augusta (V. Joan. Castelli de Peste ejusque causis, signis etc. Augustae Vindelicor. 1608.).
A. dell'E. C. 1607-8. Sotto l'arcivescovado del dotto, ma troppo riscaldato filosofo e politico Marc'Antonio de Dominis si appiccò la peste in quest'anno alla città di Spalatro, la quale fu così fiera e mortale, che vi estinse la maggior parte di quegli abitanti. Molti al primo annunzio di peste sono fuggiti; ma di quelli, che rimasero nella città, da circa quattro mila perirono. Sembra che abbia continuato il flagello fino al 1608. Ad illustrazione di questo fatto piacemi di riportare uno squarcio tratto dall'Illyricum Sacrum di Michele Farlato T. III. pag. 489; non che una Memoria cavata da un MS. autografo dello stesso arcivescovo de Dominis del 1612.[17].
A. dell'E. C. 1609. Il Lebenswaldt stesso narra che nella città di Londra, o introdotto di nuovo, oppur rigermogliato, scoppiò il contagio, estinte per esso in quell'anno da 11,587 persone. Per altri si dubita, se questo morbo sia stato veramente la peste, od altra spezie di malattia epidemica, prodotta dall'inclemenza della stagione, che fu oltre modo mutabile e varia per tutto il corso dell'anno.
A. dell'E. C. 1610. Insinuatasi quest'anno la peste nella città di Basilea, vi uccise da circa quattro mila persone (Uret., sive Wursteisen Chronic. Basileens.).
A questo tempo medesimo v'ebbe peste a Colmar, a Schelestadt, ed in tutta l'Alsazia. Mentre la contagione pestilenziale infieriva sopra gli uomini, una maligna epizoozia distruggeva gli animali. Anzi narrasi che gli stessi volatili silvestri n'erano presi, tal che assai sovente vedevansi dall'aria cader a terra colti da improvviso malore (Lebenswaldt op. cit.).
A. dell'E. C. 1611. Nell'anno mille seicento undici vi fu peste in varj paesi della Svevia. (Lebenswaldt op. cit.).
A. dell'E. C. 1613. In quest'anno si manifestò la peste nell'esercito del re di Danimarca; e, secondo il Ricciolo (Chronic. Magn.) vi fece orrenda strage. Si osserva però, che, siccome tal malore fu limitato ai soli soldati e non appresasi ad alcuna classe della civica popolazione; così vuolsi creder piuttosto che quella fosse un'altra epidemia.
A. dell'E. C. 1614. La peste, forse non bene estinta nel circolo della Svevia, ripullulò quest'anno nella città di Dillingen, residenza del principe vescovo di Ausburgo (Carol. Stengel. Historia Pestis Dillingae a. 1614.).
A. dell'E. C. 1619. La peste rinnovossi in quest'anno nella città di Augusta, e vi recò molti danni (V. Raymund. Minderer Lib. de Pestilent. Augustae Vindelic.).
Nel detto anno mille seicento diciannove morirono dalla peste in Zara il maggior numero di quegli abitanti; talchè terminato il male, che durò nove mesi, si contarono viventi sole 2073 persone. Il contagio passò poi in altre città della provincia (Joan. Tanzlinger in Dam. Chronologic. Jadrens. n. 97. Simeon Glinbavaz in suis memoriis[18]).
A. dell'E. C. 1623-24-25. In questo triennio fu una peste così terribile e micidiale a Petau o Petaw, piccola città dell'Austria nella Stiria inferiore, che, durando troppo lungo e miserando lo strazio di quella popolazione, ne andò essa quasi interamente distrutta. Tale era il terrore, messo negli animi, dalla violenza del male, che, tutto il tempo che vi durò, non eravi quasi più alcuno, che osasse avvicinarsi a quella sventurata città, convertita pressochè tutta in uno squallido e tristissimo cimitero (Lebenswaldt P. I. p. 26. Adam. Bibl. Loim. p. 98.).
A. dell'E. C. 1625. In quest'anno v'ebbe di nuovo la peste a Londra, e nella città di Metz nella Lorena (Papon. op. cit.).
A. dell'E. C. 1626. Fiera peste vi fu quest'anno a Tolosa nella Linguadocca; la quale, non bene estinta, poco dopo si riprodusse (Papon. op. cit.).
A. dell'E. C. 1627-28. Riferisce il Lebenswaldt aver regnato a' quest'armi fierissima peste in Costantinopoli. Narra egli ancora che per sottrarsi quegli abitanti alla furia del morbo struggitore, che ardeva in ogni parte, ed ampliavasi rapidamente, furon costretti in gran parte d'abbandonare le lor case e tutte le loro sostanze, fuggendo alla campagna. Lo che non è da credere sì di leggieri rispetto ai Turchi, stante il fatalismo, che regna infra loro. Lo stesso autor riferisce che a questo tempo (cioè negli anni 1627-28), la città d'Augusta, percossa nuovamente dalla peste perdette da circa trenta mille persone.
Ma or mi s'apre nuova luttuosissima scena di orrori e di stragi. La pestilenza, che son per descrivere degli anni 28 e 29 in Francia, 29, 30, e 31 in Italia, è una delle più spaventevoli, e più micidiali, ch'abbiano mai inferocito sulla umana generazione.
A. dell'E. C. 1627-28-29. Abbiam già veduto fin dal 1625, che la peste aveva incominciato ad affliggere alcuni paesi della Lorena, e che nel 1626 erasi ampliata in altri luoghi della Francia. Quivi, a questo tempo le false dottrine di Lutero e di Calvino, assalendo i principj dell'antica religion dominante, avevano seminato il fuoco della discordia, sollevati partiti, e gittate specialmente le Provincie Meridionali in preda alla guerra civile. Quindi ne' continui movimenti di truppe, e fra i disordini della guerra il contagio pestilenziale aveva grande opportunità e mezzi parecchi di vieppiù propagarsi, e di preparare le sue rovine.
Alla fine di Settembre del 1628 fu portata la peste nella città di Lione. Assicura il Papon che ciò sia seguito col mezzo di alcuni soldati venuti d'Italia; ma non sì tosto si dichiarò quella esser la peste, che gli abitanti, da grande spavento presi, d'altro non si occuparono, che de' mezzi di porsi in salvo, fuggendo dalla città. Quindi, imballate le masserizie lor più preziose, e dato ordine alle lor cose più care, affrettarono il momento di abbandonar il natio paese. Quelli, che avevano case proprie alla campagna, vi si ritirarono, ma chi non le aveva, dalle città e da' villaggi vicini vennero colla forza respinti, per modo che si rimasero erranti senza tetto, e senza ricovero. A taluni affannati e mal conci riusciva di poter alla città ritornare. I sintomi, che accompagnavano la malattia, erano violentissimi. Per lo più manifestavasi in alcuni la frenesia, che non cessava che colla morte; in altri il delirio giugneva a dovernegli far incatenare. Cadevano altri in profondo sopore, donde cosa nessuna valeva a riscuoterli. Sofferivano altri ostinatissima veglia, vomiti continui, diarree che gli sfinivano, e spessi svenimenti, con dolori atrocissimi, urente ardore alla region de' precordj, violentissimi dolori di testa, delle reni, e degli arti, ec. Passavano alcuni sei o sette giorni senza cibo di sorta, quando altri divorati venivano da canina fame e continua. Serie infinita di contrarj sintomi comparivano; v'erano esantemi lividi, carbonchj, buboni, tumori al collo, ec., e si terminava in breve la sofferenza, e la vita. Alcuni cadevano morti in sulle strade improvvisamente; ed altri, presi da mortali angosce, nell'atto di coricarsi a letto spiravan l'anima. Il morire secondo ordine era fra due, tre, quattro, o sette giorni dall'accesso del male. Il morbo non sì alle donne, come agli uomini si apprese; nè questi, come quelle, sì di leggieri il vincevano, appreso che lor si fosse. I medici non sapendo propriamente che farsi d'una malattia, di cui ingenuamente confessavano la loro ignoranza, stavansi neghittosi senza far nulla. In loro luogo si fecero avanti di molti empirici; come suol avvenire in tempi di spavento, e ne' luoghi di confusione e disordine. Si osservò che l'uso del vino fu utile, e funesto l'abuso. A parecchi tornò vantaggiosa la zuppa d'orzo, ripresa cinque o sei volte al giorno, e nessun'altra cosa nè alimento, nè medicina. Un religioso s'occupava in far cauterj, e applicare vescicatorj; preservativo che fu riconosciuto eccellente. A due fratelli fornaj appresasi ad uno stesso tempo la peste, uno ai primi sintomi si cacciò nel forno ancora caldo; sudò molto, e guarì; l'altro, che sì non fece, credesi che sia morto.
Non v'ha cosa, che uguagliar possa lo spettacolo d'orrore e di pianto, che offeriva di se a' risguardanti la città di Lion ne' mesi di Settembre, Ottobre e Novembre. Da tre a quattrocento persone all'ora venivano colte, parte dall'infezione, parte da morte. Stavano sei o sette malati nella medesima camera, tre o quattro nel medesimo letto; l'uno moriva, l'altro era agonizzante; e quale tormentato da acerbissimi dolori metteva angosciose grida, mentrechè l'altro fatto delirante, e divenuto maniaco per effetto del male, commetteva stranissimi eccessi. In questo mezzo i meno gravati dal male desolati e tristi usavano delle fiocche lor forze a soccorrere chi più ne aveva bisogno. Chi per lo spavento impazziva, chi diveniva muto, chi sentendo i sacri bronzi invitare alla preghiera per la cessazione del male, colto da brividio d'improvviso terrore cadeva malato, e in poche ore si moriva. Le strade erano tutte, parte diserte, e parte ingombre di cadaveri. La fame, la immondezza, l'abbandono concorrevano ad abbreviare gl'istanti dei miseri infermi, cacciati negli spedali; alcuni di loro, mentre combattevano ancor colla morte, venivano da' ladri spogliati d'ogni lor masserizia e danaro. Se le più autorevoli storie nol ci confermassero, appena uom crederebbe la natura e moltiplicità de' misfatti, che in sì trista calamità si commettevano. Un testimonio oculare sia suggello al mio dire. Egli assicura che gli eccessi giunsero a tanto che v'ebbero da trovarsi a Lione e a Milano, e in altri luoghi cotanto perversi uomini, che coll'opera loro procuravano di propagare essi stessi la peste, infettandone le case e le persone sane. A tanto giugne l'umana malvagità pur sotto il flagello! Alcuni gittati semivivi nelle fosse coi morti se ne traevano il giorno appresso ancor vivi[19]. Altri sentendo vicina l'ultima ora avvolgevansi in un lenzuolo per menomarsi l'orrore d'esser nudi sepolti; altri scavatasi la propria fossa, vi si coricavano presso di maniera, che speravano potervi dentro cadere senza lasciarne sì tristo ufizio a' suoi col pericolo di andarne pur essi infetti. È degno di considerazione, come i più di leggieri venivano dimenticati, e come in tante sciagure si passava poi dalla tristezza alla consolazione; come si si abbandonava alle passioni, a' piaceri, manifestando somma indifferenza sugli altrui mali. Risonavano le taverne notte e dì di grida, e di suoni, di bestemmie, e di smodati cantari. Si vide pur anche chi accompagnava i funebri carri, ir cantando e saltando; e parecchi maritarsi fino a tre volte. Una donna fra l'altre si sposò successivamente a sei mariti in poco di tempo, e li seppellì tutti e sei, senza averne preso la peste. È pur considerevole, che in questo corso di pestilenza gli sterquilinj, e le case d'immondezza ripiene fossero luoghi di maggior sicurezza, che non erano le case ventilate e pulite. La peste cominciò a diminuirsi nel mese di marzo 1729; e fu pressochè estinta ne' mesi di Giugno e di Luglio. Se ne riaccesero le scintille in Agosto; ma in Settembre terminò affatto. La peste lasciò quasi in tutti quelli, che ne sono guariti, assai triste conseguenze e reliquie, rimasti tutti più o meno infermicci. Chi ne andò cieco, chi sordo, e chi muto; ed i più mal fermi delle gambe. Non è conforme tra gli storici il numero de' morti. Danno i più, che di tal peste sieno periti da circa 70 mila persone; il che è pur verisimile, atteso il sommo disordine nella cura e nel corso di tal malattia. Di gravissimi falli si accusano i Magistrati municipali di Lione. Dal soprattocco abbandono grandi sconvenevolezze ne derivarono, anche per riguardo alla legittima successione delle famiglie, perchè insorsero di lunghissime liti, e rovinose (Theoph. Reyn. de Mart, pro pest. p. 451. Papon. T. I. pag. 165.).
A. dell'E. C. 1629. Nel mese di Luglio del mille seicento ventinove un Cappuccino, infetto di quattro carbonchj e di due buboni, giunse a Montpellier da Tolosa. I medici, secondo lor uso, disputavan fra loro sull'indole di quella malattia. Alcuni tenevano che fosse peste, altri il negavano. Il Cappuccino intanto morì fra brevissimo spazio di tempo; ma non perciò la quistion terminò. Due dì appresso morì altra persona co' medesimi sintomi; ed anzichè conchiuderne la cagione, si riaccese la disputa sempre più viva; per modo che i medici disputavano co' sillogismi, e la peste la finiva col fatto, assalendo qua e là le persone indifferentemente. Si occultarono colla maggior gelosia questi nuovi accidenti; il che impedì agli officiali del Municipio, sotto la presidenza del celebre medico Ranchin, di prendere le necessarie precauzioni per arrestare i progressi del male. E di vero, per alcuni giorni non si sentì più parlare d'infortunj, nè di morte. In questo mezzo arrivò a Montpellier il cardinal Richelieu; vi giunse il Re poco appresso con numerosa corte, e porzion dell'armata, che faceva la guerra ai Calvinisti. Non appena e' vi giunse, che il male, che covava occulto, apertamente scoppiò ad un tratto in più contrade della città, e vi sparse il terrore. Il Re fugge, l'armata se ne ritira, gli abitanti smarriti fanno loro fardelli e bagagli; chi fugge da una parte e chi dall'altra. Le strade ne van piene di fuggitivi, non sicuri nè anche di trovare asilo. I consoli o provveditori della città, riavutisi dal loro sbigottimento, s'occuparono seriamente della salute de' cittadini; ma in vano, perchè troppo tardi. Tra i diversi provvedimenti creano un Consiglio di Sanità; ma della paura ne fuggirono gli eletti. Questa peste aveva a un incirca i medesimi segni delle altre. Spiegò essa la maggior sua violenza nell'autunno del 1629; andò quindi declinando per gradi fino all'Aprile del 1630, in cui fu estinta; ma di essa in questo spazio perirono nella città di Montpellier da circa cinque mille persone, cioè a dire la metà di quanti eran rimasti in città. Fra' morti si contò gran numero di religiosi e di chirurghi impiegati all'assistenza degl'infermi. Terminò in Aprile, e gli abitanti fuggiti vi ritornarono senza pericolo La municipalità, durante il contagio, mantenne certo ordine d'amministrazione, e tra le misure migliori quella si fu di far trasportare i malati fuori della città. I latrocinj nel tempo di questa peste non furon meno frequenti, che negli altri luoghi. A Montpellier si ebbe singolare altra specie di furfanteria; questa è, che i serventi degli ammalati nelle case e negli spedali s'accordavan fra loro, inducendo gl'infermi a far testamento reciprocamente a loro favore. Nè anche il terribil cospetto della morte tiene in freno la sozza e cieca passione dell'avarizia, e della frode.
La città di Digne nella Provenza fu pur in quest'anno 1629 travagliata fino agli estremi dalla peste. Essa presentò questa volta dei singolari fenomeni. Gl'individui, che ne furon presi, vennero tormentati da sete ardentissima, da veglia, da gravezza di capo, stanchezza e sfinimento di forze, debolezza e mancamento della voce, nausee, vomiti, ardori d'urina, sputi misti di sangue, copiosi sudori, brividi, convulsioni, delirio, frenesie. Oltre di ciò buboni, or uno, or più, della grossezza di un'amandorla o di un uovo con dolori violenti, e senza infiammagione. Non di rado si risolvevano, ma per lo più suppuravano e s'aprivano, ed allora i dolori diventavano insofferibili; spessissimo carbonchi, de' quali se ne osservavano tal volta fino a dodici, in un solo individuo, ora lividi, ora purpurei, accompagnati da ardori vivissimi, e da pustole, che rodevano le carni. La maggior parte de' malati divenivano gonfi; e molti ne morivano improvvisamente senza aver dato alcun segno di malattia. I cadaveri erano orribili a vedere; avevano il viso storto, sghembo, le membra rigide, e ordinariamente contratte.
In questa pestilenza, secondo il Papon e il Gassendi, che la descrissero, intervennero particolari fenomeni. Tra gli altri si vide un malato uscir repentinamente dal letto, arrampicarsi per le mura della casa, salire in sul tetto, e gittarne le tegole in sulla strada. Altri, salito sopra un tetto col mezzo di una scala, danzarvi qualche tempo; disceso quindi darsi a correre per la città, finchè presentatosi a un corpo di guardia ne venne ucciso con un colpo di fucile. Tale dallo spedal si fuggì, corse alla sua moglie, ch'ebbe la debolezza di accondiscendergli, e nell'atto stesso ambedue si morirono. Un altro malato, immaginandosi nel suo delirio di poter volare, prese il volo da un sito elevato; ma caduto, si fracassò; ed altro, credendo di essere in una nave agitata dalla tempesta, gittò le sue masserizie in sulla strada, avvisando di menomare il peso delle mercanzie, onde salvare il naviglio dal naufragio. Uno sventurato padre, in istato di delirio, gittò dalla finestra il suo figlio ancora in fasce. Una giovane di vent'anni riebbesi del suo letargo nell'atto, che fu gittata sopra un mucchio di morti. Un'altra di 25 anni, caduta per quella malattia in una fossa, vi restò tre giorni senza segni di vita, il quarto, destatasi dal dolore cagionatole dallo scoppio di un bubone, risanò. Una vedova malata, priva d'ogni soccorso, restò sei dì nella sua stanza, senza mangiare nè bere, e dopo tanta inedia si guarì. Un uomo, preso dalla peste, e rimasto senza dar alcun segno di vita, sua moglie, che lo credeva morto, gli scavò la fossa, ma non avendo forza bastante di portarvelo, nè strascinarvelo, lo lasciò nel suo letto altri quattro giorni, al termine de' quali si svegliò, alzossi, e uscito di casa diedesi a scorrere per la campagna, profetizzando ed annunziando il giudizio finale, coll'esortar gli uomini alla penitenza, maledicendo quelli, che non si genuflettevano dinanzi da lui; ed altre sì fatte stravaganze; così fece fin che durò il delirio, il quale poco dopo terminò, e terminò pure felicemente la malattia.
Lo spettacolo, che offeriva la peste alla campagna, era altresì il più lagrimevole e spaventoso. Gli abitanti colpiti dalla peste si coricavano in sulla terra, e quivi ben presto esalavano l'anima, privi d'ogni soccorso. Trovaronsi dei fanciulli, che succhiavano il seno della madre già morta; altri che le capre avean preso cura di nutrire. D'ordinario in famiglia i vivi prestavano ai morti gli ultimi uffizj della sepoltura. Il padre seppelliva suo figlio, il figlio scavava la fossa al padre, il marito sotterrava la propria moglie, la moglie rendeva questo ultimo doloroso ufficio al marito; e le fosse erano così poco profonde, che il più leggier vento discopriva le membra livide dei cada veri.
L'arte medica e chirurgica fecero assai poco a pro' di quegli infelici. Appena 500 persone furon soccorse confusamente dall'arte; e di queste la maggior parte morì.
L'immagine della morte era da per tutto a tutti presente. Ciascuno non si occupava più, che di se, e del proprio pericolo, nè pensava a quello degli altri. L'uno l'altro fuggiva. Non si dava più alcuno scambievole soccorso. La desolazione era generale ed estrema.
Il flagello della peste cominciò a Digne il primo giorno di Giugno 1629, e vi durò quattro mesi. Per tutto questo tempo il cielo fu coperto di dense nubi, l'aria esprimeva un calore bruciante, e vi ebbero frequentissimi temporali. Nessun uccello si sentì in tutto quel tempo nè in città nè in campagna. Nessun'altra malattia regnò oltre la peste. Nella prima settimana di Giugno morivano 3 o 4 persone al giorno; verso la metà fino a 15;fino a 40 circa al principio di Luglio; e fino a 100 verso la metà; da 160 alla fine dello stesso mese ed ai primi di Agosto. Alli 15 di Agosto la malattia cominciò declinare. Nel mese di Settembre non vi avevano, che 5, o 6 morti al giorno; in Ottobre terminò intieramente. Fra la città e la campagna non restaron superstiti, che solo mille e cinquecento persone di 10,000, a che montava quella popolazione; sicchè 8,500 perirono, che è a dire, quasi sei settimi di tutti gli abitanti nello spazio di cinque mesi; più uomini che donne, più giovani che vecchi. Fra i 1,500 individui, che sono rimasti, non ve n'erano, che cinque o sei soltanto, i quali non fossero stati presi dalla malattia. La peste ricominciò sei mesi appresso; ma quegli abitanti, che fresca avevano la memoria delle passate disgrazie, se ne fuggirono quasi tutti, e non vi perirono, che cento persone, tutte straniere. Nessuno nuovamente fu preso di quelli, che avevano superata la malattia. Si attribuì cotanta strage all'inesperienza de' medici, allo spavento de' magistrati, alla mancanza di buona polizia Sanitaria, e degli opportuni provvedimenti; alla confusione, e al disordine, che quivi regnò. Un decreto del Parlamento proibì sotto pena di morte agli abitanti di Digne l'uscire della città. Il commissario incaricato dell'esecuzione, quando aveva qualche ordine da notificare agli abitanti, si metteva sul ponte della Bleona, faceva suonar la tromba, e quegli sventurati accorrevano in folla, comunicandosi il contagio l'un l'altro. I paesani de' contorni, che armavano il cordone attorno la città, e custodivano i passaggi, confiscavano e s'appropriavano le poche provisioni, che onorate e liberali persone inviavano a Digne ai loro parenti ed amici. Alcuni barbari monopolisti vendevano a troppo grave prezzo le derrate, che non si potevano aver che da essi. Mille ruberie, incendj, atrocità accrebbero la desolazione e gli strazj di quella sventurata popolazione (Gassendi Notit. Eccles. Diniens. Papon. T. I. p. 194.). Questo medesimo flagello desolava allora Aix, Marsiglia, quasi tutta la Linguadocca, e la Provenza. Ciò riguardo alla Francia.
A. dell'E. C. 1629-30-31. Nell'anno 1628 vi fu gran carestia in Italia, e specialmente nello Stato di Milano, e in alcune terre della Lombardia, accresciuta poi dalla guerra, che sopraggiunse di maniera che in detto anno 1628, e nel seguente 1629 morì di fame e di stento non poca gente[20].
La guerra che successe a quest'anni tra la Francia e l'Austria per la successione al ducato di Mantova, diede occasione alla peste, che si sviluppò nella Lombardia, e quindi in quasi tutta l'Italia. Secondo l'opinione degli storici essa vi fu portata dalle truppe Alemanne, e specialmente da quelle venutevi dalle Fiandre, ov'essa a quel tempo crudelmente infieriva. La peste si spiegò da prima nella parte settentrionale del Milanese; nè vi fu conosciuta, se non quando aveva già fatto di molti progressi, nè tempo era più di arrestarla. Alle prime notizie, che se n'ebbero a Milano, il magistrato di sanità inviò commissarj sopra luogo, tra' quali il medico Tadino del magistrato medesimo, che poi ci lasciò la storia di questa pestilenza.
Que' commissarj trovarono gli abitanti delle città in preda allo spavento, i quali fuggivano alla campagna, e riconobber col fatto che la malattia, da cui erano afflitti, era la vera peste, e donde fosse proceduta. Prescrittivi alcuni rimedj, provvedettero pur il paese di viveri, ma non preser alcuna precauzione per arrestarne i progressi. Vi lasciarono aperte e libere le comunicazioni, come per l'innanzi: e la peste vi si dilatò e diffuse con una rapidità incredibile. Penetrò essa a Milano in sul finir dell'Ottobre del 1629 per ragion di alcune robe, che taluni del popolo avean rubate, o comperate dai soldati Alemanni.
La città di Milano astretta così dall'imminente pericolo, in cui si trovava, cominciò a formare un governo conforme alle circostanze, e lo affidò per ogni parte amministrativa e politica al magistrato della Sanità, composto di nobili, di cittadini, e di medici. Questo magistrato divise la città in quartieri; vi stabilì de' lazzeretti; distribuì le mansioni; ordinò non poche e buone discipline, e saggi provvedimenti di polizia; ma non porse molto di considerazione alle forme e al divisamento dell'esecuzione; perchè moltiplicandosi in alcuni casi la ragion dell'usare degli abitanti fra loro, giusta i bisogni comuni di sussistenza, sovente s'abbattevano in folla ad alcuni luoghi della città, e così ne veniva cresciuto l'alimento al contagio. D'altra parte l'incredulità de' cittadini, l'ignoranza prosuntuosa di alcuni medici e chirurghi, che si ostinarono a sostenere che quel male non fosse peste, contro l'autorità di molti altri dotti e sperimentati che l'affermavano, ne originarono una specie di scisma nella città, e ciascun partito vi aveva i suoi partigiani. Mentre costoro disputavano, la peste ampliava le sue conquiste, e finalmente la morte a visiera alzata abbattendo da tutte parti gran numero di vittime, disingannò gl'increduli. Crescendo i malati e i sospetti, si aumentò il numero dei lazzeretti fino a quattro, ma, neppur questi bastando, fu preso il partito di lasciar nelle loro case que' malati, e sospetti, che avevano comodi alloggiamenti per esserne sequestrati. Si adottò in oltre la misura di cacciare dalla città tutti i forestieri, i vagabondi, le persone senza mestiere; e su di ciò qualche storico osserva, che questa disposizione, la quale sarebbe stata utile ed opportuna in principio, doveva esser riguardata, come barbara e improvvida a quel momento. Cacciar fuori tante persone da una città, ove la peste era nel forte, oltre che era cosa inumana, non poteva aver che tristissime conseguenze per tutto il resto d'Italia. Quest'infelici non potevano, nè dovevano esser ricevuti in alcun luogo; stretti dall'imperiosa necessità di procurarsi di che vivere, dovevan tutto tentare. L'estremo bisogno e la disperazione inducono l'uomo a vincere le più gravi difficoltà, e a commettere di gravissimi eccessi. Giunto il carnevale, si volle osservare il rito Ambrosiano, ad onta dell'opinion de' più saggi magistrati, e dar luogo ai soliti divertimenti, e a' baccanali, per lo innanzi già usati. Finalmente non preveduti gli accidenti succedendosi l'uno all'altro rapidamente, e aumentandosi ogni giorno più la malattia, non bastando mezzo nessuno a combatterla, si cominciò a vedere in essa qualche cosa di soprannaturale; quindi si prese a chiamarla male divino. Il perchè si ebbe ricorso alle preghiere pubbliche, alle processioni, e alle penitenze. Ma Dio non fa miracoli ad ogni nostra inchiesta; sicchè queste pratiche (ragionevolmente parlando) concorsero anzi a vieppiù accender la peste. L'affluenza di molte persone in un medesimo luogo, la mescolanza di più individui e diversi, sani e malati, o che sieno pur mo' guariti, o che nascondano il male, senza un miracolo far altro non possono, se non influire all'aumento, e alla propagazione del male. Quindi è che a quel tempo il numero dei morti giunse fino ai 3555 al giorno; e questa grande mortalità durò qualche tempo. Vedendosi continuare una strage sì orribile, si andò pensando a straordinarie cagioni. Dappoichè i giovani dell'uno e dell'altro sesso andavano di que' dì a pie' nudi per ispirito di penitenza, si pensò che alcuni scellerati, con divisamento di nuocere, avessero abbrucciato robe da appestare, e sparsene poi le ceneri in sulle strade, per le quali dovevan passare le processioni; e così spacciavano sì fatte fole. Si credette pure che in quella terribile circostanza vi fosser uomini tanto perversi, che, per uccidere chi lor piacesse, formato avessero unguenti misti di materia purulenta pestilenziale, o d'altre sostanze venefiche e micidiali. Il fatto fu pur anche giuridicamente chiarito. S'arrestarono i pretesi colpevoli, e dicesi, che confessassero il loro misfatto, e sieno stati puniti. La casa, ove si è creduta eseguita la manipolazione di questi veleni, fu spianata, e vi si innalzò una colonna d'infamia il dì 30 Agosto del 1630 con epigrafe, che ciò manifestasse all'età avvenire. Il Muratori dice di averla veduta. Lo stesso però osserva, che le persone spaventate veggono mostri e fantasime, ove non sono; che in tempi di terrore e di miseria è facil cosa, che l'immaginativa si riscaldi; che si offuschi la ragione, e che a forza di tormenti si cavi di bocca alle persone la confession di delitti, che non hanno giammai commessi. Ciò non per tanto cotali misfatti in caso di pestilenza si narran da tanto accreditati autori, e da molti, che pur si può credere che sieno stati le più volte commessi. Io poi posso e debbo crederlo più d'ogni altro, dappoichè alcuno d'essi avvenne quasi sotto a' miei occhi, come a suo luogo per l'appunto riferirò. Finalmente la peste era già in sul finire; e si ordinò la quarantena generale, che produsse ottimo effetto, tanto più ch'era già il mese di Dicembre del 1630, ed il freddo agisce contro il mal influsso pestilenziale. Si conta che Milano abbia perduto per questo contagio da circa 160 mila abitanti, e che in proporzione maggiore sia stata la perdita, che seguì nel Ducato. Comunque ne sia, la mortalità dee essere stata grandissima, se pur non fosse in tutto, quale ci vien narrata (Tadino Origine e progressi della gran peste di Milano lib. I. cap. 4.; Joseph Ripamonti de Peste Mediolanensi; Muratori Governo Politico ec.).
La primavera dell'anno 1629 fu calda con piogge continue; secca la state con eccessivi calori. Nel 1628 comparve una gran cometa, da cui gli astrologi, che ben avevano allora grande influenza sullo spirito popolare, presero argomento di far pronostichi funesti all'Italia: «Fames in Italia, morsque vigebat ubique». È più probabile però che que' ciarlatani per conservarsi in credito abbiano fatto questa predizione dopo gli avvenimenti.
Nell'anno 1629 insinuossi pur in Dalmazia la peste, e vi attaccò Spalatro, recandovi nuove rovine. Quivi scopertasi, gli Zaratini usarono di ogni diligenza, perchè non penetrasse nella città loro. Aprirono il lazzeretto per li sospetti, e si giovarono d'altre precauzioni per difendersi da questo formidabile nemico. Ad onta di tutto ciò per introdottevi merci penetrò anco in Zara l'anno 1630, e vi sterminò in poco di tempo più di mille persone, oltre a tre mille e più del suo allora popolato contado: tra queste cento quarantadue ecclesiastici. Il morbo fu violentissimo, ma di breve durata, interamente cessatovi lo stesso anno, e riconosciutane apertamente la grazia dalla intercessione del santo vecchio Simeone. In quel tempo di pubblica calamità gli Zarattini fecer solenne voto di affrettare la traslazione del corpo di detto santo; lo che eseguirono con magnifica pompa l'anno 1632 (Joan. Tazlinger op. cit.; Laurentius Fondra Historia Simeonis).
A. dell'E. C. 1630. Cotesta fierissima pestilenza, che mi fo a descrivere, prese in quest'anno a vieppiù desolare molte parti d'Italia. Dessa fu preceduta da crudelissima fame, come si è detto; la quale per le devastazioni della guerra divenuta più atroce, alterando e debilitando la complessione de' corpi, accresceva al contagio la potenza di nuocere e di propagarsi. L'un dopo l'altro cadevan morti gli armenti, colpiti da maligno epizootico morbo; il quale, congiunto cogli altri mali, compieva in Italia lo spettacolo più doloroso e funesto. Il Milanese, come ho già soprattocco, era già in preda a tutte le desolazioni del più fiero contagio. Brescia col suo territorio già ne provava i tristissimi effetti. Mantova assediata dagl'Imperiali al di fuori, dalla peste straziata al di dentro; così in varie altre città e paesi divampava la peste. Verona, che si trovava in mezzo a tutto questo fuoco pestilenziale, si mantenne sana ed illesa fino al Marzo del 1630, non però senza gravissimi timori, specialmente per il passaggio e commercio, che aveva colle truppe, alle quali non poteva in alcun modo impedire il passo. Ma circa la metà del Marzo di quell'anno infelice pur qua giunse infermo un soldato da Asola Bresciana, o, come altri vogliono, da Pontevico. Prese alloggio in casa di certa Lucrezia detta Isolana a s. Salvator Corte Regia, e vi morì in cinque giorni. Visitato da Adriano Grandi veronese del Collegio de' Medici, e' giudicò non esser lui altramente morto di pestilenza; maneggiati però i suoi vestiti dalla albergatrice e dalle sue figlie e fantesca, tutte queste infelici in poche ore infermarono e si morirono. Altre donne della contrada avendole visitate ed assistite, caddero inferme pur esse, e poi morte di quel morbo medesimo, contrattone il maligno seme tutti di loro casa. Sedici furon essi, che da febbre assaliti immediatamente, fra diversi gradi e accidenti, e solo cinque ne sopravvissero, morti gli altri, parte in casa, e parte al lazzeretto. Tante morti, quasi repentine in poche famiglie d'una contrada, misero in guardia i magistrati, sparso già lo spavento fra la popolazione. Dai provveditori di Sanità venne ordinata l'ispezion dei cadaveri; fatta scelta di medici e di chirurghi, si esaminò, si consultò, e si ragionò; ma, come il solito, diverse ne furono le opinioni: chi affermava che fosse peste, chi lo negava, e chi ne dubitava. Il medico Francesco Graziolo e Camillo Giordani chirurgo con ferma opinione conchiusero esser quelle morti procedute da pestilenza, principalmente perchè nell'anguinaja destra della fanciulla Isolana appariva un livido tumoretto. Il popolo, che spesso vuol farla da giudice, anco pur in ciò che non conosce, nè intende, giudicò falsa e temeraria l'opinione dei due sopraccennati professori. Quindi, come è proprio della vulgare temerità, e vie peggio se venga aizzata da malvagi e da scaltri, ne furono que' due, che pur videro il vero, morsi e punti da satiriche voci e scritture, e poco fu, che non ne fossero le persone loro straziate, e conquise. Ma le morti successive di molti altri abitanti della stessa contrada e delle case contigue alle prime infette dissiparono i dubbj, e convertirono molti duri e ostinati. Il perchè ragunatosi il magistrato della Sanità coll'intervento dei Rettori della provincia, dieronsi posatamente a deliberare su ciò, che si dovesse fare in sì difficile e calamitoso frangente. Ci aveva appena qualche vestigio di ricordanza negli atti della cancelleria sul contagio dell'anno 1575. Quindi non restando memoria sicura di quanto allora si fosse operato, non si potè giovarsi della sperienza. Il perchè fu luogo di regolarsi giusta i dettami della sola prudenza. Impertanto si ordinò tosto che ne' luoghi sospetti fossero chiuse le case infette, sequestrate le persone, e abbruciate le masserizie. «Ma, dice il Pona, questa in apparenza rigorosa esecuzione fu diversamente sentita per la città, perchè il volgo, facile a parlar licenziosamente, cavillava questa severità, come che soverchio timore imprimer potesse negli animi, pur troppo da altri motivi feriti, e contaminati». Passando il male evidentemente da persona in persona, in breve, ad onta della pubblica vigilanza, furono appestate assaissime case; e per molti riguardi cercando ognuna di celar il male, per quanto fosse possibile, temendo d'esser diviso da' suoi famigliari, venne a farsi in pochi dì universale, attaccando pur anche le più rimote contrade. La morte moltiplicava ad ogni istante i suoi colpi. Nelle famiglie non restava appena chi raccontasse l'altrui morte. Non si trovava sì ardito cuore, dice lo storico, che volesse porger all'infermo medicina o alimento. Cessata ogni cirimonia ecclesiastica, tacevano i sacri bronzi; li sacerdoti ricusavano di accompagnare i feretri; negletto ogni riguardo dovuto alla dignità del soggetto, tacitamente i corrotti corpi si portavano alla sepoltura comune. Taceva l'umana pietà; gli animi, percossi dalla paura, non erano più mossi dall'amor degli amici, nè da quello de' congiunti. Arrivate a Venezia le relazioni di sì grave calamità, che desolava Verona, la Repubblica Veneta, onde provvedere allo straordinario bisogno de' suoi sudditi, elesse Alvise Valaresso in qualità di Provveditore straordinario al di qua dal Mincio, cavaliere chiaro per nascita, e per talenti, per coraggio e per altre qualità distintissimo. Il Valaresso determinò di fissare il suo soggiorno in Verona, sprezzando il pericolo, quantunque avrebbe potuto eleggerselo in luogo sano.
Azzuffatesi poi tra loro a Villabona le Venete e le Imperiali truppe, colla sconfitta e dispersion delle prime, Verona fu costretta di dar ricovero a molta soldatesca sbandata e ferita; il che accrebbe la calamità, e somministrò nuovo pascolo alla contagion struggitrice.
De' primi ordini del Valaresso uno si fu che le genti del contado, le quali per timor delle truppe Alemanne si erano rifugiate nella città, tornar dovessero alle case loro, onde tal moltitudine non accrescesse il fomite pestilente, essendo per ciò a quel tempo montata la popolazion in città ad ottanta e più mila persone. Comandò poi che si convocassero i medici e' chirurghi tutti della città, onde versare sui mezzi di sollevare la città dalla peste. Chi il crederebbe! Ragunatisi i medici sotto la presidenza dello stesso Provveditor Valaresso, ad onta della gravissima mortalità, e malgrado la più chiara evidenza dei fatti, v'ebbe tuttavia chi ne mettesse in dubbio la verità; chi la cagione delle subite moltiplicate morti a vermini attribuisse, e chi a maligne febbri, ma non pestilenti, negando pur tuttavia che in Verona peste vi fosse. Il perchè Alessandro da Lisca, dottor di Medicina, e prior del Collegio de' Medici, gentiluomo giudizioso, grave ed autorevole, rigettate assolutamente le altrui opinioni dubbie ed erronee, affermò per assoluto quel malore, che cotanto affliggeva la città, essere pur troppo micidial pestilenza. Nè dopo questo suo giudizio vi furon per quel tempo altre quistioni tra i medici. Venne quindi proposto di deputare un convenevole numero di medici per li pubblici bisogni della città e del lazzeretto; ognuno però cercò di sottrarsi, adducendo scuse e ragioni. Ma fuori della comune espettazione Francesco Graziolo, Adriano Grandi, e Orazio Graziani si offerirono spontanei per la città. Per il lazzeretto si elessero Ottavio Franchini medico, e Camillo Giordani chirurgo, con adeguato stipendio. Miseramente moltiplicavansi ogni giorno le stragi. E dappoichè gentiluomini ed altre benestanti persone erano morte nelle lor case senza soccorso il più menomo, nè anche di un sorso d'acqua, ciascuno senza riguardo di condizione o di nascita cercava di esser condotto al lazzeretto, dove si teneva che nè medicine nè altri soccorsi mancassero. La maniera di trasferire al lazzeretto gl'infermi era con barche a ciò deputate. Quivi accorrevano da tutte parti della città persone infette d'ogni condizion, d'ogni età, e vi concorrevano i congiunti ad accompagnarvele. Alcuni morivano in passando dalla casa alla barca; altri in esso la barca, come v'erano entrati; giugnevan altri semivivi al luogo pubblico; ed in questo mezzo, tra gli ultimi congedi de' parenti, nella folla, che a certe ore prefisse ragunavasi al luogo, donde partir doveva il trasporto, moltiplicavano le ragion del contagio e diffondevasi l'infezione e la morte. Non andò guari che il lazzeretto, vieppiù crescendo ogni dì il numero de' malati e de' moribondi, offerse a vedere uno spettacolo di angosce e di miserie da non poterle ridire. Nella città morivano i medici, i chirurghi, gli assistenti, i becchini. La fame, lo spavento, il cordoglio, e' disagi accrescevano il numero, e gli orrori de' morti, e le sinistre lor conseguenze; cercavano i magistrati, quanto era in loro, di provvedere, ma non valeva provvedimento di sorta, e così succedevano sempre cose nuove e funeste. In questo tempo perirono dalla peste tutti i fornaj; e la città versava in un manifesto pericolo di morirsi di fame, ridotta già agli ultimi patimenti e disagi. Si pregarono le monache, presso le quali il morbo non aveva ancora adoperato la sua ferocia, di fare pane da vendere nelle piazze, somministrata loro dal pubblico la farina; partito, che riuscì utilissimo. Intanto cresceva la strage. Dai dieci fino ai sedici di Giugno dello stesso anno montò il numero de' morti dai dugentosei fino ai trecento e più al giorno. Diedersi altri ordini pubblicamente, e nuove deliberazioni si presero; ma tutto in vano. L'infezione aveva già invaso tutto il territorio. Si tentò di porvi riparo; ma difficile, se non impossibile, si riconobbe l'impresa in que' tristi frangenti. Il Graziolo, il Grandi, il Graziani, medici per la città, in poche ore tutti e tre si morirono, e così fu d'altri medici parecchi. Pur vi perì il maggior numero de' chirurghi, malgrado le poma d'ambra, ed altre sostanze odorose, di cui a preservarsi dal morbo si faceva uso[21]. Altri medici si tennero chiusi in casa. Leonardo Tedeschi, medico e canonico, diede ben raro esempio di singolare coraggio, di esimia pietà, e di carità generosa. Ma l'atrocissima calamità continuava. Si fe' ricorso alle pubbliche preci, al digiuno, alla penitenza, moltiplicandosi tuttavia le morti; e mancando modi, luoghi, e ministri per seppellirne i cadaveri, si consultò, se meglio fosse dargli alle fiamme, ovvero gittarli nel fiume. La mancanza di legno e di operaj nella città fece sì, che si eleggesse il secondo partito. Il perchè ammassati i cadaveri lungo le rive dell'Adige per lo imbarco, venivano gittati nella corrente dell'acque. Giravan mortuarie carrette per tutte le contrade della città, raccogliendo cadaveri, di cui erano ingombre le pubbliche strade, e le case. Questi spaventosi carrocci ricolmi di cadaveri, orribilmente scomposti, tra le confuse teste e le crollanti membra trasportavansi al luogo del lor deposito, e quindi i corpi sommersi. Mancando però gli operaj, o già partite le barche piene di morti non di rado si restavano i cadaveri ammonticchiati e insepolti su quelle rive li tre e' quattro giorni seguitamente, mettendo orribile puzzo. Ahi miserando spettacolo! In questo mezzo s'infettò pur Ala di Trento, mentrechè già il contagio nel territorio Veronese s'andava sempre più dilatando; e molti della corte del Valaresso infermarono, e vi morirono. Moriron pur molti de' principali signori e de' cavalieri; appiccossi il contagio ai monasteri dell'uno e dell'altro sesso, rimasti fino allor preservati. Lo spavento si accrebbe, si accrebbe la confusione, e il disordine. Di quel tempo si invitò con grosso stipendio Giovanni Hennisio, medico di Augusta, perchè supplisse al difetto de' medici ne' gravissimi bisogni della città. Giunse egli ai primi di Luglio con un suo chirurgo, e si diede alla cura degl'infermi, come già da più tempo vi si era dato un dottor Ferrari di Udine, stipendiato dalla Repubblica. Facevasi ogni dì la mortalità maggiore nella milizia. Da Venezia spedironsi alcuni chirurghi e beccamorti, che vennero distribuiti per li quartieri. Nel Luglio il numero de' morti giunse a 350 incirca al giorno. Il coraggio ne' pochi superstiti veniva meno ogni dì, secondo che più crescevan le morti. Vieppiù mancando cooperatori e ministri, ajuti e conforti, tutto ogni cosa già disperavasi, presentendosi l'universale sterminio della città. Il dì 3 di Luglio successe l'incendio del Monte di Pietà. Questo infausto avvenimento fece crescer d'assai la forza della pestilenza, per lo concorso delle persone, accorse ad estinguerlo, e per la nuova angustia e spavento sofferti novellamente. Infrattanto per le raddoppiate cure del Valaresso, del magistrato di Sanità, e degli altri ufficiali erasi cominciato a porr'ordine al sotterramento de' cadaveri col minor danno, ed orrore, che si fosse potuto. Ordinaronsi per tutto profumi di zolfo, purificati con ogni diligenza i quartieri della milizia, ed altri saggi provvedimenti furono usati. Monsignor Alberto Valerio, vescovo di Verona, spaventato da tanti orrori, partì li 22 Luglio per Legnago, seco portando il micidial seme, che doveva ucciderlo. Volendo passare a Venezia ammalò in Lusia, luogo del Padovano, e morì. Ma sia che sazia fosse la peste di stragi, ovver domata dalle buone misure, cominciò a declinare nel di 28 di Luglio, pur tuttavia infierendo nella provincia. Nel giorno 6 d'Agosto si pubblicò l'ordine della segregazione del territorio dalla città. Dopo il 7 Agosto si è ridotta la mortalità a sessanta persone al giorno; i malati di peste per lo più guarivano, e si manifestavano malattie di altro genere, tra le quali varie terzane. Verso li 15 di Agosto andando le cose di bene in meglio, nella città il numero de' morti si ridusse a quaranta al giorno; ma i luoghi del territorio erano sempre più afflitti dal devastatore contagio. A 16 di Agosto morirono solo ventinove persone, ai 19 soli ventidue, e così a un incirca fino alla fine di Agosto. Si andava in questo mezzo la città ristorando, e li cittadini qua e là sparsi si raccoglievano.
Quindi s'incominciò il così detto sborro delle robe e lo spurgo della città. I malati del lazzeretto erano ridotti dai cinque mille ai mille cinquecento. Agli 8 di Settembre circa ridotto era il numero de' morti a soli venti al giorno; fra' quali sola una metà dal contagio; e di que' dì la pestilenza si fece di più facile guarigion, che non fosse una semplice febbre.
Indi si ridusse a due o tre soli morti al giorno, numero minore del solito; e dai primi di Ottobre passarono più giorni, senza che alcun morisse di pestilenza. Ognuno riprendeva lena e coraggio. Finalmente si tenne cessata la peste; ne furono sciolti i voti, e fatti solenni ringraziamenti all'Altissimo dalla città per esser al fine stata liberata da sì crudel pestilenza.
Di cinquantatremila cinquecento e trentatrè persone, che formavano la popolazione di Verona prima della peste, ne perirono 32,903. Procedutosi allo spurgo generale della città nessuno morì di quelli, che dicevansi Nettesini deputati al maneggio delle robe rimaste degli appestati. Di quando in quando riaccendevasi qualche scintilla; e nel Maggio del seguente anno 1631 destaron esse qualche nuova minaccia, e trambusto; ma ben presto ritornò la calma a rasserenare queste infelici contrade.
A. dell'E. C. 1630-31. Un'Epidemia di febbri, così dette maligne, o petecchiali afflisse la città di Venezia nell'anno 1629. Essa precedette la peste, la quale poi devastò con grande ferocia quella città nei due susseguenti anni 1630-31. Ardeva a pari tempo il micidiale contagio a Milano, Cremona, Pavia, Bergamo, Brescia, in tutta la Lombardia, ed in altri paesi molti d'Italia. A Mantova in ispezieltà, stretta d'assedio dagl'Imperiali, menava di orrende stragi, a tale che andando ivi estinto ogni giorno gran numero di soldati e di cittadini, e venendo per tal modo scemata la difesa di quella piazza, i Mantovani, veduto presso il pericolo di cadere sotto il ferro e la licenza dell'inimico, cose che temevano più assai, che non fossero le ingiurie del morbo, inviarono a Venezia il marchese Alessandro Strigi, loro concittadino, a chieder soccorsi dall'alleata Repubblica. Il marchese partì da Mantova co' suoi servi, ed altre persone. Alcuni di essi ammalaron per via, e si morirono, che questo micidial seme portaron seco da Mantova. Passati per Sanguinetto, castello del veronese, sino allora intatto ed illeso dal morbo, ve ne sparsero le scintille, che poi crebbero in vasto incendio. Giunto lo Strigi a Venezia nel dì 8 del Luglio, dal Supremo Magistrato di Sanità non gli fu permesso di entrarvi, ordinatogli di stanziare nell'isola di s. Clemente, lontana un miglio circa dalla città, per passar quivi il periodo della contumacia. Stando in quell'isoletta con undici persone del suo seguito, dopo pochi giorni preso lo Strigi da insolita lassezza della persona ammalò. Chiamatosi tosto Giuseppe degli Aromatarj, celebre medico, al primo veder l'infermo, pallido la faccia, rosso negli occhi con febbre, e sentitolo lagnarsi d'angustia del respiro, di debolezza degli arti, e di un leggier dolore al fondo dell'addome presso all'inguine, non dubitò punto di denunziare al Magistrato, che lo Strigi fosse tocco di peste, soggiunto a pari tempo il timor ch'egli aveva, che gran pericolo ne sovrastasse alla città. Altri medici, chiamati a consigliare sul caso, significaron d'accordo esser quella vera peste pur troppo. Il di 14 Luglio morì lo Strigi, dopo vomitato alquanto di sangue, cresciutogli considerabilmente il tumore dell'inguine, e comparsi cinque carbonchi sulla superficie della persona. Tre dì appresso morì un del suo seguito cogli stessi sintomi. Di tre servi, mandati dal Magistrato per assistere gl'infermi in contumacia, due infermarono, ed uno morì. Ammalatisi pur altri di quella famiglia, alcun ne perì, tale altro è guarito, e qualcheduno ne andò illeso del tutto.
In tutti que' giorni, che fu malato il marchese co' suoi, trattennersi in quell'isola due falegnami di s. Agnese in Venezia, padre e figliuolo, a costruirvi d'ordine del Magistrato alcune barriere di tavole ed altre opere di precauzione per la contumacia. Terminato, ch'ebbero il lavoro, e passata qualche settimana delle prescritte riserve, ripatriati senza indizio di malattia, con alcuni drappi, che dierono da lavare a una donna, le appiccarono l'infezione; perchè pochi dì appresso la donna infermò, e in otto dì si morì, trovatole un tumore all'anguinaia, e nere petecchie alla cute. Poco dopo ammalò pure un suo figliuolo con bubone alla stessa parte, e morì pur egli in sei giorni. Non datogli sepoltura, stante ordine del Magistrato per esser morto nello spazio minore dei sette dì, dal medico della Sanità fattone sparare il cadavere, corse voce per la città, che già si fosse appiccata la peste. Nè guari andò che tutta la famiglia del falegname cadde malata coi medesimi segnali di peste, e in pochi dì ne morirono alcuni individui, ed altri ne son guariti. In brevissimo corso di tempo, tra' vicini della stessa parrocchia il contagioso morbo di sì fatta guisa vi si diffuse, che i deputati alla salute pubblica ne concepirono forti timori. E di vero, stando bene l'altro della città, nella sola parrocchia di s. Agnese s'andavano multiplicando i malati e le morti. Ne' cadaveri si vedevan buboni agli inguini, carbonchi, macchie nere, e vibici, sparsi d'atro colore.
Il perchè quel Magistrato, messo in orgasmo, ordinò al suo protomedico Gio. Batista Follio di visitarne malati e cadaveri di quella parrocchia. Non isbigottito punto quel medico nè da timor di calunnie, nè da altri riguardi, manifestò apertamente l'opinion sua, che fosse in fatto già scoppiata la peste. E siccome di giorno in giorno sempre più dilatavasi il morbo, deputò il Senato altri quattro medici della città, perchè col medico del Magistrato dessero di quel male definitivo giudizio. Essi furono Ortensio Zaghi, Emilio Parisiano, Alberto de' Circolari, e Baldassar Vacca, i quali col N. H. Angelo Trevisano, uno del Magistrato supremo di Sanità, visti malati e morti, concordemente definiron col Follio, che quel malore fosse realmente peste. Allora, ma troppo tardi, ordinò il Magistrato più severe precauzioni, dirette ad impedire i progressi del male. Stabilì un lazzeretto nell'isola di s. Lazzaro, ed altre discipline prescritte, perchè fosse tolto o impedito il frammischiarsi dei malati coi sani.
Erano ridotte a tale stato le cose, quando il Senato con sua Terminazione dei 25 Agosto ordinò che si convocassero trentasei medici, «affinchè fosse fra loro discusso e trattato intorno l'infermità di quelle persone che si trovavano nel Lazzeretto vecchio, cavate dalla contrada di s. Agnese nelle settimane passate, per saper col fondamento delle loro opinioni le qualità di essi mali, li rimedj proprj di medicarli, e le provvisioni opportune come per il Lazzeretto medesimo, come per la contrada di s. Agnese per estirpare ogni radice che fosse restata del male, e perchè non si communichi con altre parti della città».
Convocati cotesti trentasei Medici avvenne ciò, che era ben verisimile, e fu, ch'essi divisersi in due contrarie opinioni, gli uni sostenendo che fosse peste, e che in conseguenza si dovesser prendere più severe precauzioni, altri negandolo. Quindi ne insorser tra loro contese acerrime. Ciò bastò, perchè a favor di ciascuna delle parti si dichiarasse forte partito. Il desiderio della pubblica salute, la facilità di credere ciò, che si desidera, l'avversion naturale, e lo spavento d'un morbo crudelissimo, la passion per la propria opinione, l'orgoglio di non cedere all'altrui, ed altre simili traversie pur troppo fecero, che il vero si restasse ancora nascosto per qualche tempo. Viviano Viviani fu de' più acerrimi ed inflessibili oppugnator del contagio. Ma mentre i medici disputavano acremente fra loro sulla vera natura del male, e sui mezzi di arrestarne il progresso, mentre i magistrati si stavano inoperosi in tanto grave incertezza, attendendo la decisione della medica controversia, la peste multiplicava le sue conquiste, e preparava quelle immense sciagure, a cui poscia soggiacque Venezia, non essendo stato più possibile al principato di arrestare il corso al contagio, e di opporsi all'orrendo strazio, ch'esso nel più spaventevole modo già fece di quegli abitanti.
Nè giova qui ritoccare le tinte dell'orribile quadro, la cui veduta, benchè lontana per tempo e per luogo, ti scuote l'anima di raccapriccio e dolore, e dagli occhi ti spreme involontario il pianto per lo commovimento vivissimo della mente e del cuore. Oltredichè tanto più torna inutile il riandar queste cose tristissime, quanto più altre e varie sì fatte storie si rinvengono nella presente Cronologica serie. Basti però l'accennare che la peste, vieppiù rapidamente accrescendo le sue rapine, fece strage per tutto il resto del 1630, e più, che negli altri, infierì ne' mesi di Ottobre, Novembre, e Dicembre del detto anno. Continuò gran parte pur del 1631, a tale che nel corso di 11 mesi moriron di peste nella città di Venezia 94,236 persone; cioè 11,456 donne, parte gravide e parte puerpere; 29,356 altre donne; 5,034 giovani dai 14 anni ai 21; 21,751 fanciulli e impuberi; 1,142 sacerdoti, cherici, e frati; 25,280 cittadini, mercadanti, artefici, ed altri; 217 tra nobili e patrizj.
Verso la fine dell'anno 1631 con grande solennità si pubblicò la città esser libera dal mal contagioso; ma le cicatrici di sì profonde ferite per lunghi anni appresso restarono aperte. Per questa circostanza di peste si fece voto di alzare un magnifico tempio ad onore di nostra Signora della Salute; il quale fu poi eretto nel 1632. Questa è la magnifica chiesa detta della Salute, consacrata a Maria santissima, che tuttavia si ammira in Venezia.
In questa medesima circostanza del voto mandaron pure i Veneziani ricca lampada d'oro alla Madonna di Loreto, e deliberarono di pregare il pontefice ad affrettar la canonizzazione del Beato Lorenzo Giustiniani, patrizio e patriarca di Venezia, ed in memoria dell'ottenuto ristabilimento della salute vennero coniate alcune medaglie con epigrafi e simboli a quel fatto allusivi. Di sì terribile pestilenza si conserva ancor viva e tristissima la memoria in Venezia.
Quivi da quel tempo non penetrò più mai la peste, quantunque vi sieno stati mantenuti sempre aperti i suoi porti ai bastimenti o sospetti od infetti di peste[22]. (Christoph. Wagner Descript. Pannon. Part. II. f 70; Rota de Peste Venet. an. 1630; Murat, op. cit. e gli Stor. delle Cose Venez., che scrissero per pubb. Decret. T. VIII. f. 472. ediz. 1720.).
In questi anni 1630-31 il pestifero morbo di sì fatta guisa si dilatò per tutta l'Italia, che assai poche città e paesi n'andarono illesi dall'infezione. Questo terribile flagello fu particolarmente funesto nella Lombardia a Milano, come si è detto, ed a Mantova; e quasi interamente ne restò spopolata Cremona. Parma e Piacenza ne furono anch'esse miserando spettacolo al duca Farnese; perchè s'avvisò di richiamare dalla vicina campagna i suoi abitanti a ripopolarle. Così pur Lucca, Lodi, Bergamo, e Brescia furono da questa funestissima labe fieramente vessate. Crema quasi prodigiosamente si conservò qualche tempo, ma finalmente essa pure non andò esente dalla strage comune. In Modena penetrò la peste nel Luglio 1630, e terminò in Novembre 1631 dopo avervi ucciso da 12,000 persone. In Torino si manifestò nel mese di Gennajo 1630, e terminò in Agosto 1631, stante che fin dai primi sentori del morbo tutti i più agiati cittadini fuggirono dalla città, non restatovi in essa che da 11,000 persone, di cui solo tre mila ne lasciò il contagio superstiti tra la città e' Lazzeretti. Si annovera Bologna fra le città dal pestilenziale flagello più fieramente percosse, e in proporzion di popolazione niente meno di Milano e di Venezia. Il medico Cavozza nella peste di Bologna ordinava il salasso fino allo svenimento; ma non apparisce però che questa pratica sia stata riconosciuta utile. La città di Faenza, essendosi mantenuta sana, rattenne i progressi del morbo, che da Bologna si sarebbe inoltrato nella Romagna; e ciò fu perchè poste dai Faentini le guardie al fiume Lamona, che scorre poco lungi dalla città, il degno Prelato, ch'era allora al governo di essa, indefesso vegliava alla sua custodia di giorno, e di notte, e quando meno alcun sel pensava, compariva a cavallo a rivedere le guardie, e là specialmente, dove il fiume era più facile a traghettare, non risparmiando ai disobbedienti nè minacce, nè castighi. Così la città di Reggio, ancorchè posta tra Modena, e Parma, ambedue città infette, sana lungamente mantennesi, e forse ne saria andata esente, se il male non vi fosse stato disavvedutamente portato da chi presiedeva alle leggi. In pari guisa la peste da Verona nel 1630 erasi dilatata fino ad Ostiglia, donde un veronese appestato, passato a Ferrara nell'alloggio di un suo compadre, ammalò, e vi appiccò il morbo, mortovi tra due giorni. Il cadavere vi fu tantosto abbruciato nella calce viva, e i famigliari, presso cui l'infermo erasi ricoverato, condotti al Lazzeretto fuori della città, se ne chiuse la casa, e vi si rinnovarono le opportune precauzioni. Per tal modo non restò presa dalla peste quella città, benchè il male si fosse inoltrato fino a Mellara e Brigantino, e, passato il Po, fossesi recato al Ponte di Lagoscuro, e in altre ville, da Ferrara poco discoste. Gran parte del merito di tale preservazione si attribuì ad un proclama pubblicato in Ferrara, che costrigneva ognuno a denunziare tutto, che sapesse poter alla salute pregiudicare. Pur la città di Treviso, ancorchè tutta assediata, dal male, per merito di saggia provvidenza, e di buona ed assidua vigilanza, illesa si preservò; mentre Vicenza, Padova, il Polesine, il Friuli, e quasi tutti gli altri paesi d'Italia al Veneto dominio soggetti, erano in preda agli orrori della peste. A Vicenza penetrò il contagio nel Luglio del 1630, portatovi da Verona col mezzo di alcuni soldati fuggiti di là, e ricoveratisi nel territorio Vicentino. Quivi durò circa sei mesi, ed in questo spazio di tempo perirono entro la città di Vicenza da circa 11,000 persone, e oltre a 30,000 nel suo territorio. S'inoltrò poco dopo da più parti lo stesso male in Padova: «perchè furono poste le guardie a' confini del Vicentino infetto; ma queste erano malamente tenute con far anche supplire i ragazzi, e trovarsi talvolta gente a i passi, a cui bastava mostrare qualche buletta per passar oltre. Persone potenti da un'altra parte entravano per forza nel distretto Padovano, essendo in qualche paese le leggi come le tele di ragno, che fermano le mosche, ma cedono tosto a chi ha l'ali più vigorose. L'interruzion del commercio avea ridotta la città in secco di molte merci solite a condursi da Venezia, e in particolare di cordovani da scarpe, il che era di gran molestia. Fece un mercatante venire alquante balle d'essi cordovani da Venezia già infetta, e parte ne introdusse nel luogo della contumacia per farne lo spurgo, e parte fece furtivamente tirarli di notte su per le mura. Questi ultimi infettarono prima i facchini, e poscia ogni sorta di persone» (Murat. Gov. Pest.).
Padova restò illesa dal contagio fino al Settembre del 1630. Nel dì 15 ne comparve il primo segno; e 'l morbo vi si propagò lentamente fino al sommo grado ne' susseguenti mesi del Giugno e del Luglio dell'anno 1631, a tale che nel Luglio vi perirono da 3,529 persone. Tra esse vi si contarono parecchi professori e considerevol numero d'altri illustri soggetti, distinti per nascita, per merito, e per rinomanza. Non si può leggere senza orrore la descrizione dei fatti, che accompagnarono questa pestilenza.
Giunto il malore al sommo di sua ferocia, la Repubblica Veneta inviò a Padova il N. U. Alvise Valaresso in qualità di Provveditore Straordinario, quel medesimo, che s'era distinto cotanto nella peste di Verona; e vi giunse il dì 20 Luglio. Questo valentissimo uomo prese tosto con molto zelo e coraggio ad usarvi ogni pratica, ed ebbe il conforto di vedervi per le sue cure venir meno la violenza del male, di maniera che nell'Agosto non ne perirono, che 962 persone, e nel Settembre 226. Poco appresso il male vi cessò interamente, dopo avervi cagionate d'immense rovine.
Nel corso di questa malattia il delirio, non istrano nella peste, fu accompagnato da singolari effetti[23]. Diciassettemila persone vi restaron preda di morte.
Narra lo storico Nani che in tutto il sopraddescritto corso di pestilenza sono perite da oltre cinquecento mila persone ne' paesi d'Italia soggetti al Dominio della Repubblica Veneta.
A questo stesso tempo del 1630 si fecer sentire di grandi terremuoti in Napoli, e in altri luoghi del regno. Questi misero negli animi grande timore e spavento; maggior però ne aveva messo la peste, la quale, mentre menava strage crudele nella Lombardia, più volte manifestossi ai confini di quel regno (Giannone, Guerre Civili del Regno di Napoli T. IV. f. 264; Turella de Peste Italica lib. II; Fabroni de origine et causis pestilentis morbi Italiam infestantis; Muratori, Gov. Pest; Marian. de Peste Bononiens.; Fiocchetto della Peste di Torino dell'anno 1630; Tirelli della Peste di Badia del Polesine del 1631; Ragguaglio della peste di Milano del 1629 al 1632; Barba il Contagio di Padova del 1630-31; Imperialis Joannis Pestis Vicentiae anni 1630; Betera, Cavagnino, Gardini, Baldo, ec. ec.).
Così fu nella Toscana, poichè erano già corsi 103 anni, da che Firenze non era stata tocca da peste, cioè a dire dal 1527; nel qual anno aveva essa infierito viemaggiormente, giunto il numero de' morti fino a 500 al giorno. Nel 1630 poi, quando ardeva in tutta Italia, come s'è detto, il micidiale contagio, in Firenze si sviluppò nel Giugno dello stesso anno. Esso vi fu recato di Bologna, e vi serpeggiò occulto qualche tempo. Si dilatò poi più apertamente in parecchie famiglie. Atterrita di ciò la città per le frequenti e rapide morti, «spesso avanti il Magistrato si teneva gran parlamento dai medici, e facevansi lunghe consulte, se era peste, o no: alcuni di certo affermavano essere, altri negavano, nè per vaghezza di contraddire, ma perchè così credevano, e in questo modo la città tutta si divise in due opinioni. Un inconveniente ne nacque, che sentendo intanto la plebe, e 'l minuto popolo che medici solenni, ed uomini savj affermavano esser mali consueti, non prendevano guardia di loro medesimi visitando gl'infermi, e addimesticandosi con chi gli maneggiava, e così spesso davano nella rete» (Rondinelli Relaz. del Contag. 1630 ec.).
I progressi dello sterminatore contagio non lasciarono più dubbiosa la lite. Nel Settembre di detto anno fu al sommo suo grado di fierezza e di forza, e durò questo strazio a tutto il Novembre. Nel Gennajo 1631 fu istituita la quarantena generale e di essa ottimi effetti se ne ottennero. Minorò tosto la violenza del male, e nell'Aprile era ridotto alla sua declinazione, sicchè in Agosto era quasi libera la città, e nel Settembre si considerò cessato.
Nel 1633 vi ripullulò, ma con poco triste conseguenze. Il Rondinelli, quantunque non fosse medico, ci lasciò la sovrallegata Relazione di quella pestilenza (Fiorenza per Gio. Battist. Landini 1631, in-4.to), nella quale fece la sposizione dei sintomi, e dell'andamento del male con tale impronta di verità e di chiarezza, che reputo possa tornar utile di qui riportarne uno squarcio, perchè serva a far concepire sempre più chiara l'idea di questa terribile malattia. Egli dunque così dice (l. c. f. 30 e segg.) »Che che sia di questo, sono già molti anni che la Toscana mediante la grande sterilità della terra ha patito questo flagello della carestia, che è stata occasione, al parer di alcuni medici, della peste, alla quale ha disposto i corpi a poco a poco col cattivo nutrimento, e con i patimenti tanto nel mangiare, quanto nel bere, et in altre cose necessarie per il sostenimento della vita, onde essendosi radunato in molti una gran massa di mali umori, dai quali restata soprafatta la natura, nè li potendo vincere, è venuta a generarsi in essi una straordinaria putredine, che da lontano e per ogni piccola occasione ha presa la peste, la quale cominciava con febbri putride, acutissime, e continue, senza manifesta accessione, e di pessima natura, accompagnate da maligni accidenti, come buboni, e carbonchi, i quali, o tutti e due insieme, o l'uno, o l'altro separatamente, in ciascuno apparivano i buboni per lo più fra la coscia, e 'l corpo, pochi sotto l'ascelle, pochissimi dietro all'orecchie; i carbonchi in diverse parti; ad alcuni dopo la febbre sopraggiugneva il delirio; molti avevano sete ardente, con la lingua asciuttissima; il dolor di testa era quasi comune a tutti, ed al principio dell'infermità, col sentirsi fra le ciglia acutissimo, accompagnato a molti da vomito, il polso ineguale, inordinato, e debolissimo. La cagione interna del male era la putredine degli umori, che si ritrovavano dentro le vene grandi, vicine al cuore, ed era così eccedente, che acquistata la natura del veleno, dissipava, e consumava gli spiriti, strumenti delle facoltà principali; onde venivano cagionati i supraddetti accidenti, ed alla maggior parte una morte precipitosa, che seguiva per l'ordinario dentro al settimo giorno, ed a qualcheduno dentro al quarto. S'è osservato, che coloro, i quali presto ricorrevano a' rimedi, per lo più guarivano; pochissimi di quelli, che hanno passato il settimo giorno, sono morti; quasi niuno, aperto il bubone, e cominciata la sequestrazione del carbonchio, è perito; e molti ancora sono risanati, a i quali i buboni si sono risoluti, e svaniti. Quanto ai rimedi, si è veduto per esperienza che nel principio del male, mentre l'ammalato aveva buone forze, quelli a chi si cavava sangue, la maggior parte guarivano, se bene già era apparito o il bubone, o il carbonchio, con questa eccezione però di farlo parcamente, e molto meno di quello, che per l'ordinario si farebbe, con aver riguardo non solo alle forze presenti, ma alle future, così sfuggendosi il danno, che dalla debolezza potrebbe avvenire».
In tal circostanza il Gran Duca di Toscana Ferdinando II, con chiaro esempio di coraggio e di paterno affetto, si mostrò particolarmente sollecito della salute e del bene de' suoi sudditi travagliati cotanto dal pestilenziale flagello. Scorreva egli, ora a piedi ed ora a cavallo, con magnanimo ardimento le contrade e le vie della città, pur quando la peste era nel suo forte, informandosi dei bisogni delle famiglie, e della maniera, con cui erano eseguiti i suoi ordini, e mantenute le discipline e precauzioni della Sanità. Tanto sollecita vigilanza tornò sommamente utile a quella popolazione. Pagò egli del suo le spese della quarantena generale, che importò da circa 160 mila scudi. Ad oltre 35 mila montava il numero di quelli, che si pascevano alle pubbliche spese, e, quello ch'è sorprendente, la mattina in sole due ore si distribuiva il vitto per tutta la città. In questa peste si usarono molto le unzioni coll'olio, coll'olio di mandorle, di gigli, di carabe, ec. come rimedio, e come preservativo; e, per quanto si può raccogliere, appare ciò essersi usato utilmente. I monasteri delle monache entro la città tutti si sono conservati sani, eccetto santa Maria sul Prato; non così fu dei conventi de' frati, de' quali niuno rimase intatto. I luoghi, dove il male assai incrudelì, furono le estremità della città, siccome quelle che sono abitate da povere genti. Quindi la strage maggiore del male fu nel popolo minuto, ne' poveri, e nelle donne. Dei nobili sono morti pochissimi; poichè a soli venticinque toccò l'estremo infortunio nel corso di diciotto mesi; quantità minore di quella, che in pari tempo suol morire di male ordinario.
Notarono i medici, e gli storici di questa pestilenza, certe varietà nel corso e negli effetti della malattia in tutto il suo stadio; e così i miglioramenti e' peggioramenti. Questi all'influsso della luna piacque ad essi di attribuire; la quale virtù dei moti lunari sulla peste è stata da molti autori, anco de' più accreditati, apertamente accordata in altri casi di peste. Osserva il Rondinelli, che nel principio del male sotto il plenilunio peggioravano i malati, e succedeva un maggior numero di nuove infezioni; e nella luna decrescente all'incontro miglioravano, e ne succedeva assolutamente il contrario verso la fine del male.
Intorno all'influsso, attribuito alla luna in tempo di peste, sono state scritti appositi trattati in varie opere. Vedi de Influxu Lunae tempore pestis.
Tra i preservativi più accreditati in questa pestilenza, «usavasi pigliare della triaca, delle pillole di rufo due o tre volte la settimana; chi si ungeva il cuore, e i polsi avanti si vestisse con l'olio contra veleno, e fu usitato assai l'olio di carabe, ungendosi le narici, portandosene in un vasetto per odorare; quasi ognuno teneva in mano una palla di ginepro bucata, ove si metteva della canfora, ovvero una spugnetta con aceto, o olio contra veleno, carabe, o cose simili; altri tenevano in bocca del zolfo sodo, o mirra, e molti la pietra giacinto, oppure legata in qualche anello, in modo che toccasse la carne, per esserci opinione, che questa pietra abbia un'occulta proprietà contro la peste; la maggior parte adoperava quella usitata ricetta di pigliar ruta, fico secco, noce, e sale, segreto, sebbene comune, antico, e che fu trovato da Lucullo fra le scritture di Mitridate». (Rondinelli Relaz. del Contag. stato in Firenze l'anno 1630 e 1633; Righi Alexand. Histor. morbi contagiosi, qui Florentiam depopulatus est anno 1630). Così pure la città di Livorno fu allo stesso tempo fieramente travagliata da pestilenza, ed altre molte città d'Italia, oltre le già menzionate; sulle quali troppo lungo sarebbe entrare in ulteriori particolarità[24].
A. dell'E. C. 1632. In quest'anno 1632, secondo il Lebenswaldt, si manifestò la peste in molti luoghi della Germania[25]; poi nel 1633 incrudelì fieramente nella Slesia, e n'andò pur afflitta la città di Vienna, dove il numero de' morti giunse a circa 600 alla settimana; e fino a mille in Norimberga. Pressochè altrettanti ne morivano in Augusta, soggetta nello stesso tempo al doppio flagello della peste e della fame. Ma nel 1634 la stessa pestilenza travagliò la Sassonia (Lebenswaldt, Adami, op. cit.). Così nel 1635 la peste infierì a Francfort sul Meno. Di questa peste scrisse partitamente Lodovico Honing Würg-Engel, e qualche saggio ne dà la Collezione, intitolata Wiennerische Pestbeschreibung und Infectionsordnung, p. 16.
A. dell'E. C. 1635-36-37. A questi anni la peste si sparse per tutto il Belgio, e nella maggior parte della Germania Superiore; ma più di ogni altra Provincia travagliò la Gheldria, e particolarmente Nimega nel 1636. Questa peste è quella celebre, che descrisse il Diemerbroek nel suo copiosissimo trattato de Peste, nel quale oltre a molte sue utili osservazioni ci ha lasciato descritte cento storie di peste.
Ecco il sunto della storia di quella peste summenzionata. La primavera dell'anno 1635 fu tiepida e moderatamente umida. Vi susseguitò una state caldissima e secca, dominata quasi costantemente da un'aria sciroccale e spesso soffocante, senza che mai alcun altro vento spirasse. Vi si osservarono nell'atmosfera frequenti fenomeni celesti straordinarj; spessi fulmini sotto un cielo, sparso appena di nubi, anzi quasi del tutto sereno. L'inverno fu tepido e umido. Vi ebbe massima e quasi incredibile copia d'insetti, quale non fu veduta giammai; zanzare, farfalle, scarafaggi, calabroni, e soprattutto un'immensa quantità di mosche e di moscherini di varia spezie, a tale che l'interno delle pareti era tutto coperto di loro, ed in alcuni siti l'aria era infoscata da i nuvolosi corpi d'insetti[26]. La quantità degli uccelli, soliti ad abitar la campagna, si fece molto minore, e, ciò che più sorprende, gli uccelli, avvezzi alle gabbie domestiche, morivano due o tre giorni, prima che si appiccasse la peste agl'individui delle respettive famiglie. Gli aborti erano frequentissimi; e qualche tempo, prima che si manifestasse la peste, vi dominavano morbi di maligna indole, come il vajuolo, i morbilli, le dissenterie maligne, le febbri puerperali, le putride nervose, o tifiche, e simili, e ciò con grave mortalità: le quali cose presagivan già presso maggiori disgrazie. La peste si manifestò da prima a Leyden, e vi uccise più di venti mille persone; si propagò nella Gheldria; e nel Novembre del 1635 si accese a Nimega. Quivi s'accrebbe d'assai nei mesi di Gennajo, Febbrajo, e Marzo; e nell'Aprile pervenne al suo più alto grado di ferocia. Proseguì poi collo stesso furore sino al finir dell'Ottobre. In quello spazio di tempo imperversò di sì fatta guisa, che in tutta la città non vi ebbe casa, che fosse restata immune dal contagioso eccidio. Innumerevole quantità di persone cadeva per tutto sotto la falce di morte; e le più luttuose scene ed orrende ad ogni istante in parecchie parti si rinnovavano, non cedendo la ferocia del male a nessun rimedio o preservativo. Vi cominciò poi a diminuirsi l'intensità del morbo nel Novembre del 1636. Acutissimo improvviso freddo, avvenuto circa la metà del Febbrajo 1627, ne la spense del tutto; sì che nel Marzo ne fu intieramente libera la città, non però la campagna, ed altri circonvicini paesi, specialmente la diocesi di Utrecht e di Monforte, continuando ad inferocirvi tutto l'anno 1637. Il numero degli abitanti, morti di questa pestilenza, non saprei dire precisamente qual fu, poichè nol rinvenni indicato; e mentre uomini, donne, e fanciulli di ogni età e condizione venivano o in poche ore o improvvisamente tratti a morte dalla violenza del male, i vecchi ed i cachettici n'andavano per lo più immuni. Il Diemerbroeck, medico celebre e dotto filosofo, che si trovava a quel tempo con molta pratica in Nimega, continuandovi generosamente l'esercizio dell'arte sua a gran numero di appestati, e poveri e ricchi, quanto vi durò il male, si giovò di quella trista occasione per farne le più esatte osservazioni; delle quali poi arricchì l'opera summenzionata. Eccone il sunto, dico di quelle sue osservazioni pratiche.
Due o tre giorni avanti il novilunio ed il plenilunio la malattia si esacerbava costantemente; e se ne accresceva il numero degli appestati. In tal ricorrenza di tempo l'invasione del morbo era fiera e violenta, e la morte ne succedeva nello spazio di poche ore. La malattia alcune volte incominciava e finiva senza febbre; in alcuni poi, e non pochi, incominciava benissimo senza febbre, ma poco appresso gli soppravveniva, e in molti si sviluppava con leggieri brividi, ai quali teneva dietro la febbre, talora ardente; ma per ordinario la febbre n'era moderata. Le donne incinte, prese dalla peste, abortivano e perivano quasi tutte. Le non appestate, che partorivano felicemente, e al loro termine, se contraevano il contagio, coi loro infanti perivano pur esse. Agli uomini, adulti, o sposi, poco abituati nella voluttà, e che vi si abbandonavano, s'appiccava il morbo subitamente, e ne morivano fra due o tre giorni. Alla peste s'univano sempre l'altre malattie, che si dicono intercorrenti; per modo che in tutto quell'anno non si videro mali di altra natura, o non accoppiati colla peste. La morte ordinariamente ne succedeva avanti il settimo giorno dallo sviluppo. Molti rapidamente morivan nel primo giorno, altri nel terzo o nel quarto, la massima parte nel quinto o nel sesto. Ne' malati, che oltrepassavano il settimo, restava speranza di guarigione. Per altro alcuni si vider morire nel dì ventidue; ed altri nel ventottesimo giorno.
Sintomi.
Febbre, perturbamento, smania, agitazione della persona, ansietà considerevole, calore interno per lo più grande, cefalalgia (ossia dolor di testa) gravativa, rare volte acuta, terrore, delirio, e spesse volte delirio frenetico, sussulto di tendini, e quasi leggiere contrazioni muscolari, veglia continua in alcuni, sopore profondo in altri, offuscamento della vista, amaurosi, sufolar degli orecchi, e talor sordità, secchezza di lingua, che diventava, rare volte, nera, alito e sudori fetidi, graveolenti, frequenza di sincopi, polsi ora forti e pressochè naturali, ora deboli, frequenti e ineguali, emottisi (ossia sputo di sangue), piccola tosse secca, sete, inappetenza, dolor violento all'epigastrio, o allo scrobicolo del cuore, nausee, vomiti, diarree di materie crude, e fetenti, di odor cadaverico, talvolta miste con vermi, singulto, orine ora naturali, ora crude, ora sedimentose, or cariche e torbide, in alcuni anche sanguigne, qualche volta varie nel corso della medesima giornata; prostrazione, abbattimento estremo di forze, ed impotenza al moto fin dal principio del male, in altri robustezza, esaltamento di forze fino alla morte; calore esterno ardente, acre, in alcuni naturale; il colore del viso in alcuni pallido, in altri quasi erisipelatoso, nella maggior parte però poco dissimile dal naturale; petecchie, e macchie per lo più paonazze, livide o nere, rare volte rosse, ora picciole, ora larghe, quasi sempre perfettamente rotonde, ora in una sola parte del corpo, ora sparse su tutta la persona, sopravvenienza di carbonchi, buboni, o tumori agl'inguini, alle ascelle, alle parotidi, e ad altre glandule escretorie.
Segni di buon pronostico.
Erano segni di buon pronostico la costipazione del ventre nel principio e nell'aumento del male, e fino alla sua declinazione, la comparsa dei buboni alle glandule secretorie accompagnati da dolor moderato, ed il facile passaggio dei buboni stessi a suppurazione; ma il più presto comparir de' buboni era il più fausto indizio di guarigione. Era pure di buon presagio, se i buboni, o tumori glandulari, dal lor principio eran duri, e, a guisa di tendine rigidi e bislunghi, andavano a poco a poco crescendo con dolor tollerabile, e specialmente, se crescendo, conservavano la loro durezza. Pur segni di buon pronostico tenevansi gli antraci, che comparivano sul principio del male, e nelle parti carnose; e finalmente la lingua umida, e vaporosa la pelle.
Segni gravi.
Gravi segni, e minaccianti funesto fine, erano le urine torbide; ma parecchi pur con essi si sono salvati, mentre altri molti mettendo urine affatto naturali contro ogni aspettazione morivano improvvisamente, e non di rado senza l'apparenza di gravi sintomi. Il vomito era pur grave segno, e per lo più molestissimo. Molti infermi erano travagliati dal vomito fino alla morte. Ad altri molti, prendendo per tempo convenevol rimedio, riusciva felicemente di arrestarlo. La comparsa della diarréa minacciava gravissimo pericolo, ed uno infra cento ne campava appena di quelli, ne' quali insisteva la diarréa. Le menstruazioni, che sopraggiungevano dopo lo sviluppo della peste ancorchè scoppiassero nei giorni critici, erano sempre molto pericolose, e nella maggior parte mortali. Se poi accadevano fuori delle giornate critiche, uccidevano certamente. Le donne gravide, le puerpere, e quelle, che avevano abortito, s'eran prese dalla peste, che spesso accadeva, versavano in gravissimo pericolo, anzi d'ordinario morivano. Se dattorno ai buboni, o tumori glandulari duri, si formava un cerchio di diversi colori a guisa d'iride; se comparivano i carbonchi sopra le parti glandulari; se manifestavansi antraci alle dita dei piedi o delle mani, e specialmente sopra la spina del dorso, era cosa di pessimo indizio. I carbonchi, tardi allo spiegarsi, i ricorrenti, ossia quelli che ora scomparivano, ora si riproducevano, così pure i carbonchi, che apparivano in copia, eran per lo più di funesto presagio. Le petecchie e le macchie, se erano di color rosso, costituivano bensì un sintoma grave, ma pur qualcheduno pur con esso se ne salvava; non così s'erano paonazze, livide, o nere, colle quali perivano tutti.
Quelli, che erano presi nel periodo di luna nova, o nel plenilunio correvano molto maggior pericolo; così pure allor quando la peste invadeva l'individuo dopo un forte accesso di collera, dopo gli eccessi venerei (come s'è detto), o dopo aver sofferto grave terrore, in confronto di quelli, che venivano affetti dal contagio senza tali precedenze. Il sopore nel principio del male era sempre indizio di grave pericolo. Il polso naturale era un segno molto fallace e pericoloso. Così il delirio, l'emorragia dal naso, avvenuta nei giorni, che diconsi decretorj; la lingua nera e secca, tutti cotesti segni minacciavano l'estremo caso.
Segni mortali.
I segni poi, che presagivano sicura la morte, erano l'alito fetido, l'odor cadaverico, la pleurisía epigenomena o precedesse o seguisse subito dopo l'invasion della peste, la tosse secca, la difficoltà di respiro, lo sputo di sangue, il dolore puntorio al petto, al fegato, alla milza, alle reni, all'utero, alla vescica, il singulto, a cui costantemente succedeva poco dopo la morte; lo sternutire, le degezioni alvine miste di sangue, le urine oleose, nerastre, sanguigne, o scure con un sedimento livido, o nerastro, l'uscir del sangue per le vie urinarie, comunque ciò avvenisse, era sintoma di certa e vicina morte. Se i fonticoli e cauterj, che molti qual mezzo di preservazione s'erano fatto aprir nelle braccia o nelle gambe, diseccavansi nel principio del male, era pur segno di certa e vicina morte. Segni mortali erano parimenti i tumori alla gola e alle parotidi; che nello spazio delle prime dodici o ventiquattro ore crescevano grandemente, ed erano molli a guisa di un tumore pieno d'aria con infiammagione, o senza; i buboni, che si dileguavano improvvisamente, le petecchie nere, paonazze o livide, o verdognole in qualunque periodo del male comparissero. Le mutazioni critiche, che accadevano nel sesto giorno; grande prostrazione di forze nel principio del male; frequenti lipotimíe, e violente palpitazioni di cuore, i polsi intermittenti, il tremor delle mani e della lingua, il sussulto dei tendini, le convulsioni, i dolori della gola senza tumori, nè afte, nè secchezza della bocca, nè altra manifesta causa; e finalmente l'afonia o perdita della voce, e l'amaurosi.
I medici, ch'ebbero occasione di versar nella peste, e di esercitarvi l'arte loro, potranno di leggieri conoscere l'importanza e l'utilità delle sopraccennate osservazioni.
Governo dietetico e curativo.
Dieta sana, e di facile digestione, vino generoso, coraggio, ed ilarità, dar bando al timore ed alla tristezza, i vescicatorj, i sudoriferi, le bibite acidule, la teriaca, la canfora, gli assorbenti, l'acqua teriacale, gli elisiri alessifarmaci, i sacchetti di sabbia calda applicati a' piedi, alle ascelle, all'anguinaia, finalmente il purificare e 'l disinfettare gli appartamenti formavano il governo, e la regola dietetica e curativa di questa malattia.
Le cavate di sangue erano assolutamente mortali, i purganti pericolosi, ed i vomitatorj cagionavano uno sconcerto, ed una mortale perturbazione in tutto il sistema vitale (Diemerbroeck de Peste Neomagensi etc.).
Desidereranno molti di sapere, dice il Diemerbroeck, come io mi sia regolato, durante questa pestilenza, e come abbia potuto preservarmi dalla malignità di sì fiero contagio, mentre che io usava in tutte le case infette, e visitava indistintamente qualunque malato, trattenutomi in somma per tanto tempo in mezzo di tanto grande corruzione pestilenziale. Passa egli quindi a descrivere divisatamente il metodo di vita da esso tenuto con felice successo, e di quali mezzi preservativi siasi pur esso giovato. Nè sarà forse discaro a' lettori saper cosa, che potrebbe anco tornare loro, una volta o l'altra, assai utile; ed è, come soggiungo. Cessava egli attentamente ogni violenta commozione dell'animo; viveva intrepido, non però dispregiando i pericoli nè la morte; con eguale franchezza, e coraggio entrava nelle case infette, e nelle non infette, e visitava egualmente volentieri i poveri che i ricchi senza eccitamento di lucro, nè avidità di guadagno. Come cercava di fuggire attentamente la paura, così schivava la collera, e la tristezza. Che se accorgevasi di essere conturbato (il che era facile ad avvenire in que' tristissimi tempi) procurava di esilarare lo spirito, e di confortare il cuore, usando di poco e di generoso vino; perchè tosto ne dissipava da se ogni tristo umor melanconico. E quantunque avesse egli proibito agli altri il sonno meridiano, pure, essendo egli stanco del continuo moto e delle molte sue fatiche, dopo il pranzo dormiva un sonno di un'ora. Riguardo al vitto usava di buoni cibi leggieri, di facile digestione, esattamente astenendosi da quelli, che aveva in altri riconosciuti nocivi, quali erano le carni del porco, e quelle del pesce acciuga. La birra ordinaria, il vino bianco, tenue, o mediocre, erano la sua bevanda, e ne usava talor sino al sentire in se ilarità, non mai ubbriacchezza; si guardava da ogni pienezza di ventre, non però scorrevole, sì che gli bastava andare non più di una, o due volte il dì. Nell'intervallo della settimana, prima di coricarsi prendeva una delle pillole, che dicevansi antipestilenziali, composte di aloe (part. iij.) di mirra (part. ij.) di croco (part. j.) impastate col vino aromatico. Anche giovavasi d'altre pillole, le quali, oltre degli accennati ingredienti, d'altrettali, e assaissimi eran composte. Di buon'ora visitava i malati non potendo per debolezza dello stomaco prender cibo, nè bevanda; ed usava solo di masticare alcun poco di cannella. Due ore dopo, cioè circa alle 6 del mattino, prendeva in picciola dose triaca, o diascordio, o un po' di corteccia d'arancio condita, e per lo più mangiava alcuni pezzi di radice pur condita d'elenio. Alle otto incirca faceva colezione di burro fresco, formaggio, e pane, soprabbevendovi della birra. Verso le nove beevasi un bicchiere di buon vino, nè ciò ogni dì; e alle dieci incirca usava d'una dose del fumo di tabacco, di due o di tre subito dopo il pranzo, e a un dipresso così faceva dopo la cena, e altre volte ancora secondo occasione. E ciò era egli solito di fare per assoluto, tosto che entrato ad un infermo di peste, o in qualsiasi stanza, ne sentiva alterazion di fetore: dappoichè egli teneva il buon tabacco, sì come uno de' più principali preservativi contra il contagio, per modo ch'egli, al tutto fidando nell'efficacia del tabacco, non usò mai d'altri preservativi. Cessato il bisogno, ne abbandonò l'uso[27],
Negli stessi anni 1636-37 v'ebbe pur fiera peste nel Brandemburghese, e in varie terre e paesi del regno, dove, per la copiosa quantità de' morti restando insepolti d'assai cadaveri, narra lo storico esserne andati consunti dalle fiere (Lebenswaldt; Adami, op. cit.).
Oltracciò a que' tempi crudissima fame desolava Francfort e le Provincie Renane; a tale che è incerto, se più dalla fame o dalla peste sieno periti quegl'infelici abitanti (Eman. Gomez de Pestilent. Plemp. Vopisc. Fortunat. de Fundament. Medicinae etc.).
Nel 1636-37. In Londra v'ebbe pur fiera e desolatrice pestilenza, secondo il Papon, ed il Lebenswaldt (Op. cit.).
A. dell'E. C. 1638. In quest'anno fu peste nella Livonia; ma pur ancora è incerto, s'ella sia stata vera peste, o sì veramente una malattia epidemica, a cui avesse dato cagione l'estrema fame, donde allora andò afflitta quella provincia, originata da un'immensa copia di vermi di specie particolare, che distrusser le biade. (Lebenswaldt, ec.; Adami, op. cit.; Hering, Honor. de Peste).
A. dell'E. C. 1640. Peste in quest'anno a Marsiglia, ed in altri luoghi della Provenza (Murat. Gov. ec; P. Maurizio da Tolone, Tratt. Polit. da praticarsi in tempo di peste, ec.).
A. dell'E. C. 1644. In quest'anno la peste maltrattò fieramente la città di Vienna; perchè vi si videro rinnovate quelle terribili sciagure di danno, e di orrore, che sono le solite conseguenze di questo flagello (Managetta, e de Sorbait Pestbeschreibung, und Infecktions Ordnung p. 18. Ed. an. 1763.).
Nel successivo anno 1645 si propagò la peste in più luoghi confinanti coll'Austria; fra' quali alcuni della Stiria, dove fece di orrendi guasti. In tale occasione si pubblicò il rinomato Regolamento intorno la peste: Constitutio Edictalis Ferdinandi III.
A. dell'E. C. 1647-48. Nel mille seicento quarantasette un bastimento carico di cuoj, e di altre pelli, proveniente da Algeri, portò la peste in Valenza, città della Spagna, celebre a quel tempo pel suo commercio. Da principio il contagio non si manifestò che fra i calzolaj, indi fra quegl'individui, i quali con essi avevano traffico, finalmente si diffuse in tutta la città, e nella provincia; a tal che Valenza fu ridotta ad uno stato di compassionevole disertamento. Vive ancora tra' Casigliani la memoria di tanto grande sciagura.
Il feroce desolator contagio dopo aver tutto devastato il territorio di Valenza, durante il 1647, s'insinuò l'anno vegnente 1648 verso l'Occidente, ed invase da prima nello stesso regno di Valenza la città di Elche, la quale s'era fin allor preservata. Quindi si propagò ad Orihuela, in Alicante, a Mesquinenzia, a Cartagena, a Siviglia, e a Cadice. Da Cadice passò colla flotta Spagnuola all'Indie Occidentali. Dalla parte d'Oriente si propagò a Tortosa, a Barcellona, a Girona, ed in tutta quasi la gran provincia di Catalogna, dove unita alla guerra fece particolarmente grandissima strage. Si conserva ancora vivissima tra quelle popolazioni la dolorosa memoria di così fiera calamità, la quale importò alla Spagna la perdita di più di 200,000 persone, parte vittima del pestilenziale flagello, che, dove più, e dove meno, imperversò per tutto quel regno, parte dalla carestia, che le susseguitò (Gastaldi de avertenda et profliganda peste; de Burgos Alonzo de la peste, Corduba 1631; Villalba, épidémiologie d'Espagne; Romani, Ricordi sulla Peste, ec.).
A. dell'E. C. 1649. In quest'anno vi fu crudelissima peste in Aix, in Arles, in Marsiglia, e in quasi tutta la Provenza. Essa vi fece di molte stragi, specialmente a Marsiglia, dove qualche mese appresso rigermogliò[28]. Anche in questa circostanza di peste si segnalò l'eroica pietà de' PP. Cappuccini, i quali con generoso ardimento si diedero in buon numero all'assistenza spirituale degli appestati, rimasti essi poi quasi tutti vittima della cristiana lor carità[29] (Murat.; P. Mauriz. da Tolone, op. cit.).
In quest'anno stesso la Dalmazia, e specialmente le città di Sebenico, e di Zara furono crudelmente travagliate da una pestilenza delle più desolatrici.
A Zara il micidiale contagio si manifestò il giorno 6 Giugno del 1649. Vi uccise gran quantità di persone del basso popolo, quasi tutti gli artisti, da circa ottanta nobili e cittadini; e moltissimi borghigiani. Nell'Ottobre di quell'anno si diè fuoco a tutto il borgo Zaratino al confine di s. Grisogono. Il libero passaggio vi si è aperto, solo il dì 2 Febbrajo del 1650; e in rendimento di grazie per la cessazione della peste vi si fece solenne processione colla statua di s. Rocco. Quelle case, che non furono arse e distrutte, durante il contagio, sono state rovinate dalle milizie nel tempo degli espurghi, che, come dicono gli storici, vi furono fatti con assai di sevizie. Al borgo in sul confine di s. Giovanni si apprese il fuoco nel tempo dei detti espurghi, e vi s'incendiarono 128 case, oltre molte altre, le quali si decretò dal Magistrato di Sanità, che fossero abbruciate (Johann. Tazlinger in suis memoriis; Documenti in Pergamena, esistenti nell'Archivio di s. Domenico; Capsula Testamentorum obsignata T.; Sjmeon Braicevich in suis Actibus Notarialibus; et Liberculus de Peste Jadrensi an. 1650, esistente nell'Archivio di Giovanni Bonaricordi).
Ancor più fiera fu la peste, che nello stesso anno 1649 desolò la città di Sebenico. Essa si manifestò il dì 8 Giugno di quell'anno. Carlo di Casimiro Venanzio, testimonio oculare dell'orrendo flagello, ci lasciò manoscritta una memoria di questo contagio, che fu certamente uno dei più feroci, che abbia afflitto la Dalmazia. Registrò egli in essa il nome di tutti gli estinti; e vi ricorda che a più di 6,000 persone toccò di morire in Città, non compresi i soldati, de' quali vi perirono più di 800; e soggiugne che de' Morlacchi, morti in quella peste, non si può sapere precisamente il numero, non essendone stati tenuti i registri, dacchè morirono la più parte in campagna e nei lor casolari. Sembra però che sul numero degli estinti il tutto s'accordi, con quanto ne riferisce il Farlato[30]. Il contagio durò sette mesi, e terminò nel Gennajo 1650 dopo aver portato lo sterminio della città. In fatti a poco più di mila si ridussero quegli abitanti, e da quel tempo Sebenico non s'è mai più ripopolato, com'era. In sul finir di quel secolo ne giunse il numero a quattro mila, e questo numero non vi s'è giammai oltrepassato. Si scorgono ancora in quella infelice mia patria gran quantità di case, ed intere contrade affatto disabitate e deserte, ridotti ornai gli edifizj e le fabbriche in istato rovinoso, e le più a semplici vecchi muracci. Furono fatti in quella circostanza di atroci spogliamenti, non solo nelle case delle famiglie più agiate, ma fin anche del Santo Monte di Pietà, e del pubblico Fondaco; sì che a circa due milioni di ducati si calcolò il valore degli effetti in tal occasione rubati dalla milizia, che si trovava colà di presidio, avendo chiuso gli occhi su tali eccessi, o secondatisi forse pur anco da coloro, in cui potere, per autorità ed uficio, stava il raffrenarli, e impedirli, cosa non rara a farsi in simili avvenimenti di comune disastro. (Carlo Venanzio, Memoria sul Contagio di Sebenico dell'an. 1649; Daniel. Farlat., Illyric. Sacr. Tom. IV. pag. 458.).
A. dell'E. C. 1650. Dalla Spagna citeriore venne trasportata la peste nella Sardegna l'anno 1650. Ivi si propagò rapidamente, e fece crudele scempio di tutto quel regno per lo spazio di cinque interi anni. Quell'isola ne fu così malconcia, che non si ristorò giammai delle sue rovine. Vi sussistono anche a' nostri dì monumenti tristissimi di sì calamitoso infortunio. (Gastaldi; Papon., op. cit.; Ozanam, Maladies Epidémiques ec. Vol. V.).
A. dell'E. C. 1651. Secondo il Lebenswaldt atroce peste incrudelì in quest'anno nell'Alsazia, nella Svezia, e nella Polonia; e nel 1653, secondo lo stesso autore, v'ebbe peste nel Territorio di Prussia.
A. dell'E. C. 1654. Il Boyer, medico della marina a Tolone, in alcune lettere sopra la peste, scritte nel 1700, assicura, che nel 1654 il contagio fece di molte stragi in Arras o Arrazzo, grande città de' Paesi Bassi nella Contea d'Artois.
A. dell'E. C. 1654-55. Peste in Russia ed in Danimarca nell'anno 1654. Si legge nella terza centuria del Bartolino (Thom., Histor. Anatom. rarior, cent. VI) che al principio della primavera 1654 la peste si manifestò a Copenhagen, e vi uccise nove mille persone. Ve la portarono certi vascelli Olandesi, che vi ritornavano da Riga, col carico di biade, canape, e lino, rifugiatisi nel porto di Copenhagen per isfuggire la flotta Inglese. Alcuni marinai, attaccati dalla peste, si allogarono nello spedale di quella città, e vi morirono. Esposte al sole le loro vesti, ad alcuni fanciulli, che le toccarono, s'appiccò tosto il contagio, il quale si propagò poi nella città e ne' suoi dintorni. Questa pestilenza fu più funesta ai giovani, che ai vecchi. Essa si annunciava con un violento parossismo febbrile, conseguitato poscia da un dolore eccessivo alle parti dorsali ed alla testa, accompagnato da pur acuto dolore, che talora estendevasi anche alla gamba sinistra. In seguito vi comparivano gli esantemi, sopravvenendovi le idatidi sotto la pianta dei piedi; ed i malati si morivano il terzo giorno. Quando i buboni passavano alla suppurazione, davano speranza di guarigione. Alcuni malati presi da furioso delirio correvano a precipitarsi nel mare; altri si davano la morte, in altro modo uccidendosi, o col ferro, o col laccio. I così detti alessifarmaci, e soprattutto l'elisire antipestilenziale di Ticon Brahe, furono i soli rimedj, donde ne sia venuto qualche buono effetto. Nella Russia poi, se si vuol prestar fede allo storico Lebenswaldt, più di cento mila persone son morte di questa pestilenza. (Lebenswaldt Pestchronik ad h. an.; Barberet abhandlung über die epidemischen Krankheiten des Viehs §. 19. Ozanam, histoire Médical des Maladies Epidémiques et Contagieuses, etc. T. V.).
In quest'anno vi fu pur peste a Vienna. (Sorbait Paul. in Oper. ejusd. Med. cap. 9.)
A. dell'E. C. 1656. Dalla Sardegna la peste passò a Napoli, e, di là serpeggiando, attaccò la spiaggia dello stato del Papa, penetrò a Roma ed a Genova, ed in altre parti d'Italia, e vi fece d'immense stragi.
Della peste di Napoli, che fu una delle più terribili, che abbia mai afflitto l'Italia, piacemi di soggiugnerne la descrizione, che ce ne ha data l'illustre storico Giannone, risguardandola come uno squarcio dei più istruttivi, che s'abbia sulla storia nell'argomento della peste.
Descrizione della Peste di Napoli dell'anno 1656.
Giannon. Stor. Civil. del Regn. di Napoli.
«Dopo tanti e così lagrimevoli avvenimenti, dopo tante miserie e sciagure, perchè nulla mancasse, si vide in quest'anno 1656 il regno miseramente afflitto da una crudele e mortifera pestilenza. Non eran bastati i tanti sconvolgimenti e sedizioni, le tante afflizioni cagionate da fiere guerre, o da' timori di quelle ch'eran peggiori, le scorrerie de' Banditi, le invasioni de' Turchi, le carestie ed i tremuoti: che per ultimo eccidio, fu duopo soffrir anche quest'altro pestifero flagello, così spietato, che non si legge aver altrove portato, in così breve tempo, tanta strage e ruina. Quella che si soffrì in tempo della guerra di Lautrech durò quasi due anni, e si tenne conto che non avea ammazzato più di sessantamila persone: questa, in men di sei mesi, disolò le province del regno, e ridusse la Metropoli in cimitero, con morte intorno a quattrocentomila de' suoi cittadini. Da molto tempo, che l'Isola di Sardegna era travagliata di pestilenza, e per ciò non meno dal conte di Castrillo, che dagli altri Vicerè suoi predecessori s'eran pubblicati severi bandi, proibendo ogni commerzio; ma capitato nel nostro Porto un Vascello procedente da quell'Isola carico di soldatesche, o sia per trascuraggine de' Guardiani del Porto, o perchè, in vece delle patenti di Sardegna, si fossero esibite quelle di Genova, ovvero, che per non trattener le soldatesche fosse così stato eseguito con particolar ordine del Vicerè, gli si diede pratica. Non tardò guari, che ammalatosi uno de' sbarcati, condotto nello Spedale dell'Annunziata in tre giorni se ne morì, apparendo nel suo corpo minute macchie livide; poco da poi un che serviva lo Spedale, assalito da un capogiro in ventiquattro ore spirò; e poco appresso spirò anche la madre. Attaccatosi il malore nelle vicine case, si vide in brevissimo tempo sparsa la contagione ne' quartieri inferiori della città, e particolarmente nel Lavinaro, Mercato, Porta della Calce ed Armieri».
«I Medici in questi principj ascrivevano ad altre cagioni tali perniziosi effetti, chi a febbri maligne, chi ad apoplesie, e chi ad altri mali; non mancò ad ogni modo, chi per più accurata osservazione fattane, riputasse il morbo pestilenziale; ma pervenuto all'orecchie del Vicerè, che costui andava pubblicando il male esser contagioso, fu il Medico posto in oscuro carcere, dove ammalatosi ottenne per sommo favore d'andare a morire in sua casa: donde gli altri medici fatti accorti, proseguirono ad occultare la qualità del male. Ma questo tuttavia crescendo, e spandendosi in altre contrade vicine alle già dette, parve al Cardinal Filomarino Arcivescovo di dover avvertirne il Vicerè, che non bisognava in cosa cotanto importante starsene così ozioso e lento. Dispiaceva sommamente al Conte di Castrillo, che insorgesse fama, esservi in Napoli pestilenza; poichè dovendo egli spedire soccorsi di soldatesche per la guerra dello Stato di Milano, travagliato tuttavia dall'armi del Re di Francia, questi rumori glie l'avrebbon impediti; onde come poteva il meglio, proccurava, che non si venisse a tal dichiarazione; con tutto ciò non potendo più resistere alle continue mormorazioni, e tuttavia il malore crescendo, fu costretto a far unire i più rinomati Medici de' suoi tempi, perchè ne dessero parere. Costoro, o per ignoranza, o per timore, ovvero per secondare le brame del Vicerè, non ardirono di dichiarare il morbo per pestilenziale; ma sol consigliando, che s'accendessero fuochi per tutte le contrade della città, e che si vietasse la vendita de' pesci salati, uscirono da ogni briga. Ma altro che frasche vi volevano, per far argine ad un così impetuoso torrente: il male incrudeliva maggiormente; nè consiglio di Medico, nè virtù di medicina pareva che valesse: ne morivano il giorno a centinaia, nè si scorgeva altro per le strade che condurre Sagramenti agl'infermi, e cadaveri alle sepulture. Spaventati gli animi de' cittadini, chi con umili supplicazioni, chi in processioni confuse e numerose d'uomini e di donne, con donzelle scapigliate, chi dietro alle immagini più venerate e chi in altre guise cercava a Dio ed a' Santi pietà e ristoro a tante miserie e desolazioni. Ma essi non accorgevansi, che affollati più strettamente insieme tra la calca, e la pressura d'infinito numero di popolo concorsovi, il malore prendeva più forza, e la morte recideva in uno i colli di più migliaja di persone».
«S'accrebbe poi, e dilatossi più furiosamente il mortifero veleno, quando presa tal opportunità, insorse voce, che Suor Orsola Benincasa donna che aveasi a que' tempi acquistata fama di santissima vita, non trovando per anche comoda abitazione per le Suore, avea innanzi di morir profetizzato, che in tempo del maggior travaglio della Città dovea farsi la fabbrica del suo Romitorio nella falda del Monte di S. Martino; e credendosi, che con la costruzion d'un tal edificio sarebbe cessato il travaglio, il Vicerè fu il primo, che fattosi il disegno e tirate le linee, andò a portarvi con le proprie mani dodici cesti di terra: all'esempio del Capo, movendosi gli altri, gli Eletti della città, e tutti i Cittadini a folla vi concorsero, non solo somministrando denaro, ma l'opera eziandio delle loro proprie mani. Era cosa di maraviglia il vedere uomini e donne, giovani e vecchi, nobili, cittadini e plebei, spogliarsi de' migliori averi, ed offerirgli in limosina per la costruzione di quell'Edificio, che dovea essere il liberatore della loro Patria. Si erano nelle pubbliche strade poste, non già cassette, ma botti, le quali, poc'anzi vote, si vedevano in un tratto piene di monete di rame, d'argento ed anche d'oro: le donne istesse spogliatesi della lor natural vanità, si toglievano dalle dita gli anelli, dagli orecchi i pendenti, e dal collo e dalle braccia i monili, e quasi baccanti l'offerivano al sorgente Edificio, e ciò che recava maggior stupore era, che persone di qualità mescolavansi a gara ne' più vili esercizj, chi portando un cesto di chiodi, chi con un fascio di funi, chi con un barile di calce, chi con pietre, chi servendo per manuale a' fabbri, e chi in fine sopra le spalle caricarsi di travi, con pericolo di mancare sotto il grave e pesante incarico. Ma pari effetti seguirono da pari cagioni; mentre l'opra ferve, assai più s'accende e si dilata il malore: l'unione di tanta gente, che a gara tutt'ansante si sollecita, si travaglia, ed affolla concorrendo da tutti li quartieri, fa sì, che il morbo, che prima era ristretto in poche contrade, si spanda per tutto. Così mentre l'Edificio è quasi in fine, la città rimane poco men che desolata».
«A stato di cose cotanto lagrimevole s'aggiunsero nuove confusioni e disordini. Non mancavano de' malcontenti, misero avanzo de' passati tumulti, li quali per risvegliar nuove sedizioni, andavan disseminando nel Popolo, venir questo flagello non già da giusta ira di Dio mandato a correzione de' miseri mortali, ma procedere dalle vendicatrici mani degli Spagnuoli, per esterminar la plebe, e prender vendetta delle passate rivoluzioni: vedersi chiaro da' preceduti andamenti del Vicerè, il quale avea tosto fatta dar pratica alle soldatesche venute dall'appestata Sardegna, con essersi poi ingegnato di far occultare il male, perchè ne' principj non si provvedesse d'opportuni rimedj: lo confermavano con far riflettere, che per ciò non si vedevano infettare le Fortezze guarnite di lor presidio, nè i quartieri più alti della città, abitati dagli Spagnuoli, ma solo i Rioni del Lavinaro, Conciaria, Mercato ed altri luoghi più bassi, quasi tutti abitati da gente minuta; e dopo aver tratti molti nel lor sentimento, si avanzarono eziandio a far credere, che per la città andavano girando persone con polveri velenose, e che bisognava andar di loro in traccia per isterminarli. Così in varie truppe uniti andavan cercando questi sognati avvelenatori, ed avendo incontrati due soldati del Torione del Carmine (affin d'attaccare brighe, che poi finissero in tumulti) avventaronsi sopra di essi, imputandoli d'aver loro trovata addosso la sognata polvere. Al romore essendo accorsa molta gente, per buona sorte vi capitò ancora un uomo da bene, il quale con soavi parole e moderati consigli gli persuadè, che dessero nelle mani della giustizia uomini cotanto scellerati, affine, oltre del supplicio, che di lor se ne sarebbe preso, si potesse da essi sapere l'antidoto al veleno, e con tal industria gli riuscì di salvarli; ma appena saputosi che que' due soldati uno era di nazione Franzese e l'altro Portoghese, ed uscita anche voce, che 50 persone con abiti mentiti andavan spargendo le polveri velenose, si videro maggiori disordini: poichè tutti coloro, che andavan vestiti con abiti forastieri e con scarpe, o cappello, o altra cosa differente dal comun uso de' Cittadini, correvan rischio della vita. Per acchetar dunque la plebe bisognò far morire sopra la ruota Vittorio Angelucci, reo per altro d'altri delitti, tenuto costantemente dal volgo per disseminator di polvere. Ma nell'istesso tempo fu presa rigorosa vendetta degl'inventori di questa favola: molti di essi essendosene stati in oscure carceri condotti, cinque di loro in mezzo al mercato su le forche perderono ignominiosamente la vita; ed in cotal guisa furono i romori quietati».
«Intanto gli Eletti della città vedendo, che non solo il male spopolava la Metropoli, ma che si spandeva ancora nelle province, fecer premurose istanze al Vicerè, perchè dovessero porsi in uso i più forti e risoluti rimedj; e dopo essersi più volte sopra ciò ragunato il Consiglio Collaterale, venne il Conte nella risoluzione di comandare alle Piazze, che creassero una Deputazione particolare, alla quale egli dava per ciò tutta l'autorità necessaria, assegnandole ancora per Capo D. Emanuele d'Aghilar Reggente della Vicaria. La Deputazione diede la cura a' Medici più rinomati di que' tempi, che osservassero non men gl'infermi, che i cadaveri, facendone esatta notomia; onde ragunatisi insieme, presidendo a questi il famoso M. Aurelio Severino cotanto celebre al mondo per le sue opere di Filosofia e medicina, che ci lasciò (morto da poi ancor egli di tal mortifero veleno) fu conchiuso, che il male fosse pestilenziale, e che si dovesse porre ogni cura agli ammalati, dal cui contatto erano inevitabili le morti».
«Il Vicerè e la Deputazione s'affaticaron perciò a darvi quel miglior riparo che si poteva: fu comandato, che si facessero le guardie in tutte le città e terre del Regno, e che non s'ammettesse persona, senza le necessarie testimonianze di sanità: che in ciascun Rione di Napoli dovesse eleggersi un Deputato Nobile o Cittadino, al quale dovessero rivelarsi tutti gli infermi di ciascun Quartiere: che gli ammalati tocchi di pestilenza dovessero condursi nel Lazzaretto di S. Gennaro fuori le mura: che coloro i quali avessero comodità di curarsi nelle lor case, si chiudessero in esse: che niun Medico, Chirurgo, o Barbiere partisse dalla città, ma attendessero alla cura degl'infermi, secondo la distribuzione, che sarebbe stata fatta dalla Deputazione: che si fossero tolti i cani e gli altri animali immondi che andavano per la città, e si diedero altri salutari provvedimenti per far argine ad un tanto inondamento. Ma riusciron vani ed infelici tutti questi rimedj; il male vie più incrudelendo riempiè in un tratto tutti gli Spedali; se ne costrussero dei nuovi, ma questi nè tampoco bastando, la gente periva nelle porte delle case, nelle scale, e nelle pubbliche strade. Mancarono eziandio le tombe ed i cimiterj; poichè il malore attaccatosi non pure in tutti i quartieri, ma in tutte le case della città faceva orribile e spaventosa strage: onde fu fama, che ne perissero otto o diecemila persone il giorno: morivano non meno i Medici, i Chirurgi e tutti coloro, che erano destinati alla cura del corpo, che i Sacerdoti, ed altri Religiosi destinati a quella dell'anima. Non vi era chi seppellisse gli estinti; onde i cadaveri giacevano nelle vie, su le scale e nelle porte: le Confessioni si facevano pubbliche e l'Eucaristia si portava agl'infermi senz'alcuno accompagnamento, e si porgeva loro in una punta di canna: quelle case, che poc'anzi erano aperte, poco da poi si vedevano chiuse e desolate: da capogiri assaliti taluni, che camminavano per la città, vedevansi improvviso cader morti in mezzo alle piazze. I morti per la maggior parte rimanevano insepolti dentro le case, o su le scale delle Chiese; ma era molto più grande il numero di coloro, che restavano insepolti su le pubbliche strade, e coloro che con molto favore e grandissima spesa erano seppelliti dentro le Chiese, non avevano nè meno un Prete, che gli accompagnasse, e l'esequie più solenni erano una semplice tavola, o al più una bara».
«In tanta confusione non rimaneva luogo a provvedimento alcuno, se non che per lo puzzor grande dei cadaveri estinti, e perchè l'aria non maggiormente si infettasse, si pensò unicamente a seppellire i morti: se ne preser cura i Deputati e l'Eletto del Popolo, il quale da' casali contorni fece venire intorno a centocinquanta carri; ed il Vicerè v'impiegò a questi ufficj estremi da cento schiavi Turchi delle Galee. Era cosa assai spaventosa ed orribile vedere strascinarsi per le strade i cadaveri aggrappati con uncini, ed innalzarsi su i carri; e sovente coi morti andar congiunti i semivivi creduti estinti. S'empirono le grotte del Monte di Lautrech, dove poscia fu edificata una Chiesa sotto il nome di S. Maria del Pianto: i cimiterj di S. Gennaro fuori le mura; molte cave di monti, dond'erano state tagliate pietre per fabbricare: il piano delle Pigne fuori la Porta di S. Gennaro; l'altro davanti la Chiesa di S. Domenico Soriano fuori Porta Reale; e ciò nemmeno bastando, sempre più le stragi avanzando, precisamente nel mese di luglio, nel quale vi furono giorni, che il numero de' morti arrivò sino a quindicimila, fu duopo consumar i cadaveri col fuoco, ed altri finalmente buttarli in mare».
«Non meno nella Metropoli che nell'altre province del Regno accadevano sì funeste e crudeli stragi. Toltone le province di Otranto e di Calabria ulteriore, tutte le altre rimasero disolate. Delle città e terre, narrasi, che solamente Gaeta, Sorrento, Paola, Belvedere e qualche altro luogo rimaser preservate».
«Ma ridotte le cose in questo infelicissimo stato, verso la metà d'Agosto, una impetuosa ed abbondante pioggia, temperò alquanto la furia del malore: cominciò il mortifero veleno a cessare; niuno più s'ammalò di tal morbo, e coloro, che n'eran tocchi, guarivano; in guisa che alla fine del seguente mese di settembre, non si numerarono più infermi in Napoli, che soli cinquecento. Si ripigliarono per tanto dalla Deputazione i provvedimenti e furono da quella dati vari ordini per purgar le robe di quelle case, dove era stata la contagione, ed altre istruzioni e metodi, affinchè non ripullulasse il male. Passarono due altri mesi, e non s'intese altro sinistro accidente, onde ragunatisi alquanti medici, ch'eran scampati dal comune eccidio, fu a' 8 decembre su la testimonianza de' medesimi, solennemente dichiarata Napoli libera da ogni sospetto».
«Nelle province s'andava ancora tuttavia scemando il malore, ma perchè doveva esser opera di più mesi convenne mantener li rastelli alle Porte della città e le guardie per evitar l'entrata a quelli, che venivano da parte sospetta. Il Vicerè a questo fine sottoscrisse un rigoroso Editto, col quale comandò sotto gravissime pene, che niun forestiero fosse ammesso nella città senz'espressa sua licenza, da darsi precedente visita, e parere dalla Deputazione. La corte Arcivescovile di Napoli, a richiesta del Vicerè, sottopose alle censure Ecclesiastiche tutti coloro, che avessero occultate robe infette o sospette di pestilenza, se non l'avessero fra certo tempo rivelate e fatte purgare. Ma non mancò l'Arcivescovo, profittandosi di queste confusioni, di avanzar un passo, e mescolarsi anch'egli in queste providenze, poichè si fece lecito di pubblicare un altro Editto consimile a quello del Vicerè, come se questo non bastasse per obbligar anche gli Ecclesiastici all'osservanza, col quale comandava, che niuno Ecclesiastico osasse entrare in Napoli senza sua licenza in iscritto. Il Vicerè, per reprimere un così pernizioso attentato, immantenente diede fuori un rigoroso comandamento, col quale ordinò, che non s'ammettessero altre licenze, che quelle de' Ministri del Re. Per la qual cosa, essendosi frapposto il Nunzio, si sedarono presto le brighe, con stabilirsi, che tutti gli ecclesiastici, ch'entravano nella città, avessero ubbidito agli ordini del Vicerè, e si fossero sottoposti alle diligenze della Deputazione, e poscia, se volevano, fossero andati a presentarsi ne' loro Tribunali. In cotal maniera si continuò a praticare fino al mese di novembre del seguente anno 1658, nel qual tempo essendosi pubblicate libere dalla contagione le città di Roma e di Genova, fu aperto generalmente il commerzio, e tolti i rastelli e le guardie».
«Si proseguì dal Vicerè a por sesto alle cose turbate della città e del Regno: a provveder l'Annona ed a reprimere l'ingordigia degli artisti ed agricoltori rimasi, li quali per esser pochi, ed arricchiti col patrimonio de' morti, o con difficoltà si riducevano a ripigliar il lor mestiere, ovvero angariavan la gente ne' lavori, restituendo i prezzi e le mercedi, siccom'eran prima della contagione. Si applicò poscia il Conte a sollevare le Comunità del Regno, ordinando, che quelle, ch'erano state tocche dalla pestilenza, non fossero molestate per li pagamenti fiscali, ne' quali rimanevan debitrici per tutto aprile 1657, e che dal primo di maggio del medesimo anno avessero contribuita la quarta parte meno di quello, che stavano tassate nell'antica numerazione del Regno. Si resero da poi pubbliche e solenni grazie a Dio ed a' Santi: su le Porte della città furon dipinte dal famoso pennello del Cavalier Calabrese le immagini de' Santi Tutelari, ed al B. Gaetano Tiene innalzate statue; ed allora nella piazza di S. Lorenzo s'erse a questo Santo quella piramide, con sua statua di metallo ed iscrizione, che ora si vede».
Da Napoli la peste si fece a invadere lo Stato Ecclesiastico, non ostante le severe precauzioni di Sanità, al primo avviso della peste in Napoli adottate dalla Sacra Congregazione, e dai prelati, che in qualità di Commissarj di quell'ufizio furono ordinati con ample facoltà sui diversi luoghi di confine. Il contagio si manifestò da prima a Rieti nel ducato di Spoleto; poi si propagò a Nettuno, picciola città della Campagna Romana; finalmente a Civitavecchia, e 'l dì 8 Giugno 1656 si è sviluppato nella stessa Roma.
La malattia si mostrava con certo calore ai precordj sì violento, che i malati mandavano spaventevoli grida, come se ad essi venissero strappate le viscere; indi succedeva il vomito, ardente febbre e continua, delirio furioso, a cui seguiva grande prostrazione di forze, convulsioni, sete inestinguibile, lingua biancocinericcia, e poi nera, orine torbide e sanguigne, atroce dolor di testa. Dietro le quali cose i carbonchi ed i buboni non tardavano a comparire, come pur le petecchie nere, segnali di vicina morte. Alcuni cadevano morti improvvisamente, e senza alcun segno manifesto di contagio.
Questa peste ebbe di particolare, che fu molto più funesta agli uomini, che alle donne e ai fanciulli; a differenza di varie altre, in cui s'è osservato il contrario. I vecchi morivano tutti; e le donne, i fanciulli, ed i giovani di temperamento sanguigno e bilioso ne furono men maltrattati.
Si usava bruciare e scarificare i carbonchi, che si medicavano poi coll'unguento di mercurio precipitato rosso, od egiziaco. Sopra i buboni applicavansi gli emollienti, le ventose, ed anco i vescicatorj, non però sovr'essi il cauterio attuale, ch'era stato riconosciuto pericoloso. Ma riguardo ai cauterj, o fontanelle, il P. Kirchero, il quale, durante questo contagio, trovavasi a Roma, assicura che niuno segnato da essi cauterj fu invaso dalla peste tranne alcuni di vita epicurea.
L'emissione del sangue era assolutamente seguita dalla morte, e al più s'impiegavano le ventose scarificate. Si usavano i clisteri purganti o alessifarmaci; e siccome la prostrazion delle forze era estrema, così giovavansi gli ammalati con brodi, renduti più eccitanti dalla pimpinella, dalla scabbiosa, dallo scordio, acetosella, semi di cedro, e simili, con alcune gocce di acido solforico. Si somministravano parimenti l'acqua teriacale, i sudoriferi, ed il vino. Tornavan nocivi i medicamenti troppo riscaldanti. La decozione d'orzo, acidulata coll'aceto, era la bibita ordinaria.
In tal disordine di cose si stabilirono in Roma non pochi spedali e lazzeretti; e si fecero espurghi, erettevi all'uopo alcune macchine. Quindi la città si divise in quartieri, e ad ogni quartiere fu assegnato il respettivo Commissario, i suoi medici, chirurghi, e confessori. Molte provvide discipline venner del pari ordinate, specialmente sopra obbietti annonarj, ed altri di eguale necessità, senza guardare a spesa, e senza altri particolari riguardi.
Il pontefice Alessandro VII, e molti cardinali non partirono mai da Roma, durante il contagio. Il celebre cardinal Gastaldi, eletto Commissario generale di Sanità, si distinse per la saviezza, vigilanza, e 'l mantenimento delle discipline, adottate a precauzione contro la propagazione del morbo. A queste, e ad un saggio rigore usato indistintamente verso ogni classe di persone dee la città di Roma principalmente la salvezza di un gran numero de' suoi cittadini[31]. Infatti per merito di un buon governo non sono perite a Roma in quella circostanza che 14,500 persone; mentre Napoli ne perdette 280,000 (che che dica il Giannone esserne andate estinte 400,000), e Genova presso a 70,000. Parecchie città e paesi dello Stato Romano sono stati preservati, come pure alcune contrade stesse di Roma. Anco in questa pestilenza la maggior parte de' conventi di monache ne restò illesa.
Il sullodato Cardinal Gastaldi ci lasciò la storia di questa pestilenza, ed una copia fedele di tutti gli editti, bandi, notificazioni, istruzioni, ec. pubblicati in Roma in tal congiuntura nella voluminosa sua opera de avertenda et profliganda peste, etc.
Il contagio si diminuì a poco a poco, e cessò intieramente a Rieti nel Gennaro 1657, a Roma nel Marzo dello stesso anno. Succeduti poi in Roma nuovi casi, si rinovarono le diligenze, e il male cessò affatto in sui primi di Agosto del detto anno 1657. Solo però nel principio del 1658 si rendettero interamente libere tutte le comunicazioni.
Nello stesso tempo, che infuriava la peste, un'epizoozia crudele faceva perire la maggior parte de' buoi e delle pecore (V. Gastaldi op. cit.).
A Genova, quasi altrettale che a Napoli, avuto riguardo al numero minore della popolazione, fece strazio orrendo questo stesso contagio. Offeriva quella città miserando spettacolo di miseria e di stragi, che per la confusione e lo spavento, che regnavano a que' tempi colà, diventava ogni giorno più tristo, e più desolante. Anche a Genova in sulle prime invalse l'opinione che quel morbo fosse mal comune; e si continuò a regolarsi alla cieca, secondo che comportava l'opportunità e gli argomenti, che all'improvviso accadevano. Ma nello spazio di pochi giorni accresciutasi a dismisura la mortalità fra quella popolazione, ogni dubbio si cambiò in certezza, e si cercò, ma invano, di por riparo con ogni diligenza alla piena dello struggitore contagio. In poco più di sei mesi ne sono perite pressochè settanta mille persone. Non bastando più i vivi a dar sepoltura ai morti, vennero eretti in quasi tutte le strade, e sulle piazze dei roghi, ove immensa quantità di cadaveri fu abbruciata. Sì a Napoli che a Genova la malattia presentava a un incirca li medesimi sintomi. Dichiaravasi per ordinario il male con un acutissimo dolor di testa, viso rosso, occhi infiammati, sete inestinguibile, lingua secca, calore bruciante a la region de' precordj, buboni agli inguini, e alle ascelle, carbonchi e antraci sul petto, e agl'ippocondrj. Nelle persone cachettiche la febbre era meno intensa; vomiti di una bile pallida, mista di pituita; cardialgía, ossia dolor di stomaco, pallore orribile della faccia, occhi profondati nell'orbita, sudor freddo alla fronte seguìto da buboni, antraci, o dalla morte. Presso altri la comparsa dei buboni e degli antraci era preceduta da una febbre insensibile, accompagnata però da turbamento, e alterazione delle facoltà vitali e animali. In alcuni altri la febbre era moderata e lenta senza buboni, salvo che ne appariva un picciolo carbonchio; e nel quarto giorno si manifestavano inaspettatamente quasi ad un medesimo istante i sintomi più terribili. I buboni, non molti, e gli antraci in copia comparivano accompagnati da dolori atroci, e ne succedeva la morte in poche ore fra gravi assalti di convulsione.
Apertisi alcuni cadaveri, vi si trovaron le viscere sfracellate; il cuore, il polmone, ed il fegato coperti di macchie nere gangrenose; la vescichetta del fiele piena di una bile nera, viscosa, e sì densa, che duravasi fatica a staccarla, i vasi sanguigni ingorgati di sangue nero e grumoso. Vi si usarono le bevande cordiali, la teriaca, i sudoriferi, l'olio di scorpione internamente, esternamente l'olio del Mattioli; ma tutti i rimedj riuscivano inutili. La malattia non cessò, che a poco a poco da se, e come se fosse stata stanca di stragi. Quando la peste era nel suo forte, tutte le altre malattie, sia febbrili o no, casualmente accadute, acquistavano la natura e' segni di vera peste, ossia, come dicevasi, si convertivano in peste, anco in quegli, che tenevansi chiusi nelle proprie case con ogni sorta di riguardo, e, per quanto sapevasi, senza alcuna esterna comunicazione. Ciò però non accadeva nel primo, e nell'ultimo stadio della pestilenza. In sul fine, come suol avvenire in ogni caso di peste, si svilupparono di alcune malattie comuni, d'altra indole. Questo è il segno più sicuro, che l'epidemia pestilenziale sia giunta al suo termine. Moltissime ruberie, spogli di case, orrendi assassinj sono accaduti in quella città nel tempo, che durò il contagio. Per lo che, il trasportarsi d'una famiglia all'altra in un cogli effetti rubati l'infezione fu cagion essenziale della rapida ed estesa sua dilatazione. Morti essendo la maggior parte de' sacerdoti, che avevano la cura spirituale degli ammalati, ed in mezzo alla terribile mortalità non trovandosi più chi assumer volesse sì pericolosi ufici, la Repubblica di Genova chiamò dalla Francia alcuni PP. Cappuccini in soccorso degl'infermi. Quattro d'essi giunsero, allorchè più ardente era il contagio, i quali vi prestarono l'opera loro con eroica carità. Fra loro v'ebbe il celebre P. Maurizio da Tolone, sacerdote molto coraggioso e pio, già trovatosi in più pestilenze, dalle quali tutte n'era uscito illeso felicemente. Usavasi a quel tempo in Genova gittar dalle finestre tutti i mobili ed effetti, che trovavansi nelle stanze de' morti di peste, fossero essi di poco o di molto valore; e tutti abbruciavansi indistintamente, non conoscendosi allora altro mezzo di spurgar la città, che il fuoco. Il detto P. Maurizio da Tolone in tal circostanza introdusse in Genova, con grande utilità e risparmio di molti arredi e masserizie preziose, il suo metodo de' profumi per ispurgarne le robe e le case infette, e, giusta quanto egli ne assicurò, la più costante sperienza gli ha fatto conoscere di tai profumi mirabile effetto, vale a dire la sicura qualità del disinfettare, come copiosamente si fa egli a provare nel suo Trattato politico; ec. Con questi profumi, ch'egli spaccia di sua invenzione, spurgò in Genova, oltre un'immensa quantità di robe e di case, 430 tombe, piene a ribocco de' cadaveri degli appestati, con un ingegnoso apparato di legno da lui fatto costruire appositamente. Questi profumi sono di tre sorte; la prima per ispurgar le case ed altre suppellettili grosse; la seconda più violenta per purgare i lazzeretti, le sepolture, ed altre robe, che hanno bisogno di un più efficace purgamento; la terza è un profumo più soave, detto della Sanità, per liberar le camere dal puzzo[32]. La base di tutti questi profumi è lo zolfo, la cui celebre dote del disinfettare è antichissima, quasi quanto è l'uso de' profumi in tempo di peste, come vedremo a suo luogo; adoperato, dico il zolfo, più o meno confusamente in un gran numero di pestilenze; e, a dir vero, in alcuni casi con evidente utilità. (Gastaldi Hieronymus Card. de avertenda et profliganda peste; a Castro Petrus, Veronensis, Pestis Neapolitana, Romana, Genevensis annorum 1656-1658; Juvellin. Bernard. Hist. Pestis, Romae 1656; P. Maurizio da Tolone, Trattato politico; ec. P. Kirchero Scrutin. Pestis; Papon; Lebenswaldt; Muratori op. cit.)
A. dell'E. C. 1657. In quest'anno vi ebbe peste nel ducato di Brema nella Bassa Sassonia, ed a Brunswich residenza del principe di questo nome. Lorenzo Gislero, medico di Osteroode, rapporta duecento e tre storie particolari della peste, che si spiegò a Brunswich nel 1657. Vi durò essa sei mesi. Questa peste era particolarizzata dai sintomi seguenti; ansietà ai precordj, calore ardente interno, veglia, cefalalgía intensa, stitichezza di ventre, polso pressochè naturale, delirio, esantema petecchiale, buboni, carbonchi, somma prostrazione di forze, ec. Il contagio sviluppossi da prima a Brema, e da di là fu portato a Brunswich da alcuni Brunswicesi, che ne fuggirono, venuti a rifugiarsi in patria, dove morirono in casa di una vecchia femmina lor parente, che ve gli accolse, contrattone pur essa il malore (Laurent. Gisler Observat. Medicae de Peste Brunswicensi an. 1657.).
A. dell'E. C. 1659. Peste in quest'anno nella Svezia, e principalmente nella città e fortezza di Hollen sulla costa meridionale dell'isola di Aland (Lebenswaldt; Adami op. cit.).
A. dell'E. C. 1660. Alcuni autori accennano esservi stata peste nel mille seicento sessanta in parecchi luoghi della Germania, la quale attaccava più particolarmente gli uomini, soprattutto i robusti, fatto poco danno alle donne, e meno ancora ai fanciulli; ben diversa in ciò da quella, che afflisse Roma sotto il regno di Tarquinio il Superbo, la quale, secondo Dionigi d'Alicarnasso, colpì a preferenza le giovani fanciulle e le vedove (Papon, Ozanam. op. cit.).
Nell'anno 1662, secondo il Lebenswaldt, il contagio turbò la Polonia. Di questa peste però non trovai negli storici da me veduti alcuna particolar descrizione.
Giusta lo stesso autore nel medesimo anno 1662 la peste fece strage a Costantinopoli.
A. dell'E. C. 1664. In quest'anno fierissima pestilenza desolò l'isola di Candia al sud dell'Arcipelago, regno una volta, come ognun sa, della Repubblica Veneta (Lebenswaldt; Adami, op. cit.).
In questo stesso anno 1664 ricordasi esservi stata la peste a Tolone, ed a Cuers, picciola città di Francia nella bassa Provenza. Gli storici però non indicano, quanti, e quali ne sieno stati i suoi mali effetti (Papon. op. cit.).
A. dell'E. C. 1665-66. In Londra a quest'anni si è sparsa fierissima la peste, una delle più celebri della Storia, già descritta dall'Hodges e dal Sydenham, rinomatissimi medici, che vi si trovavano a quel tempo, e che perciò ne furono testimoni oculari. Per essa in meno d'un anno morirono in Londra 90,306 persone. L'inverno del 1664 fu freddissimo in Inghilterra, ed un gielo secco vi durò fino alla primavera. All'improvviso disciogliersi di quel gielo, ed al principiare del nuovo anno 1665, secondo il computo inglese, si manifestarono di assai peripneumoníe, pleuritidi, angine, ed altre malattie inflammatorie, che recarono gravissima mortalità. A queste venne dietro una febbre continua epidemica, ben differente da quella, che regnava sotto la precedente costituzione. Questa febbre era accompagnata da cefalalgía la più intensa, da vomiti, e da diarréa, che la sola emissione di sangue poteva calmare, provocando il sudore; mentre la pelle era secca ed ardente. Inoltrandosi l'anno, la peste si manifestò a Londra, accompagnata da tutti i suoi segnali patognomonici, cioè buboni, carbonchi, ec., e sì rapidamente si propagò, che circa l'equinozio di autunno in una sola settimana ebbe ucciso più di otto mila persone; ancorchè da due terzi almeno degli abitanti per timor del contagio si fossero rifugiati alle ville. Continuò il male con minore ferocia tutto l'inverno vegnente, nè cessò che all'aprirsi della primavera, dando luogo all'epidemia, che l'avea preceduta. S'annunciava il reo morbo con brividi di freddo, come avvien negli accessi d'una febbre intermittente. Gli sopravvenivano in seguito vomiti crudeli, e un dolor compressivo violento lacerava agl'infermi la region precordiale; e la febbre era ardente e continua fin alla morte, o sino al comparir dei buboni agl'inguini, alle ascelle, o alle parotidi, i quali, quando venivano alla suppurazione, indicavano i malati già fuori d'ogni pericolo. Le macchie purpuracee o livide eran foriere di vicina e sicura morte. Un delirio spaventevole d'ordinario non solo accompagnava la malattia, ma sovente la precedeva, senza alcun segno da far creder vicina la comparsa di questo orribile sintoma. Molti venivano presi da questo fiero delirio all'improvviso, e in sulle strade, usciti di casa senza nessuno incomodo, perdevano immediate la vista e la ragione. Parecchi di questi infelici andavano errando, e barcolando per le strade senza sapere nè dove andassero, nè che cosa si facessero, e quindi cadevano a terra, come uom che cade ubbriaco, nè più se ne riavevano. Se taluno avvicinavasi ad essi per soccorrerli, non ne aveva da loro che qualche parola male articolata, e fuor di senno. Venivano altri presi da un sudore espressivo, copiosissimo, che esauriva le forze della natura senza sollevarla punto di quel suo male.
La cura, usata dal Sydenham in questa pestilenza, fu la cavata di sangue ripetuta, ma sempre moderatamente. Egli aveva osservato che il sangue estratto era coperto da una crosta pleuritica, e che ad alcuni cadaveri, seguitane appena la morte, usciva in copia del naso. Cavato sangue, soleva egli prescrivere i diaforetici, poi l'emetico, indi la triaca, l'acqua di cardo santo, le infusioni di scordio, e di salvia, quella di macis nella birra per promuovere il sudore. Dopo ventiquattro ore, durante il qual periodo faceva continuare le stesse bevande, dava un catartico. Guardavasi però egli dal far aprir la vena, comparsi i buboni.
Il Sydenham fonda il suo metodo del cavar sangue nella peste sull'opinione di un considerevole numero di autori, che sulla peste versarono, e particolarmente di Lodovico Mercato, di Niccolò Massa, del Settala, del Trincavelli, del Foresto, del Mercuriale, dell'Altomari, del Pascasio, del Pereza, dell'Herrera, di Zacuto Lusitano, del Fonseca, di Leonardo Botalo, e d'altri ancora. Ma sopra questo argomento tratterò nelle altre parti di quest'opera (Sydenham op. med. Sect. II. cap. I et II. Hodges Nathanael Loimologia, sive Pestis nuperae apud Populum Londinensem grassantis hist. narratio; The History of the great Plague in London, in the year 1665.).
Negli stessi anni 1665 e 66, e a pari tempo che a Londra, la peste faceva strazio orrendo in Olanda. Nella sola città d'Amsterdam di questa pestilenza morirono 24,148 persone. Secondo alcuni autori il morbo continuò in Olanda con alcuni intervalli anco ne' successivi anni, a tale che nel 1669 spopolò la città di Leiden (Lebenswaldt; Adami, op. cit.; Barbette Paul. Tract. de Peste cum notis Francisci Deckeri Lugd. Batav. 1667; Roet, Pestis Adumbr. Guid. Fanois, Dis. de morb. epid. hactenus inaudito, an. 1669. Leidae grassante; Sylv. de la Boe, Orat. de Affect. Epid. ann. 1669 Leyd. depopulantis).
A. dell'E. C. 1670. Lo Scheffer nella sua Opera, intitolata Laponia, riferisce che nel 1670 la peste si manifestò nella Laponia, trasportatavi da Riga per alcune balle di canape. Soggiunge egli pure che non s'appiccò il contagio, se non che a quelle donne, le quali erano impiegate alla filatura del detto canape infetto. Ma il freddo di quel paese estinse prontamente la malattia.
A. dell'E. C. 1676. In quest'anno fierissima peste travagliò di sì fatta maniera l'isola di Malta, che ne rimase quasi affatto deserta, non essendovi restate superstiti, che dieci mila persone. Anche in questo caso di pestilenza i gravi dispareri insorti fra i medici sulla vera natura del male lasciarono al contagio aperto il campo ad una fatale irreparabile propagazione. (Briet. An. Mund. Contin. p. 937. Ad. Bibl. Loim.)
A. dell'E. C. 1678-79. In sul principiar del mille seicento settantotto il contagio ritoccò nelle terre della Dalmazia, trasportatovi dalla vicina Turchia per alcuni arnesi rubati dai Morlachi della villa Culla posta sopra Scardona; la quale fu poscia d'ordine del Provveditor generale incendiata. Di là si propagò a Brevilacqua, ed in altri villaggi del territorio di Zara, poscia introdotto anche in Zara per lo stesso modo di robe infette, portatevi clandestinamente, vi fece di gravissimi danni. In quella circostanza il convento di s. Paolo, primo Eremita, nello scoglietto, denominato Galovaz, fu convertito in Lazzaretto, obbligati que' Religiosi a ritirarsi in città. Nell'archivio di detto convento sussiste un manoscritto, contenente la memoria di questa pestilenza, ed alcune particolarità, da cui fu contraddistinta. Terminò essa nel Febbrajo del 1679 (MS. succit.; Tazlinger in suis Memoriis, etc.).
A. dell'E. C. 1679. In quest'anno, imperando sul trono d'Austria Leopoldo I, la città di Vienna fu travagliata da atrocissima peste, che vi fece orrende stragi, sì fra la popolazione della città propriamente detta, e sì ne' sobborghi adiacenti, specialmente nel Leopoldstadt e nel Mariahülf. Nello spazio di sei mesi sono perite da oltre 70,000 persone; e nel corso intero di questa pestilenza si calcola esserne andate estinte più di 76,000. Pur gravi danni fece il morbo in parecchi luoghi, vicini a quella capitale, e specialmente a s. Ulrick, Neustift, Neubau e Neustadt. In virtù de' saggi provvedimenti, e delle caute discipline, che d'ordine dell'Imperatore vi sono state usate in quella circostanza, si è potuto porre argine alla ferocia di quel contagio sterminatore; e molti paesi vicini se ne sono preservati. (Der römisch, Kaiserlichen auch zu Hungarn und Böheim, etc. Königl. Maj. Leopoldi I. Erzherzog zu Oesterreich etc. etc. neue Infections Ordnung wie es insgemein in allerhöchster Haupt-und Residenz Stadt Wien, Leopoldstadt, und allen andern umliegenden Vorstädten etc. in den Infections-Sachen zu halten, vom 9 Januar 1679, e ripubblicato nel 1680. Esiste nella Collezione pubblicata in Vienna nel 1763. Pestbeschreibung und Infections Ordnung; Sorbait, Paul. Consilium Medicum, oder freundliches Gesparch von der Wiener Pest des Jahres 1679. Abraham a S. Clara, Merks Wien, oder Beschreibung der wüthenden Pest im. j. 1679. Habensack, Relation von der NeüstädterPest 1680.).
Nello stesso anno 1679, secondo alcuni storici, la peste afflisse pur anco la Sassonia, e travagliò fieramente l'alta e bassa Slesia (Papon. op. cit. Neue Infections ordnung der hoch und löb. Herren Fürsten und Stände im Herzogthum Ober-und-Nieder Schlesien. Breslau, den 14 Feb. 1680; Kircher, Atanas. natürliche und medicinalische Durchgründung der leidigen ansteckenden Sucht, und sogenanten Pestilenz etc.).
Da Vienna dilatossi il contagio nella Stiria, e vi si manifestò a Gratz nel Dicembre del 1679 in una casa d'un sobborgo. Nel Gennajo seguente 1680 si sparse in altre famiglie del sobborgo stesso, e nell'interno della città; e ne' mesi successivi s'apprese a più di 400 famiglie, imperversando per tutto l'anno 1680. Terminò poi circa le calende di Marzo del 1681. Nel corso di tal pestilenza fra' sobborghi e la città ne sono state colpite 3156 persone, delle quali son morte 2340; 68 ne guarirono di quelle, ch'erano rimaste presso le rispettive loro famiglie; 592 ne uscirono risanate dal Lazzeretto vecchio, e 156 del nuovo.
Fu di Gratz trasportato il contagio in altri luoghi della Stiria inferiore, e nella Carintia, e si spiegò con maggior violenza in un castello, ed in sette villaggi circonvicini.
Dall'altra parte il contagio si estese dall'Austria nell'Ungheria lo stesso anno 1679, e vi fece non poche rovine. La città di Posen ne andò particolarmente travagliata (Lebenswaldt; Briet. Annal. Mund., Kircher. op. cit. von Windisch, Carl Gottlieb., Geographie des Königreichs Ungarn. I. Theil. p. 121.).
A. dell'E. C. 1680. A questo stesso tempo la peste, insinuatasi nella Boemia, ne la desolò facendovi orrendo strazio, a tale che nel solo trimestre di Maggio, Giugno, e Luglio del 1680, ne andarono estinte nella città di Praga 31,040 persone (Redlich Paul. Historia Pestis Pragae 1680. ibid. 1681. Rivinus, de Peste, Lipsiae 1680.)
A. dell'E. C. 1682. Nell'anno mille seicento ottantadue Gorizia, città considerevole del Friuli Austriaco, fu travagliata da fierissima pestilenza. Il seme di questo contagio, secondo alcuni, vi fu trasportato da Vienna, e, secondo l'opinione di altri, vi s'è introdotto dalla vicina Turchia, manifestatosi il giorno 18 Agosto 1682 V'infierì poi il morbo con tanta violenza, che molti ne trapassarono nello spazio di sole 24 ore di malattia, altri in tre giorni, e taluni nel settimo. Giuseppe Candido, allora medico della città di Gorizia, ce ne lasciò in pochi tratti d'una sua lettera un'esatta descrizione. I sintomi ne furono il dolor di testa, il vomitar di materia porracea, eruginosa, e talvolta sanguigna; la diarrea, spesso con vermi, la frenitide, il letargo, le petecchie nere, larghe lividure, i buboni, i carbonchi, le urine torbide, talor sanguigne, ed in alcuni la paralisi della lingua. Nella maggior parte de' malati gl'indicati sintomi erano accompagnati da febbre; altri morivano senza febbre, almeno che si manifestasse. Parlando poi del metodo di cura usatone, lo stesso dottor Candido soggiunge: «Il cavar sangue dalla vena fu osservato nocivo, così si tralasciò»; e poco appresso: «li vescicanti sono stati di gran sollievo, applicati dopo qualche evacuazione per via di clisteri» (De Peste Goritiana anni 1682, Sermo Potestatis Benacensis, etc.).
Nell'anno 1683 rigermogliò il contagio a Gratz, ed in più altri luoghi della Stiria; ma, oppostivi subito per impedirne la dilatazione ottimi provvedimenti politico-sanitarj, n'andò in breve e con pochi danni estinto.
A. dell'E. C. 1685-86. Fierissima peste desolatrice imperversò a quest'anni nella città di Costantinopoli. Immenso ne fu il numero delle vittime rimaste sotto i colpi di così grande flagello. Quantunque fra le esagerazioni degli autori non si possa precisamente conoscere, qual ne sia stato il numero de' morti in quella popolatissima città, pur si rileva essere stato desso assai grande. (Adami; Lebenswaldt; Pandect. Turc.).
A. dell'E. C. 1690. Nel mille seicento novanta vi fu di nuovo la peste in Dalmazia. Si è palesata da prima nella villa Geversche presso Ostrovizza nel contado di Zara, introdotta colà per l'arrivo di una famiglia proveniente dalla Bosnia inferiore. Un certo Vodizich, borghigiano di Zara, la introdusse in quella città col mezzo di una mandra di pecore, come vien riferito. Il giorno dopo il suo arrivo costui fu trovato morto; e morta pur anco la moglie sua e due sue figlie con manifesti segni di pestilenziale contagio. Scopertosi il morbo, e per la vigilanza dei Rettori eseguite tosto con molta diligenza le opportune segregazioni, fu esso in breve estinto. Siccome poi al primo annuncio della peste il popolo era ricorso alla protezione di s. Simeone; così all'intercessione di questo santo venne la cessazion del contagio attribuita.
Così non fu della città di Sebenico, ove introdottasi la peste vi fece non pochi danni (Tazlinger in Dama chronologica).
A. dell'E. C. 1691. Nell'anno 1691 alli 9 Gennajo fu scoperta la peste anco nella città di Ragusa nella Casa degli Esposti detta l'Ospitale de' Bastardi. Venne da Plocce, portatavi dal figlio della Badessa del detto Ospitale. Quindi si diffuse nella città, e vi recò gran rovina; nè cessò interamente che circa la metà di Giugno dello stesso anno (Storia anonima di Ragusi a. q. an.)
In questo medesimo anno 1691 la peste devastò la Puglia (Briet. Annal. Mund. sive Chronic. Univers.)
A. dell'E. C. 1692. Nell'anno mille seicento novantadue si legge esservi stata la peste nella Sciampagna in Francia, ma non se ne trovano particolarità degne di speziale considerazione (Charlier, Traité des Bêtes à Laine T. II. p. 747).
Secolo XVIII.
Niente meno del precedente fu questo secolo funestato da pestilenze orribili e desolatrici, che lasciaron parecchie memorande impronte di questo flagello.
A. dell'E. C. 1704. In quest'anno, secondo ciò, che lasciò scritto Gabriele Rzazynsschy nella sua Storia Naturale del Regno di Polonia (Sendomiriae 1721), incominciò nella Polonia quella terribile peste, che durò dieci anni continui, cioè fino al 1714, e che fece miserando strazio di tutto quel regno. Secondo il Gottwald in Transactionibus Philosophicis n. 337, e qualche altro autore, questa peste dee essere cominciata in Polonia nel 1702.
Gravissimi morbi epidemici d'indole maliziosa avendo preso a dominare fin dal 1700 e 1701 in varie parti della Germania e specialmente a Berlino, nell'Holstein, a Tubinga nella Svevia, a Rosenberg, ed in altri luoghi della Slesia, a Ratisbona nella Sassonia, a Basilea, ed in altri luoghi della Svizzera, nella Transilvania, ed in parecchi paesi dell'Ungheria, egli è verisimile, che anco nella Polonia, come accadde ne' sopraccennati luoghi, sì fatta epidemia abbia di qualche anno preceduto la peste, e che da alcuni Storici sia stata colla stessa peste confusa. (Harder, Constitut. Epid. Basilien. utriusque hujus an. 1700. 1701; Camerarii Rud. Constit. Epidem. Barolinensis an. 1704; Haller, Albert.; Schelhamer; Günther; Schroeck. etc.)
Dalle notizie, sparse qua e là in alcune delle sovraccennate Opere, sembra che a questi stessi anni nel paese ottomano, conterminante colla Polonia, coll'Ungheria, e colla Transilvania, siasi diffusa la peste. Però di queste pesti nelle Provincie Ottomane non vi sono autori, che parlino exprofesso. Ciò, che più assolutamente viene asserito dagli Storici, si è che nel 1705, dopo un lungo predominio di venti del mezzogiorno, imperversò di sì fatta guisa il contagio a Costantinopoli, che in un sol giorno si annoverano trasportati fuori da una sola porta 1800 cadaveri, innumerevole essendo poi stata la quantità de' rimasti morti nella strage per le diverse contrade di quella popolosa città. (Papon; Roman. op. cit.; Heldio de Peste Turch.).
Nello stesso anno 1705 vi ebbe la peste in Inghilterra e in Ispagna giusta la Relazione del P. Labat, che dal contagio fu egli stesso attaccato due volte.
A. dell'E. C. 1707. Negli atti degli Eruditi di Lipsia (an. 1710 vol. IV) si legge la seguente descrizione intorno la peste della Polonia, desunta dall'Opera di Gio. Bernardo Sthaar (de febre pestilenti Cracoviae an. 1707).
Nel 1707 al tempo della Canicola la peste si spiegò in Cracovia, ed in diverse altre parti della Polonia. Essa vi fu recata da alcuni mercanti ebrei, provenienti da Lemberg, dove questa malattia regnava da oltre due anni. Si enunciava essa con alcuni fenomeni insidiosi; cioè ora con una febbre continua, accompagnata da gran calore universale, e da frequenti brividi irregolari intercorrenti, ora con la così detta febbre lipiria, cioè congiunta a grande ansietà precordiale, tristezza, abbattimento, vomito di materie gialle o verdi, e viscose, spontanea lassezza, e sommo abbattimento di forze, pestamento delle membra, fiero dolor di testa, fisonomia cadaverica, delirio, inquietudine continua. Le donne fuggivan nude di casa, e nude correvano per le strade e le piazze; i piedi e le gambe eran tremanti, ed affetti da contorcimenti convulsivi; succedevano crudeli coliche; l'urina si faceva sanguigna, il polso picciolo, languido, ineguale; nulla la sete o inestinguibile; comparivano i buboni agl'inguini, alle ascelle; il corpo si copriva di petecchie, o di stimmate, o neri suggellamenti. Questo sintoma però non era generale. Succedeva la morte il terzo, il quinto, o il nono giorno al più tardi, dopo un delirio furioso. Altri malati cadevano in uno stato di sopore, e trovavansi morti in sulle strade colle membra sfracellate. Avendo i magistrati, le persone ricche ed agiate, ed anche i medici abbandonato la città, vi s'introdusse ben presto il più gran disordine, e col disordine il terrore, lo spavento, la disperazione, e questi mali mettevano il colmo a tutti gli orrori di sì grave flagello.
L'emetico, somministrato nel principio della malattia fu trovato il miglior rimedio per le sperienze del dott. Schomberg, medico del Governo, il quale, quantunque obbligato a restarsene a letto per la molta sua età, e per la gotta, nullostante guarì più di trecento appestati con questo rimedio, e col suo elisire antipestilenziale, composto della tintura di bezoar, di genziana, e d'essenza canforata a parti eguali; del qual elisire esso medesimo somministrava dalle quaranta alle sessanta gocce infuse in calda birra. La bevanda ordinaria era limonata. Quindi provocava all'infermo il sudore, e cercava di ravvivare la circolazione con le unzioni d'olio aromatico e di spirito di vino canforato su lo scrobicolo del cuore, facendo prendere fino ad otto gocce di questo stesso liquore in un giallo d'uovo. Alcuni malati presero l'aceto teriacale. I nitrati e gli alcali provocavano l'estinzion delle forze, ed una diarrea mortale in poche ore.
Questa peste durò nel suo forte a Cracovia cinque mesi; nel qual periodo tolse di vita da circa 18,000 persone. Cominciò a diminuirsi nel mese di Novembre, non morendo per contagio più che sette od otto persone al giorno. Nel Gennajo i malati, che arrivavano al nono o al più all'undecimo giorno, guarivano quasi tutti. La peste non aveva più che l'apparenza di una febbre maligna. Nel Febbrajo non era più che una febbre quotidiana; e pochissimi ne perivano. La notte del dì 21 Maggio 1708 v'ebbe una brina copiosissima, dopo la quale morirono alcuni individui con sintomi pestilenziali. Quindi la malattia scomparve interamente, e gran numero di cittadini, che nel timor della peste avevano abbandonato la città, ritornarono alle loro case.
Nel medesimo anno 1707, a Rosenberg nella Slesia si spiegò lo stesso pestilenziale contagio, il quale vi fu portato da alcuni mercanti Armeni, che lo comunicarono a qualche ebreo col mezzo di una partita di lana infetta, da loro acquistata a Thorn nel Palatinato di Culm nella Prussia occidentale, infestata allora dalla peste. La malattia non tardò molto a propagarsi a Würtemberg coi sintomi più spaventosi. Questa peste uccideva da principio i malati nello spazio di 24 ore, ed in seguito il terzo, quarto, quinto, o al più il sesto giorno. I cadaveri ne diventavano subitamente lividi. In questo corso di pestilenza non erano molto frequenti i buboni; e per lo contrario sopravvenivano dei carbonchi di un'enorme vastità alle braccia, all'addome, alle cosce, alle gambe, i quali degeneravano prestamente in isfacello. Il polso variava, secondo il grado del caldo o del freddo; e nel maggior numero de' mali era pur esso naturale, come naturali apparivan le urine. Se queste diventavan nere, già n'era prossima la morte.
Il timore, l'immaginazione, colpita dal terrore, l'avarizia, che faceva acquistare le robe e le masserizie de' morti appestati, produssero gravissimi mali, ed ampliarono grandemente le conquiste, e le devastazioni della peste.
Quelli, che alla prima invasione della malattia usavano i convenienti rimedj, e che osservavano una dieta rigorosa dopo gli abbondanti sudori, d'ordinario si salvavano, come pur quelli, ai quali i buboni venivano presto a suppurazione, e s'aprivan da se, ovvero i cui carbonchi si circoscrivevano sollecitamente.
I rimedj, che meglio corrisposero alla cura, furono i diaforetici, i balsamici, la teriaca i cordiali, e i così detti annaleptici. Quando comparivano i buboni, veniva raccomandato ai malati di guardarsi ben dal sudare, e tostochè eran maturi, s'aprivano. Si usavan pure ai carbonchi le incisioni, che si medicavano poi coll'unguento magnetico. I vescicanti furono riconosciuti nocivi.
Il coraggio, la tranquillità dell'animo, la regolarità del metodo di vivere, il vino, la birra, le tinture balsamiche, la teriaca, e soprattutto lo schivare qualunque contatto coi malati, e con qualsivoglia cosa, che ad essi fosse appartenuta, era il miglior metodo, nell'arte detto profilatico; e questo giovava per garantirsi dall'infezione. (Hetwick Christian, von der Pest; Grassi Samuel, Historia Pestis in Confiniis Silesiae grassantis; Ephemerid. Curiosor. Naturae Cent. I. II. Obs. 143).
Nel 1707 regnava a Thorn la peste, come si è detto. Vi durò tre anni, cioè fino al 1710: e per essa quella popolazione ne andò quasi intieramente distrutta. (Büsching, Ant. Frid. Neue Erdbeschreib. 1. Th. 2. B. Königr. Preuss. p. 1167).
A Danzica il contagio si sviluppò nel 1709, si diffuse con rapidità, e vi durò sei mesi. In questo corso di tempo uccise da oltre ventiquattro mille persone. Il medico Gottwald, che vi fu presente, ne la descrisse nel suo Memoriale Loimicum de Peste Dandiscana anni 1709; così pure il Kanold Joh. nella sua Opera Einiger Medicorum Sendschreiben von der an. 1708 in Preussen, und 1709 in Danzig grassirten Pestilenz. Breslaw 1711.
Circa quest'anni il contagio menò grandi stragi a Marienberg nella Misnia, travagliò fieramente Berlino, ed altri luoghi della Prussia. La Lituania Prussiana ne andò specialmente desolata. Secondo il Büsching nell'anno 1709 quella provincia perdette 59,196 persone pel furor del contagio; il quale del pari fece strazio crudele in Amburgo, e in Augusta, come pure in varie altre città e paesi della Germania. (Erndl, Christ. Henr. in Ephemerid. Natur. Curios. Cent. V. VIII. pag. 227.; Miscellan. Acad. Caes. Natur. Curios. Cent. VII. et VIII; Diederich, And. Christ. Hist. Pest. Hamburgi 1710; Richter Christ. Frid. Relatio Pestis Regiomontani, et alibi in Borussia, Büsching Erdbeschreib. s. c.).
A questi medesimi anni, cioè dal 1707 al 1714, andarono afflitte dalla stessa calamità molte altre provincie e paesi di Europa. Oltre la parte della Polonia già indicata, oltre la Sassonia, e la Prussia, la peste invase la Samogizia, la Curlandia, la Livonia sul mar Baltico, la Svezia, la Danimarca; e dall'altra parte quasi tutta l'antica Dacia, ossia la Transilvania, la Moldavia, la Valacchia, la Servia, la Bessarabia, la Romelia, e gran parte dell'Ungheria. La città di Posen perdette la metà circa de' suoi abitanti; così quella di Sapron, e la contrada di Sagedie nella contea di Czongrad nella bassa Ungheria, e varj altri luoghi di quel regno.
Nel 1712 dall'Ungheria s'innoltrò il contagio nell'Austria, e quindi in Praga nella Boemia. Dall'Austria si dilatò nella Stiria, e nella Carniola. Lubiana ne fu molto travagliata.
Or mi farò a sporre alcune circostanze, che accompagnarono il contagio nell'invadere la capitale dell'Impero Austriaco. Fin dall'anno 1709 la peste menava stragi nell'Ungheria. Nel 1712 s'era già appresa anco alla città di Presburgo. A tale notizia le comunicazioni coll'Ungheria furono più rigorosamente interdette. Malgrado ciò poco appresso dall'Ungheria penetrò il contagio nella picciola città di Bruck sul Leytha nella bassa Austria, e quindi in Vienna. Certa giovane Cristina, Sveva di origine, proveniente dall'Ungheria, introdusse in Vienna il primo seme del pestilenziale malore. Detta giovane fu da prima ricoverata in un giardino fuori del Rossau, posto sul sinistro ramo del Danubio. Ritrovandosi essa in istato di gravidanza ben inoltrata, fu accolta nel civico spedale. Ivi rapidamente morì, non appena cominciatosi a sospettare sulla natura del suo male. Parecchie altre giovani puerpere dello stesso spedale, che si trovaron con essa, infermaron del pari, e si morirono dopo brevissimo corso di malattia, allora non ancor conosciuta. Un cappellano dell'ospitale diede avviso alla Commissione di Sanità di queste morti repentine e sospette. La Commissione ordinò tosto la separazion del locale e di tutto il circondario fuori del Rossau, ove la detta prima infetta era stata ricoverata. Fu quindi prescritto che venissero trasportate tutte le puerpere e le gravide del civico spedale in un apposito Lazzeretto, e ordinati diversi altri provvedimenti e discipline per la preservazione e salvezza della Capitale. Ma insorse grave discrepanza d'opinione sulla natura del male fra i due medici dott. Ruck, e dott. Schultz, deputati all'assistenza de' malati di questo nuovo Lazzeretto, il primo affermando che fosse vera peste, il secondo negandolo. Questa falsa opinione pur troppo costò al secondo la vita, essendosi infermato pur egli di quel contagio. Le discipline e' provvedimenti da opporsi allo sviluppo del morbo per sì fatti contrasti vennero in qualche modo arrestati. Pure si stabilirono alcune sale quasi come di prova per li malati sospetti, e si pensò ad accertarsi meglio della vera natura del male, anzi che con robusti e pronti mezzi opporvisi risolutamente. Quindi il morbo fece per qualche tempo una tregua assai lusinghiera, di modo che fu creduto che al tutto si fosse spento. I magistrati stessi da sì ingannevoli apparenze vennero tratti in errore. Nel Gennajo 1713 di 52 malati sospetti ne morirono 28; nel Febbrajo si contarono appena 28 malati, dei quali 16 morti. Nel Marzo si accrebbe considerevolmente il numero dei nuovi malati e delle morti, li primi essendo saliti a 169, le seconde a 126. Trapassata appena la meta dell'Aprile, mentre vivevasi ancora senza grande trepidazione, la peste, superata ogni linea di opposizione, penetrò in tutti i sobborghi, e nella stessa città. Quivi operò essa in breve apertamente, fattasi generale. Nell'Aprile 365 persone furono colte dal contagio, e per esso 317 vi perirono. Nel Maggio si contarono 694 nuovi infetti, ma non più che 84 morti; in Giugno 891 nuovi infetti, e 701 morti, nel Luglio 1656 infetti, 1201 morti; ne' mesi di Agosto, e di Settembre il contagio montò al suo più alto grado di forza e di propagazione, per modo che più di 4000 persone se ne infermarono, ed a circa 4200 arrivò il numero de' morti[33]. In Ottobre cominciò a scemare il male; dai 2032 malati, che si ebbero in Settembre, il numero scemò fino ai 970. In Novembre poi il contagio era in piena declinazione, 391 soltanto furono i nuovi infermati, 418 i morti. Nel Dicembre non s'ebbero più che 121 malati, dei quali 105 felicemente guarirono. Nel mese di Gennajo 1714 soli 72 infetti, e 54 morti: e nel susseguente Febbraio soli 17 infetti, e nessun morto. In sul finir del Febbrajo il morbo era interamente cessato. La somma totale fu di 9565 appestati fra la città e' sobborghi, dei quali 8644 morirono, e 921 sono guariti; sicchè appena un decimo andò salvo dalla violenza del male. La cessazione della malattia venne attribuita dai più all'effetto del freddo nel verno del 1714. Può esser per altro che ciò sia avvenuto anche per merito de' saggi provvedimenti Politico-Sanitarj, adottati in quella congiuntura dalle ordinarie Magistrature. Una special Commissione Aulica è stata dallo stesso Imperator Carlo VI instituita per provvedere ai bisogni dello Stato nella gravissima circostanza del contagio, e per procurar la salvezza delle suddite popolazioni. In tal circostanza venne pubblicato un Regolamento di Sanità. In ordinata serie stanno raccolte in esso tutte le ordinanze, le istruzioni, le norme, che si emanarono in Vienna per sì luttuosa congiuntura di peste dalla sopraccennata Commissione Aulica. (Pestbeschreibung und Infections Ordnung. Part. II pag. 176 e segg.).
In molti villaggi de' dintorni di Vienna s'è pur dilatato la peste; e si estese con molta rapidità, non però sì feroce. Il primo sviluppo seguì nel Marzo 1713 a Zellerndorf. In Aprile si diffuse a Wahring, Otterkling, Neulerchenfeld, e Hollabrun, e ne' mesi successivi a più di 40 altri luoghi tra villaggi, e picciole frazioni comunali. Serpeggiò in tutto il Dicembre dello stesso anno, e prima del terminar del susseguente Gennaro era estinta per tutto. Il numero delle famiglie colpite dal contagio fu di 762. Di esse 4923 persone rimaste infette, 3776 ne son morte, e 1147 guarirono, le più senza soccorsi dell'arte. In questo tempo di peste l'Imperatore a nome suo e del fedele suo popolo fece voto d'innalzare un tempio in onore di s. Carlo Borromeo, qual protettore contro la peste. Questo voto fu adempiuto, essendo stata eretta la magnifica chiesa intitolata a quel Santo, la quale ammirasi in Vienna al Kärnthner Thor. La prima pietra di questo superbo edificio fu posta il giorno 5 Febbrajo 1716.[34].
Nelle stragi fatte da questa peste in Germania nella Transilvania, Ungheria, Austria, ec. fu osservato che gl'individui più robusti erano più facilmente attaccati, e ne morivano quasi tutti, mentre che i più deboli o n'andavano esenti, o venendone presi guarivano con maggiore facilità. (Benza F. X. Relatio historica Pestis Austriam vastantis, Viennae 1717; Kanold Joh. von den Beulen und Blasen der in diesem fahr in Wien grassirenden Seuche 1713; Jahrhistorie der grossen Menschen-pest von 1701 bis 1716 Vid. Annal. Uratislaviens. Mens. Novemb. 1718; Peima J. B. de Beintema, Loimologia, sive Historia Constitutionis pestilentis annis 1708. 9. 10. 11. 12 et 13 per Thraciam, Sarmatiam, Poloniam, Silesiam, Daciam, Hungariam, Livoniam, Daniam, Sveciam, Saxoniamj, Austriam, variaque loca S. R. I. grassatae, Viennae 1714; Werlosching a Parenberg Joh. Bapt. et Loigk Ant, Loimologia, seu Historia Pestis, quae ab anno 1708 ad 1713 inclusive Transylvaniam, Hungariam, Austriam, Pragam, et Ratisbonam, aliasque conterminas Provincias et Urbes progrediendo depopulabatur, per epistolas ex autopsia et experientia propria medice exarata, Styriae 1716; Brietius Phil. Annales Mundi s. Chronic. Universal. usq. ad an. 1714; Gerbez Marc, Constitutio Epidemic. Labacensis in Carniola an. 1713; Syden. Op. T. II.; Fuker, de Salubrit. et Morbis Hungaricis p. 43; Gensel, Historia Pestis Hungaricae et Viennensis V. Miscell. N. C. Cent. VI. et VII.; Hojer, Untersuchung der anstekenden pestilenzialischen Seuche welche etliche jahre in Europa grassiret, Gotha 1714.; Windisch, Schroeck, Moller Carol. Otton. Orvou Oktatás miképpen kellessék e mostani Pestisses és egyebb mérges nyavalyáknak bero hanássokban Isten segitsége àltal örizésképpen az emberneck magârcil gondot viselni ec., Budae 1740: Boetticher Schamski, et alii).
Anco in Dalmazia vi fu a quest'anni la peste. Nel 1710 serpeggiò essa nei sobborghi di Spalatro, e ne' casali circonvicini. Alle altre città, avendone a tempo interrotta ogni comunicazione, e adottate le opportune misure di precauzione, venne fatto di preservarsi. (Ex Actibus Offic. Salut. Jadrens.)
In Italia sentendosi ardere su tante parti lo struggitore contagio, e già serpeggiando ad essa vicino, si avevano conceputi i più forti timori; e perciò ogni paese tenevasi attentamente in guardia per impedir il passo a questo formidabil nemico, del quale aveasi provato tante volte la tremenda possanza, e che dal 1630 non era più comparso nella Lombardia, e da circa mezzo secolo lasciava tranquilla ed immune ogni altra contrada d'Italia. A questi timori aggiungeva maggiore ansietà la tristissima circostanza, che ne' due anni, dal 1711 al 1713, l'Italia era afflitta da fierissima epizoozia, che distruggeva il bestiame, e da copia insolita di vermi, che rodevano i grani in erba, portandovi la carestia. Ma fortunatamente in mezzo a tanta minaccia l'Italia ne andò illesa; ed il freddo acutissimo del 1714 estinse intieramente la peste, sì nella Germania, e sì nelle altre provincie e paesi già soprattocchi. (Muratori, op. cit.)
A. dell'E. C. 1716-17. In questi anni fierissima peste spopolò la città di Smirne nella Natolia, e le isole della Grecia sull'Arcipelago. Specialmente Scio, Mitilene o Lesbo, e Samo vi furono crudelmente travagliate. Il furor del contagio fece altresì a questo tempo orrendo strazio in Costantinopoli. (Ephemerid. Acad. Natur. Curios. Cent. VII p. 130).
A. dell'E. C. 1718-19 Aleppo, gran città della Soría, soggetta ad esser visitata quasi periodicamente dalla peste, a quest'anni provò sì feroce il contagio, che nello spazio di circa sei mesi perdette da oltre ottanta mille de' suoi abitanti. (Russel Alexand. the Natur. Hystory of Aleppo p. 250. 262 Mertens I. p. 115).
A. dell'E. C. 1720-21. Gli anni mille settecento venti e ventuno sono celebri nella storia delle pesti per le stragi, che questa tristissima calamità fece a Marsiglia, ad Aix, a Tolone, ed in quasi tutta la Provenza, così pure in alcune città della Linguadocca, e nella Guascogna.
Abbiamo gran copia d'Opere scritte sopra questa peste; nè ch'io sappia sopra alcun'altra fu mai scritto altrettanto. Le scandalose quistioni, e' gravi dispareri insorti fra' medici a quel tempo, verisimilmente furono la principal cagione di tante scritture.
Ma prima giova osservare, che nel 1719 fu scarsissimo il prodotto dei grani, del vino, e dell'olio nella Provenza, a tale che mancarono le sussistenze nel 1720; quindi un cattivo e scarso nutrimento aveva già predisposto alle malattie la minuta classe del popolo. A ciò s'aggiunga, che i calori della state furono eccessivi, e piogge continue erano succedute ai calori; e per vario tempo que' paesi andaron soggetti al predominio di furiosi venti dall'Occidente.
Il dì 25 Maggio arrivò a Marsiglia il capitano Chateaud colla sua nave riccamente carica per conto di alcuni negozianti di quella città. Questa nave era partita da Seide (l'antica Sidone), il 31 Gennajo con patente netta, cioè a dire con officiale dichiarazione di Sanità, che a quel tempo non vi aveva in quella città alcun sospetto di mal contagioso; quantunque, come si seppe dappoi, la peste allora serpeggiasse a Seide, ed in varj altri paesi della Soria. Questo capitano prese porto a Tripoli, dove fu obbligato fermarsi qualche tempo per riparare il suo bastimento da alcune avarie sofferte nel viaggio. Tripoli non è da Seide molto distante, e libere e frequenti sono le comunicazioni fra queste due città anco in tempo di peste. A Tripoli fece egli nuovo carico di alcune mercanzie, e fu costretto di prendere a bordo alcuni Turchi, che sbarcar dovea in Cipro. Anco da Tripoli gli venne rilasciata patente netta. Uno di que' Turchi caricati a Tripoli si ammalò per via, e morì in pochi giorni. Due marinaj incaricati di gittar in mare il cadavere, quantunque appena tocco l'avessero, perchè ne fu poi commesso quel pietoso ufficio agli altri Turchi compagni, pur ammalarono poco dopo, e in pochi dì si morirono. Alcuni giorni appresso infermarono altri due marinaj, che sono morti egualmente, e morì pur anco il chirurgo del bastimento, che a tutti questi malati aveva assistito.
Tante morti quasi improvvise forte inquietarono il Capitano; il perchè separatosi dagli altri, si ritirò sotto poppa, donde per tutto il resto del viaggio continuò a dare i suoi ordini. Tre altri marinaj caddero malati nel corso del viaggio, e mancando il legno di chirurgo che gli assistesse, avvisò il Capitano di prender porto a Livorno, dove poco dopo l'arrivo i tre malati morirono nel modo stesso, che gli altri sovraccennati compagni. Il medico ed il chirurgo del Lazzeretto di Livorno dichiararono in un Certificato, rilasciato allo stesso capitano Chateaud, che i detti malati erano morti da una febbre maligna pestilenziale. Il capitano, arrivato a Marsiglia, rimise il Certificato agl'Intendenti della Sanità, e depose che alcuni altri uomini del suo equipaggio erano morti per via. Ciò avrebbe dovuto bastare a impedirgli lo sbarco; pure gliel si permise, depositando le mercanzie nel Lazzeretto, contro l'uso osservato altre volte d'inviare unitamente al carico, a Jarra, isola deserta a qualche distanza da Marsiglia, li bastimenti sospetti di peste, o che lungo il viaggio avevano per malattia perduto alcuno dell'equipaggio. Mentre al Lazzeretto si eseguiva lo scarico delle mercanzie, il dì 27 Maggio ne morì un altro individuo, il cui cadavere fu portato allo stesso Lazzeretto per essere visitato. M. Gueirard, che n'era il chirurgo ordinario, dichiarò che non vi avea trovato nessun segnale di peste. Questo chirurgo, uomo di sperienza, e di autorità, non sapeva però conoscer la peste, che ai segni esterni. Il giorno 31 Maggio entraron nel porto di Marsiglia tre altri bastimenti dagli stessi luoghi sospetti; ed un altro bastimento approdò il dì 12 Giugno. Tutti questi furono portatori di patente brutta, vale a dire, indicante che nel luogo della loro partenza vi aveva sospetto di peste. Ciò non di meno le loro mercanzie, egualmente che quelle del capitano Chateaud, furono tutte rimesse al Lazzeretto pel loro discarico. Infrattanto la malattia continuava nella nave di quel capitano. Nel dì 12 Giugno morì il Guardiano di Sanità, che se n'era posto alla sopravveglianza. Il dì 23 detto infermò uno dei mozzi del naviglio, e contemporaneamente due così detti bastazzi del Lazzeretto deputati allo sborro e al maneggio delle mercanzie di quella contumacia, non che un facchino da espurgo, messo alla contumacia del capitano Aillaud, arrivato il dì 31 Maggio, ma che aveva preso parte nel maneggio delle mercatanzie della prima contumacia. Essi tutti morirono rapidamente fra due o tre giorni. Il chirurgo del Lazzeretto continuò a dichiarare che quelle erano malattie ordinarie. Il capitano Chateaud non tardò molto ad essere la vittima con tutta la sua famiglia della terribile malattia, che aveva egli stesso sgraziatamente seco portata. Gl'Intendenti della Sanità, scossi da tante morti precipitose, si determinarono finalmente di spedire all'Isola di Jarra li quattro bastimenti per ricominciarvi la lor contumacia, contentandosi di far chiudere li bastazzi, deputati all'espurgo nei recinti del Lazzeretto con esso le mercanzie, e d'interdire fra loro ogni comunicazione. Queste precauzioni non impedirono punto che due dei detti bastazzi, posti sopra le mercanzie del capitano Chateaud, non ammalassero il dì 5 Luglio colla comparsa di buboni sotto le ascelle. Quantunque la malattia si mostrasse co' suoi più manifesti segnali, il chirurgo del Lazzeretto era sciaguratamente ostinato nel non volerla riconoscere per tale; e furioso dichiarò che non era che un'ordinaria malattia. Infermò un altro bastazzo il giorno appresso con un bubone all'inguine. In vista di un contagio così evidente e palese, gl'Intendenti della Sanità incominciarono a diffidare, ma purtroppo tardi, del sapere del loro chirurgo; e, per assicurarsi della verità della cosa, si determinarono di fare un consulto. Due maestri chirurghi della città furono chiamati a dar parere sulla malattia, M. Croiset, chirurgo maggiore dell'ospital delle galere, e M. Bouzon, che aveva fatto alcuni viaggi in Levante. Visitarono essi i malati al Lazzeretto in compagnia del chirurgo ordinario di quel luogo M. Gueirard, ed avendo trovato tutti i detti malati con buboni, li dichiararono assolutamente attaccati da peste. La morte di questi tre malati, seguita il giorno dopo, confermò il giudizio e la relazione dei due chirurghi sovracchiamati.
Non vi voleva meno che una dichiarazione forte e deliberata dei due sopraccennati maestri di chirurgia, e verificata col fatto, per determinare a più severe misure gl'Intendenti della Sanità. Fecer essi trasportar fuori del Lazzeretto le mercanzie infette, e le mandarono all'Isola di Jarra, dove in seguito per ordine della Corte sono state bruciate unitamente al corpo del bastimento, che le aveva contenute. M. Gueirard, chirurgo ordinario del Lazzeretto, di cui s'è fatto menzione, non tardò molto a pagare il fio della sua ignoranza, mentre dopo pochi giorni cadde malato e morì. Il sacerdote del Lazzeretto, che aveva somministrato i sacramenti ai malati, contrasse la malattia pur egli, e perì di quella morte medesima. E qui è da notare, che sopra gli altri quattro bastimenti sospetti, giunti a Marsiglia dalle stesse contrade infette poco dopo l'arrivo del capitano Chateaud, non vi sono stati nè malati nè morti durante il viaggio, nè per tutto il corso della quarantena. Un altro enorme fallo, commesso in tal circostanza dagl'Intendenti di Sanità, fu quello di mettere a libera pratica, dopo soli diciannove giorni di contumacia, tutti li passeggieri di queste contumacie sospette, e quegli stessi arrivati colla nave del capitano Chateaud, che entrarono in libera comunicazion nella città il dì 14 Giugno, senza che fossero state prese per essi altre precauzioni, che quella di farli passare, prima della uscita del Lazzeretto, sotto una fumigazione un po' più forte dell'ordinaria unitamente ai loro bagagli; giacchè era uso de' passeggieri, uscendo del Lazzeretto, che portassero seco i loro equipaggi, e sovente anco le lor paccottiglie[35]. Il perchè conviene conchiudere che si avesse una gran fede a cotesti profumi.
Tutto ciò si passava nell'interno del Lazzeretto sotto il più grande secreto; e nella città ignoravasi al tutto che vi fosse la peste, e che la vi fermentasse con tanta forza. Mentre vivevasi in uno stato di sì infausta sicurezza, la peste già penetrata nella città serpeggiava furtivamente di casa in casa, e preparava il tristissimo fomite di tanta sciagura, e della distruzion di quella popolazione.
Il dì 20 Giugno nella strada detta Belle Table Margherita Dauptane cadde malata di un carbonchio al labbro. Il chirurgo della Carità, che ne fu alla cura, fece avvertito di ciò il Magistrato; ma il chirurgo della Sanità, inviato sopra luogo, dichiarò ch'era un carbonchio ordinario; e la cosa finì così. Il dì 28 del mese stesso un sarto, nominato Creps, che abitava sulla piazza del Palazzo, morì con tutta la sua famiglia in pochi dì; e la malattia fu giudicata una febbre maligna.
Il primo di Luglio morì nella contrada, detta l'Escale, un certo Eigaziére con un carbonchio sul naso, e poco appresso nella stessa contrada certa Tanouse con buboni, e dopo di essa parecchi altri individui delle case vicine, e molti altri della stessa contrada si morirono alla medesima guisa dopo rapido corso di malattia. I signori medici Peyssonel, padre e figlio, il dì 9 Luglio denunziarono, che un certo Issalene, giovanetto di circa 14 anni, si ritrovava effettivamente attaccato da peste in una casa della piazza di Linche, non guari distante dalle dette contrade, dove s'ebbero i primi malati. Il giorno appresso questo giovanetto morì, e vi cadde malata sua sorella, sarta di professione. Durante la notte, si trasportò l'uno, e l'altra al Lazzeretto insieme con tutta quella famiglia, e tutti vi perirono di peste in pochi dì; e se n'è fatto chiuder la casa.
Il giorno dopo la morte del giovanetto sopraindicato, cioè il dì 11 Luglio, cadde malato certo Boyal, uno dei passeggieri venuti di Levante colla nave Chateaud, stato messo a pratica nella città il giorno 14 Giugno, come s'è detto. Il chirurgo, che lo curava, gli trovò un bubone sotto un'ascella, e denunciò il fatto alla Sanità. Vennero tosto apposte guardie alla porta; e il Boyal, morto lo stesso giorno, fu la sera trasportato e seppellito al Lazzeretto dai bastazzi, che vi erano tenuti chiusi. Si trasportarono pure al Lazzeretto tutti gli abitatori di quella casa, che fu poi fatta chiudere; e quindi a tutti quelli, che avevano visitato il Boyal, si ordinò di star riservati nelle proprie abitazioni, e di usar dei profumi.
Dopo queste prime costernazioni del morbo si passarono alcuni giorni in un'ingannevole calma. Già la gente incominciava a riaversi dei concepiti timori di peste, ed applaudiva alle ordinate precauzioni; ed il popolo, facile a volgersi e ad essere illuso, attribuiva le seguite morti a tutt'altra specie di morbi. Ma il male pullulava segretamente di mezzo a così cieca credenza, ed alle improvvide direzioni de' Magistrati. Non tardarono molto a manifestarsi nuove insorgenze nella medesima contrada della Scala, in quella dell'Oratorio, alla Piazza de' Predicatori, ed in parecchi altri quartieri della città, andandone estinte intere famiglie. Le dette famiglie prime attaccate, furono quelle dei sarti, de' rigattieri, e d'alcuni famosi contrabbandieri.
M. Peyssonel, il padre, che serviva nell'ufficio di Medico della Carità, e di gran pratica nell'esercizio dell'arte sua; dall'aver osservato parecchi malati, infermati con buboni e carbonchi, che morirono in poche ore, convinto che quel morbo realmente fosse peste, ne avvisò il dì 18 Luglio i Magistrati. Essi invece di uniformarsi al giudizio di quell'uomo dotto, ed esperto, nominarono per visitare i malati altro chirurgo, il quale per ignoranza o per gelosia dichiarò che la malattia era una febbre verminosa semplice e senza contagio. Dopo questo fatto gli altri medici si tacquero, per non esporsi alla stessa mortificazione ricevuta dal loro collega. Così il contagio fece progressi spaventevoli. Qui M. Bertrand, quantunque lontano dall'adottare le false prevenzioni del popolo, risguardanti l'apparizione de' segni celesti, che precedono le grandi calamità, fa menzione del seguente fenomeno. Il dì 21 Luglio essendo il cielo coperto di nubi, minaccianti pioggia, si fece nella notte un temporale così terribile con lampi e tuoni tanto spaventevoli, che non v'era memoria di alcun altro simile giammai accaduto. Tutta la città ne fu in somma angustia e spavento. Molti fulmini cadettero sopra diverse case senza offender nessuno. Questi tuoni spaventevoli si risguardaron dal popolo, quai segnali di terribile mortalità. A quel tempo il contagio, superato ogni argine, si sparse rapidamente in tutti i quartieri della città. Il giorno 23 Luglio morte quattordici persone nella sola contrada della Scala, e cadute inferme molte altre, che morirono il dì seguente, lo stesso parroco della contrada si recò al Magistrato della Sanità per denunziar questi fatti. La costernazione fu somma in tutta la città. M. Peyssonel, col chirurgo deputato dal Magistrato, continuarono a visitare i malati, e sulle loro dichiarazioni si continuò a farli trasportare al Lazzeretto, sempre di notte per non ispaventare il popolo. M. Peyssonel, carico d'anni e d'acciacchi, rimise al proprio figlio, pur esso medico, l'incarico di cotali visite. Questo giovane non prevedendone le conseguenze, sparse il terrore in tutta la città pubblicando che la peste era già in tutti i quartieri di Marsiglia. Scrisse lo stesso ne' paesi confinanti; lo che diè motivo che i vicini si mettessero in gravissima combustione, per cui restarono intercette tutte le comunicazioni colla città. Di già il Parlamento di Aix aveva pubblicato, in data 2 Luglio, un decreto, in forza del quale era proibito sotto pena della vita ogni comunicazione con Marsiglia. Appresso cominciò la carestia a farsi sentir nella città crudelmente. Cominciava già il popolo ad ammutinarsi. Si cercò riparo, stabilendo tre mercati, uno a due leghe da Marsiglia sulla strada d'Aubagne, l'altro su quella d'Aix, ed il terzo a l'Estagne per le provenienze di mare. Là i venditori, separati dai compratori col mezzo di barricate, provvedevano alla sussistenza degli abitanti della città; ma questo provvedimento non poteva, che in parte, supplire ai bisogni.
Il pubblico infrattanto mormorava, del non esser stati ordinati medici di riputazione alla visita dei malati sospetti; ed ognuno instava con parole ed ufici, perchè si passasse formalmente a darne un giudizio deliberato sulla vera natura del male. Dietro queste pubbliche voci e lagnanze sono stati nominati dal Magistrato quattro medici dei più accreditati, cioè i signori Bertrand, Raymond, Audon, e Robert, ciascuno col suo chirurgo ed un giovane pratico. Essi tra loro si divisero la cura di tutti i malati della città. Appena visitati alcuni malati, dichiararono al Magistrato della Sanità, non esser più luogo a dubitare che la malattia non fosse vera peste, ed anche la più terribile che fosse comparsa da molto tempo[36]. Importunati dalle istanze, e dalla curiosità de' cittadini non tardarono essi a soddisfarla, manifestando ciò, che avevano di fatto riconosciuto. La dichiarazione di questi medici non trovò maggior credenza nell'opinione dei Magistrati, e nel pubblico, che quella, fatta qualche giorno prima dai dottori Peyssonel e Sicard. Il Magistrato di Sanità, lungi dal prestar fede a relazioni sì autentiche, fece affiggere un avviso, col quale annunciava, che quelli, che sono stati nominati alla visita de' malati, hanno finalmente riconosciuto che la malattia, la quale dominava, non era che una febbre maligna ordinaria, cagionata dai cattivi alimenti e dalla mendicità. Il che pur mostrava qualche apparenza di verità; dappoichè fino allora la malattia non aveva attaccato, che famiglie povere, e particolarmente i ragazzi; oltredichè, nella maggior parte de' casi, il morbo era accompagnato da gran quantità di vermi, che i malati evacuavano sì per bocca, che per secesso. M. Michel d'altra parte, medico del Lazzeretto, scriveva che i malati che gli s'inviavano a quel luogo, non avevano altro male che la noja di esser chiusi, e la lue venerea. Chi volesse giustificar il Magistrato, potrebbe dire ancora, ch'esso fece pubblicar questo avviso col solo oggetto di tranquillare lo spirito del popolo, e per impedire ch'esso non si abbandonasse alla costernazione ed allo spavento.
Infrattanto, sia che non si risguardasse più il male come contagioso, sia che tutte le infermerie del Lazzeretto fossero già occupate, non s'avviarono più i malati a questo luogo come per l'innanzi. Il perchè, crescendo ogni giorno più il numero de' malati e dei morti, si aumentarono in proporzione le ragion del contagio. Coll'accrescersi i bisogni pubblici, e l'urgenza di provvedere a tanti malati, ed al seppellimento di sì gran numero di morti, s'accrebbero in proporzione l'imbarazzo, e la confusione de' Magistrati, i disordini e lo spavento fra la popolazione.
La truppa, chiusa nella cittadella, mancandole sussistenza e sussidj, minacciava la città, chiedendone provvedimento. Ciò accresceva le angustie nella carestia di tutte le cose, delle quali si abbisognava. Il corpo delle galere stazionando allora a Marsiglia, nuovo grave imbarazzo per quelli, ch'erano al governo della città, sarebbe stato il provvedere anche ai bisogni di questo numeroso corpo, contando allora più di diecimila persone; ma gli officiali comandanti si condussero con mirabil saggezza, a tale, che formava sorprendente contrasto con l'imprudenza degli officiali municipali. Ai primi sentori di peste nella città fecer quelli tirar al largo le galere, spedirono uno dei loro medici, ed un chirurgo a visitar malati nella città, onde assicurarsi della vera natura del morbo regnante, e così liberarsi da ogni e qualunque incertezza. A M. Perrin, medico, ed a M. Croizet, chirurgo, fu imposto di eseguire sì fatta commissione. La eseguirono essi il dì primo Agosto, e nella lor relazione, indirizzata al Comandante delle galere, dichiararono: che la malattia era pestilenziale, contagiosissima; e ch'era necessario usare le più grandi precauzioni per prevenirne le conseguenze. Assicurati della verità del fatto, gli officiali delle galere presero tosto le opportune precauzioni, fecero ritirare i loro bastimenti al largo dalla parte dell'arsenale, e con una palizzata li separarono dal resto del porto; rendettero isolati nell'arsenale tutti gli equipaggi, mettendo barriere a tutte le uscite, come se fosse una città assediata; deputarono alcune tartane a trasportar giornalmente da Tolone, e dal porto di Bouc legne, carbone, farina, carne, vino, e tutte le cose necessarie alla vita, che alcuni provveditori, nominati dai comandanti, avevano cura di opportunamente allestire. Di tal modo trovavansi sopra le galere, e nell'arsenale, ed a modico prezzo tutti i generi di vittuaria, de' quali aveasi bisogno, mentre che, ad onta d'una spesa immensa, riusciva difficile, od impossibile alla città il fornirsi delle cose occorrenti.
Ciò non pertanto, le comunicazioni fra la città e le galere erano state libere fino allora, ed era ben difficile che qualcuno dell'equipaggio non avesse già contratta l'infezione, o qualche morboso seme non vi fosse stato trasportato per entro ai navigli con altro mezzo. E di fatti, la peste si manifestò nella galera la Gloria. Due forzati caddero malati, uno il 31 Luglio, l'altro il dì primo Agosto. Quindi il male si sparse insensibilmente fra le ciurme, attaccò gli equipaggi, e finalmente si diffuse anche tra le famiglie rinchiuse nell'arsenale. I periodi della maggior mortalità della malattia nelle galere e nell'arsenale seguirono dappresso quelli della città, non così però riguardo alla loro rapidità, e violenza; ed è ben lungi che abbia fatte le medesime stragi, nè durato tanto. Nel Settembre la malattia a bordo delle galere e nell'arsenale fu nel suo forte, e ne' mesi seguenti andò sempre più declinando. Il maggior numero dei malati fu dai 25 ai 30 al giorno, ed alla metà dì settembre il numero dei morti giunse al più a 17 in un giorno. In Agosto morirono 170 persone, in Settembre 286, in Ottobre 189, in Novembre 89, in Dicembre 37: in tutto 771. Ne' mesi di Gennajo, e Febbrajo non vi ebbero che 7 od 8 morti. In Marzo la malattia cessò intieramente sulle galere. Per merito delle precauzioni usate, e delle sagge misure opportunamente prese, e forse anco in forza della situazione, e delle diverse circostanze de' luoghi la malattia non fece grandi progressi sopra la detta flottiglia, e nell'arsenale. Di 10,000 persone non ne caddero malate che da 1300; e di queste, 782 soltanto ne sono morte, come ho già detto di sopra.
Nella città tutto era disordine, e confusione. Erasi trascurato di regolar per tempo le cose, e porsi opportunamente in difesa. Gl'inconvenienti, e gli errori si tenevan dietro l'un l'altro, e crescevano in proporzion della gravità del pericolo, dell'urgenza de' bisogni, e dello spavento. Di molti consigli venivano sposti ai Magistrati, ma essi non sapevano più a qual partito appigliarsi. L'ultima opinione era d'ordinario quella, che prevaleva sopra i suggerimenti più saggi. In fine venne accolta avidamente la proposizione di certo medico, che fu M. Sicard; il quale, avendo letto, che Ippocrate, quando la peste desolava l'Attica, aveva fatto accender de' fuochi per le strade di Atene a purificarne l'aria, aveva pur consigliato di accendere i fuochi a cinque ore della sera per tre giorni seguitamente dinanzi ad ogni casa, e sulle piazze pubbliche, e di bruciare dello zolfo negli appartamenti per spurgarne le suppelletili, e vestimenti. Ciò si eseguì, e l'atmosfera per tre giorni continui fu coperta da un fumo nero ed ardente, che avendo aumentato il calor naturale della stagione, e del clima, parve conferir al contagio nuovo alimento, e vigore. In fatti allora il veleno pestilenziale si spiegò con tal violenza, che giunse a spaventare anco i più intrepidi; e vide il pubblico con suo rammarico consumata inutilmente una sì grande quantità di legne, donde teneva doverne averne gran disagio in appresso. Gli abitanti disertarono le loro case, e i più timorosi già s'eran giovati della libertà delle comunicazioni, andatisi a rifugiare in altre città, e in altre provincie. Quelli poi, che guidati da una cieca prevenzione, fin allora erano stati increduli, quando furono deliberati di partire, ne trovaron chiuse tutte le uscite, e guardate tutte le strade; sicchè furon costretti, o di ritirarsi alla campagna, o di rinchiudersi nelle proprie case. Ciascuno era divenuto sollecito di approvvigionarsi di viveri, e di trasportar fuori della città le proprie masserizie. I mezzi di trasporto, quantunque in gran numero, non bastavano a soddisfare la smaniosa sollecitudine di quelli, che colti da timore fuggir volevano dalla città. Le genti del popolo, che non avevano case di campagna, andarono a ricoverarsi sotto tende nella pianura di s. Michele, altri sulle rive del Veaune, e lungo i ruscelli, che bagnano il territorio, altri su i bastioni, altri salirono sulle vicine colline, altri finalmente cercarono asilo fra le rupi, e nelle caverne. Le genti di mare s'imbarcarono colle loro famiglie sulle navi, sopra barche, ed anche entro a piccioli battelli, tenendosi al largo dalla riva, presentando così lo spettacolo di una città galleggiante. Le religioni uscirono de' lor monasteri, e seguirono nella fuga i lor parenti, od amici. Gli ufficiali della giustizia, quelli dei municipj, i direttori degli spedali, in somma quasi tutti gli impiegati cercaron fuori della città un rifugio contro la peste; ma sventuratamente questi infelici fuggiaschi portavan già seco nella lor fuga il fatal seme del rio morbo, che poscia doveva ucciderli. I membri, come diconsi, del Magistrato Sanitario stettero fermi al loro posto, e fra gli ecclesiastici restarono nella città i parochi, ed i vicarj. Questi uomini rispettabili, animati dall'esempio del lor capo, e venerando vescovo monsignor Belzunce, usarono al pari di esso d'un coraggio veramente eroico, e una carità maggior di ogni elogio. È difficile portare queste virtù a cotanto alto grado, come le portò in quella terribile congiuntura il sullodato monsignore Belzunce. Appena si dichiarò che sussisteva la peste nella contrada della Scala, come s'è soprattocco, egli chiamò a se i parrochi ed i superiori delle comunità. Animato da quell'ardente zelo che le circostanze rendevano sì necessario e sì grave, non durò gran fatica ad ispirarlo nel cuore dei suoi cooperatori. Prescrisse loro la maniera di condursi in quei tempi di calamità; e qual novello s. Carlo per tutto quel tempo, che durò il contagio, si vide per tutto, dove la salute del popolo richiedeva la sua presenza.
L'ospital civile, che conteneva gl'infermi di altre malattie ordinarie, venne chiuso per lo timore, che, accogliendo nuovi malati, non vi s'introducesse la peste.
Il Governatore comprese ben tosto la necessità di stabilire degli altri spedali. Si elesse a quest'uopo l'edificio della Carità, luogo il più adatto per la sua situazione, e disposizione interna, e per la sua vastità. Il Governatore n'aveva anche per assoluto ordinato lo sgombramento, e l'istituzione di questo nuovo spedale; ma bisognava darne incomodo ai religiosi, che lo occupavano, perciò la cosa trovò qualche obbietto, e il piano non si eseguì. Passarono ancora otto giorni prima di deliberar per trovare altro luogo; ed intanto i malati s'accumularono da per tutto, e ben tosto si appalesò quella confusione, e quel disordine, la cui sola ricordanza ancora fa inorridire. Si deliberò finalmente di formar uno spedale nel luogo dei Convalescenti, appartenente all'Hôtel-Dieu; ma ben presto si riconobbe che pur esso era troppo angusto; mentre ne fu riempiuto in men di due giorni. E siccome i malati vi accorrevano in folla, così fu forza collocargli, misti coi buoi e cavalli, in una grande stalla, vicina al succennato spedale.
Due medici offrirono spontanei l'opera loro per li bisogni del detto spedale. Accettata l'offerta, essi vi restarono chiusi. In quella cura vi adoperarono reiterate cacciate di sangue, ed i purgativi; ma questo metodo riuscì manifestamente dannoso: perchè la mortalità vi fu estrema. Dopo alcuni giorni tutti due questi medici furono attaccati dal contagio, ed in poche ore ne morirono pur essi.
Il Magistrato di Sanità non lasciò di pubblicare parecchie ordinazioni, dalle quali si prometteva trar buon partito per la salute pubblica. Una d'esse fu quella di far uscire della città tutti i vagabondi, e' mendicanti forestieri. La storia però non riferisce che a quest'ordine siasi dato esecuzione. In fatti dove mandargli? Quale asilo poteva trovare cotesta classe d'individui, che già pericolosi per la lor professione, lo diventavano ancora più, essendo cacciati fuori da una città appestata? Altre ordinazioni risguardarono gli oggetti annonarj, e la polizia delle strade. D'ordine dello stesso Magistrato si levarono quattro compagnie di soldati, che divisi in parecchi corpi, furono disposti fra i quattro quartieri, dove era più urgente il bisogno, sotto gli ordini di un commissario di Sanità. Questo commissario era incaricato di distribuire pane ai poveri del quartiere, di sporre lo stato de' malati nelle respettive famiglie del proprio quartiere, e di sorvegliare, perchè fosser curati, ed assistiti col minor pericolo, che si potesse, delle persone rimaste sane. Ma queste sagge disposizioni non furono eseguite, dappoichè esigevan esse quella certa calma e quella tale regolar vigilanza, che difficilmente si può conservare in mezzo agli orrori di sì terribili giornate, in cui ognuno vedeva la falce di morte già vibrare il colpo sul proprio capo. In pochi dì si diffuse l'infezione per tutte le contrade di Marsiglia. Le notti erano troppo brevi da poter trasportare tutti i cadaveri; quindi fu forza farne il trasporto anche di giorno, appalesando così al pubblico le immense perdite che andava facendo: il che fin allora con somma cura s'era cercato di occultare. I vagabondi e' girovaghi, che per avventura non aveano obbedito all'ordine, che li cacciava della città, furono obbligati a servir da becchini, e a levar i cadaveri, che giacevano ammucchiati nelle case. D'ordinario costoro gli strascinavano per li piedi giù dalle scale; o li gittavano dalle finestre, rotolandoli poi per le strade. Lo strepito delle carrette mortuarie, misto al fremito, che cagionava il rotolamento dei cadaveri, metteva un orribile spavento negli animi; ed ai sani, non che ai malati, faceva gelar il cuore di raccapriccio. Tutte le botteghe erano chiuse; chiuse le chiese, i tribunali di giustizia, e tutti i luoghi pubblici; era interdetto il commercio, sospeso ogni lavoro, e le aziende degli uffizj ecclesiastici, e civili. Un funebre lutto copriva la città; un cupo melanconico silenzio da per tutto regnava, e su tutti. Ogni legame di amicizia e di parentela era sciolto. I parenti schivavano di vedersi l'un l'altro; si fuggivan gli amici tra loro, e si temevano i vicini. Ognuno sembrava formare una società a parte, ed avrebbe voluto ciascuno, se fosse stato possibile, riservare a se solo l'aria, che respirava. Mancavan le cose più necessarie alla vita, e gli alimenti non si prendevano, che con ispavento, e colla più grande circospezione. L'ospitale traboccava di morti, e di moribondi, le strade seminate di malati, e di agonizzanti, i bastioni delle mura coperti di tende, ricoverandovi i più presso a mancare. Nella faccia d'ognuno leggevansi lo spavento, e il terrore; e quella angosciosa sollecitudine di garantirsi con ogni più possibile mezzo da sì tremendo malore, che tien l'animo in un continuo tremito di desolazione e d'ambascia, e che ben predispone alla malattia. Ogni giorno sentivasi la perdita di più amici e parenti, nè più si osava di chieder conto delle persone più care. I movimenti della natura, e le voci dell'amicizia erano repressi alla vista spaventevole e continua di una vicina morte. I padri, e le madri si defraudavano della dolce consolazione di vedere i loro figli, i figli abbandonavano i languenti lor genitori, il fratello la moribonda sorella, e stupido e muto restava in loro ogni sentimento della natura. L'opulenza la più doviziosa non bastava a procurare i soccorsi anche de' più comuni. Il ricco in mezzo al suo oro mancava, al pari del povero, di tutto, e l'un e l'altro languiva nell'abbandono e nella miseria. Queste catastrofi di orrore e di desolazione incominciarono nell'Agosto, e si fecero in seguito sempre più spaventevoli e orrende; che appunto circa il primo di Agosto arrivarono a Marsiglia due medici da Montpellier, il Chicoaneau e il Verny, inviativi dalla Corte Sovrana per recarne un definitivo giudizio sulla natura della malattia, e suggerire i necessarj soccorsi. Chi 'l crederebbe! Questi due professori medici, che per la loro riputazione s'erano meritati un sì onorevol favore della sovrana confidenza, preser pur essi un grossolano errore sulla natura del male, quantunque fosse omai arrivato ad un punto da escludere ogni dubbio ed ogni incertezza anco fra le persone, che non fosser dell'arte. Essi nol ravvisarono per peste; ma dichiararono che «quel morbo, il quale metteva pure cotante stragi e scompigli, non era che una febbre maligna, cagionata dalla corruzione e dai cattivi alimenti». Ignoranza tanto funesta, quanto più si aveva del lor sapere la maggior confidenza! Ciò non pertanto cotesti signori medici stimarono prudente consiglio di non trattenersi molto in Marsiglia; perchè dopo dieci giorni se ne partirono dalla città carichi di onori e di regali, ritirandosi ad Aix.
Il giorno dopo la loro partenza sulla relazione da essi indirizzata al Governatore della città, ed al Magistrato di Salute, si è creduto dover pubblicare un avviso, col quale si avvertiva il popolo che «la malattia, che regnava nella città, non era pestilenziale, ma solamente una febbre maligna contagiosa, della quale si sperava di poter in breve arrestare i progressi». Questo avviso riassicurò il popolo, il quale da quel momento incominciò a rallentare le precauzioni, e a comunicare più liberamente[37]. Monsignor lo vescovo ed i magistrati furon costretti di cedere alle istanze e alle sollecitudini del popolo, permettendo che si facesse la solita processione di s. Rocco, la cui protezione in quella calamità si rendeva tanto più necessaria. Intanto la peste, a guisa di rapido torrente, che superato ogni argine, che lo intrattiene, tutto invade e distrugge, circa la fine di Agosto di sì fatta guisa s'era accresciuta e diffusa, che uccise in pochi dì immenso numero di persone, giovani e vecchi, deboli e forti, poveri e ricchi indistintamente, riempiendo tutta la città di disperazione e di pianto.
Nel mese di Settembre la mortalità colse fino a mille persone al giorno. E qui come descriver gli orrori di quelle tristissime e terribili giornate! Quale spettacolo presentava Marsiglia! Quella città sì ricca, sì fiorente, sì popolata pochi mesi prima, era divenuta squallida e deserta, e rimasta in preda alla desolazione, al pianto, all'indigenza, alla morte. Nelle case le più delle porte e delle finestre erano chiuse, il lastrico delle strade da una parte e dall'altra tutto coperto di malati e di moribondi, parte distesi in sul nudo terreno, parte sopra materassi ma tutti senza soccorso di sorta. In mezzo alle strade e sulle piazze pubbliche non si vedevano che cadaveri mezzo putrefatti, logori cenci, e masserizie miste col fango, e carrette cariche di morti, parte strascinate dai forzati, e parte abbandonate, perchè non vi aveva chi le conducesse. La strada Delfina in ispezieltà offeriva uno spettacolo spaventevole e orrendo. Dessa era quella, che conduceva all'ospitale. Tra gli appestati, rimasti soli nelle lor case, e per conseguente privi di ogni sussidio e d'ogni assistenza, i poveri, i quali mancavano di tutto, tentavano ogni mezzo, e, dirò così, facevano gli ultimi sforzi per giugnere fino a quell'asilo, dove speravano trovar ajuto e ricovero; ma sovente venivan meno ad essi le forze prima di giungervi, o, come v'erano giunti, non vi trovavano luogo, perchè tutti i posti v'erano già occupati; quindi dovendo essi tornar indietro, e isforzandosi di ricoverarsi ancora, donde eran partiti, mancando loro ogni lena, cadevano sfiniti a terra, e tra poco pur colà si morivano. Altri, corrucciati da ardentissima sete, appressavansi ai ruscelli, scorrenti di mezzo alla strada, per bagnarsi la lingua e le labbra, fatte aride per l'ardore del male, e, coricatisi appena, esalavano così in mezzo all'acque l'ultimo fiato. Ma perchè non mancasse alla desolazion di Marsiglia nessuno di quegli orrori, onde fu percossa Gerusalemme, pur là donne si videro spirare coi lor bambini, attaccati ancora alla mammella. Quella strada, che ivi corre cento ottanta tese di lunghezza sopra cinque di larghezza, era tutta così affollata di malati, e ingombra di morti, che non vi si poteva muover passo, che non ne fossero calpestati. Chi varrebbe mai a ricordare e descrivere appieno tutti i patimenti e languori di tanti malati? Alcuni furono, ai quali, morti tutti i loro congiunti, ed amici, rimasti soli in casa senz'alcun ajuto e soccorso, la vita medesima era restata a più grave stento, e sciagura. Nè potendo più reggere, nè intrattenersi in que' luoghi, dove tutto ad essi le funeste perdite ricordava; quindi abbandonavan la propria casa per riporsi di mezzo alle strade: parecchi arrestavansi in sulla porta, ritenutivi dalla debolezza, o dalla vergogna di mostrarsi in pubblico, ridotti a cotanto estrema miseria. Quivi i più finivano angosciosamente la vita. Altra specie di malati, la cui condizione era misera ben più d'assai, vedevasi pur sulle strade. Era questa formata di que' fanciulli, i quali dagl'inumani lor genitori, in cui lo spavento del male aveva soffocato ogni sentimento della natura, erano messi fuor dalla porta delle loro case, con postogli indosso uno sdruscito panno, ed una scodella in mano: cosa inverisimile, ma vera, venendone confermata dal celebre storico M. Bertrand, che fu di tutta questa pestilenza testimonio oculare. Que' fanciulli infelici con sì tristo corredo si trascinavano essi medesimi, quanto più potevan, lontano. Alcuni, dopo fatto qualche passo, cadendo, morivano, ai primi sforzi; altri si fermavano al sentirsi venir meno le forze, rialzandosi poscia, e così a più riprese giungevano al luogo ad essi proposto. La più parte credevasi felice, quando dato l'era di potersi allogare in sui gradini di qualche porta, sopra una panca o di legno, o di pietra, sopra la balconata di una bottega, o dietro qualunque riparo, che lor si fosse offerto, formandone quivi suo letto. In questo mezzo, ahi crudeltà, si contrastava loro anche sì fatto asilo. Ognuno naturalmente temeva dell'avvicinamento di un appestato e ognuno cercava di allontanarlo dalla propria casa. A questo fine di tratto in tratto si gittava dell'acqua sulla strada, e su i limitari delle porte; altri ne lordavan le soglie, e' gradini con feccia di vino, perchè i malati non vi si adagiassero. Per tal modo cotesti infelici, cacciati da tutti, e da ogni luogo rispinti, trascinavano, a grave stento, il resto di una moribonda esistenza in sulle piazze pubbliche le più vicine, dove speravano di poter più liberamente morire.
Sopra queste pubbliche piazze appunto era orribile cosa il vedere da dugento a trecento di questi miseri, abbandonati a tutto il rigore di una violentissima malattia, il patir de' quali diventava più atroce per la mancanza de' comodi necessarj, e per la privazione di ogni ajuto, e d'ogni assistenza. Ad un solo sguardo vedevasi la morte, su cento volti e cento, differentemente dipinta, a tristi e diversi colori e segnali. Uno aveva il viso pallido e cadaverico, l'altro rosso ed infiammato; a chi erasi fatto livido, e pavonazzo; a tale altro di color quasi violetto; e cento altre specie di tinta, che tutti gli sfigurava. Alcuni avevano gli occhi mezzo spenti, altri ben troppo vivi ed accesi; quindi languidi gli sguardi di quelli e tristi, di questi erano forti, e truci eziandio irregolarmente: tutti però si mostravano all'aspetto pieni di turbamento, e di spavento, a tale da rendere sconosciute e ignote le lor fattezze. Chi giacea coricato; chi se ne stava mutolo, e quasi come stupido; chi preso da delirio non cessava di parlare; chi rimaneasi immobile, e chi si dimenava smanioso e irrequieto, per modo, che la piazza non aveva abbastanza di spazio per dare sfogo all'acerba loro inquietudine. E siccome la peste assume i sintomi di tutte le altre malattie; così sentivasi ogni sorta di lamenti per le differenti specie di dolori e di mali: que' della testa erano acutissimi, e così di tutte altre parti del corpo; vomiti fieri e soffocanti, stiramenti di ventre corrodenti, carbonchi, che abbruciavano; in somma tutto era un cumulo, raggruppato d'ogni spezie di morbi, che diventavano più violenti, e crudeli per cagione del freddo, che gl'infermi prendevano nel corso della notte, riconosciutosi che la traspirazione dava più riposo e più sollievo ai malati, che tutti gli altri rimedi.
Entrando poi nell'Ospitale, quale tristo spettacolo, e spaventoso! quale scena di turbamento e di affanno schiudevasi al guardo renduto immobile per raccapriccio! Vedeansi per ogni dove affollati gl'infermi e i moribondi, parte distesi sul nudo terreno, parte in sulle panche di pietra, frammischiati e confusi senza distinzione di sorta. Ogni angolo, ed ogni sito n'era occupato. Quelli, che giacevano men disagiati, non altro s'avevano che un pagliariccio, senza lenzuola, e senza coperte, tranne que' pochi, che occupavan le sale; gli altri tutti eran privi di comodi, e d'ogni assistenza, abbandonati a' sergenti, e a' famigli duri e crudeli, che non s'eran preso quel carico, pur periglioso, se non per poter più liberamente ladroneggiare, e rapire. La maggior parte di que' malati avevano portato seco tutto il denaro e le cose preziose, che possedevano, quasi come in luogo di sicurezza; e mentre sentivansi avvicinar l'ultima ora, accresceva ad essi l'acerba doglia il prevedere, che sarebbero stati ben presto spogliati di tutto, e tolta con essi ogni speranza de' loro eredi; il che pur troppo conoscevasi fare agli altri, che lor morivan daccanto. Oltre di che, in quello spedale aveavi sempre gran numero di cadaveri ammonticchiati; e questo era non meno orribile a vedere, che pericoloso a sentire per lo fetor, che esalavano.
Fra tante miserie poi non v'era cosa, che movesse più a compassione, quanto quegli sventurati fanciulli, che, rimasti orfani e soli, o si restavano abbandonati entro alle case, o erranti andavano per le strade, e faceano risonar l'aria delle lor grida, e dei loro lamenti. Nè v'era alcuno che avesse cuore di dar loro asilo, sì per lo timore di contrarre l'infezione, e sì per la necessità di dover poi con essi dividere le poche sussistenze, che lor restavano per il suo proprio sostentamento. Allora di pubblico ordine si fecero trasportare questi miseri orfanelli all'ospitale di s. Giacomo di Galizia. Il loro numero era di 1200 verso la fine di Agosto, ed in seguito oltrepassò i due mille. Quale calamità! qual orrore! Per formarsene in qualche modo un'idea basta il dire, che di due a tremila fanciulli ivi ricoverati non ne sfuggirono alla morte, che soli cento; e che l'economo dello spedale, incaricato di averne cura, poi convinto di enormi delitti, venne appiccato pochi mesi appresso. Fra questi fanciulli ve n'ebbe parecchi, a' quali per la morte de' loro parenti apparteneva il diritto di grandi fortune, ma, rimasti confusi in mezzo a tanto disordine, non si potè più effettuare la cosa.
Fra gli spettacoli lagrimevoli di questa atroce calamità era ben compassionevole quello di una intera famiglia, colpita dal contagio ad un medesimo tempo! Tra' suoi individui, uno abbruciato dagli ardori della febbre, dimandava acqua od altra bevanda, che 'l refrigerasse, e non v'era alcuno, che potesse dargliela; un altro agitato da mortali inquietudini, mandava profondi sospiri e lamenti; e chi n'era tra lor meno inquieto, dimandava inutilmente i soccorsi della chiesa, vedendosi spirar dallato i figli, i fratelli, le sorelle, la moglie, senza che l'uno potesse l'altro soccorrere. Là un giovanetto, vicino a morire, confortava alla pazienza il dolente genitore; qui il padre riteneva a forza le lagrime per non estinguere affatto il coraggio nel languente figliuolo. D'altra parte era agonizzante la madre, che non aveva altro conforto, che grida e pianto dei figli, e delle persone ad essa più care, e che con la morte sulle labbra esortava ciascuno di non avvicinarsele. Uno che dopo aversi veduto morire tre, quattro, o cinque individui della propria famiglia l'un dopo l'altro, oppresso dall'afflizione, estenuato dalle veglie, e dagli stenti, agitato dallo spavento, prevedendo inevitabile ed imminente una egual sorte, cadeva in istato di avvilimento, e di abbandono, e periva d'inedia, e di debolezza. Finalmente vi aveva chi diveniva stupido, e demente per l'estrema afflizione; chi, mancando di confidenza in Dio, si abbandonava alla disperazione, e davasi la morte; e chi ad un'ora oppresso dal proprio male, dalla tristezza per quello degli altri, dall'acerbo cordoglio per la privazione di ogni soccorso, e per l'impossibilità di sovvenire quelli, che amava, vedendoseli cadere a canto, preda di morte, mettevasi in così disperato e crudele affanno, della morte peggiore d'assai. Il colmo dell'orrore era quello di vedere parecchi cadaveri in una stanza, ove era ancora taluno di questi infelici malati, in preda a tutta l'acerbità di un'immenso dolore.
Assai più d'afflizione e tristezza era per li superstiti di queste sventurate famiglie la necessità di sgomberarle dei cadaveri, e trasportargli in sulle strade, di quello che non fossero state le pene provate nel corso della malattia. Comunque cara ci sia una persona, da che ella è morta, non se ne può reggere più alla sua vista. Non ci avviciniamo che con orrore ad un cadavere, e ancora più a quello di un appestato. Era inutile lo aspettare che alcuno per carità o per interesse volesse incaricarsi di così fatto trasporto. Quando s'era tenuto in casa un cadavere uno o due giorni, e' conveniva alla fine farsi una crudele violenza, e a proprio malgrado forzar la natura a rendergli ancora questo ultimo uficio. Quindi v'era forzato prestarlo il padre al figliuolo, il figliuolo al padre, la madre alle figliuole, ed esse reciprocamente alla madre. Alcuni li portavano, altri li trascinavano; e quelli, che non potevano fare ne l'un, nè l'altro, li gittavano dalle finestre. Crudele estremo, che rinnovava il dolore, e tutta l'acerba angoscia di una perdita, che non s'era ancora cessato di piangere! Che se finalmente si trovava un qualcheduno, che avesse voluto assumersi l'incarico di levare un morto e trasportarlo o sulla strada, o su d'alcuna pubblica piazza, costui esigeva una somma sì straordinaria, che assai poche famiglie erano in istato di poterla pagare. Chi 'l crederebbe! In mezzo a tanti orrori, così proprj ad ammorzar le passioni, di que' tristi e terribili giorni pur si vider passare al più alto lor grado la dissolutezza, e l'avarizia. La prima risvegliata dalle frequenti occasioni, ed esaltata dall'effervescenza del contagio venne a tali eccessi da far vergogna all'umanità; l'altra, non mai sazia, videsi inventar mille spezie di delitti per isbramar sua ingorda inestinguibile sete.
Che se trista e desolante era la vista de' malati, e de' moribondi, più spaventevole ed orrenda era quella de' cadaveri insepolti, de' quali le strade, e le piazze eran tutte coperte in guisa che appena trovar potevasi, dove por piede senza passarvi di sopra; che anzi per transitare in alcuni siti conveniva camminar su i cadaveri. Stavano essi ammonticchiati in sulle pubbliche piazze, e presso le porte delle chiese; e più di mille corpi insepolti v'erano sempre nella spianata, detta la Torretta, ch'è fra la cattedrale, ed il forte di s. Giovanni, contrada abitata dalle genti di mare, e dal minuto popolo. La piazza stessa della Corte n'era ripiena; sicchè quel luogo di delizie, ove le persone solevano andarvi a diporto, era divenuto un luogo di orrore, assai proprio a far riconoscere dalle mondane vanità la vera virtù. Tutte le fosse, dove seppellivansi i cadaveri, eran già piene, nè vi aveva più chi ne scavasse di nuove. Mancavano i beccamorti, e que' pochi, che vi restavano, esercitavano un infame mercimonio, trasportando que' soli morti, i cui parenti erano in istato di pagarli generosamente. Altri cadaveri, passati già alla corruzione, non era più nè agevole nè opportuno il trasportarli. L'aspetto loro era di vero il più terribile e spaventoso a que' miseri infermi, che vi languivan daccanto. Altri eran nudi affatto, altri ravviluppati in un lenzuolo, o tra' cenci; altri vestiti ancora de' proprj vestimenti, e questi eran quelli, che furon colti da morte improvvisa, o sommamente affrettata. Altri v'erano quasi come imballati ne' lor materassi; altri legati su quella tavola, che servì a trasportargli; ed altri, pochissimi, chiusi dentro alle barre. Soprattutto v'era quantità di piccioli fanciulli di ogni età, e d'ogni sesso; che d'essi ne sopravvisser ben pochi. Osservarono i medici, che la lor malattia era stata sempre la più violenta. Alcuni dei morti vedevansi o seduti, o appoggiati in sul gomito, ed in tutte altre attitudini, e questi eran quelli, che si morivano sulle vie, e che restavano in quell'atteggiamento, nel quale la morte gli aveva colti. Fra cotanti, sparsi d'in su le strade, ve n'eran molti sì orribili a vedere, e così diformati, che in lor non mostravasi più lineamento, non che fattezze di umana creatura. Così fatta, e cotanto funesta malattia fa di cotali impressioni e sì forti, che l'effetto loro sussiste anche dopo la morte, come se essa continuasse la sua violenza anco su i cadaveri. I morti di quella corromponsi più presto d'ogni altro, e dopo dieci o dodici ore esalano un fetore insofferibile. Quale dunque non doveva esser quello di tanti corpi, de' quali parecchi si giacevano insepolti da dieci o dodici giorni, così fracidi, e corrotti, che a pezzi colavan loro le carni, ed il sangue spandevasi per le strade, misto a tutte le altre immondezze? Qui narra lo storico di aver veduto in una pubblica piazza confuso cogli altri il cadavere della più bella donna, che fosse in Marsiglia. Ma i corpi a veder più orribili fur que' di coloro, che nell'accesso di frenesia gittati s'erano dalle finestre. Chi aveva la testa fracassata, chi squarciato il ventre, chi il corpo schiacciato; e somiglianti orridezze. Un numero infinito di cani affamati, vaganti per l'abbandono, o per la morte de' loro padroni, s'avventavano sopra i cadaveri, e se gli divoravano. Le fetide e micidiali esalazioni, che si sollevavano da tanti corpi infraciditi, ammorbavano l'aria, e diffondevano da per tutto la mortal contagione. E di vero penetrò essa a quel tempo ne' luoghi, che fin allora rimasti n'erano illesi; dappoichè i monasteri di più severa clausura ne furon tocchi, e si apprese eziandio alle case le meglio custodite e chiuse; talchè si credette, che non avesse più alcuno a restar sano, e che tutta la città diventar dovesse un cimitero.
Infrattanto alla voce, che i cani potevano soggiacere all'infezione, e comunicarla essi pure, fu tosto lor mossa guerra crudele, cacciandoli da tutte parti, e ben presto se ne uccise un sì gran numero, che in pochi dì le strade ne furon piene, gittatane in mare non picciola quantità. Respinta essa ben presto dal reflusso dell'onde, se ne rimase a imputridir sulle rive. Quindi mentre la corruzione di tanti corpi, esaltata, dirò così, dagli ardori del sole, e la quantità de' cenci, e delle immondezze di ogni sorte, che gittate dalle finestre ingombravan le strade, venivano a sollevare nell'aria vieppiù insofferibili, e funeste esalazioni; niente meno dannosi e molesti renduti s'erano i neri vapori, che s'innalzavano dal continovo bruciare, in sulle strade, dei letti, vestiti, equipaggi, e d'ogni altra sorta di masserizie, usatesi dagli appestati; dappoichè dallo spavento tenevasi per fermo non potersi nessuna cosa purgare interamente, se non col fuoco: quindi n'andò distrutta un'immensa quantità di stoviglie, e di mobili, ricchi e preziosi.
Ecco lo stato a cui fu ridotta Marsiglia, quando la peste vi s'attrovava nel forte. Cotale stato durò sino alla fine incirca del Settembre. Che se taluno fosse tentato di credere esagerata questa mia storia, potrà convincersi che stia la cosa altramente, ed anche minor del vero il mio dire, facendosi a leggere la viva, ed elegante narrazione, che d'essa ne scrisse il sullodato vescovo monsignor Belsunce nel suo Mandament, pubblicato il dì 22 Ottobre 1720[38]. Lo zelo magnanimo di questo illustre prelato non venne mai meno, per quanto in sua fierezza e nelle stragi si fosse accresciuto quel morbo, e per quanto più grave ne fosse divenuto il pericolo. Egli percorreva le strade tutte e le piazze continuamente, marciando tra i vivi e tra' morti[39], lasciando per tutto manifesti segni della sua carità, per modo che dalla Francia anche all'Inghilterra passò la fama di sua virtù, a tale da meritarsi, che il Pope medesimo, quell'insigne filosofo, e poeta, nel suo Saggio sull'Uomo facesse l'elogio di lui[40]. Tutti gli ecclesiastici, che lo accompagnarono, l'un dopo l'altro periron anch'essi, mortigli ancora tutti i suoi famigliari. Tra' ministri della religione, datisi in quella terribile circostanza all'assistenza degli ammalati, vi furon parecchi, i quali si distinsero in modo particolare. Alcuni di loro, trovatisi fuor di città, allo scoppiar della peste vi rientrarono, mossivi da quella pietà, che pericoli non conosce, nè danni; confortando, confessando, ed assistendo in tutte altre guise i malati, fino a che gloriosa morte avesse posto fine alle lor fatiche. Il che fu di molti sacerdoti delle parrocchie e della cattedrale. Non altramente fecero i più de' sacerdoti regolari. Tra questi parmi di dover notare che quantunque i Padri dell'Oratorio non fossero allora nell'esercizio di confessare, si sono essi però segnalati con altri pietosi ufici, andando nelle case infette a consolare i malati, a rianimar in loro il coraggio, e ad inspirargli sempre nuovi ed efficaci sentimenti di religione, distribuendo limosine, ed usando ministeri anche i più vili, e pericolosi. In ispezieltà il P. Gaultier, lor superiore, a gran missionario, si segnalò in quelle calamitosissime circostanze. Le quali cose io soggiungo risguardanti la virtù della religione, e la pietà de' suoi sacerdoti, come quelle, che nelle avversità, e principalmente nella terribilissima della pestilenza, non sono gli ultimi, ma sì bene i principali obbietti, a cui debbon mirare, e miraron mai sempre i ben regolati Governi. Il perchè alla storia non si dee togliere una parte, che tanto intimamente la risguarda, rendendosi per essa agli uomini trapassati un pubblico testimonio del retto loro operare, e ai lettori presenti, e futuri un esempio onorato di rinnovarne le prove. A questo fine mirando io in questa parte, soffra il lettore, che nuove tracce gli segni di sì fatte virtù. Il perchè sappiasi, che fra l'altre Comunità religiose si distinsero in que' frangenti quelle de' Cappuccini, de' Canonici Regolari Lateranesi, e de' Gesuiti. E di esse tutte, e di tutte lor opere di carità e di zelo basta dir che non pochi non le finirono che col lasciarvi la vita; il che fu di 26 Canonici Regolari; di 43 Cappuccini; e di diciotto Gesuiti. Di parecchi loro individui potrei fare spezial memoria; basti però, oltre il sullodato P. Gaultier, ricordare i due Gesuiti, Millet, direttore di due loro Congregazioni, e rinomato oratore, e il Lever, uomo di grande autorità, e dottrina.
E continuando al mio dire, piacemi di soggiugnere che nel mentre mancava agl'infermi l'assistenza de' confessori, mancò pur quella dei medici, parte morti dal contagio, e parte fuggiti dalla città. Soli due ne restarono in istato di agire, il Robert e l'Audon. Mantennesi il primo sano per tutto il tempo, che durò il contagio, malgrado che perduto avesse tutta la sua famiglia. Non così fu dell'altro, che morì in sul finir dell'Ottobre. Al Bertrand, testimonio oculare, come dicemmo, di tutta questa pestilenza, e scrittore il miglior ch'abbiasi d'essa, e da me in gran parte seguito, s'appiccò il contagio tre volte con tutta la sua famiglia, ma ne guarì. Maggior ne fu la mortalità de' chirurghi. Venticinque ne perirono, fuggitine alcuni. Pur morirono quasi tutti i garzoni farmacisti con cinque de' lor principali, o padroni, in sul principio del male; gli altri si salvaron fuggendone a tempo. E come addivenir suole ne' trambusti delle città, alcuni giovandosi di quelle angustie, vendettero farmaci e droghe a più caro prezzo, cogliendo frutto e capitali dell'altrui disgrazie e desolazioni.
Sparso così e diffuso quell'incendio pestilenziale per tutta la città, non tardò molto ad inoltrarsi più lungi. Conciossiachè si diffuse nella contrada di Riva Nuova, che sta fuor di Marsiglia, separata a settentrione dal porto. ed a levante da una porzione dell'arsenale, che or più non sussiste. Questa terra dominata dai freschi venti delle alpi, s'era conservata immune dal contagio sino al fine di Agosto per la vigilanza, e buona polizia sanitaria, sotto le ordinazioni del Commissario generale il cavalier Rose; ma essendo assai difficile lo impedire ogni comunicazione colla città, la peste quivi pure si apprese, operò colla medesima rapidità e violenza, che a Marsiglia; e vi fece pure di non poche stragi, ma non sì grandi come in quella, nè v'ebber luogo gli stessi disordini. Il detto cavalier Rose, uomo di molta energia e prudenza, e di gran perizia per le varie sue spedizioni, aveva già a tempo disposto ciò tutto, che occorrer potesse per gli opportuni provvedimenti degli ammalati, e per lo seppellimento de' morti. Quindi la contrada dalla città la più lontana, la quale sembrava dover esser pur anco la più abbandonata, per la virtù di lui solo fu la meglio regolata, e più pronta, ed abbondantemente soccorsa. L'abbazia di s. Vettore, pur distante dalla città, dove trovansi le reliquie di più santi, e le ceneri di venerandi solitarj, ne fu preservata del tutto; e quivi solo fu la chiesa, in cui, senza interruzione, si continuò a celebrare i divini ufizi. L'abate M. Matignon, uomo di molta pietà, vi profuse la sua liberalità, senza mai uscire dell'abazia, verso i poveri, e gli ammalati. Il che pur fatto aveva s. Teodoro, vescovo di Marsiglia, trovatosi nella medesima badìa, durante la peste di quella città nel 588 (l. c. f. 273).
Quelli, i quali, credendo trovar sicuro asilo contro il contagio, s'erano rifugiati colle loro famiglie entro barche, come s'è detto, formando quasi come una città galeggiante sul mare, ne andaron ben presto disingannati. Costretti essi a discendere in terra per fornirsi di vittuaglia, s'infettarono, e perirono ancor più miseramente degli altri, senza soccorsi, senza poter o fuggire, o trovare al proprio male nessun refrigerio. Per delirio altri gittavansi in mare, ed altri galeggiandovi, senza scampo, si brigavano poi di salvarsi. Deforme cosa era a vedere i brani di que' cadaveri, smozzicati dai pesci che venivano di tratto in tratto gittati dall'onde sulla spiaggia. Sopra le già dette barche v'erano gli stessi orrori, la medesima desolazione, che nell'interno della città, perchè la cosa era venuta a tale, che non v'aveva sito, che sicuro fosse contro ai colpi di sì terribil flagello. Nè anche coloro fur salvi, i quali eransi accampati sotto le tende in aperta campagna. Sia che il bisogno di sussistenze gli avesse obbligati a comunicare in luoghi, o con persone infette; sia che avessero già seco portato dalla città il tristo seme del morbo; certo è, che molti di loro, attaccati dalla contagione, perirono. Oltre di ciò la solitudine, in cui si ritrovavano, e la privazion di ogni cosa pur necessaria, rendevano lo stato loro ancora più deplorabile. Ma come descrivere la desolazione delle famiglie sparse nella campagna, allorchè il male obbligavale di rientrare in città? L'uno recavasi in collo un moribondo fanciullo; traevasi l'altro semivivo per le strade diserte; e chi in una, e chi in altra foggia, ma tutte miserabili e strane, mostrava agli atti ed al viso la paura, il cordoglio, l'angoscia, il desolamento della comune strage e rovina. Chi più dicesse eziandio, forse direbbe meno; dacchè le grandi sciagure più presto fanno ammutire, e istupidire pur anche, di quello che dire, o colorire.
Nel fatto poi del commercio di derrate e di commestibili tra il contado e la città, i villani, non così in folla, come erano usati di fare, da quello venivano ad essa; ma liberamente entrando ed uscendo per le porte, rimaste senza custodia, quei pochi, a' quali dava il cuor di ciò fare. Così i ricchi, e' signori, ritiratisi alla campagna, avevano giornalmente, chi lor provvedesse dalla città le cose necessarie alla vita. Ed anche per queste ragioni il contagio fu portato nel territorio, e a poco a poco si sparse per li casali, per le borgate, ed in tutte quasi le ville. Ad onta delle precauzioni medesime, suggerite dallo stesso terror del contagio, e malgrado la distanza delle abitazioni, la malattia ebbe a un'incirca nel contado lo stesso sviluppo e progresso, che nella città avuto aveva. D'essa morirono da principio tutti i giardinieri de' contorni, e d'una in altra si diffuse ben anco nelle più rimote contrade. Colà specialmente i malati provarono gli effetti crudeli del più assoluto abbandono, e del più barbaro e inuman trattamento. Venivano essi, dico i malati, rilegati nel luogo più rimoto non solo della casa, ma di esso il territorio, dove non altri testimoni avevano de' lor patimenti, che, s'è lecito dire, gli uccelli dell'aria; i quali, cessando i consueti lor canti, sembravan mostrare di sentire pur essi pietà di tante sventure. Gl'infermi, che avevano ond'essere più d'altri amati, potevano eziandio sperare d'essere anche meno male trattati degli altri, collocandosi dentro di apposite capanne, vestite de' rami delle piante; le quali stettero pur troppo, coperte de' loro frutti sin anche al principio del verno, per non esservi chi li cogliesse, e nè meno chi ardisse ad esse appressarsi.
Ma chi potrebbe, e a qual fine, annoverar più oltre le diverse condizioni, le attitudini, i modi, e le varie vicissitudini dolorose e mortali di tanti infelici? Tutto è detto, quando si dica, a por termine a questa mia descrizione, che la malattia e la morte in ispaventevole guisa da per tutto mietea le vite de' ricchi, e de' poveri, degl'idioti, e de' sapienti, de' fanciulli, e de' vecchi miseramente. Più fatti, di circostanze e di forme diversi, ch'io soggiugnessi, a nulla più monterebbero, che a confermare, quanto io già mi proposi di far manifesto, ciò è che sia stata la peste di Marsiglia una delle più micidiali, e delle più miserande.
Ridotte le cose a tanta desolazione e rovina, gl'Intendenti della Sanità in quel fiero trambusto, a ripararne ulteriori maligni effetti, rivolsero le loro istanze ai Comandanti ed Uffiziali delle galere, pregandoli di volergli assistere coll'opera loro, e coi lor consigli, dacchè il buon ordine, ch'essi prescritto avevano, ed osservato nell'arsenale, e nelle galere medesime; e la felicità, onde per le loro cure venne a buon termine il contagio, inspirava una giusta fidanza, che fu ben presto comprovata dai fatti. I cavalieri de Langeron, de la Roche, e de Levi, uffiziali superiori, accondiscesero alle istanze di que' magistrati, ed intervennero alle loro sessioni. La prima cosa si ordinò di riparare le fosse, dove s'eran sepolti i cadaveri, le cui esalazioni mantenevano un insopportabil fetore, e pericoloso. Vi sì gittò sopra di nuova quantità di calce viva, coprendoli bene di terra. Dopo questa importante operazione si nominarono alcuni commissari per que' quartieri, che non ne avevano, e in difetto di secolari, atti all'ufizio, si nominarono alcuni religiosi, come s'era fatto altra volta. Il celebrarsi de' divini officj nelle chiese manteneva viva una pericolosa comunicazione fra gli abitanti, e fomentava la diffusion del contagio. Quindi si fece istanza a mons. vescovo, perchè se ne sospendesse interamente quel sacro esercizio; ed egli ordinò la chiusura di tutte le chiese. Altri regolamenti necessari ed utili si promulgarono; ma al loro adempimento convenne obbligarne il popolaccio, sempre inchinato ad abbandonarsi alla licenza, isbigottendo i malfattori, che dall'impunità, quasi inseparabile da ogni strana perturbazione, erano incoraggiati al delitto. Si soddisfece a questi due obbietti, piantate le forche sulle pubbliche piazze. Quindi avvisarono doversi principalmente sgomberare le strade dei cadaveri, procurandone convenevole sepoltura. Come s'è detto, mancavano a quell'uficio i becchini, morti quasi tutti pur essi, nè al sostituirne valeva altezza di prezzo, giunto sino a 15, 20, e più franchi al giorno per ogni singulo. In tali e tante angustie si tornò ai Comandanti delle galere pregandoli di accordare per tal ufizio alcuni forzati, che furono in tutti venzei, promessagli la libertà, finita la peste. Ma a tutti questi nuovi beccamorti si apprese il contagio; il che pur fu d'altri, che ad essi furono sustituiti; e in otto dì si concedettero allo stesso fine 133 condannati delle galere, mortine ottanta pur in quegli otto dì. Cotesti, non accostumati alla spezie di quel lavoro, levavano i cadaveri senza alcuna precauzione; nè sapendo guidar cavalli, e vetture, ne le rompevano co' respettivi attrecci, restandone i morti in sulle strade. Quindi per le vie disposersi soldati a piedi, e a cavallo per vigilare sulla condotta di quei becchini, accrescendo il numero de' funebri carri col soccorso reciproco de' più agiati cittadini. Votata appena una piazza, e una strada, il dì appresso erano ancora piene di morti; e non di rado avveniva che si rovesciasser que' carri, aventi più uomini semivivi. La lontananza delle fosse, ove dovevano esser riposti tutti que' cadavari, era nuovo ostacolo per un sollecito sgombramento. Se n'erano aperte molte, ed ampie, ma, essendo fuori della città, molto tempo ne importava il trasporto. In tale imbarazzo varie ne furono le opinioni. Chi teneva doversi abbruciar i cadaveri nelle piazze; chi aprir fosse in tutte le strade; chi gittar viva calce sopra i morti, lasciandoli consumare, dove giacevano: chi in fine propose di giovarsi del più grande vascello del porto, disalberandolo e votandolo al tutto, quindi, riempiuto di cadaveri, e chiuso, lasciarlo colare a fondo lungi dalla città. Tutte queste proposte si rigettarono, adottatosi, non senza molta opposizione, di far aprire le chiese dei quartier più lontani dalle fosse, e di gittarvi nelle cave dei sepolcri tutti i rimasti insepolti d'in sulle strade, sovrapponendovi calce in copia. Si fece di più; si aprirono pur anche due gran fosse dalla parte della cattedrale. La celerità, colla quale si eseguirono queste pratiche, dava speranza di felice e di presto successo; ma la cosa andò altramente. Accresciutasi la mortalità, se n'accrebbe l'orrore; e nuovi mezzi se ne tentarono. I Soprastanti al comando delle galere accordarono degli altri forzati. M. Moustier uno degli Intendenti della Sanità si pose alla testa de' beccamorti egli medesimo, ordinandoli, incoraggiandoli, e persino accompagnandoli di luogo in luogo, donde più pronto si richiedea quell'uficio. Di questa sua lodevole pratica se ne avrebbe avuto quasi immediato il buon effetto; ma di 200 forzati, che si accordarono, soli dodici camparon la vita; il perchè con nuove istanze del Magistrato di Sanità e de' più autorevoli cittadini, accorsi personalmente agl'Intendenti delle galere, se ne ottennero altri cento col di più di 40 soldati co' loro bassi uffiziali. A questi, dico uffiziali e soldati, che fossero rimasti in vita, si convenne col pubblico, che si assegnassero giuste ricompense in danari e pensioni. Tutto quel numero si distribuì in quattro squadre, tre sotto uno degl'Intendenti, e la quarta sotto il cav. Rose. Per molta, che fosse l'efficacia, e lo zelo d'ognuno, non bastava esso alle molte pratiche, che occorreva di fare per provveder sussistenze agl'infermieri e agl'infermi, e tutte le altre cose occorrenti per tutta la città, in quella principalissima azienda. Il Presidente della Provincia M. Bret vi si adoperò a questo fine e provvidamente. Fornì quell'afflitta città di paglia, granaglie, carni, calce, tele, legne, cavalli, danaro, e d'ogn'altra spezie di masserizie, viveri, ed artigiani. D'altra parte il Magistrato della Sanità, fece solenne voto, ordinando del pubblico erario l'applicazione di due mila franchi a sostegno delle orfanelle povere, raccolte nella Casa della Carità, fondata sotto il titolo di Nostra Donna del buon Soccorso.
Manifestatosi al Re il miserando stato di Marsiglia, nominò egli per Comandante supremo della città e del territorio il maresciallo di campo cav. di Langeron, capo squadra delle galere, uomo di tal merito, e di tale virtù, quale si conveniva in quelle circostanze. Il perchè sotto di lui nè pretesto, nè intrigo, nè accettazion di persone non v'ebber luogo. Tale condotta e tenore fecero ben presto cambiar aspetto alle cose; poichè ben egli conobbe la salute pubblica della città dipendere principalmente da tre cose, le quali erano il ristabilir il buon ordine, il dare un pronto e convenevol ricovero agli ammalati, e 'l terminare lo sgombramento dei cadaveri. Per questo obbietto egli procurò il soccorso d'altro grosso numero di forzati per la nettezza delle strade, e delle piazze. Quindi obbligò alcuni uomini del contado ad iscavare in città quattro fosse, già piene l'altre a ribocco. Il che, fattosi esatta e sollecitamente, diè a divedere, quanto importi al ben pubblico in sì gravi emergenti il pronto ordinare, e il pronto eseguire. Così si condusse in questa e in altre sue prescrizioni quel personaggio, che fu valoroso in guerra, e nella peste provvidentissimo. Sul finir del Settembre il contagio cominciò a declinare nella città; e quasi tutte le vie furon di cadaveri sgombre, tranne qualcuno gittatovi la notte. Così fu fatto de' cenci, e d'altre immondezze, non levate per la mancanza de' villani dalla città. Era questa divenuta quasi una pozzanghera per lo pantano restatovi dal tempo innanzi.
Ciò tutto, ed altre cose assai ordinò quell'avveduto ministro della provvidenza; le quali si possono leggere minutamente descritte nelle allegate storie; e perciò credo soverchio di più riferirle, ricordando solo che seppe egli riparare ad un tempo alle miserie della carestia e della peste, a quella provvedendo colla copia delle biade, e di questa compiendo, qual che si fosse, lo spedale detto du jeu de Mail, e l'altro erigendo detto della Carità. Alle sue cure si aggiunse la liberalità, e la saggezza del Duca d'Orleans, allora Reggente, perchè il meglio che si potesse, ritornasse Marsiglia al buon ordine naturale e civile.
Si ordinò da lui il pagamento di considerevole somma per provvedere il carname agl'indigenti, prescritto più altri soccorsi alle provincie del regno per lo sollievo de' miseri Marsigliesi. Si fornì pur la città de' medici, M. Pons di Pezenas, e M. Bouthillier di Montpellier coi chirurghi Moutet, e Rabaton. Ad ognun d'essi accordato fu lo stipendio, da esso loro richiesto; al primo di sei mille franchi il mese, e una pension di tre mila, durante la vita di lui, della moglie, e de' suoi figliuoli; al secondo di mille soltanto, che di più non ne aveva chiesta, ed una pensione a vita di se, di sua moglie, e' figliuoli; a' chirurghi di tre mila al mese, oltre le spese del viaggio, e del mantenimento loro in Marsiglia. In Aix se ne firmarono le condizioni. Da queste si può ben riconoscere di qual prezzo siano i servigi dei medici in tempo di peste, e qual considerazione meritano quelli, che mirando generosamente alla salute pubblica, si dedicano in sì gravi calamità senza viste venali all'assistenza dei loro simili.
Giunti que' medici a Marsiglia nel Settembre, e datisi all'esercizio de' respettivi loro uficj, fur sopraggiunti dai due Professori di medicina Chycoineau, e Vorny, e dal chirurgo Soulier, stati in contumacia ad Aix, e che d'ordine della Corte dovettero ritornar a Marsiglia. Da Montpellier furonvi pure spediti il professore di medicina Deidier, e il chirurgo Fiobesse, con altri medici e chirurghi giovani, inviativi a pari tempo da Parigi, e dalle circostanti provincie.
Sol nell'Ottobre di quell'anno fu al tutto ordinata, e regolarmente condotta quell'azienda; e a sostenerla versarono i facoltosi di grandi somme in mano de' parrochi, e d'altri sacerdoti, che sapevano con carità e con giustizia distribuirle ai più bisognosi. Singolare fu la condotta di monsignore il vescovo, il quale nè per lunghezza di tempo, nè per gravità di mali, nè per diversità di bisogni non cessò mai di largamente soccorrere, consolare, ammonire, e confortare infermi, moribondi, desolati, e mendici. Secondarono pure la liberalità e carità di lui, dico di M. Belzunce, parecchi prelati del regno; tra' quali M. Law si distinse, inviandogli da dispensare 100 mila franchi. Il Sommo Gerarca della terra, il dignissimo Vicario di Cristo, Clemente XI accompagnò una sua Bolla d'Indulgenze, a chi cooperava alla salute temporale e spirituale degli appestati, colla giunta di tremila some di Biade. Queste pie largizioni, fatte dai ministri evangelici, furono accompagnate da quelle de' regj uficiali. I Ricevitori generali offrirono al consiglio del Re gratuita, e anticipatamente un prestito di tre millioni di franchi da pagarsi in dieci mesi, 300 mila lire per mese. Questa somma doveva impiegarsi nel provveder granaglie. Allo stesso modo e fino 100 mila lire offerse M. de Senozan, e 200 mila il cav. Bernard. Soggiungo a pubblica norma le istruzioni, date per la distribuzione e l'uso di queste somme[41].
Ora è a toccar leggiermente alcuna cosa sullo spavento, in che pose le genti de' Paesi vicini il contagio. Ogni Prefetto delle circostanti provincie levò tutte le comunicazioni con Marsiglia e col suo territorio. Il perchè ogni città veniva a formare una popolazione da se. Le genti vegliavan dì e notte sull'armi, guardando gelosamente i respettivi loro confini, Quindi la Francia tutta presentava l'aspetto spaventevole di una guerra civile: tanta era la desolazione, il sospetto, la diffidenza. Il Reggente, vedendo ragione di far cessare uno stato sì desolante che rovinava il commercio l'agricoltura e l'industria, e di porre argine a tanti mali, prescrisse e ordinò tali forme da osservarsi ai popoli, le quali a pari tempo mantenesser tra loro il reciproco esercizio de' ministeri e dell'arti, dell'agricoltura e del commercio, e la sicurezza, e la guarentia delle persone da nuova infezione e rovina. Ammansatasi sul finir del settembre la fierezza del male, qualcheduno, della poca gente, rimasta nelle case, come suole avvenire in sì luttuose catastrofi, da necessità spinto, e forse non ancor ben risanato, si fe' ad uscire sulle desolate e solitarie vie di Marsiglia. Nè qui è a ridire, come a poco a poco o l'uno o l'altro di quelli, che avventuratamente campato aveano la vita, si facesser tra loro scambievolmente a parlar cose da se o da' suoi, già trapassati, sofferte miseramente. Natura poi di questo male si fosse, o più presto opinione avventuratamente seguita, che in chi campato ne fosse, più non si riproducesse suo tristo germe; ne venne, che, rassicurati, si dessero briga i già risanati di provvedere alle bisogne degl'infermi pur anco. Il che eseguivano co' più manifesti segni di carità, eziandio mossi dall'amor della patria e de' lor congiunti; perchè abbandonati gl'infermi non vi continuasse infierire quel micidial morbo. Seguitamente all'entrar dell'Ottobre sì per lo menomar degli ardori, e sì per lo miglior ordinare delle cose riguardo all'andamento politico, e al purgamento delle strade, come ancora per il provvedimento de' cibi più salutari e copiosi, il contagio si minorò d'assai, e per tal modo che il comunicar delle persone intra loro non era più cotanto pericoloso, e vi aveva ragion di sperare essere alla fine pervenuti a estirpare da quella terra, stata cotanto travagliata, e infelice ogni reo seme pestilenziale. E se ripullulava in alcuno, la natura sua era affatto leggiera e benigna, a tal che gli attaccati per ordinario non erano impediti nemmeno dal continuare ad attendere alle ordinarie loro facende. Non segni esterni apparivano, o risolvevansi in pochi giorni felicemente. Il perchè ogni specie di medicine, e di medicanti divenne in poco di tempo al tutto soverchia, bastando al guarire il saluberrimo farmaco della natura. Della peste quasi non s'aveva più orrore; se non che molta cautela, figlia della prudenza, e in parte ancor del timore, tuttavia osservavano i cittadini in usando tra loro. Quindi s'introdusse il costume di portare certi lunghi bastoni, che dicevansi Batons de Saint Roch, per tenersi lontani l'uno dall'altro, e principalmente a cacciarne i cani, credutosi ch'essi ritenesser la peste. Dal contado poscia ripararono alla città quelli, che se n'erano allontanati, non senza orrore mirandovi l'eccidio restatovi del passato malore. E in questo mezzo la peste verso la fine d'Ottobre parve fosse terminata al tutto, essendo passati alcuni giorni senza che alcun s'infermasse. Dissi, parve; perchè il dì primo Novembre caddero nuovi malati nella contrada di s. Ferreol. Questa era abitata da ricche persone, le ultime, che n'erano andate infette; ma pur ciò in breve scomparve. Nell'Ottobre s'erano accolti agli ospitali della Carità, e del Jeu de Mail 867 malati; e ne morirono 465; nel Novembre 455, mortine 287, e 94 ne uscirono risanati; nessun nell'Ottobre. Nella città scemando così la malignità del morbo, andavasi ripullulando qua e là nel contado. Crescendovi il numero degli appestati e de' morti, per l'avidità degli eredi, ch'erano impazienti d'usar delle cose state tocche o usate dagli appestati, il contagio ne riceveva più funesto alimento. E questo pur toccò ai ladri della città, che ve ne aveva più assai, che non si sarebbe giammai creduto. I servitori, i famigli, ed anche i forzati, de' quali 691 erano stati conceduti dal 20 Agosto al 3 Novembre, vieppeggio concorsero a questa nuova spezie di desolazione. Imperciocchè questa razza di gente rapinatrice non guardava a ragioni di sangue, di sesso, di età, di uficio, di condizione; ma dove giugneva tra' morti e semivivi, talora anco al tutto uccidendogli, essi e le case loro ne spogliavano barbaramente. Così il popolo abbandonavasi a pari tempo ad ogni eccesso di licenza, e di dissolutezza. La prudenza e la fortezza del Comandante ne seppe ogni avvelenato colpo ribattere felicemente. Prigioni aperte, e pene incusse ai malfattori repressero la malnata licenza. Il patibolo ne fu la più efficace medicina di tanto male. Poscia a ristabilir l'ordine civile s'istituì un Commissario, che registrasse effetti e mobili, e un Tesoriere da custodire e mantenere i danari, trovati presso i morti senza eredi. Assai matrimonj poi ne succedettero, ma cagion pur furono essi che la peste ne dovesse ripullulare. Nel che è da notare l'eccesso, o abuso che fosse per questa parte, che apertesi le chiese, principalmente per questo obbietto, in 24 ore si trattavano e conchiudevansi comunemente. La qual cosa ho soggiunto, come notabile circostanza od effetto di quella e di altre pestilenze; per modo che, stante sì grande affluenza di matrimonj, sarebbesi in poco tempo ripopolata Marsiglia, quale era in prima, se il periodo di gravidanza avesse potuto abbreviarsi. Quindi si riparò al disordine del troppo concorso de' villici alla città, non permettendosene l'ingresso, che a quelli, ch'eran muniti da cartello della Sanità, il quale accertasse, da oltre a 40 dì non esser più segno di peste in quel luogo, dond'essi eran partiti. All'affare de' matrimonj si provvide pur anco, mediante attestato, a chi voleva maritarsi, di non esser punto infermo, ma di trovarsi pur sano compiutamente. Il che importò a' medici più briga, che non fosse quella di visitar gli ammalati. Finì la peste col finir del Novembre, restatone qualche segnale in contado. Quivi, diviso questo in quattro parti, rivolsero i medici le loro cure, andandone ogni dì a quelle contrade, che gli fossero toccate a sorte. Nel Dicembre non s'avevano in città, che cinque o sei malati per settimana, qualcheduno di più alla campagna, dove al solstizio d'inverno si menomò per modo, che nel Febbrajo soli 45 se ne portaron di là al civico spedale, de' quali ne guarì la metà incirca.
A rimettere in Marsiglia il commercio di prima, e con esso pur il ritorno de' negozianti, e de' forestieri pubblicò il Superior Comandante, che la città ne sarebbe al tutto purgata da ogni reliquia d'infezione, e restituita alla prima salubrità. Detto fatto. Sì segnaron di croce rossa le case state infette; si deputò ad ogni quartiere un Commissario, dettosi dell'espurgo; dipendendo ognun d'essi da un general Commissario, ed avente sotto di se famigli e sergenti, a' quali ordinare gli ufici tutti e le parti di lor mestiere; ma guardati pur essi da un deputato Ispettore. Entravan essi nelle case de' morti appestati; ne gittavan fuori le masserizie, utili a conservarsi, perchè si consegnassero al pubblico lavatojo; tutto ciò che non meritava di riserbarsi, abbruciavano immantinente. Quindi si passò ai suffumigi nelle stanze, diversi per materia e per modo; conciossiachè altri facevansi d'erbe aromatiche; altri di polvere da cannone, ed altri d'arsenico, e di droghe parecchie, com'era costume antico di far in quel Lazzeretto. L'arsenico poi fu proibito da M. Chirac. Ciò eseguito, davasi alle muraglie due o tre strati di calce, e così ai pavimenti, sì in città, e sì nelle case del contado. Al purgare i bastimenti del porto si durò più difficoltà, dovutosi trasportare le mercanzie del lor carico nell'isole più vicine, e quivi darle alla ventilazione, come si fece delle rimaste ne' fondachi e nelle case. Ma nelle chiese, obbietto il più gravissimo, si deliberò suggellarne con ferri ogni sepolcro, stato riempiuto di cadaveri degli appestati, stuccatane prima ben bene ogni fessura con cemento della più dura tempra. Si passò al fine a cercare con ogni diligenza stanze, cantine, e tutti i ripostigli più segreti per trovarne le rubate masserizie, e suppelletili, che vi fossero state nascoste.
Mentre queste cose operavansi salutarmente, si riaccesero alcune scintille contagiose; perchè ne cadder malate in città 128 persone, e 67 in campagna. Otto soltanto ne moriron di quelle, e di queste sole dieci ne camparono; e ciò tutto nel civico spedale. A prevenirne ogni ulteriore accidente si prescrisse il notificare chiunque si trovasse ancora offeso da qualche rimasuglio del morbo, offerendo ai poveri d'essere mantenuti allo spedale dalle ragioni del pubblico, e a' ricchi di potersi intrattenere a curarsi nelle respettive lor case. Il perchè ognun di buon grado secondò quelle misure, che ne produssero poi buon effetto. Ciò non pertanto nell'Aprile dell'anno susseguente di diciannove appestati novellamente ne morirono tredici allo spedale; e soli otto di sessantacinque del territorio ne son guariti. Questo andamento riconfortò il popolo, e tanto, che il dì di Pasqua, non si ritenne dal gittar a terra le porte delle chiese per celebrarvi i divini ufizi; e ciò fu in città. Prova sicura poi fu, che il malore era giunto al suo fine, il veder ricomparire e tornare in volta le malattie comuni, e ordinarie, ch'erano sparite, durante il contagio. Colla primavera tornò il sereno e la calma; riavutasi la natura dal rigore della stagione e dagli orrori della peste. Le arti, le discipline, i costumi, e le usanze religiose e civili ripresero allora felicemente il lor corso.
Dopo le quali cose non mi pare inutile il notare, che, trovatesi a Marsiglia mercanzie del valore d'oltre quindici milioni, compresi quattro mila quintali di lana, ancorchè non sì esattamente ventilate, prima che la peste cessato avesse dei tutto; pure, passate per luoghi e per mani parecchie, non ne recarono nessun danno. Di 90 mila persone, ond'era popolata Marsiglia, ne perì da 40 mila; e dieci mila in contado.
Ora per quello, che risguarda la medicina, il dott. Bertrand ne distinse quel contagio in benigno, e in maligno. Que' del contagio benigno comunemente guarivan da se, e senza soccorsi dell'arte, fra quattro o cinque giorni, sciogliendosi la malattia con mite diarréa, o con sudore, cagionato da leggiero emetico, o con pronta e convenevole suppurazion dei buboni, o parimente con facile risoluzione, e senza molestia, od altra sensibile alterazione nell'armonia delle funzioni. Pochi per altro furono i guariti di questa foggia. Ma il contagio maligno, che fu il più comune, sotto parecchie e diverse forme si appalesava. Talora uccideva improvviso, senza sintoma, che gli precorresse, e talor con violenti sintomi dopo le sei, le otto, le dieci, o al più le ventiquattro ore; ma dei più tra 'l secondo o il terzo giorno. In questi o non comparivan buboni, nè carbonchi, nè pustole, o queste eruzioni non erano mai complete. E così in essi, come in quelli, che morivano in sulle prime ventiquattro ore, coprivasi tutto il corpo di petecchie, eruzione infruttuosa sopra d'ogni altra, e la più sicura di vicina morte.
Qualche speranza di guarigione era ne' malati, che oltrepassavano il terzo dì, principalmente se circa quel tempo spiegavansi in essi i buboni, i carbonchi, o qualche altra favorevole eruzione; e se questa sussisteva nel quinto, o nel sesto giorno, sicura se n'avea la salute dei più. Così morte sicura susseguitava in quelli, ne' quali i buboni, o i carbonchi, s'appassivano, o risolvevansi, gli esentemi scomparivano, sussistendo la violenza de' sintomi.
Alcuni morivano dopo una calma troppo lusinghiera e fallace, senza dolori, senza agitazione, con polsi naturali, e non lagnandosi d'altro che di abbattimento, e spossamento straordinario di forze. In questi si notò, che in mezzo a tale ingannatrice tranquillità avevano gli occhi quasi come scintillanti, truce lo sguardo e smarrito, e non altramente che quello degl'idrofobi. Questa disposizione, o, dirò così, attitudine degli occhi, ben conosciuta a chi si trovò in mezzo alla peste, scoprivasi manifesta sino alla distanza di trenta passi; ed era sempre tristissimo indizio. Così d'altri malati avveniva, dopo ch'erano in loro al tutto cessati i più violenti sintomi, e dopo che accusavano di sentirsi meglio, bene, e perfettamente, morivano la stessa notte, o il dì seguente, senza che si potesse intendere la cagione di sì strano effetto.
Quando la malattia terminava felicemente, per l'ordinario cessava del tutto la febbre all'ottavo, al nono, o al più tardi all'undecimo giorno. Se si protraeva oltre questo termine, ciò era dipendente dalla sussistenza di qualche sintoma, che richiedeva una cura particolare. Freschezza di età, fior di forze, vigore di temperamento rendevano più violenta la peste, e più agevol la morte; e l'età minore, ed il sesso femminile, e la tempera gracile e debole ne agevolavano l'appiccarsi del male. Quindi i fanciulli e le donne furon sempre i primi nelle famiglie, ad esser presi da questa rea pestilenza; e le donne incinte principalmente; morte quasi tutte. Essa però non risparmiò alcuno: ai bambini, ai giovani, ai vecchi indistintamente s'è appresa. La decrepitezza sola fra l'altre età ne andò illesa.
La malattia era il più delle volte preceduta da inappetenza, nausea, vertigini, debolezza e dolori delle gambe. Talvolta assaliva improvviso, e senza molestia precedente.
Spiegavasi essa poi quasi costantemente con leggieri brividi, con mal di cuore, o molesta pressura alla regione epigastrica, con nausea, vomito, dolor di capo, vertigini, sbalordimento, e simili. Ai brividi ne succedeva il più delle volte assai viva la febbre con calore acre ed urente. Picciola febbre talora spiegavasi che poi s'aumentava. La violenza del male rispondea quasi sempre a quella de' sintomi, co' quali s'annunziava; e perciò assai grave soleva essere la malattia, allorchè gravi erano i sintomi, che si manifestavano nel suo principio. All'incontro se discreti erano i sintomi, coi quali cominciava, ciò era sempre di buon augurio per il malato.
I sintomi della malattia eran generalmente quelli delle febbri maligne nervose o tifiche; ma le più volte portati al più alto grado di violenza e d'intensità; e tali non di rado fin dal principio del male: cioè, abbattimento, disperazione della salute, agitazione estrema, nausea, vomiti, dolori, senso di molestia alla regione epigastrica, oppressione, sincopi, diarrea, emorragie, sopore, letargo, o delirio furioso; e questi ultimi fenomeni erano i più comuni, e non terminavano per ordinario che con la morte. Convulsioni rare volte comparivano. Soltanto vidersi in quelli, ne' quali nessuna eruzione erasi ancora manifestata; o queste eruzioni erano in essi assai deboli e languide. Talora il male assumeva l'aspetto di febbre intermittente. Appalesavasi con freddo alle estremità, che durava quattro o cinque ore, e ritornava ogni giorno alla medesima ora. Al freddo seguitava un forte calore con sintomi perniciosi; sì che in sul secondo accesso o in sul terzo l'ammalato moriva. Vermini in copia si scaricavano dagl'infermi nel primo stadio del morbo, e nel principiar del secondo, e ciò sì per vomito e sì per secesso, più d'ogn'altro fanciulli e donne: fenomeno, che, come s'è detto, trasse i Magistrati nella falsa credenza che la malattia altro non fosse che una febbre cagionata dalla miseria e dai cattivi alimenti. La lingua in quasi tutti i malati mostravasi coperta d una pania biancastra, solo in alcuni rarissimi casi nericcia. Questo segnale considerevole si osservava anco in quelli, la cui febbre era mite e leggiera. Nessun particolare offerivano gli escrementi, e nè anche troppo acuto era il fetore, anzi minor che non soglia aversi nelle ordinarie febbri. Naturali le orine, salvochè nella lor superficie formavan sovente una pellicella oleosa, qual'è appunto in quelle degli offesi da tabe. Rossigne erano pur talora nel primo giorno, e poi facevansi anche più cariche, e alcuna volta sanguigne. L'odore, che usciva dagli ammalati, non era da prima ributtante. Appresso qualche giorno la traspirazione degl'infermi spargeva un certo odore particolare dolcigno, nauseoso, senza esser nè fetido, nè troppo forte. E tale il rendevano pur le cose, usate da loro o state nelle loro stanze; nè 'l perdevano, se non dopo qualche tempo, e lavate in acqua bollente, od esposte a lunga ventilazione. La diarrea, tra le altre spezie di evacuazione, in questo morbo fu sempre la più funesta, dove non fosse moderata e spontanea. All'andar d'essa, due o tre volte al dì, ne conseguitò in alcuno la guarigione; non così allorchè era più frequente, o eccitata dai purganti. L'emorragie sono state egualmente funeste; meno qualche rarissimo caso. Il sudor naturale, nei primi giorni del morbo, o dopo un leggiero emetico, e in istato di calma fu assai salutare: altramente era di quello, procurato dai rimedj, sovente fallace e sempre aumentatore d'irritazione e di febbre. In una parola da quello il mal s'arrestava, e vincevasi non di rado; viceversa da questo. I buboni comparivano alle inguinaglie e sotto le ascelle. Quelli degl'inguini attaccavano le glandule della parte superior della coscia, al disopra degl'inguini. Quando sopravvenivano queste eruzioni nello scoppiar del male erano inutili al tutto; viceversa se comparivan nel secondo o nel terzo giorno, propizj solean riguardarsi, anzi critiche erano esse talvolta, calmando la febbre a misura dell'ingrandir dei buboni; e di più felice pronostico, quanto le dette eruzioni, fossero state, per dir così, più animate e più vive. Terminata la febbre, assai di rado apparivan buboni o tumori. Sopravvenivano altresì tumori al collo e parotidi; ma i tumori del collo e le parotidi, massime le doppie, mortali furon quasi sempre; e 'l morire de' più era per soffocamento senz'altro. I buboni non si potevano condurre quasi mai a suppurazione nel primo o nel secondo periodo del morbo; il che succedea di leggieri nel suo declinare, anche usatosi lo stesso metodo e i rimedj di prima. Risolti e spariti i buboni, nelle urine di alcuni osservavasi del pus frammischiato, per più giorni seguitamente.
L'eruzion di pustole e di carbonchi, e specialmente più d'uno, giovava in ogni stadio del male. Manifestavansi, dico, i carbonchi, simili agli antraci, e in ogni parte del corpo, o in principio, o in progresso della malattia, sovente sopra i buboni; e per lo più con sollievo degli ammalati; ma quei del collo, assai spesso con loro danno e mortali.
Le pustole si facevano, quasi come altrettanti piccioli furuncoli o bottoni, della forma d'un pan di zucchero, rosse alla base, acuminate e con un punto bianco alla cima. Quel biancume o punta bianca disseccavasi, in poche ore facendosi nero; il tumore estendevasi, si facea meno il rossore, e si formava una durezza all'intorno del tumore. Assai dolore importavano quelle pustole, e un'escara, quale i carbonchi; e comparivano in principio e in progresso del male. Ma nel suo declinare prevenivan esse l'accesso febbrile ed ogni sentor di dolore. Di tristissimo fine era segno l'uscir loro sulle parotidi e in su' buboni.
Dalla sezion de' cadaveri non si riconobbe particolarità, che natura e cagion del male ne appalesasse. Tutto in istato naturale in alcuni appariva; e in alcuni qualche leggier segno d'infiammagione alle viscere del basso ventre; il che forse era effetto dell'ultime violenze del male.
Il pronostico poi di questa malattia, come si fa all'incirca negli altri mali, fondavasi sopra i sintomi, che l'accompagnavano, sopra lo stato de' polsi, e degli esantemi. Sintomi violenti importavano morte quasi sicura; come altresì era quasi impossibile che un malato si salvasse senza qualche critica eruzione. Quelli dal polso buono, espanso, forte, eguale, regolare, costante, potevano nudrire speranza di salute, soccorsi opportunamente. Per contrario quelli dal polso picciolo, debole, irregolare, frequente, ne avevano forte a temere, ad onta che leggiero all'aspetto apparisce il male, e favorevoli eruzioni comparissero.
Di mezzo a tante varie forme e bizzarre, e alla diversa qualità e forza de' sintomi, che accompagnavano la malattia, non si potè adottare un trattamento curativo uniforme. Si usarono le sanguigne, i leggieri purgativi, gli emetici, i blandi narcotici, ed i più blandi sudoriferi. Il trattamento curativo esterno fu pur semplice e mite.
La sanguigna in generale non doveva essere nè abbondante, nè ripetuta; così il purgante conveniva che fosse sempre blando e leggiero. Nè l'una, nè l'altro erano indicati, quando le eruzioni erano vigorose ed inoltrate. Il tempo, in cui queste evacuazioni meglio convenivano, era il primo giorno della malattia. Quando il polso era pieno, forte, elevato, violento il dolor di testa, cominciavasi la cura dal cavar sei once di sangue, più o meno, giusta la forza del polso, l'età, ed il temperamento dell'ammalato; e di rado aveavi uopo a ripetere il salasso. Ma se all'infermo dopo il primo salasso succedeano nausea od altre sì fatte cose, faceasi uso di un emetico. In corpo robusto e pieno preferivasi il tartaro stibiato; in un debole macilente o delicato l'ipecacuana; ma sì l'un che l'altro rimedio in dose moderatissima. Se dall'emetico non altro aveasi, che l'eccitarsi del vomito senza promuovere soccorrenza del ventre, finita l'azione, prescriveasi tosto leggiero purgante, o per lo meno un clistere. Quando il polso non era nè pieno, nè elevato, giovava l'astenersi dal salasso, e cominciavasi dall'emetico, per poco che fosse indicato; sempre però in picciola dose. Se poi il corpo da curare era pieno, e conoscevasi avervi alle prime vie molto di sabura, se gli usava un purgante, mite però e leggiero, e a riprese, onde poternelo sospendere, caso che l'evacuare fosse bastato al bisogno. Ciò era dopo tre scarichi al più, già riconosciutosi che nè febbre, nè sintomi si scemavano per violenti purganti, nè per copiose evacuazioni, che anzi ne affrettavan essi la morte. Il rabarbaro, i tamarindi, la cassia, la manna, il sciloppo rosato e simili erano i purganti, che si usavano. Della sena non se n'ebbe mai buon effetto. In corso di malattia rarissime volte avvenne ragion di purgare. Se le prime evacuazioni importavan nell'ammalato abbattimento di forze, debolezza, e depressione de' polsi, se ne procurava il ristoro e 'l rinforzamento con leggieri eccitanti, unitovi spesso un po' di diascordio a fine di calmare l'effetto del purgante.
Avveniva talora che dopo l'operazion dell'emetico o del purgante il polso si facesse più rianimato, più elevato e forte, e più gagliarda la febbre; ed in tal caso, essendovi delirio, o sopore, o accrescimento del dolore di testa, si usava di un secondo salasso, d'ordinario dal piede; facendo prendere contemporaneamente all'ammalato delle semplici emulsioni, od altri così detti temperanti ed ammollienti; e ciò con assai precauzione, per tema di troppo rilassamento, dovendosi guardar sempre l'infermo contro la diarrea. Che se non mostravasi l'indicazione nè del purgante nè dell'emetico, conveniva star attentamente osservando l'andamento della natura, sullo stato del polso, sul grado della febbre, ec., per minorarne l'eccitamento, se fosse stato troppo forte, e tale da impedirne la separazione del pestifero veleno. Ciò procuravasi con bevande diluenti e temperanti, con tisane, cogli acidi dilungati con l'acqua panata, ch'era la bevanda ordinaria de' malati, e quella, che veniva da essi meglio sofferta delle altre. Per l'opposito se il polso indicava debolezza e lentore, conveniva ristorare le vitalità e sostenere le forze col mezzo de' blandi eccitanti, dei così detti alessiteri, fino a che comparivano alla cute le propizie eruzioni. Quindi importava pur anche il non trascurar tutto ciò d'onde una lodevole suppurazione dei buboni e delle altre eruzioni summenzionate ottenere potevasi.
I forti narcotici avevano le stesse funeste conseguenze, che i violenti purganti. Sì gli uni che gli altri precipitavano l'ammalato in uno stato di debolezza tale da non potersi riavere più mai; ovvero producevano un mortale assopimento. Usati principalmente nel principio del male, intrattenevano la sortita delle eruzioni, ed affrettavano i sintomi mortali. Ne' soli casi di violente agitazioni fu di qualche giovamento l'uso di leggieri narcotici, e in picciola dose. Il diascordio mescolato cogli assorbenti die' buon effetto nelle diarree. Dannoso si riconobbe l'usar degli oppiati nei vomiti violenti; e ciò per l'abbattimento e la debolezza, che ne conseguitavano. Il perchè si usava in vece la pozione antiemetica, sì come dicesi, ossia il sugo di limone con alcuni grani di sale d'assenzio, e qualche diluente eziandio.
Giovava non affrettarsi troppo nell'arrestare il vomito; giacchè osservavasi che, arrestato il vomito con troppa fretta, spesse volte sopravvenivano dolori acerbi e laceranti, ed un ardore, che abbruciava le viscere de' poveri malati e li tormentava fino agli ultimi istanti della vita.
I così detti cardiaci non facevano che aumentare l'irritamento, ed in conseguenza rendere più violento e pericoloso lo stato del malato.
I sudoriferi blandi furon riconosciuti li rimedj più convenienti. A tal fine usavasi l'acqua di cardo santo, la polvere viperina, quella di giglio ed altre sì fatte spezie di rimedj. Nè da cardiaci forti, nè da alessifarmaci di troppa virtù se n'ebbe mai buon effetto. Anzi danno se n'ebbe da simili rimedj, e da altri specifici, ordinati da' medici d'alta riputazione, e in gran numero spediti a Marsiglia da Parigi e da varie altre città della Francia.
L'oppressione, che accompagnava la malattia, succedeva ordinariamente o da soppresso sudore, o da scomparse eruzioni. Il perchè conosciutosi niente essere più giovevole del sudore, nè più pernicioso del freddo, si soleva, secondo la stagione, ben coprire gl'infermi; e per questi riguardi salvaronsi quanti ebbero a poter mantenere, durante la malattia, la blanda traspirazione, che in lor si produsse.
Il governo del vivere fu vario secondo l'indole, il grado e l'andamento della malattia, e secondo le differenti circostanze. In generale s'è riconosciuto meglio convenire quello, che nelle malattie acute è indicato.
Semplice e blanda ne fu come l'interna, così l'esterna cura. Ai buboni in istato d'infiammazione applicavasi cataplasmi ammollienti di pane e latte, o di erbe ammollienti. A que', che in tale stato non erano, bastava il semplice empiastro Diachilon, od altro simile. A que', ch'eran maturi, davasi luogo alla suppurazione, aprendoli colla lancetta, ed apponendovi talora il caustico anche nel corso d'essa. L'applicazione del caustico usavasi specialmente co' buboni duri e senza rossore. Dopo aperto il tumore od applicato il caustico, procuravasi una pronta suppurazione col mezzo o del digestivo semplice, o cogli unguenti basilicon, diapalma, di altea, col balsamo di arceo, e simili. Questi rimedj bastavano fino alla cicatrizzazione della piaga. Lo schiantare od estirpare le glandule fu metodo, che, oltre la sua asprezza, riescì piuttosto dannoso, che utile.
Nei carbonchi, a fine d'impedire la gonfiezza e infiammazione, che ordinariamente cagionavano alla parte, vi si applicava il cataplasma anodino di mollica di pane col latte, e si usavano le incisioni in alcuni a croce, e in altri a cerchio, e in taluni scarificando tutto all'intorno dell'escara; e questo era il metodo il men doloroso e 'l più mite. Staccata l'escara, vi si applicavano i summenzionati supporanti.
Quasi lo stesso metodo si osservava colle pustole carbonchiose, bastando per esse, che non fossero molto considerevoli, gli unguenti sovrallegati a staccarne l'escara, e a promuoverne la suppurazione fino al compiuto loro guarimento. Ma allorchè la superficie della pustola era larga e dura, e l'escara grande, se l'incideva a croce, frapponendo all'incisione un picciol caustico, se straordinaria n'era la durezza; continuando poscia la cura col metodo ordinario. Si osservò non convenire alle dette pustole nè lavacro, nè bagnatura. I liquori spiritosi le irritavano; le decozioni lenienti le rilassavano di troppo e facevan crescere delle carni bavose; i rimedj così detti vulnerarj e balsamici producevano alcune volte l'uno e l'altro di questi effetti; a meno che però le ulceri non si fossero degenerate, dovendo in allora trattarsi col metodo ordinario. Pur il vino disseccava la piaga, e sopprimeva la suppurazione, la quale conveniva mantenere aperta al più che si poteva, o almeno da trenta o quaranta dì, onde impedirne le ricadute, ed ogni altra dannosa conseguenza.
A mantenere lunga la detta suppurazione facevansi larghe fenditure o col ferro o col caustico. Se a queste piaghe sopraggiungeva qualche particolar accidente, vale a dire seni, depositi, infiammazioni, gangrene, carni bavose, etc., tutto ciò trattavasi cogli ordinarj metodi, e co' rimedj i più semplici, e senzachè vi fosse bisogno di usar rimedj particolari; provatosi che coteste particolarità servono il più delle volte non ad alleviarne gl'infermi, ma ad arricchirne i ciarlatani dispensatori.
Ciò non pertanto in tal'occasione salì in molto credito come preservativo di peste quell'aceto aromatico, che dicesi dei quattro ladri[42].
Nulla v'era di sicuro e di determinato sul tempo, ch'era mestieri allo sviluppo del veleno contagioso, appiccatosi alla persona; conciossiachè in alcune più presto, e in alcune si sviluppava più tardi, secondo la diversa disposizione della fisica costituzion loro, e secondo il diverso concorso delle cagioni esterne. In alcune quasi all'istante; in altre nel giorno stesso o nel seguente (il che più spesso accadeva); in altre si sviluppava dopo tre, quattro, o sei giorni; in altre più tardi, e in taluno eziandio in sui trentacinque giorni, termine il più lungo che siasi osservato.
Queste sono le osservazioni pratiche che il Dott. Bertrand fece in mezzo alle stragi della peste di Marsiglia. Dalla sua storia però e dalle relazioni d'altri scrittori si ricava che molti più ammalati non ebbero nessuna cura, e parecchi eziandio furon trattati coi metodi empirici solamente, e senza profitto. (Bertrand, Rélation historique de la Peste de Marseille; Picary, Journal abrégé de ce qui s'est passé en la ville de Marseille, pendant le Peste, tiré du Mémorial de la Chambre du Conseil de l'Hôtel de la Ville; Papon, de la Peste T. I.; Discours sur ce qui s'est passé de plus considerable a Marseille, pendant la contagion, ec.)
In Marsiglia la peste si propagò in parecchie Città vicine e specialmente ad Aix, a Tolone, Arles, Tarascona, Martigues, ed in altre ancora, nelle quali tutte essa vi fece gravissime stragi. In Aix, dove si spiegò nell'Aprile 1720, una donna del sobborgo vi morì con sospetto di peste il dì 13; ed il chirurgo, che ne fece l'ispezion del cadavere, credette non avervi trovato che tracce di violenta colica. Ma altre morti, poco appresso rapidamente avvenute, comprovarono l'enorme suo abbaglio; il perchè adottaronsi tosto severe precauzioni. Il morbo dispiegò la maggiore sua forza soltanto al principiar di Ottobre; e chi volesse soggiungerne le stragi e gli orrori, specialmente nel maggior freddo e nel caldo maggiore, verrebbe a ridipingere le cose già narrate della sgraziata Marsiglia. È poi da osservare che in tal occasione si adottò in Francia per la prima volta la così detta Quarantena generale; ma dopo l'ennunziate immense rovine. Tal pratica in Aix fu evidentemente utile e benefica. Imperciocchè non sì tosto s'ebbe incominciata la general quarantena, che la peste pur cominciò a scemarsi, dimodochè al finir d'essa, finirono insieme le malattie. Si riprodusse però la peste nell'Aprile del 1721, trascuratosi il disinfettar delle robe, e delle persone; ma al rimettersi della quarantena generale, cessò il rigore del morbo, a tale che disparve del tutto nel dì 12 Luglio, prima che finisse la medesima quarantena. Di 24,000 abitanti di Aix, 8,000 infermatisi di peste, ne morirono 7534. Sì grande mortalità prova l'impotenza della medicina (almeno della medicina di quell'età) sulle ragioni di questo male; e a pari tempo dimostra quanto più giovi a migliorarne gli effetti una saggia e provvida polizia Sanitaria.
Gli abitanti di Bandol, picciol porto di mare presso Tolone, avendo rubato una balla di seta, che apparteneva al carico del capitano Chateaud, vi portaron la peste; donde poi certo Camelin, abusatosi di un certificato di Sanità, li 5 Ottobre 1720 l'introdusse a Tolone, mortovi poco dopo per essa con tutta la sua famiglia. Dal Magistrato usatasi immediatamente ogni forte misura di difesa, e passati più dì senza nuovi sviluppi, mal si credette che il morbo vi fosse spento; perchè sul cominciar del Novembre morirono alcuni di peste; attribuendosi però queste morti ad altre cagioni. In Gennajo essendosi introdotte in Città per contrabbando alcune mercanzie da Aix, dove la peste era nel forte, questo nuovo ed ampio fomite molto rapidamente sparse la malattia in diversi quartieri della Città. Nell'Aprile morivano dalle 200 alle 300 persone al dì. Quindi ne fu ordinato la general quarantena, ma poco buon effetto se n'ebbe, forse dal modo tenutovi nell'usarla. Nè altramente fu d'altre politiche discipline dal Magistrato Sanitario ordinate. Poco appresso però essendo stato ordinato sotto pena di morte che tutti i malati si ritirassero negli spedali, proibito ai Medici, Chirurghi e Speciali di distribuir rimedj nella Città, impedito ai Convalescenti di sortire di casa; e finalmente obbligati rigorosamente tutti quelli che avevano avuto malati o morti in famiglia a portare un segnale sopra la manica del lor vestito, affinchè ciascuno potesse evitarli, la peste cedette al tutto nell'Agosto del 1721 dopo uccisi 13,280 abitanti d'ogni condizion, d'ogni età, e d'ogni sesso, al riferir di qualche scrittore. Secondo altri, e fra questi il Sig. d'Antrechaux, 15,783 in una popolazione di 26,260 che contava Tolone prima della peste. In Arles poi ne estinse 8,100 di 12,000, in Tarascona 7,210 di 10,000; ed in tutta la Provenza ne perirono 84,719. Ma di tanta mortalità ne fu in parte cagione la fame, derivata dalla particolare avarizia di alcuni malvagi speculatori. Persin al sepolcro persegue questo ingordo e infame vizio gl'infelici che abbisognan di loro, mettendo a crudele guadagno le loro sciagure. Avevan costoro già ammassati ne' nascosti lor magazzini grande quantità d'ogni spezie di biade; ma vieppiù strignevasi il durissimo lor cuore, quanto più la miseria spaziava per quelle diserte contrade. Così è della corrotta e guasta natura de' sordidi avari, pei quali in van grida la voce della natura, e l'esempio del morire. Guai a quegli uficiali della pubblica economia che in sì duri frangenti chiudono gli occhi su questi abusi, infingendo di non vedere ciò che pur vedono, allettati da più vergognosi guadagni. In mezzo a cotante angustie il Re fece spedire pel Rodano grani da provederne la provincia; ma i procuratori d'Aix fecero per l'Arcivescovo scrivere alla Corte, che arrivando quelle granaglie, il prezzo dell'altre raccolte da Cittadini si diminuirebbe di modo, che non si avrebbe per essi più il modo di pagare le gabelle reali. Che ne avvenisse perciò non è soggiunto, ch'io sappia; nè occorre ch'io ne rinfreschi la memoria a vieppiù esacerbar l'animo de' miei lettori. (d'Antrechaux, Rélation de la Peste de la ville de Toulon; Papon, de la Peste Vol. I. fac. 343 e seg.; Boecler, Recueil des Observations; Senac, Traité de la Peste; Traité des Causes, des accidens, et de la cure de la peste avec un Recueil d'observations etc. Paris 1744.)
A. dell'E. C. 1731-32. A questi anni serpeggiò la peste nella Dalmazia, e nell'Albania Veneta, introdottavi dalla vicina Bossina, ove infieriva con maggior forza. Essa rapì nel distretto di Spalatro da circa trecento persone, e poco più di mille in tutte e due le provincie. Per le diligenti precauzioni della Sanità praticate in tal circostanza, la Città e 'l Territorio di Zara ne andarono illesi, quantunque in quel tempo vi regnasse una spezie di carbonchio epidemico, che alcuni medici dichiararono pestilenziale. Era allora provveditore straordinario della Sanità in Dalmazia il N. U. Simon Contarini, che tirò una linea di Soldatesche al confine contro la Turchia, e ve la mantenne tre anni. (ex Actibus Offic. Salut. Jadrens.; Danieli, Ragionamento Medico sul Carbone pestilenziale, Padova 1732; Bajamonti della Peste di Spalato, fac. 138.)
A. dell'E. C. 1737. Nell'anno mille settecento trentasette l'Egitto fu particolarmente travagliato da pestilenza fierissima, e desolatrice oltremodo, contandosi nella sola città del Cairo la mortalità sino a diecimila persone in un giorno. Gli Europei si chiusero nei lor quartieri il dì 9 Febbrajo, e non ne uscirono, se non li 24 Giugno. Questa Peste fu l'unica, giusta l'opinione degli abitanti del Cairo, che nel secolo XVIII sia derivata dall'alto Egitto. (Russel Patrik, Treatise of the plague, pag. 3.)
A. dell'E. C. 1738-39. Regnava la peste fra i Turchi nella Bessarabia nel 1737, e specialmente menava guasti a Oczakow, capitale di quella provincia. La detta città essendo stata in quell'anno assediata e presa dai Russi, il contagio non istette molto a svilupparsi fra la truppa, che venne posta al presidio della medesima. Nell'anno seguente 1738 i Russi l'abbandonarono dopo aver demolite le fortificazioni. Ritiratasi la guarnigione russa ai proprj aquartieramenti, la peste per loro mezzo fu introdotta nell'Ukrania, ove imperversò dal Giugno a tutto il resto del 1738, e parte del 1739. Dall'Ukrania non penetrò più avanti il contagio. Il dott. Schreiber di Könnigsberg, Professore di medicina a Pietroburgo, potè farne di ben utili osservazioni, già pubblicate per la stampa nel 1740. Piacemi di allegarne alcune, che forse potrebbero tornare di qualche vantaggio al Pubblico.
I. La malattia si manifestata in molti con parossismo febbrile; con assai grave ansietà ai precordj, dolori laterali, intenso calore internamente, volto acceso, e furioso delirio. Gli ammalati di questo modo morivano il secondo o il terzo giorno. In altri la malattia si manifestava con orripilazioni e con freddo. Tardo e debole da principio era il polso; al subentrar del calore diventava duro e celere con violenta palpitazione di cuore, con delirio in alcuni, e con sopore in altri; stanchezza, abbattimento di tutte le membra, oppressione, ardore allo scrobicolo del cuore, nausea, vomito bilioso, nero, verdastro, e fetente. Chi non vomitava, aveva dejezioni alvine della stessa natura. Lo sternuto era sintomo mortale.
II. I buboni, ed i carbonchi accompagnavano, per ordinario, la malattia; ma i carbonchi incominciavano prima con un punto rosso, che in seguito ne diventava il centro, circondato da un'areola livida sotto l'epidermide, la quale a poco a poco si dilatava, gonfiavasi, e diventava nera; e così gradatamente si formava il carbonchio, di figura per lo più elittica; il quale qualche volta era sì vasto e grande, che agguagliava la palma di una mano, ed il peso di circa una libbra[43]. Qualche volta si alzavano in vece alcune pustole con un punto bianco alla cima, simili affatto alle pustole vajuolose, le quali poi si dilatavano, annerivansi, e terminavano in vero carbonchio. La comparsa di queste pustole era sempre di favorevole indizio.
III. Allorchè sopravvenivano le parotidi, sopra di esse nascevano spesso i carbonchi, ovvero diventavano esse cancerose. L'amputazione era il solo rimedio, donde concepir poteasi qualche speranza di salute.
IV. I carbonchi erano tutti fra i muscoli ed il tessuto cellulare della pelle; ma più di frequente si manifestavano alle clavicole, sulla spina del dorso, in sulle rotule, alla parte superiore e posteriore della tibia, e sull'addome, sopra l'annulo verso la linea bianca.
V. I carbonchi, che non si formavano compiutamente, restandosi pustole carbonchiose, o soltanto macchie rosso-brune, cangiavansi in petecchie livide o nere; ed i malati ne morivano il secondo o il terzo giorno.
VI. Gli ammalati, che sopravvivevano al quinto giorno, ne' quali i buboni o carbonchi per l'innanzi duri, in que' giorni incirca passavano alla suppurazione, trovavan sollievo degli altri sintomi, e d'ordinario guarivan tutti. La suppurazione però durava talvolta fino a cinque o a sei settimane.
VII. In assai pochi casi i buboni passarono alla risoluzione. Quando i buboni non tendevano alla suppurazione prima del quinto giorno, e continuavano ad affliggere i malati con una pressura agl'inguini, a guisa di tesa corda, che gli forzava a zoppicare, ovver si gonfiavano profondamente senza tendenza a suppurazione, era cosa di cattivo presagio. D'ordinario sopravvenivano le petecchie livido-nere, le quali erano sempre un sintomo precursore di morte. Talvolta restando i buboni stazionari senza la sopravvegnenza di sintomi più gravi, e senza passare a suppurazione fino al nono giorno, l'ammalato ne provava d'insofferibili ardori per tutta la persona, spezialmente ai lombi ed alle braccia, a tale che gliene veniva impedito il moto. In tali casi poche ore appresso comparivan pustole con una punta bianca, le quali serpeggiando degeneravano in carbonchio, ed erano di buon preludio. Diversamente gli ammalati si morivan nel nono giorno, o, al più tardi, in sul tredicesimo.
VIII. Alcuni malati morirono improvvisamente per effetto del terrore d'inevitabile morte. Alcuni, dopo un leggiero dolor di capo, nel terzo dì sentendosi avvicinar l'ora estrema (e questo è fatto) si prendevano spontaneamente da se quella cotal veste, colla quale dovevano esser sepolti, e morivano placidamente senza alcun segno esterno, conservando fino all'ultimo momento una piena serenità della mente.
In alcuni si manifestavano delle pustole nericce della forma di quelle del vajuolo, ovvero dei flicteni alla regione dello scrobicolo del cuore.
IX. Altri poi (e ciò specialmente verso il terminar del contagio) avevano una peste così benigna, che si trovavano star bene, come se fossero stati sani. Comparivano in essi istantaneamente buboni o carbonchi; e gli uni e gli altri però senza sintomo febbrile.
X. I fanciulli, sotto degli otto anni, andavano quasi tutti immuni dal contagio. Per opposito le donne, e le fanciulle da marito sono state le più maltrattate.
XI. Le donne incinte sotto del terzo mese, ancorchè attaccate dal contagio, andavano d'ordinario esenti dall'aborto, e dalla morte, mentre all'incontro le gravide dal quinto al settimo mese abortivano tutte, e morivano irreparabilmente.
XII. Quelli, che avevano o piaghe od ulcere croniche, furono interamente salvi dal contrarre la malattia. Neppur solo un tisico fu attaccato dalla peste.
XIII. Quelli, che pativano di dissenteria o avevano diarree croniche, attaccati che fossero dalla peste, morivan tutti.
XIV. L'uso della voluttà, e l'ubbriachezza rendeva la malattia tostamente mortale.
XV. Molti vecchi sono altresì periti di questa pestilenza, ma senza la comparsa di buboni, nè di carbonchi.
XVI. Apertisi alcuni cadaveri di tali appestati, non altro vi si trovò che ai polmoni alcuni punti neri cangrenati, e la vescichetta del fiele ridondante di bile fluida e gialla. Erano pur alquanto giallognole le parti adiacenti alla suddetta cisti felea.
XVII. Intorno ai preservativi si notò qualche attività nella canfora; e specialmente nei preparati di gomme fetide, miste alla canfora. Così pur tenevasi per salutare il fumar tabacco, siccome anco il masticarlo. Dalla cacciata di sangue per prevenire la malattia nessuna utilità se n'è osservata. Ma di tutti i preservativi l'ottimo custode, e 'l migliore si riconobbe essere la separazione degli infetti dai sani.
XVIII. In riguardo poi alla cura, l'ipecacuana, data subito nel principio, ovvero alla prima ingruenza del male, riuscì un eccellente rimedio per troncare ogni azion del contagio. Ciò fu pure del vitriuolo bianco, somministrato come nauseante o vomitivo. Il tartaro emetico eccitava spasmi troppo violenti allo stomaco, e riusciva piuttosto dannoso, che utile.
XIX. Se il vomito, che destavasi sotto l'uso dell'emetico, era troppo forte e continuo, soleasi raffrenarlo coll'applicazion d'un empiastro di teriaca alla region dello stomaco, e colla stessa teriaca presa internamente.
XX. Allorquando l'ipecacuana o il vitriuol bianco venivano somministrati nel primo giorno, seguita l'azion del rimedio, il polso facevasi più spiegato, la febbre acquistava un andamento più regolare, e nel quarto o quinto giorno comparivano i buboni o i carbonchi.
XXI. Che se non si dava l'emetico subito nel primo giorno, ma in vece somministravasi nel secondo o nel terzo, i malati non ne risentivano beneficio di sorta: anzi dopo l'emetico, preso tardi, si vide accrescersi tutti i sintomi d'irritazione al ventricolo, in guisa che i malati che, esempligrazia, nel terzo giorno prendevan l'emetico, morivano poi d'ordinario nel quinto o nel sesto, agitati da convulsioni, e con petecchie nere alla superficie del corpo.
XXII. I purganti eccitavano ben di leggieri la diarrea, la quale dovea sempre riguardarsi pericolosa. Si tentava di riparare alla diarrea coi clisteri ammollienti, o semplici o uniti col rosso d'uovo e colla trementina.
XXIII. In seguito, già cresciuto il morbo, si prescriveva il roob di sambuco cogli occhi di cancro p. p., la mistura canforata, il liquor volatile di corno di cervo, la teriaca coll'aceto, l'aceto bezoardico, e il nitro misto con quattro grani di canfora. Altri ordinavano le terre assorbenti. Le bevande diluenti, calde, acidette riuscirono di molto giovamento.
XXIV. La dieta prescritta era tenue, quale conviensi ne' morbi acuti; e quando i buboni erano già comparsi, convenivano i brodi di carne coll'acetosa, od altre simili sostanze vegetabili, e acidette.
XXV. Altri biasimavano il salasso, ed altri il lodavano, anche ripetuto, specialmente se sussistevano alla cute macchie rosse, e non erano per anche apparsi buboni, nè carbonchi.
XXVI. Nel trattamento esterno, all'oggetto della salute dell'ammalato mal si mirava da que' chirurghi, che procuravano la risoluzione dei buboni.
XXVII. Si applicavano i vescicanti su i nascenti buboni, e ciò con buon successo. Quindi, tostoch'erano ammolliti, medicavansi coi cataplasmi. In alcuni luoghi venne utilmente usato l'empiastro magnetico arsenicale. Fra tutti fu riconosciuto doversi dar preferenza al cataplasma comune di farina di frumento, miele, e croco; ovvero a quello di cipolle arrostite.
XXVIII. Le scarificazioni sulle parti vive presso ai carbonchi riuscirono sempre utili. Si scarificavano circolarmente i carbonchi, o si circoscrivevono colla pietra infernale. All'uno e all'altro metodo ne conseguitava facile suppurazione; la quale trattavasi poi coll'unguento digestivo, e coi cataplasmi ammollienti.
XXIX. Sonosi finalmente osservate molte nutrici infette, continuare alcuni giorni ad allattare i lor bambini, senza ch'essi contraessero la malattia, e senza alcun lor detrimento[44]. (Schreiber, Jo. Frid. Observationes et Cogitata de Peste; Mertens Observ. Med. V. I. P. II.)
A questi stessi anni 1738-39. la peste che travagliava la Bessarabia, la Romelia, la Servia, e la Valachia, e che infuriava in que' Paesi Ottomani, che confinano colle Signorie della Casa d'Austria, penetrò con molto impeto ne' Comitati limitrofi dell'Ungheria e della Transilvania, e vi fece molte rovine. A questi anni, ed appunto per tal circostanza, la Suprema Commissione Aulica di Sanità in Vienna d'ordine Sovrano pubblicò un'Opera sulla maniera di conoscere, preservarsi, e curare la peste. (Kurze Einleitung zur Erkenntnis und Vertilgung des gegenwärtig besorglichen Pestübels auf allerhochsten Befehl Seiner K. K. A. Majest. etc. Wien 1738. e ripubblicata a Vienna e a Praga nel 1758.)
A. dell'E. C. 1742-43-44. Nel mille settecento quarantadue si riprodusse la peste in Aleppo, e vi durò tre anni. Nel 1743 spiegò la sua maggiore fierezza, cagionandovi immense mortalità. Nel 1744 comparativamente agli anni precedenti fu assai mite, e discreto fu il numero delle sue vittime. (Russels, Alexand. Natural. Hystory of Aleppo.)
A. dell'E. C. 1743. La città di Messina contava 168 anni dall'ultima pestilenza. Essa n'era stata afflitta nel 1575, allorchè gran parte d'Italia, e della Germania, ed altri paesi molti di Europa, come s'è detto, (fac. 366 e seg.) provarono di questo flagello i funestissimi effetti. In quest'anno 1743 la peste s'introdusse di nuovo in Messina incognita e mal appresa, come è avvenuto di molti altri paesi di Europa, e vi operò immense rovine. Essa vi fu recata col mezzo di una tartana Genovese, proveniente da Missolongi, picciolo paese della Grecia, situato alla bocca del golfo di Lepanto. Questo bastimento, carico di lana, frumento, e finissime telerie, manifatture di Levante, era partito da Missolongi il dì 20. Febbrajo, ed approdò a Messina il giorno 20. Marzo, dopo trenta giorni di viaggio. La patente di Sanità, di cui fu portatore, era netta, e senza postilla di sorte. Assunti i costituti tanto del capitano del bastimento che dello scrivano, giurarono di non aver avuto comunicazione per via nè con altri bastimenti, nè in altro paese, da che si partirono da Missolongi. Fatto l'incontro però delle persone dell'equipaggio, che dovevano esser dodici, compreso il capitano, di nome Aniello Bava, si riscontrò che mancava un individuo. Chiestone conto ai restanti compagni, deposero, che il marinajo che mancava era morto nel corso del viaggio da malattia ordinaria, cagionata dai gravissimi patimenti sofferti nel lungo tragitto, in cui a burrascosi venti e procelle eran stati spesso soggetti. Ragunatisi i signori della Sanità; e considerando, che non potea non esser naturale la morte di un marinajo nel corso di un tanto disastroso viaggio, qual dal capitano riferivasi; che la Patente della Sanità era netta affatto; che i costituti giurati provavano non avervi avuto comunicazione per via, determinarono doversi ammettere quella provenienza a quarantena, conformità delle Istruzioni e delle Leggi del Lazzeretto di Messina. Vi si permise quindi il discarico delle merci. Due giorni appena erano scorsi, che il capitano del bastimento infermò con resipola nella faccia, secondo la relazione del medico del Lazzeretto, e morì in tre giorni. Giudicarono i medici essere stata cagione di sì breve morte la retrocessione della resipola. Ciò non pertanto il Magistrato di Sanità ne fece seppellire il cadavere colle più rigorose precauzioni sanitarie.
Passati altri due giorni appena, un altro individuo del bastimento si ammalò, e i medici accorsivi per visitarlo, il trovaron già morto sulla nave medesima. Ordinaron essi, che fosse il cadavere messo alla pubblica vista, ma nessuno volle toccarlo, asserendo le restanti persone dell'equipaggio esser lui morto con tumore sotto l'ascella, e con petecchie per tutto il corpo, in guisa che lo giudicarono tocco da peste. Rapportata l'infausta notizia al Magistrato, se ne fece un congresso di varj personaggi i più distinti, e de' medici i più riputati della città. Discusse le varie opinioni sulla maniera di sbrigarsi di tale imbarco e mercatante, si determinò finalmente, all'esempio di un simil caso poco prima accaduto in Livorno, di doversi bruciar la tartana con tutto ciò, che dentro vi era, alla distanza di otto miglia dalla città, salvate le genti. Il dì 30 Marzo fu il tutto puntualmente eseguito. Insorta però furiosa tempesta, mentre il bastimento era in fiamme, per la violenza delle onde da gagliardissimo vento agitate essendo stato dibattuto fieramente, fu spinto ad arenare al lido stesso di S. Paolo, e porzione della lana e del frumento ne fu disperso per quella riviera. I signori della Sanità, che accompagnavano la tartana, diedero gli ordini più opportuni per ovviare ogni pericolo dipendente da tale ingrato avvenimento. Si abbruciarono il dì appresso le mercanzie state scaricate al Lazzeretto, e si confinò l'equipaggio entro un barracone di tavole, eretto espressamente a tal uopo sulla punta detta la Spina, luogo isolato e lontano. Da doppia linea di guardie venne questo provvisorio Lazzeretto circondato, restatovi colà uno dei senatori ed un nobile, dì e notte sopravveglianti.
Terminata la quarantena senza verun tristo accidente, anzi senzachè alcuno si sentisse neppur indisposto, la mattina del 15 Maggio se ne rendettero pubbliche grazie al Signore, e si cantò solenne Te Deum nella Cattedrale, con universale consolazione. Di effimera durata fu tale allegrezza, mentre poche ore appresso si rilevò, che nel quartiere, detto dei Pizzilari, si erano manifestate febbri di mal costume accompagnate da buboni e da altri pestiferi sintomi. Inviatisi tosto colà i medici della Deputazione per osservare gl'infermi, e riconoscere la natura del male, ne riferirono «che avendo visitato gli ammalati, e considerato con ogni attenzione l'essenza e qualità delle malattie, non trovavano in conto alcuno esser esse contagiose e pestifere; che credeano sì essere le stesse malattie epidemiali, che s'erano fatte vedere nel Febbrajo ultimo scorso[45].» La stessa relazion diedero i medici, ch'erano alla cura dei malati, e dello stesso parere si dichiararono quelli stessi, a' quali veniva attribuito di aver divulgato esservi la peste nella detta contrada.
Tale dichiarazione medica sollevò gli animi, e fece sì che i Magistrati si abbandonassero ad una cieca fiducia, trascuratene le più opportune precauzioni.
Somministraronsi però a' poverelli per la città sussidj di pane, carne e vino, perchè con tali alimenti potessero meglio resistere alle impressioni dell'aria. Si fecero seppellire cadaveri in calce viva, per la corruzione e fetore straordinario, che spandevano. Si fece bruciare per la città delle ossa, ed altre cose tenute per alessifarmache, e obbligaronsi i medici a presentare ogni dì una lista al Magistrato di Sanità delle malattie, che avevano in cura, e simili altre cose. Moltiplicavasi infrattanto di giorno in giorno il numero degli ammalati e quello de' morti; il morbo si spargeva rapidamente negli altri quartieri della Città, ed in mezzo a tutto questo le relazioni de' Medici continuavano ad assicurare «che non era mal contagioso, ma epidemia maligna». Fondavan essi le ragioni di cotal loro giudizio, sul non osservarsi comunicazion del male a coloro, che assistevan gl'infermi, quando, se peste fosse stata, dicevan essi, doveva mostrarsi il morbo sommamente contagioso, giacchè i buboni, gli antraci, le petecchie erano sintomi equivoci, e comuni con altri mali; perchè neppur al sommo mortiferi eran que' morbi. Uno de' Medici però, il cui nome non ci fu tramandato, non persuaso delle suddette ragioni, e temendo dell'ingannevole progresso d'un terribilissimo male, che insidiosamente comincia e insinuasi occulto e leggiero fra le genti del popolo, e poi ingigantisce nella sua forza, attaccando ogni sorte di persone, dubitava che fosse peste effettivamente, adducendone esempj simili, in cui s'ingannarono uomini insigni, e di profondo sapere, come in Palermo l'Ingrassia l'anno 1575; in Venezia il Mercuriale, ed il Capodivacca nel 1576, ed altra volta nella stessa Repubblica il dottissimo Massa; e così in Napoli molti altri valentuomini nel 1556; in Vienna l'anno 1713; ed in Marsiglia nel 1721 ecc.: che perciò consigliava praticar cautele, come se fosse stata vera Peste, senza però dar per sicuro che tale si fosse.
Questa opinione così isolata, e dagli altri medici vivamente confutata, non prevalse, perchè ne seguisse in detti giorni il sequestro generale della Città, il quale far si doveva, nè bastò a far adottare altre valide misure di riparazione. La moltitudine de' malati però riempiva di timore l'animo de' cittadini.
Giunto il primo di Giugno, ed oltrepassando il centinajo il numero degli estinti, col vedersi attaccati gli assistenti e coabitanti in una stessa casa, ed essere il periodo dell'infermità assai corto, cominciarono i medici ad accorgersi dell'errore, ed a conoscere pur troppo evidente il carattere del male, che di giorno in giorno si faceva più esteso e spaventevole. Quindi si ordinarono alcune cautele. Ma pur troppo non corrisposero, perchè tardi s'era ad esse fatto ricorso. Nei due seguenti giorni, 2 e 3 Giugno, morirono 279 persone, e più d'altrettante cadettero inferme. Moltissimi furon coloro, che fuggirono dalla città, ritirandosi alla campagna. Nei giorni 4, 5 e 6 Giugno 432 persone cessarono di vivere, oltre un numero assai maggiore d'infermi.
La mortalità cresceva ogni dì. Cominciò a sconcertarsi ogni regolamento; s'introdusse la confusione, il disordine, che giunsero a tale da costernare qualunque animo forte. Riempite le fosse, non sapeasi più ove porre i cadaveri. Mancarono i beccamorti; sparirono i carri e le carrette; non trovavasi più chi si prestasse per i bassi servigj. Ognuno si nascose, e rintanò, procurando salvarsi. I villaggi fecero unione respettivamente di guardarsi, e non lasciavano più accostar gente, che dalla città procedesse, impedendo eziandio fino il macinarsi grano per li bisogni della città. In ogni passo scorgevansi disordini; in ogni provvidenza incontravansi ostacoli, ed intoppi; da per tutto non v'era che angustia, costernazione, e morte.
Acciocchè possano i lettori formarsi più adeguata idea delle crudeli estremità, a cui fu ridotta Messina sotto i colpi di questo tremendo flagello, mi farò a riportare alcuni brani della descrizione, che ce ne lasciò lo storico Turiano.
STORIA DEL CONTAGIO DI MESSINA
Cap. X. fac. 29.
«Crescendo ne' successivi giorni a dismisura la strage, e la fatal forza della pestilenza, giunsero allo stato di non essere più in modo alcuno riparabili i disordini, la confusione, e la universale miseria: si ridusse la Città tutta, ed i borghi ad una piscina d'ammorbati. Gli estinti restavano nelle strade, e nelle case senza esservi chi li trasportasse. Ogni giorno contar potevasi a migliaja quei, che cessavano di vivere. I deputati, depositarj, guardiani, subalterni, oggi vivi, dimani o morti, o moribondi osservavansi. Non restarono più fornari, fabbricatori del pane; mancarono affatto i legni per cuocerlo, eziandio per le case, ove taluno adattavasi per farselo; mancarono i Parrochi, i Preti, e gli Ecclesiastici che somministravano i Sagramenti; ed in somma li Senatori, e i Deputati di salute si videro nel più funesto stato di abbandono, e di costernazione, senza ajuto di subalterni, e colle strade seminate di cadaveri, che per la forza del velen pestilente gonfiavano, annegrivano, e divenivano orrido spettacolo d'abbominazione e di spavento. Nondimeno non abbattendosi continuarono personalmente con la forza del danaro a procurare l'assistenza di qualcheduno che aver poteano a sommo stento, per soccorrere di viveri le persone chiuse nelle case, che dalle finestre chiamavano ajuto, e soccorso, per non perire di fame e di sete.
Non poterono però a lungo mantenersi nell'opera suddetta, poichè, attaccati dal morbo, cominciarono a perire; tantochè un solo de' Senatori, ed un altro solo pur de' Deputati di salute sopravvissero.
Sotto li 17 del detto mese di Giugno si scrisse dal Senato al Gran Maestro della Sagra Religione Gerosolimitana, pregandolo di mandare qualche numero di schiavi, ed almeno due medici pratici di Peste, per ajuto di questa città, che periva. Ma la lettera non giunse forse, perchè neppur risposta s'ottenne.
Correndo il dì 20 Giugno, e moltiplicato essendo nella città il numero de' cadaveri insepolti, in guisa che ne' piani ed innanzi le porte delle chiese a catasta marcire vedeansi, mosso a compassione l'Eccellentissimo Signor Generale Governatore, il quale in tutta la lagrimosa serie degli accidenti sovranarrati non lasciò mai di contribuire l'opera sua autorevole a bene della città, fin dove gli fu richiesta dal Magistrato di Salute, a di cui carico era l'operare in tali circostanze, mosso, come dissi, a compassione dello stato infelicissimo della città, aderì alle istanze fattegli di destinare numero 200 di soldati, con vesti impeciate, uncini, pale, ed altri ordigni, per levar i cadaveri, ed in fosse profonde sotterrarli fuori della città. Ma non essendo stato possibile aver carrette per lo trasporto, e molto più che moltissimi cadaveri erano già aperti e corrosi, si pensò far li fossi in città ne' siti più larghi e piani, ove canali d'acqua non s'incontrassero. Ma poco potè in pratica eseguirsi simil provvidenza, poichè non bastanti spazj trovandosi per detti fossi, nè riuscendo questi a proposito per non restar l'aere, e la città contaminata dagli aliti, e dal fetore, oltre il numero successivo, che avanzava de' defonti, si risolse alla fine di bruciargli negli stessi luoghi dove erano, accompagnandoli con pece, zolfo, bitumi, ed altri generi, che facilitassero l'incendio, ed atti fossero a purgar l'aere dalla infezione. Così dal Capitan D. Gennaro Coppola, e dall'Alfiere D. Vito Melorio, ch'ebbero in sorte di sopravvivere a tale incombenza, con amore, e zelo giammai abbastanza lodato, si praticò esattamente, consumandosi quantità incredibile di detti generi, quali neppur bastevoli riusciti essendo, fu necessità di continuar l'incendio con l'ajuto di legna, frasche, tavole, ed altre simili cose eziandio servibili.
Io, che, a servire la Patria, mi trovai presente in tutta la strana disovranarrata tragedia, prima che oltrepassassi, non posso tralasciare di dire, che in quei giorni infelici, quando si bruciavano i cadaveri, era la vita più tormentosa della morte medesima, poichè parea che giunto fosse il dì estremo per Messina, lungi d'ogni riparo. Gli elementi pareano a suo danno congiurati, poichè l'aria da' letali miasmi avvelenata, il fuoco da per tutto acceso, oltre il calor della stagione, togliea quasi il respiro; l'acqua era calda, e di maligni atomi impregnata, più tosto accendeva, che smorzava la sete; la terra tutta piena di schifose corruttele. Rendeasi in somma detestabile il vivere. I sensi tutti pativano. La vista da quegli oggetti lagrimevoli offuscata, e dal fumo intorbidata, pativa tormento, che non è dicibile. L'udito da gemiti, e da sospiri, da moribondi, da voci di miseri deliranti, che per le strade correndo lasciavano di vivere, era funestato. L'odorato dalla puzza de' cadaveri, dal fetore de' bitumi, e dall'aria gonfia di corruzione pativa pena incredibile. La lingua era secca ed arida, col gusto depravato, oltre la fame, e sete, e mancanza de' soliti ristori, che l'affliggevano. Le mani ed il tatto per tutto il corpo era totalmente perduto, temendo ciascuno di toccare per non infettarsi, abbominando eziandio le proprie vesti, i letti, e le proprie case, divenute occasioni prossime di pericolo, e di morte. La memoria era conturbata per la circostanza de' perduti congiunti ed amici, e per quei che stavano agonizzanti. L'intelletto oppresso dalla confusione, non sapendo pensar riparo a male sì grande, senza luogo, ove fuggir si potesse, senza forza come resistere, senza consiglio, e senza sovvenimento da lontani, e da prossimi. La volontà confusa, mancando alle risoluzioni l'effetto, a' mezzi l'esecuzione, a' pentimenti il profitto, a' rimedj la possibilità. Vedeasi morir le madri con figli lattanti alle poppe; i bambini per le strade pianger morendo in seno alle madri già estinte; il padre, le donzelle ignude esponersi a catasta de' cadaveri, il marito abbandonare la moglie, il fratello la sorella, senza restar chi dasse soccorso; tirarsi per morti persone ancor moribonde, starsi i viventi coricati co' morti per più giorni, senza aver in casa chi li separasse, furono spettacolo terribilissimo in quel tempo d'incomprensibile angustia. Io che per le incombenze di mia carica dovetti essere spettatore infelice di sì orrenda tragedia, non altro, che lagrime, dì e notte spargeva dagli occhi, mirando l'eccidio dell'afflitta patria, resa oggetto il più lagrimevole di desolazione. Piangevo i figli perduti, i fratelli estinti, gli amici spiranti, i cittadini dispersi, le belle arti, che in Messina rifiorivano gloriose, già poste in rovina. Ah, dissi, sfortunata Messina, che in questo tempo appunto nell'anno precedente fosti la maraviglia delle nazioni, e l'amore de' popoli, celebrando con pompa inarrivabile la secolar memoria della Gran Madre di Dio, nel mentre fra mortali dimorava, qual ti veggo ora miserabile deformata!..»
I casali vicini alla Città provarono tutti l'orribile scempio, tranne due soli, Molino, ed Artelia. Delle ville del Distretto parecchie restarono illese, altre più terribile soffriron la strage, specialmente Monforte, Venetico, e Fiumedinisi. Questo flagello cominciò a diminuire ai primi di Luglio; fu in piena declinazione in Agosto, ed in Settembre si considerò interamente cessato. Dai 6 Settembre ai 14 non morì che una donna da decrepitezza. Il numero dei morti nella Città e nei sobborghi fra una popolazione di 40321, fu, nello spazio di tre mesi circa, di 23841. Ne' casali de' contorni sono morte 14561 persone.
Fra le cose più considerevoli, che accompagnarono questa pestilenza, sono state rimarcate le seguenti.
1.º Per tutto il corso del mese di Maggio, quantunque la peste fosse nel suo maggior vigore, non si videro mai comparire carbonchi, e solo nel Giugno incominciarono a manifestarsi.
2.º In mezzo a sì estesa dilatazione del morbo, e ad una strage pressochè universale, i conventi delle Monache soggetti a clausura si sono preservati illesi quasi tutti, sebbene fossero 14, contenenti in complesso più di 600 persone. Non così quelli dei Frati, e d'altri Sacerdoti claustrali.
3.º I guariti dal contagio non furono più attaccati da esso, quantunque servissero ed assistessero continuamente gli ammorbati, e maneggiassero eziandio senza riserva le robe loro, tranne però due casi di persone, che servivano gl'infetti nello spedale, e che riattaccarono la peste, forse perchè non erano bene guariti.
Avendo il Re mandato in Messina in tempo del contagio quattro schiavi barbareschi, che patito avevano la peste in Levante, impiegativi ne' più pericolosi servigj in tempo, che il morbo durava più vigoroso, niuno di loro ne fu attaccato, e vissero sani. Lo stesso avvenne di una donna, che superato aveva la peste in Marsiglia nell'anno 1721.
Il Senato, volendo togliersi dal pericolo della sussistenza di ogni fomite contagioso, fece istanza, perchè fosse data mano all'espurgo. Ma il Re disposto avendo che venissero da Venezia persone capaci e pratiche per eseguirlo, d'uopo fu aspettarne l'arrivo, che poi successe nel Dicembre 1743. Da Venezia furono spediti all'effetto il D.r Pietro Polacco, un Coadiutore, tre Guardiani, e due Bastazzi.
Si cominciò spurgare in primo luogo l'antico Lazzeretto nel braccio di S. Raineri. Indi si pubblicò bando penale con le disposizioni preliminari dell'espurgo generale. Consistevano queste «in dover ciascuno nettar di stracci e di robe inutili le proprie case, facendoli metter in istrada, ove i condannati ogni giorno con carrette a tal uso assegnate li trasportavano ne' piani per brugiarsi; che si uccidessero gli animali domestici con pelo, che potrebbero da una casa all'altra trasportar il malore, in caso di esistenza nelle case infette, che rimaste erano chiuse ed abbandonate dopo la morte degli abitatori; e che in ogni quartiere i più assennati cittadini fossero per deputati, accinti ad eseguir le provvidenze e regole, che dal D.r Polacco doveansi designare.»
In questo frattempo il contagio attaccò nella terra della Scaletta, che fin allora erasi mantenuta illesa, e nell'altra di Calveroso. Ma mercè le cure de' Vicarj Generali di quelle vicinanze, il male non si dilatò; ed in quelle poche case e famiglie, ove si sviluppò, rimase anche estinto.
Il dì 11. Gennajo cominciossi la disinfettazione della città. Vi assistevano personalmente il Sig. General Governatore, l'Ispettore, il D.r Polacco, ed altri ragguardevoli soggetti.
I Guardiani e i Bastazzi, con sufficiente numero d'inservienti divisi in squadriglie, visitavano le case, togliendone fuori le robe suscettibili, che trasportavansi nel Lazzeretto, le inutili si bruciavano, e le non suscettibili si lasciavano alla ventilazione entro alle case stesse, le quali si facevano bene scopare e pulire, barricando poscia le porte, che si segnavan di rosso, onde riconoscere per visitate e spurgate.
Prima di entrar in esse vi si facevan profumi violenti di pece, antimonio, zolfo, orpimento, nitro, e canfora. Ad ogni squadriglia di spurgatori assistevano due Ecclesiastici incaricati di formar gl'inventarj di tutte le robe, che si passavano al Lazzeretto. Nel tempo degli espurghi furono attaccate dal contagio diciassette persone in alcuni casali, contigui alla città, delle quali nove morirono. Prese all'istante le opportune precauzioni, il male non si dilatò. Continuossi con buon ordine la disinfettazione in città, e nello spazio di 26 giorni vi si condusse a termine. Quindi si proseguì nel territorio; ma verso la metà del Marzo si seppe esservi in Pezzólo la peste, colà introdotta col mezzo di robe infette portate clandestinamente. Undici persone appartenenti a tre famiglie ne furon colte. Interdetta ogni comunicazione, e stabilito rigoroso sequestro delle case infette, con doppia linea di guardie, se ne continuaron gli espurghi, nè altri tristi accidenti sono accaduti in Pezzólo. Condotti felicemente a termine in ogni luogo gli espurghi, li 29. Maggio 1744. Messina fu dichiarata libera e sana, riaperte tutte le comunicazioni, e ristabilito in ogni sua parte il commercio colle altre città del Regno e coll'estere Nazioni. (Turriano, Memoria istorica del Contagio della città di Messina.)
A. dell'E. C. 1745. In una villa del contado di Zara (Dobropoglie) presso Ostravizza s'introdusse in quest'anno la peste, che distrusse la maggior parte di quegli abitanti. Un Morlacco, fuggito da Travnick, città della Bossina, ve la recò. Nei primi giorni del morbo tre individui del succennato villaggio infetto si trasferirono a Zara, e fra numeroso popolo affollato entrarono in chiesa per baciar l'arca di s. Simeone, secondo il costume di quel paese. Terminati i loro affari in città se ne ritornavano alle case loro, quando poco lontano da Zara cadettero morti con buboni ed altri segnali di peste, che si riscontrarono al momento dell'ispezione fatta sui loro cadaveri. Nessuno sviluppo di contagio è accaduto in Zara, e senza altre conseguenze vi si estinse pur anco nel summenzionato villaggio, essendosi dato il fuoco alle case infette d'ordine del colonnello del contado co. Possedaria (In Actib. Offit. Salut. Iadrens.)
A. dell'E. C. 1752-53. Nel mille settecento cinquantadue la peste fu portata in Algeri dalle Provincie Occidentali di quel regno, dove infieriva da varj mesi, col mezzo di alcune persone infette, che, secondo il costume di que' paesi, vi sono state liberamente introdotte. Serpeggiò occulta da principio per qualche tempo sotto colore di altre malattie comuni, finchè al soffiare di venti meridionali umidi e soffocanti per varj giorni seguitamente, si appalesò in Giugno con generale incendio della città. I Consoli delle varie Nazioni, ed i mercanti Europei si chiusero tosto nelle lor case, muniti di tutto ciò, che è opportuno in simili circostanze per preservarsi contro gli attacchi del male non solo, ma contro la fame eziandio, ed altri disordini, che sogliono essere della peste compagni. Infatti alcuni giorni appresso, intimoriti i Kabaili (ossia Montanari), ed i Piskari, (confinanti col deserto, per convenzione destinati a servire sotto un suo capo ai bisogni pubblici della città di Algeri) fuggirono tutti; quindi mancarono le necessarie provvigioni per la città, non avendovi più chi volesse trasportarle. Il Governo fece intimare la forca ai fuggiaschi, e con pari minaccia obbligò le genti di campagna a vendere al solito, benchè più care, le loro derrate. Questo provvedimento portò l'effetto desiderato; ma sparse di siffatta guisa la pestilenza, tanto ne' vicini, che ne' rimoti villaggi, che la desolazione è divenuta poco meno che universale.
La maggior parte de' Mori, cittadini di Algeri, si è rifugiata nelle proprie ville, che sono ne' contorni della città abbondantissime; ma con poco effetto; mentre, comunicando eglino nel tempo stesso con la città, ne son morti alla campagna in numero forse maggiore, che dentro alle case di Algeri, ove perirono in quell'anno da oltre cinque mille persone.
Il caldo della stagione mostrò di contribuire all'aumento del male, essendosi osservato che, secondo che crescevano i gradi del calore, la forza pur del male aumentavasi, misurata dal numero degl'infetti. Però la temperatura in Algeri non si vide mai montare oltre il 28.º grado del termometro del Farenheit; ed a questa circostanza alcuni attribuirono la mediocrità della strage, la quale invece nelle interne mediterranee pianure, ove il calore è molto più forte, fu molto più formidabile. Si è pur notato, che nelle case all'aperto il numero dei morti e stato solo un terzo di quello degl'infetti, laddove nel R. Spedale Spagnuolo, che si trova chiuso fra altri fabbricati, malgrado tutte le possibili assistenze, appena un terzo degli schiavi attaccati salvossi. Un altro fenomeno s'è pur notato, che dal volgo venne attribuito a un prodigio, e fu quello, che il Palazzo Reale, abitato da molta gente, e frequentato giornalmente da ogni sorta di persone, e stato immune dal contagio, sì che non vi si attaccarono che due soli schiavi che assistevano alla cucina reale. Lo stesso fenomeno pure osservossi nell'ultima peste triennale di Algeri, nella quale andò distrutto un terzo degli abitanti della città[46]. Qui è da osservarsi che il detto R. Palazzo è l'abitazione più vasta, che siavi in Algeri, la più ventilata, quella che gode del privilegio delle finestre esteriori, e la più fresca ancora per l'abbondanza delle Fontane perenni, che la bagnano, le quali formano la più gentile e la più stimabile fra le Turche delizie.
Fu notabile altresì, che questa peste ha attaccato per lo più i fanciulli e gli adolescenti, e fra questi, come dicesi, i novelli sposi; e che le giovanette infette sono state in maggior numero dei maschi.
I Negri, per effetto del clima natio quasi tutti di ardente temperamento, ed astretti per la loro schiavitù agli ufficj più penosi delle famiglie, sono stati i primi, ed i più maltrattati dal morbo; come appunto suol avvenire in Costantinopoli, nel Gran Cairo, e generalmente in tutto il Levante.
Gli Ebrei, non che gli schiavi Cristiani, sono stati pur assai maltrattati dal contagio. Sì gli uni, e sì gli altri di questi infelici si nutriscono di cibi poco salubri, e vivono affollati in luoghi angusti e poco ventilati.
La peste, che aveva fatto strage, durante la state del 1752, venne mitigata dalle fresche piogge autunnali, ma non estinta, come pur si sperava. Essa mantennesi qua e là vagante ed incerta tutto quel verno, finchè nell'Aprile del seguente anno 1753. ripullulò con grande spavento di quegli abitanti. Acquistando essa ogni dì nuovo vigore, distrusse nello spazio di tre mesi non meno di oltre a cinque mila persone nella sola città di Algeri. Verso la fine di Agosto del detto anno 1753 il contagio si dissipò e cessò interamente su tutti i punti.
Varj al solito ed irregolari sono stati i sintomi, che accompagnarono questa malattia, e la maniera de' suoi attacchi. L'uno credeva d'essere stato attaccato per contatto immediato d'infetta materia, l'altro per il respiro di fetido alito pestilenziale; non sapevan altri a qual principio attribuire l'incontrata malattia. Chi sentiasi subitamente sorpreso dal morbo, e chi gradatamente ne distingueva il suo ingresso. A taluno si appalesava per mezzo di dolore di capo insofferibile, a tal altro con fastidiosa nausea. Chi di vomito violento, chi di languida vertigine, chi d'involontario tremore allo scoppiar del morbo lagnavasi: e chi finalmente da acutissima improvvisa puntura facevasi accorto dell'imminente comparsa del bubone pestilenziale; sintomi, che bene spesso si sono trovati tutti congiunti in uno stesso corpo appestato.
I buboni, i carbonchi, le petecchie, e le verghe rosse, pallide, o nere, accompagnavano la malattia. Il bubone era sintonia il più frequente, e, come dicesi, caratteristico. La febbre, che accompagnava il bubone, soleva essere veementissima, e il più delle volte congiunta al delirio. Essa per ordinario aveva un periodo di due giorni. Quando la malattia prendeva una buona piega, passati i due primi giorni, cominciava a declinare, ed in proporzione diminuiva la smania, calmavasi il delirio e la veglia, andavasi a poco a poco ristabilendo la perduta appetenza, e con essa le forze. Frattanto il tumore si maturava, e rotto, purgavasi, e l'infermo ricuperava la sanità. Il bubone al suo comparir dava segni quasi sicuri del grado di malignità a cui dovea montare la malattia. Infatti, secondo l'esperienza, se esso era mobile, vigoroso, turgido, acceso, e grosso (per esempio come una grossa cipolla), era probabilissimo che men grave ne doveva essere la malattia, e che l'infermo n'andava salvo; all'incontro, laddove fisso, debole, arido, oscuro, e picciolo era il bubone, ben presto ne susseguitava la morte.
Le verghe rosse, pallide, o nere, che comparivan sul collo, o al petto, erano indizio quasi sicuro di morte vicina. I disordini nella dieta, e le commozioni violente delle passioni, e specialmente della collera, esacerbavano la malattia, ed affrettavan la morte.
Il metodo di cura, usato da' Mori in questa pestilenza, fu sopra ogni altro semplicissimo. Nessun rimedio veniva somministrato ai malati, tranne un empiastro fermentativo, ammolliente, che applicavasi sopra il tumore, il quale ridotto a maturità aprivasi colla lancetta, e poi libero lasciavasi al maligno umore lo sfogo. Con questo mezzo molti infermi si sono salvati; non però così avvenne nel R. spedale Spagnuolo degli schiavi, dove senza risparmio di spesa sono stati tentati molti rimedj, e quasi tutti senza l'effetto desiderato. Secondo le relazioni del medico e del farmacista del detto spedale il sugo di limone s'è trovato utilissimo nella peste. Fra i rimedj poi tratti dalla farmacia meglio degli altri corrisposero i leggieri purgativi, e gli elettuarj alessifarmaci, come la Teriaca, e simili, accompagnati da copiose bibite acide, p. es. di limonata; mentre i tumori maligni col mezzo di fomentazioni venivano stimolati e condotti a maturità. Fra le altre cose l'applicazion de' ranocchj vivi sopra i buboni è stata riconosciuta molto opportuna. Si osservava che detti animali s'impregnavano di un umor nero livido, il quale veniva risguardato come parte del fermento maligno, attratto simpaticamente dall'animale, e dal tumor trasudato[47].
«Gioverà solo replicare (così in sulla fine soggiunge lo Storico) per confermare gli Europei nel savio uso delle prudenti loro cautele in simili calamitose circostanze, che niuno accidente pestifero in due anni di contagio è succeduto nelle nostre case ben custodite, eccettuata la morte di tre servi, che furono convinti di aver infrante le leggi della contumacia, o per dir meglio della non comunicazione cogli infetti.» (Relazione della Peste di Algeri dell'Autor del Saggio Astronomico).
A. dell'E. C. 1755, 56, 57. Dall'Ottobre 1755 al Gennaro 1757 il contagio travagliò crudelmente la Transilvania e la Valacchia. Il celebre D.r Chenot, che fu in questa pestilenza testimonio oculare, e che da essa fu egli medesimo fieramente colpito, ce ne lasciò la descrizione, nella sua Opera de Peste, la quale contiene molte belle pratiche osservazioni. Narra il Chenot essere stata introdotta la peste nella Transilvania col mezzo di certo mercadante da ferro (Gregorio Martin Armeno), che dalle foci del Mar Nero erasi diretto verso Vienna, ove attrovavasi la sua famiglia. Entrato egli il dì 30 Settembre 1755 nel Lazzeretto di Temeswar per ivi scontare la stabilita contumacia, fu sorpreso nel dì 6 Ottobre da brividi, con grande prostrazione di forze, con febbre, dolor di testa e delle reni, diarrea, e ansietà ai precordj. Il dì appresso gli si levò sangue, così avendo egli desiderato, mentre diceva di essere abituato al salasso. Subito dopo la sortita del sangue, v'ebbe esacerbazione di tutti i sintomi, ardore intollerabile alla region de' precordj, e delirio. Il terzo giorno spirò con tumore alla parotide destra. Detto individuo aveva già sparso dei semi di contagio nei luoghi del suo passaggio prima di arrivare al Lazzeretto, e specialmente a Kimpina, villaggio due giornate distante da Temeswar, ove morì l'oste e le sue figlie, che lavarono la biancheria, di cui era stato servito. Tre mercanti attrovavansi nella stessa contumacia a Temeswar. Di due d'essi nulla altro si sa, se non che ritornarono sani alle case loro in Valacchia, l'uno il dì 20, l'altro il 23 Ottobre. Il terzo di nome Andrea Radul, spaventato dall'inopinata morte dell'Armeno, volle abbandonare il Lazzeretto e ritornarsene in Valacchia, quantunque si sentisse molestato da dolore alla parotide destra, e da ardente calore interno, che cercava di moderare bevendo copiosamente dell'acqua fredda. Montato a cavallo, s'avviò per ritornare in Valacchia; ed avendo seco molto danaro, gli fu assegnato un guardiano del Lazzeretto per scorta, il quale doveva accompagnarlo fino al Monastero del monte Sinai; ma a sei leghe distante dal confine l'Armeno morì. Il guardiano ritornò a casa sua seco portando alcuni effetti del morto, e fra essi la peste. Ed infatti, il giorno appresso al suo arrivo un suo figliuolo venne colpito dal contagio, e morì: tre altri suoi figli caddero malati con buboni e carbonchi, ed in pochi giorni diciotto persone furono prese dalla peste, la quale percorse la Valacchia e la Moldavia, malgrado tutte le precauzioni sanitarie, che si sono usate per arrestarla.[48] Nel distretto di Temeswar di 6677. infetti, ne sono morti 4303, e guariti 2374.
Nel trattamento curativo s'impiegarono i così detti analeptici, le bevande, e' brodi acidulati, gli acidi minerali, le infusioni di tè specialmente nel principio della malattia, il nitro, l'antimonio diaforetico, la limonata infusa sopra i fiori di zolfo, o sopra la mirra, la birra, molto usata dai Valacchi, o sola, o col macis, o colla cannella, il vino, il siero vinoso, l'aceto, la teriaca, il muschio, or solo, ora unito alla canfora. La canfora unita allo zucchero, sciolta in una picciola quantità di spirito di vino, ovvero unita all'aceto distillato, od a qualche sciropo di scordio, cannella, contrajerva, serpentaria, e simili, ovveramente alla gomma arabica, ha spesse volte corrisposto; così gli alkali volatili p. e. lo spirito di sal ammoniaco, succinato, anisato. Finalmente il Chenot raccomanda l'uso della corteccia peruviana nella peste, asserendo che la sua utilità fu confermata da replicate sperienze, somministrata sì per infusione, che per decotto, specialmente allorquando le forze sono in uno stato medio, cioè, nè eccessivamente esaltate, nè molto esaurite. Ove esiste una diatesi stenica, o una condizione d'irritamento, come pur dove siavi molte saburre nelle prime vie, la corteccia peruviana non conviene, e gioverà astenersene. All'incontro ove la malattia ha un andamento tifico, allorchè vi sono petecchie pallide o nere alla cute, manifesta tendenza alla dissoluzione, si potrà attendersi da essa molto di bene. Rispetto ai rimedj esterni egli raccomanda le fregagioni su tutto il corpo con un panno di lana impregnato di qualche fumo aromatico, o di aceto, ed anche di spirito di vino prudentemente praticato. Raccomanda pur vescicatorj alle gambe, alle braccia, le scarificazioni ai buboni, ai carbonchi, e simili.
Siccome la prima e principal indicazione, a cui è utile soddisfare negli attacchi pestilenti, è quella di disporre l'ammalato al sudore, acciocchè possa più agevole e più prontamente espellere dal corpo il pestifero miasma: così molti Greci nel corso di questa pestilenza usarono con reale profitto alcune gocce di Opobalsamo nello zucchero, soprabbevendovi tre o quattro tazze di tè di Moscovia[49]; metodo solito a usarsi anche al dì d'oggi in circostanze di contagio da' principali signori della Soria, e di altre provincie d'Oriente, e specialmente dai Greci di Costantinopoli. E dappoichè è tanto importante promuovere il sudore nella malattia della peste, giova forse avvertire, che primieramente conviene togliere gli ostacoli, che talvolta ne lo impediscono; calmare gli spasimi, sedare l'orgasmo, l'esaltato eretismo vascolare, l'eccessivo movimento degli umori, evacuare le saburre delle prime vie, togliere la pletora dominante ec., o sostenere convenientemente le forze; quindi eccitare e promuovere dolcemente una blanda traspirazione colle bibite acquose leggiermente aromatiche; tiepide o calde, bevute in copia, e tali che sien di leggieri sofferte dal malato. Non giova mai violentare la natura al sudore con stimoli troppo forti, o con rimedj riscaldanti e molto eccitanti. Il detto protomedico Chenot essendo stato richiesto da parecchi di quegli abitanti qual metodo dovessero usare, subito che potevano aver sospetto di avere assorbito il contagio, consigliò loro di prendere una dramma di triaca entro ad un brodo unito al sugo di limone, ovvero sciolta in qualche infusione calda p. e. di melissa, di ruta, di scordio, di serpentaria virgiliana, di corteccia d'arancio, od invece soprabbevere alla teriaca un siero vinoso, o coll'aceto. Assicura egli che molti, avendo usato di questo metodo al primo manifestarsi de' sintomi del contagio, si sono salvati, nato un copioso sudore, che in poche ore li lasciò sani e salvi da ogni pericolo. Fa fine al suo dire con alcuni cenni sulla profilassi, ossia sul metodo di preservarsi. Osserva che tutte le cautele, dall'umana mente escogitate finora per preservarsi dalla peste, si comprendono nelle seguenti prescrizioni. 1. Allontanare ogni comunicazione colle persone e colle cose infette o sospette. 2. Distruggere il principio del contagio o sospeso nell'aere, o delitescente in qualche corpo od ente passivo. 3. Fortificare il corpo umano contra l'azione del contagio medesimo, ossia renderlo meno atto a provare l'influsso morboso. Sarà questo argomento delle altre parti di questa mia Opera. (Chenot, Adam. Tractatus de Peste.)
A. dell'E. C. 1759. 60. 61. 62. 63. 64. 65. Sul principiar dell'anno 1759 la peste dilatò considerabilmente le sue stragi a Costantinopoli, in parecchie isole dell'Arcipelago, ed in varie città della costa dell'Asia Minore.
Nel gennajo del detto anno 1759 ad Alessandria di Egitto approdò un bastimento mercantile proveniente da Costantinopoli. Aveva esso in quel tragitto perduto per peste alcuni uomini dell'equipaggio. Entrati appena in porto, si posero a terra alcuni altri, pur malati del morbo medesimo. Per tal modo fu la peste portata in Alessandria, donde non tardò molto a propagarsi a Rosetta, a Damiata, ed in varj villaggi situati sulla strada, che conduce al Gran Cairo. Nel febbraio dell'anno stesso s'ebbero al Gran Cairo i primi sentori del male. Nel marzo vi si spiegò di gran forza, a tale che gli Europei si chiusero ne' lor quartieri, e vi si mantennero più a lungo dell'ordinario; nè si riordinarono le comunicazioni, che alla metà circa del luglio. In questo mezzo la mortalità ne fu grandissima, sì al Gran Cairo e sì nelle altre città e paesi dell'Egitto. Secondo i computi e le relazioni potutesi in quella circostanza aver dalle varie parti dell'Egitto stesso, da circa 300 mila persone vi son perite in quell'anno. Mitigatasi la violenza del male durante la state, ringagliardì nel verno del susseguente 1760, e recò pure in quell'anno, come fatto aveva nel precedente, immense rovine.
Nell'aprile del 1759 la peste s'introdusse nell'isola di Cipro, portatavi dall'equipaggio di un bastimento turco, che aveva preso il suo carico ad Alessandria e ch'era diretto a Costantinopoli. Detta nave naufragò nel tragitto sul promontorio di Baffo nell'isola di Cipro. Ad alcuni de' suoi marinari e passeggieri toccò di salvarsi dal furore dell'onde; ma siccome erano malati di peste, portarono con essi il seme del rio malore in alcuni villaggi, sulla strada di Limsol dove si ripararono. Non istette molto il contagio di là a penetrare nella città di Limsol, e vi si propagò con grande rapidità e violenza, estendendo le sue stragi a Biscupi, a Baffo, e ad altri luoghi pur anche di quelle vicinanze. La città di Larnica, 40 miglia circa distante da Limsol, offerse all'osservazione un singolare fenomeno. Era giunta a Lamica porzione degli equipaggi e dei passeggieri che si trovavano sui bastimenti infetti approdati a Limsol. Le comunicazioni coi paesi appestati e col resto dell'isola non furono mai interrotte. Essendo esse libere, come per l'innanzi i contadini e i mulattieri giugnevano dalle ville infette coi buboni pestilenziali ancora aperti, ed in attualità di malattia andavano liberamente per le strade e mercati della città, ed alcuni dessi pur colà si morivano. Il dì 22 maggio arrivò pur a Larnica un bastimento infetto proveniente da Damiata con parecchi passeggieri e marinai attaccati dalla peste; i quali sbarcati, presero alloggio nelle case di Larnica, e si trattennero in piena e libera comunicazione con quegli abitanti. Un altro bastimento turco, procedente dallo stesso luogo, approdò avendo al suo bordo varj appestati, de' quali tre morirono in sull'atto dello sbarco. Malgrado di tutto ciò, nessun abitante di Larnica, per quanto si seppe, ne rimase infetto. Gli Europei ivi dimoranti non presero alcuna precauzione, nè alcuna ne presero gli abitanti del paese, i quali si consolavano col detto volgare, che la peste che non comincia in decembre non è a temersi.
Nei mesi di luglio, agosto e settembre non si sentì quasi più parlare di peste, e si credette generalmente che fosse interamente cessata a Limsol e negli altri luoghi vicini. Ma nell'ottobre vi ripullulò, e di là si dilatò a Nicosia[50], dove siffattamente si accrebbe in decembre e in gennajo del 1760, che spaventati i Turchi dalla gravissima mortalità, ordinarono pubbliche processioni e preghiere; le quali, consideratene le cagion fisiche, non servirono che a propagare il contagio e ad accrescerne la mortalità. Solo a questo tempo gli abitanti di Larnica cominciarono a temere forte per essi, stante la grande quantità di persone, che fuggite da Nicosia eransi colà ritirate. Nel febbrajo del 1760 manifestaronsi i primi sentori di peste nel porto di Larnica, indi in Larnica stessa, dove morivano da 25 a 30 al giorno. Molti di quegli abitanti fuggirono alle montagne. Ma la peste continuò ad affligger Larnica per tutto il mese di aprile. Contemporaneamente si dilatò nelle isole vicine, ed invase la provincia di Carpaso[51]. Continuando però le emigrazioni dalla città di Larnica, andò il contagio proporzionatamente in essa scemando. In maggio trovavasi nel suo pieno declinare. Vi perì a Larnica il console di Napoli e quasi tutta la sua famiglia; e così pure diversi altri europei, fra' quali il Superiore del convento di Terra-santa, che per avventura colà trovavasi. Mentre il contagio infieriva a Larnica ed a Famagosta, s'andava estinguendo a Nicosia, dove di questa pestilenza morirono da circa ventimila turchi, e da quattro a cinquemila fra greci e armeni; mortalità si può dire sterminatrice, rispetto al numero della popolazione di detta città, che si calcolava da circa 40mila abitanti. Nel giugno cessò quasi intieramente il contagio in tutta l'isola di Cipro. In luglio i Francesi colà dimoranti cantarono il Te Deum in rendimento di grazie, e tutte le case degli Europei ritornarono alle usate comunicazioni di prima. Giovanni Mariti, che dal 60 al 68 effettuò il suo viaggio per l'isola di Cipro, la Siria e la Palestina, fa pur menzione di questa pestilenza. Per altro, secondo lui, non ascendono che a soli ventiduemila gli estinti di quel contagio in tutta l'isola. Ciò non s'accorda colle note lasciateci dal Russel sopra questo particolare. (Russell Patrick, Treatise of the plague l. B.)
A quegli stessi anni la peste afflisse pur crudelmente una gran parte della Palestina, della Sorìa e della Mesopotamia, non che parecchi altri luoghi dell'Asia Minore. Essa venne preceduta da tre anni di carestia e di fame acerbissima. In Aleppo, oltre alla carestia desolatrice, fu preceduta negli anni 1758-1759 da una febbre maligna petecchiale, che cagionò sì grande mortalità, come se fosse stata vera peste bubonica. Nella Palestina e nella Sorìa venne preceduta pure da replicate fortissime scosse di terremoti, che distrussero nel 1759 porzione della città di Damasco, e danneggiarono molto S. Giovanni d'Acri e Medina di Sidone. Nella primavera del 1759 comparve una cometa, nel 1760 un'ecclissi solare: fenomeni tutti, che gli Orientali sogliono riguardare come precursori della peste. A Medina di Sidone, a Tripoli nella Siria e a Latachea[52] la peste andò percorrendo regolarmente i suoi stadj dal marzo all'agosto del 1760; nè fu di grande violenza, mentre il numero dei guariti eguagliò incirca quello dei morti. Nei dintorni di Tripoli si riaccese nel 1762.
A Gerusalemme sviluppossi la peste nel febbrajo del 1760; a Damasco nel principio del marzo dello stesso anno. In ambedue queste città, come pure in altre città picciole e villaggi della Palestina da essa ne vennero orribili devastazioni. La mortalità fu immensa, specialmente in Damasco. Nel convento di Terrasanta ne morirono diciannove di ventun sacerdoti.
Mentre la peste faceva le più orribili stragi nella città di Damasco e lungo le città marittime della Palestina e della Sorìa, gli abitanti della città di Aleppo erano agitati da forti timori, mentre non avevano filo di speme del poter andar esenti dalla generale calamità.
La città di Aleppo, che secondo le osservazioni di Alessandro Russel[53], in passato andava soggetta quasi periodicamente alla peste, trovavasi libera da tale sciagura più tempo dell'ordinario. L'irregolarità della stagione che imperversava, la carestia, la fame, le malattie straordinarie, i continui terremoti, la singolarità de' fenomeni celesti, la vicinanza del contagio ne' paesi contermini, la trascuranza di tutte le precauzioni e discipline di sanità, facevano a ragion temere vicina la comparsa di questo flagello. Niente di meno, dappoichè non erasi ancora osservato che gli uccelli abbandonassero i consueti lor nidi; che non vi regnava maggiore abbondanza d'insetti; che il gracchiar de' ranocchj non era men sonoro dell'ordinario; che non vi aveva mortalità straordinaria di animali (fenomeni pur questi che gli Orientali sogliono risguardare come precursori o almeno quai compagni della peste), tenevasi da molti non esser così vicina la sua comparsa, come infatti lo fu.
Al principio di maggio del 1760 arrivarono in Aleppo alcune caravane da Damasco, da Gerusalemme e da Latachea con parecchi individui infetti. Fra questi tre mercanti turchi, che presero alloggio in città in una casa presso il consolato inglese, tra' quartieri degli Europei. Costoro comunicarono il contagio alla famiglia presso cui alloggiarono. Alla fine del maggio altre caravane arrivarono da Gerusalemme e da Tripoli con parecchi pellegrini turchi e cristiani, i quali facendo ritorno dai luoghi santi contrassero l'infezione per via. In fra le genti di dette caravane eranvi ancora alcuni negozianti di Aleppo, che sebbene tocchi da peste, pure si ricoverarono senza verun ostacolo presso le proprie famiglie in città, e propagarono così più estesamente l'esiziale contagio. Ciò non pertanto, per queste prime apparenze non s'erano messi in guardia gli abitanti di Aleppo, e ciò per avere in ispezieltà osservato, che fino allora non era stato attaccato dal contagio nessun degli Ebrei, i quali fra tutti sono i più facili a contrar l'infezione. Però sì bella cagion di speranza non istette molto a svanire, mentre un così detto cambiavalute, ebreo de' primi, fu attaccato il dì 14 giugno, e vi morì il diciassette. Da questa si diffuse il morbo in altre famiglie, ma però lentamente. Fu da notare che que' che assistevano i malati, andavano per lo più esenti dall'infezione. Ciò fu, dice il Russel, perchè l'aria era ancora pura in Aleppo, e la costituzione de' corpi non era ancora disposta all'infezione. Atteso questo lento avanzarsi del morbo vi ebbe appena chi disse, che quel morbo vera peste si fosse. In sul finir del giugno si accrebbe la mortalità, e più facile ne divenne il comunicarsi del contagio. Si diffuse nel gran sobborgo di Bankusa, e verso la contrada detta Judeda, la quale, come i sobborghi adiacenti, è abitata da molte famiglie cristiane. Ciò nulla meno, malgrado che il contagio fin dal principio manifestato avesse la sua più grande malignità, mentre di sei appestati uno appena salvavasi, pure per tutto l'anno 1760 fece lenti progressi. Essendo esso diffuso in quasi tutte le contrade della città, i consoli europei e le fattorie delle varie nazioni non potevano mantenersi in libera comunicazione cogli abitanti senza il più evidente pericolo, il perchè si chiusero nei loro quartieri il dì 30 giugno; e ciò con tanto più di ragione, quantochè la sperienza ha fatto conoscere ne' paesi orientali, che la peste, la qual regna nel giugno, non termina mai prima della fine di agosto. In luglio il contagio accrebbe alquanto la sua ferocia. Contavansi da 15 a 20 morti al giorno, secondochè permetteva farne giusto calcolo un paese, dove non vi avea più polizia sanitaria, nè registri di sorta. Il numero de' morti per peste argomentavasi dalle relazioni de' becchini, i quali tenevano conto di que' soli, i cui cadaveri nel seppellirli mostravano chiari segni di peste. La prima settimana di agosto si manifestarono altre malattie delle ricorrenti, come diconsi, o almeno la peste ne cominciò a vestire una diversa apparenza. Verso la metà dell'agosto gli attacchi si fecer sempre più rari. Dal 20 non si parlò più di nuove sopravvenienze. Alla fine dell'agosto la peste scomparve, quantunque dir non si possa per assoluto che dopo d'allora nessuno sia morto di contagio. Il numero dei morti di peste in quell'anno, secondo le sopraccennate note raccolte dal dottor Russel, non monta che a 500 circa. Ragion però suggerisce di credere, che maggiore d'assai ne sia stato il numero, se si abbia riguardo all'incertezza dei dati su' quali si appoggia questo calcolo, alla difficoltà di raccoglierli, alla vastità delle contrade e dei sobborghi di Aleppo, al numero della sua popolazione, alla qualità e all'indole della malattia, ed al suo carattere, dirò così, proteiforme, specialmente incerto nel principio della sua invasione; e finalmente, osservando, come soggiugne lo stesso dottor Russel, l'aver egli in quell'anno badato meno attentamente al numero dei sepolti, che non ha fatto negli anni susseguenti.
Cessata così nel 1760 la peste in Aleppo, speravasi, che non s'avesse a riprodurre; ma ne fallì la speranza. I villaggi delle vicine montagne fra Antiochia e Latachea, dove il contagio, cessato in Aleppo, erasi manifestato, continuarono ad esserne afflitti per tutto il verno. Anzi in alcuni di essi erasi rinvigorito assai fieramente sotto i rigori del freddo, che fu in quell'anno più acuto dell'ordinario. Dai detti villaggi montani le persone già infette, poi morte di peste, che s'erano rifugiate nelle pianure, specialmente in Edlib, Sogre ed in Aleppo stesso, sparsero il tristo seme del morbo fra le famiglie, che ve le avevano ricoverate. Si osservò poi a quel tempo, che il contagio, il quale manifestavasi spinto da molta forza e veemenza ne' luoghi montani, passato che fosse al piano, perdeva gran parte del suo vigore, il perchè nelle sopraccennate famiglie non fece gran danno, e lentamente ad altre si propagò. Continuava la peste a Damasco. Ciò non per tanto fra esso ed Aleppo continuavano ad esser libere le comunicazioni. Gli Arabi non cessavano dal solito loro commercio. Nel marzo del 1761 si spiegò con molta forza il contagio nelle ville di Aleppo e specialmente in Sfirig[54]. A' primi del marzo in Aleppo stesso s'ebbero i primi sentori di peste, e alla metà incirca del mese si manifestò nel campo degli Arabi. Fu tale però la violenza fin dal suo principio, che gli Arabi spaventati abbandonarono nella maggior parte le proprie tende, e si rifugiaron nelle case de' lor conoscenti ed amici. Di settanta appestati appena due andavan salvi. Nè solo fra gli Arabi, ma sì bene fra i Turchi e fra i Maroniti si propagaron le stragi. Dirimpetto al campo degli Arabi, alla distanza di circa cento passi, trovavasi accampato un branco di cingani. Appena sepper costoro della strage, che faceva la peste nel campo degli Arabi, trasportarono le loro tende in un villaggio poco distante dalla città, dove malgrado le devastazioni che faceva in tutti que' dintorni la peste, si sono preservati sani, morti essendone soltanto due o tre di loro. Circa la fin dell'aprile il contagio si propagò anche nella contrada detta Judeda. Sopraggiunser le feste del Bairam[55]; al qual tempo i bazzari[56] e i caffè sono straordinariamente affollati di gente, che vi concorre fin dai più rimoti quartieri della città. A quel tempo medesimo cadevano anco le feste di Pasqua de' Greci. Per queste circostanze aumentandosi le ragion de' contatti, e il frammischiarsi delle varie classi del popolo, il morbo dilatò a proporzione le sue conquiste e vi moltiplicò le stragi. Dal dì 5 aprile al 3 maggio successivo si contarono 856 morti, de' quali 150 cristiani e 4 ebrei. Nel maggio s'aumentò il male. La mortalità di quel mese giunse a 1211 persone; e di esse 215 cristiani, 33 ebrei. Soltanto dopo la metà dell'aprile cominciarono gli Europei a chiudersi nei proprj quartieri; ed il consolato francese non adottò tal riserva che ai primi di maggio. In giugno la peste infierì più che mai, e somma ne fu la mortalità sì de' Turchi e sì degli Europei; ma in ispezieltà verso la fine del mese passò il contagio alle più immense rovine, giunto al grado del suo maggiore incremento. Dal 31 maggio al 5 luglio sono morte 5535 persone, fra le quali 639 cristiani e 183 ebrei. Penetrò nell'harem dello stesso Cadì ed in parecchie famiglie de' principali signori turchi. Molti morivano dopo 10 ore dalla contratta infezione, altri, ed in maggior numero, nel corso di 24 ore. Si contò pur buon numero di risanati. Morirono tre sacerdoti armeni ed un gesuita, comechè dai primi di maggio si fosse restato nel suo convento. Dopo il dì 7 di luglio il morbo cominciò a declinare. Il numero dei morti fra' Turchi scemò quasi della metà. Dai 1249 annoverati nell'ultima settimana di giugno, si ridussero a 833 gli estinti nella settimana seguente al 5 di luglio. Nelle sopravvegnenti ancor più rapida ne fu la declinazione, caduti morti solo 430. Verso la fine del mese si fu la peste così mitigata, che parecchi asserivano esser già al tutto spenta. Con tali voci forse miravasi a persuader gli Europei di uscire dai loro quartieri; e taluni sì cristiani e sì ebrei, prestatovi credenza, ne uscirono al pubblico. Alla fine del luglio il popolo in generale cominciò a rincorarsi, nè più si vider abbandonati e deserti i bazzari, come per l'innanzi facevasi. Morì di que' giorni anche il padre Carlo del convento di Terra-santa, celebre per la sua esimia pietà e carità. Questo benemerito sacerdote fin dalla primavera del 1760 erasi spontaneamente dato all'assistenza de' malati, esponendo se stesso con istraordinaria virtù al più evidente pericolo dell'infezione; e nel salutare oggetto di assistere come potesse il meglio i suoi simili, nol ritenne nè pericolo, nè orror di morte. Racconta anche il Russel d'averlo assai volte veduto nelle case degli appestati prendere in su le braccia i malati per rialzarli e assettarli meglio nel letto, somministrar loro le medicine, e confortarli con ogni maniera di soccorsi, che sa trovare l'ingegnosa carità a chi l'ha in sè per virtù della santa Religione. Dal dì 5 luglio al 2 agosto sono perite 2115 persone; fra d'esse contaronsi 312 cristiani e 57 ebrei. In tale periodo la diminuzion della peste si manifestò più certa infra' turchi, che fra i cristiani e gli ebrei. Ciò forse fu perchè i secondi abbandonatisi ad una improvvida sicurezza uscivano troppo presto dalle loro contumacie, avutasi pur da taluni l'imprudenza di frequentare i pubblici bagni. Dopo la metà del luglio non moriva alcuno prima del terzo giorno di malattia. Verso la fine del mese ricomparvero febbri terzane ed altre malattie, che diconsi di carattere; ed erano d'un andamento diverso dalla peste. Ai primi di agosto quasi tutti gli Europei apersero le case loro a libera comunicazione. Circa la metà del mese risguardavasi come cessata la peste, ancorchè alcuni accidenti pestilenziali insorgessero qua e là. Dai 15 ai 31 agosto le liste de' morti presentarono una mortalità, minore di quella del febbrajo, che precedette alla peste, e rarissime ne furono le nuove incidenze. A soli 68 montarono i morti dell'ultima settimana, tra' quali 58 turchi e 10 cristiani. La mortalità totale dai 2 ai 31 di quel mese fu di 387 persone, delle quali 63 cristiani e 10 ebrei. Incominciato il settembre si passarono varj giorni senza nuovi accidenti.
Dopo la metà del mese non si contarono che due soli infetti; e dopo il 20 nessun altro più ammalò di contagio. Il perchè cotal tempo e da risguardarsi come il termine di questa pestilenza. Le trepidazioni però e le angustie degli abitanti di Aleppo non cessaron del pari. Alcune morti improvvise avvenute nel corso del verno, ed alcune febbri anomale, dichiarate da que' medici d'indole inflammatoria e non contagiosa, mantennero vivi fra quegli abitanti il timore, la confusione, il sospetto, e ciò fino al marzo dell'anno seguente 1762, in cui dissipata ogni tema, se ne ristabilì la primiera tranquillità, la sicurezza, e la salute.
Da Aleppo la peste s'innoltrò in altre città della Siria e della Mesopotamia. Specialmente ad Orta[57] imperversò con la massima violenza. Vi morì il Bascià, quasi tutti i soldati, e le persone del suo seguito. I villaggi de' dintorni rimasero spopolati quasi interamente. Suez e Adena[58] ne furon pur travagliate assai fieramente. In quest'ultima città e vicini villaggi narrasi esser perite venticinque mille persone.
La peste si manifestò anco nella città di Marasch[59] nella primavera del 1761. Non fece essa in quell'anno di molti progressi, e cessò poi nell'autunno. Si riprodusse però nella state dell'anno seguente 1762. Si dilatò molto più, e cagionò danni molto maggiori, che nell'anno precedente, serpeggiandovi tacitamente e con pochi danni per tutto l'inverno. Quindi si aumentò nella state vegnente 1763, per altro con minore ferocia, che non aveva fatto l'anno precedente. Nell'anno 1764 si accrebbe ancora più, tenendo però lo stesso andamento degli anni precedenti, cioè divenendo più mite, ed appena sensibile durante il verno. Ma nell'anno 1763 aumentò in fiero modo le sue stragi; si dilatò per li vicini villaggi, e vi recò orribili desolazioni. La durata della peste, più lunga in Marasch, che in alcune altre città della Siria, fu un singolare fenomeno. A malgrado il continuo commercio fra Marasch ed Aleppo, non si ebbero certe notizie dell'andamento del contagio e del suo pur lungo durare, se non quando parecchi mercanti di Aleppo, stabiliti a Marasch, per cagion del più forte infierire del morbo, nella state del 1765, abbandonarono quella città e fecer ritorno ad Aleppo.
Da questa descrizione apparisce ognor più chiaro, che la peste in Levante tiene il medesimo andamento che in Europa. Cresce lentamente, e va, per così dire, fluttuando due o tre settimane; ed ancorchè in questo suo primo periodo, generalmente parlando, riesca mortale, pure il più di sovente ne' suoi primordj non presenta i sintomi, che sono proprj e caratteristici di lei; e gl'infermieri ed assistenti per l'ordinario non vi restano presi. Queste due ultime circostanze traggon seco assai spesso gravissime conseguenze e infrenabili. Per esse ne vien sovente ragione di questionare sulla natura della malattia, e metterla in dubbio. Il perchè, altri affermano esser la peste ed altri negano; e mentre se ne attende la risoluzione, sfugge un tempo prezioso che potrebbe dar mezzo a salute ed a sicurezza; od almeno non si vi pensa che troppo tardi, quando ogni riparo è svanito. Allorchè le città mercantili di Europa sono state infette da peste, il più delle volte è avvenuto pur troppo che si cercasse di occultarne la malattia sotto differenti nomi il più che si fosse potuto. Questa circostanza è comunissima nel Levante, dove, a vero dire, si ha minor ragione e mezzo di dar sollecite notizie dell'esistenza della peste; mentre le genti del popolo, alle quali per li principj della lor religione è vietato di usare de' preservativi, dappoichè vivono abbandonate ad un cieco fatalismo, dalla pronta scoperta della peste non traggon esse vantaggio nessuno per la salute. Che anzi, al manifestarsi della peste ritirandosi gli Europei ne' loro quartieri, si menoma, anzi arenasi il loro commercio; e quindi per loro ne viene scemata la principale sorgente de' lor guadagni.
L'andamento, che ne' varj luoghi del Levante tiene la peste inoltrandosi al suo maggiore incremento, è quasi per tutto lo stesso. Non è così però del suo declinare, osservandosi in quest'ultimo suo periodo manifestissime le differenze, non solo secondo i differenti luoghi, ma eziandio secondo il tempo diverso. Per esempio, al Gran Cairo la peste suol quasi sempre terminare più presto che in Aleppo e lungo le coste della Siria; ed ivi pure in certi anni più sollecitamente, e in altri più tardi. In alcuni luoghi, p. es. nella Siria, nell'isola di Cipro, si osserva che domina all'ordinario in sul finire d'autunno, nel corso dell'inverno, ed in principio di primavera, e cessa nella state. In altri, in ispezieltà ne' paesi montani, suole imperversare particolarmente nel verno, ed infierire a proporzion dei rigori del freddo; mentre in altri del tutto cessa sotto i rigori invernali, e col procedere della cruda stagione.
In nessun luogo forse è più manifesta l'influenza dell'aria pura e della libera ventilazione per menomare ed arrestare i progressi del contagio, quanto ne' paesi del Levante. E di fatti, il morbo suol fare strage fra le famiglie del popolo, che abitano case anguste, sepolte, senza finestre e senza ventilazione; mentre per lo contrario nel così detto Serraglio, e ne' palazzi de' grandi, che sono spaziosi, ventilati, con ampie sale, belle gallerie dintorno, e con ogni possibile miglior maniera di costruzione adattati al clima, di rado vi penetra; e se giunge ad insinuarvisi, non s'appicca ordinariamente che agli schiavi, alle persone di servizio, ed al più alle donne dell'Harem, le cui stanze non sono nè così ampie, nè forse così ventilate, come sono le altre, per cagion de' ripari e dell'altezza delle finestre che vi si usano per l'estrema gelosia con cui quelle donne vengono custodite. La maniera di vivere e di conversare usata dai grandi della Turchia, influisce del pari alla loro preservazione. Il natural loro orgoglio non permette che alcuno loro s'accosti. Giacciono la maggior parte del giorno in una gran sala nel fondo del Divano, fumando tabacco, prendendo caffè, ed occupandosi degli affari, solo in compagnia di persone d'alto grado; le quali pure si tengono ad una certa distanza tra loro. I servi ed i paggi stanno fuor del Divano, nè fannosi avanti che quando vi sieno obbligati dal respettivo servigio, tornando poi subito al loro posto. Altre osservazioni sugli usi e sulle pratiche, le quali tengonsi ne' paesi del Levante in tempo di peste, mi verranno più acconce ad altro luogo di quest'opera. (Russel's Patrik, Treatise of the plague; Russel's Alexander, the natural Hystory of Aleppo; Mariti Giovanni, Descrizione di un viaggio fatto nell'Isola di Cipro, nella Siria e nella Palestina nell'anno 1760 fino al 1769.)
Nel 1763 regnava la peste nella Bossina, provincia ottomana confinante colla Dalmazia. Frequenti essendo le comunicazioni fra le due provincie; nè potendosi, attesa la qualità de' confini, regolare quanto convenga, nè impedire del tutto, il contagio non istette molto a propagarsi in Dalmazia, dove serpeggiò qua e là nel 1763, e travagliò quella provincia fino la metà del 1764. Infierì particolarmente ne' borghi di Spalatro, dove sono perite 530 persone. Per ragion delle buone discipline, e per le precauzioni usate, la città ne fu preservata. (Bajamonti, Storia della peste di Spalatro.)
A. dell'E. C. 1769-70-71. E' questa pur una delle epoche più memorabili della storia riguardo alla peste; dappoichè a questi anni mille settecento sessanta nove, settanta e settantuno, essa travagliò fieramente la Moldavia, la Valacchia, la Transilvania, la Podolia la Volinia, la Russia e Mosca particolarmente, come appresso vedremo, la Turchia Europea e l'Asiatica, e segnatamente Smirne, Aleppo, Alessandria, il Gran Cairo, gran parte dell'Egitto e Costantinopoli, dove periron d'essa più di 40 mila persone, portando di se per tutto infinite stragi e rovine.
Premesse poche notizie sulle precedenti pesti della Russia e sullo sviluppo ed andamento corso dal contagio nella Moldavia e nella Valacchia e in qualche altra provincia, passerò ad un breve sunto storico della memoranda peste di Mosca.
L'impero Russo fu due altre volte in precedenti epoche travagliato dalla peste. Delle più antiche non ne restan memorie, dico, che sieno scritte. La prima che se ne conosca per esse, è quella degli anni 1653. 54. 55. (V. pag. 464.) Cotal pestilenza devastò nel modo più spaventevole non la città di Mosca soltanto, ma sì ben anche varie altre città e paesi dell'impero. Quindi apparisce essere stata essa la più memorabile di tutte le altre. Ciò si raccoglie da una lettera scritta dai Bojardi di Mosca, che sono i capi della città, l'anno 1754, al Czar Alexa Micalovich, che allor trovavasi all'assedio di Smolensko.[60] La seconda risguarda quella del 1737. 38. 39. (V. pag. 613.)
Nell'anno 1769 ardeva la guerra fra la Russia e la Porta Ottomana, cominciata in Moldavia. Un corpo dell'armata russa, dopo aver disperso l'immensa turba nemica sotto Chozim, e presa Yassy, capitale della Moldavia, si era dato ad inseguire l'armata turca oltre il Danubio, mentre l'altra parte dell'esercito aveva avuto l'ordine di attaccare un grosso corpo ottomano, accampato presso Gallaz, e d'impadronirsi, a qualunque costo, di quella città. Seguitamente ad un ostinato combattimento, in cui restò prigioniero il principe Maurocordato, i Turchi furono pesti in fuga, e l'armata vittoriosa s'impossessò di Gallaz e di tutto quel tratto di paese, che giace al di qua del Pruth. Questa città presa d'assalto fu abbandonata al sacco. In essa vi regnava la peste, di fresco introdottavi col mezzo di mobili e di mercatanzie portate da Costantinopoli per ragion di una fiera, che per l'appunto vi si teneva a que' dì. Ignorando il comandante russo che quivi fosse la peste, e quindi esso di nessun mal sospettando, ordinò che ai soldati, sani e feriti, si desse quartiere nelle case della città e de' circonvicini villaggi, anco per ristorarli dell'ingiurie della stagione che cominciava a inasprirsi, già inoltrato essendo il novembre.
Di tal modo s'apprese il contagio alla truppa. Parecchi soldati del presidio cadder malati; e due tra quei della guardia posta al principe prigioniero, si morirono in breve corso del male. Non istette molto la peste a diffondersi fra la truppa co' suoi più manifesti segnali. Il supremo comandante dell'esercito feld-marasciallo conte Romianzow Sodanaisky istrutto di quanto accadeva in quel corpo d'armata, ordinò al generale de Stoffel, che ne comandava la divisione, di sloggiar da que' luoghi, ritirarsi a Yassy colla sua armata, ed ivi tenersi in istretta contumacia, facendo ricoverare i malati in un lazzeretto. Nella marcia che fece la truppa da Gallaz a Yassy, si minorarono sensibilmente le malattie e le morti, di modo che s'incominciò a dubitare se vera peste si fosse quella, od altra natura di male. Giunta che fu a Yassy l'armata, i soldati rimasti sani si distribuirono per le case, ed i malati si allogaron nello spedale, che fu stabilito nello stesso palazzo de' Principi di Moldavia. Scorsero tranquillamente tre settimane, e solo circa la metà del gennajo si osservò dai chirurghi dello stesso spedale, che vi comparivano di molte febbri, accompagnate da petecchie, le quali furono definite dapprima per febbri maligne castrensi. A parecchi di tai malati in settima ed in ottava giornata di malattia scoppiava qualche bubone, che poi al tutto non si risguardava, che qual crisi imperfetta, ovvero qual decubito del male. Il che si fermò con tanto più di persuasione, in quanto non pochi di loro dopo una discreta e legittima suppurazion ne guarivano. Pochi dì appresso, osservaronsi e carbonchi, e morti o repentine o sollecite; quindi proporzionalmente che tai fatti facevansi più frequenti, si andarono anche aumentando i timori di peste. Tale nel corso di quattro settimane fu l'andamento della malattia in quello spedale.
Nella città procedevan le cose tranquillamente, nè sentivasi parlare di peste. Ma questa calma fu di breve durata; e, com'era pur da aspettare, l'infezione in pochi dì si sparse anche fra quegli abitanti. Racconta l'Orreo che un soldato uscito dall'ospitale, venduta avendo a un ebreo la pelliccia, presa ad un Turco prima di giugnere a Yassy, fu il primo seme, che diffuse il contagio in città. L'ebreo si morì impensatamente il giorno dopo averla indossata, e da lì a poco pur si morirono due suoi figliuoli, co' quali ei conviveva. Sia stata pur questa la causa dell'infezione fra gli abitanti, o sì veramente altre ancora e più generali sienvi concorse, certo egli è, che il contagio si è propagato con grande rapidità in più quartieri, e vi uccise di molte persone; quindi cominciò la costernazione frà cittadini; e sebbene fossero pressochè generali le voci di peste, e molti casi se ne contassero di morti repentine e violente con manifesti segni di contagio; pure molti vi aveva ancora, che ostinati il negavano, sostenendo non esser que' morbi, che semplici febbri maligne. Sgraziatamente il generale comandante de Stoffeln fu di questo partito, tratto probabilmente in errore dalle false insinuazioni de' magnati Moldavi, i quali più della peste temendo dell'allontanarsi l'armata russa dalla città, e del restar nuovamente esposti all'incursione de' Turchi, sforzavansi di far credere con ogni ragione, che quella malattia non fosse di pestilenza. Ma nel marzo fu pressochè generale l'incendio di quel contagio in città; e lo stesso generale barone de Stoffeln ne cadde vittima. Le medesime ragioni private, che avevano tratto in errore quel generale, servirono a render più diffusa la cagion del male fra gli abitanti della città non solo, ma in tutta la Moldavia. Le case, le ville e le città stesse divenner deserti. Gli abitanti presi da estremo infrenabil spavento si fuggivano sulle montagne. Molti cadaveri restavano insepolti; e siccome v'ha nella Moldavia gran quantità di cani, la quale per barbaro popolar costume e per superstizione, a somiglianza de' Turchi, si procura di conservare, così que' cani rimasti in gran parte senza padrone, e senza trovar cibo, facevano degl'insepolti cadaveri loro pasto comune. Il perchè, giusta quanto assicura l'Orreo, che trovavasi a quel tempo in Yassy, molti ne divennero idrofobi; quindi oltre il flagello della peste, pur questo della idrofobia univasi a travagliare quegli sventurati abitanti. In questo mezzo, comunque fosse grande la violenza e la diffusion del contagio, pure fino alla metà incirca del maggio 1770, stette ristretta la peste alla sola classe del basso popolo. Da allora s'appiccò indistintamente ad ogni sorta di persone, perchè mercatanti, sacerdoti, plebei, nobili, soldati, e d'ogni grado uffiziali ne venivano colti egualmente. Nel giugno cominciò a declinare la malattia, e a mitigarsi la violenza de' suoi attacchi.
A Fockschiany, ed a Bukarest nella Valacchia, la peste s'è introdotta più tardi, che a Yassy; e vi cagionò pure di molto minori danni, cessatavi pur anche più presto. Ma negli spedali militari di Fockschiany e di Bukarest ne fu grande la mortalità. Nè solo nelle capitali, e nelle primarie città della Moldavia e della Valacchia fece stragi il contagio, ma si ben anche in molti villaggi e paesi delle campagne di quelle vaste provincie. Non però in nessun altro luogo cotanto come in Yassy[61], che anzi nelle ville e ne' paesi della campagna si estinse in breve. Ciò avvenne forse per gli usi di quegli abitanti, i quali al primo manifestarsi della peste infra loro, sogliono la maggior parte fuggire tra monti, e nelle campagne, sceverandosi ne' luoghi i più romiti e solitarj; donde armati di pistole e di fucili, e col continuo sparo tener da essi lontano qualunque forestiere cerchi di avvicinarvisi. Ad impedire i progressi del contagio ne' detti luoghi della campagna contribuiscon forse non poco anco le particolari costumanze de' paesani Moldavi e Valacchi; usando essi al primo accorgersi della peste, e di qualche individuo della famiglia che ne sia infetto il trasportarlo nascostamente nel più vicin bosco, deporlovi in luogo ombroso sopra un letto di foglie con da canto un vase con acqua ed alcuni alimenti, visitandoli poi i lor congiunti, o chi altri loro appartengano, o chi di lor caglia per pietà ed interesse. A questi ufficj ritornano di quando in quando ed a questi provvedimenti. A sì fatta costumanza gl'induce principalmente l'idea di sottrarsi il più che sappiano ai riguardi del pubblico, e alle discipline e precauzioni ordinate dalli magistrati della sanità. Que' malati, a' quali reggono ancora le forze e il potere, s'accendon da se un po' di fuoco; e morendo, il che accade più di sovente, sono nel sito stesso coperti di terra, o rimangono colà insepolti; ed ivi imputridiscono, o vengono divorati dai cani, dalle fiere, e dai vermi. Sogliono però que' villici guardarsi ben dal toccare l'ammalato, e qualunque cosa che sia stata da esso usata, maneggiata, o toccata.
Sì nella Moldavia, che nella Valacchia appena si manifesta il contagio pestilenziale in una Città, borgata, o paese, ne son presi in nota tutti gli abitanti dall'ispettore o intendente della Peste Pesthaufsehers. La Città, o paese dividesi immediatamente in quartieri; vi si nomina dallo stesso intendente un individuo col titolo e ufficio di sotto ispettore della peste, le cui pratiche sono di visitare tutti i malati di peste in vece dei medici e dei chirurghi; il che a dir vero tanto è più ragionevole, in quanto quei luoghi sono di medici e di chirurghi assai scarsi. Tosto che ammala qualche individuo, por si dee fuori della porta della casa un segnale, e darne immediatamente notizia all'ispettor del quartiere, il quale è obbligato di tosto visitarlo. Che se in tale visita riconosca essere l'ammalato realmente appestato, lo fa trasportare, permettendolo la stagione, fuor della porta di quella casa, con tutti i suoi vestimenti. Se ciò accade nel verno, fa collocar l'ammalato in un certo cotal luogo, che vien stabilito appositamente per gli ammalati di peste. Ognuno che muore dal contagio, col mezzo di persone a questo ufficio appositamente destinate, viene trasportato e sepolto. A tale ufficio di becchini sono stabiliti individui della feccia del popolo, e per lo più i gran bevitori. Dipendono essi dall'ispettore, e si prestano a tal pericoloso ministero avendo tutto il corpo e vestiti unti di catrame. Parecchi di essi sogliono portare degli amuletti appesi al collo; e taluni entro al loro turban un bubone secco e tagliuzzato, che alle volte poi vendono ai più creduli del luogo per un prezzo assai caro, tenuta essendo questa sostanza in conto di grande preservativo, ed impiegandosi come ingrediente principale per fare degli amuletti. Trovandosi la Moldavia e la Valacchia in preda alle devastazioni della peste, i Signori delle dette provincie, e particolarmente i più ricchi di Bukarest, abbandonarono le case loro; e temendo le conseguenze dell'evacuazione dell'armata Russa dalle loro provincie, si rifugiarono in gran numero verso il territorio della Transilvania; parte rimasti accampati sotto tende sulla linea del confine; parte entrati nei Lazzeretti; ed altri finalmente rifugiatisi nei villaggi montani limitrofi. Alte giogaje di monti dividono la Valacchia dalla Transilvania, ed il confine è esteso e difficile a custodirsi. Il distretto montuoso di Corona del territorio transilvano è il più prossimo al confine: in ispecieltà la parte di esso detta i Casali, popolata da sei in settecento famiglie, abitanti casolari rustici sparsi in quattro grandi vallate a piedi del monte, dove più dove meno fra loro distanti, è immediatamente vicina e limitrofa alla Valacchia. Quegli abitanti solevano fare co' confinanti Valacchi il picciolo loro commercio; andare e venire dalla Valacchia a loro bell'agio, e prestare ai viaggiatori e forestieri asilo e ricovero contro la guerra e la peste. Per tal modo non è a stupirsi se la peste che infieriva nella Valacchia e fino negli ultimi villaggi limitrofi non istette molto a propagarsi anche nella Transilvania, e primieramente nel più prossimo distretto di Corona, siccome quello che col paese vicino infetto era in più frequente e libera comunicazione.
Vennero prese delle precauzioni per impedire queste comunicazioni, ma non abbastanza sollecitamente; mentre già in maggio 1770 il pestifero morbo aveva oltrepassato i confini, ed attaccato una famiglia del distretto di Corona, che diede alloggio ad un greco di Bukarest. Detto greco aveva dato a lavare le sue biancherie sporche ad una donzella della stessa casa ospitale che lo aveva albergato; e il giorno dopo s'avviò al Lazzeretto presentando l'aspetto della migliore salute. La fanciulla però, che lavate aveva le di lui robe, ammalò con un bubone sotto l'ascella sinistra ed un carbonchio al gomito destro, e se ne morì in quattro dì. Ad essa poco dopo tenne dietro la madre, un di lei fratello di dieci anni, ed una picciola sorella di quattro, morti tutti e tre dopo breve decubito da quel morbo medesimo. Al padre si appiccò più mite il contagio: manifestatasegli una parotide presso l'orecchio destro, scampò la vita; lo che avvenne pur di un'altra fanciulla di sei anni, cui scoppiato era un bubone all'inguine sinistro. Il rio morbo da quella in altre famiglie del distretto non istette molto a diffondersi. Nel solo territorio detto dei Casali, fra 665 famiglie formanti insieme 3106 individui, 236 sono rimaste infette, 743 furono i malati, de' quali 615 morti, 128 guariti. In oltre sono morti 33 forestieri, tra' quali due chirurghi; 11 sono guariti. Da quella in altre località del distretto medesimo si propagò il contagio; a Rosnania, a nuovo e vecchio Tohan, ma non vi fece grandi progressi, arrestato forse dalle buone discipline, e saggi provvedimenti sanitarj che un più tardo sviluppo lasciò tempo di adottare colà. Fra 833 famiglie che costituivano la popolazione delle tre sopraccennate località, 81 soltanto rimasero infette; e fra esse gli attaccati furono 228, i morti 174, i risanati 54. I principali sintomi di questo contagio, giusta la descrizione che ci à dato di esso il celeberrimo Chenot, erano, brividi, freddo, improvvisa prostrazione o abbattimento di forze, una certa ambascia o angustia ai precordii, calore, sete, eccessivo dolore di testa, vomito, alienazione di mente, delirio, talvolta sonnolenza irrequieta, buboni agl'inguini, alle ascelle, parotidi, carbonchi; e nei cadaveri vibici e petecchie[62].
Dal distretto di Corona il contagio si propagò in altri cinque di quella Provincia, cioè in quello di Fogara, a Rosmunda nel Comitato di Nangy-Sinken, nella Contea di Hâromszék, nella Residenza Csiken, e nella Contea Marussich. In tutti questi sei distretti, popolati da 3486 famiglie, la peste vi penetrò in 506; ammalarono 1643 persone, delle quali ne morirono 1204 e 439 risanarono. Il primo sviluppo del morbo accadde in maggio 1770, come fu sopratocco, e vi ebbero parecchi morti. In giugno e luglio successivi si accrebbe: ma nell'agosto e settembre giunse al massimo della forza;[63]. In ottobre cominciò a declinare; In novembre era in piena declinazione; in dicembre più mite ancora; in gennajo pressocchè interamente cessato: e nei mesi di febbrajo e marzo non si ebbe che qualche raro caso. Il giorno 20 marzo ammalò una donna a Kakasd, Contea Marussich, con un bubone all'inguine destro ed un carbone sul ventre, la quale anche guarì: e questa fu l'ultima incidenza morbosa nel territorio della Transilvania. Visitate dal D.r Brukmann tutte le località nelle quali aveva serpeggiato la peste, ed in conseguenza erano considerate infette; ed avendo riconosciuto che non vi avevano più in esse se non che delle malattie ordinarie, tra le quali la scarlattina: ciò che fu considerato di buon indizio; mentre è osservazione quasi costante, che durante la peste non regnano altre malattie, o se si manifestano, assumono ben presto di essa il tipo e il carattere in modo da andarne colla stessa confuse: e che allorquando la peste volge al suo termine, incominciano contemporaneamente a comparire qua e là morbi ordinarii col consueto corredo de' sintomi loro proprii, furono dati gli ordini degli espurghi delle case e suppellettili infette; ai quali espurghi si è dato principio nell'aprile seguente.
In ciò fare si procedette primieramente all'abbruciamento di quelle case infette, isolate e lontane, la cui custodia recava molto incomodo ed offriva non poche difficoltà, e che per la loro situazione potevano servir di ospizio ai vagabondi, di ricettacolo ai ladri, ed a nascondiglio degli effetti contaminati: ciò molto più, quanto che delle stesse guardie non si poteva sempre fidarsi. Nelle maggiori borgate, e là dove le case erano unite ed in maggior numero, all'incendio veniva sostituito l'espurgo, anche perchè si evitava in tal modo il pericolo, che acceso il fuoco in una casa infetta, in altre sane con grave danno si comunicasse.
A presiedere i sopraccennati espurghi sono stati destinati alquanti chirurghi, ai quali dal Magistrato, o Consiglio Superiore di Sanità della Provincia, vennero date le occorrenti istruzioni e prescritte le norme da seguirsi impreteribilmente. Tutte le dette istruzioni colimavano ad antivenire e togliere tutte le cause che in qualunque modo potevano favorire o dar occasione ad un nuovo sviluppo od incremento del male, cancellare o distruggere il fomite pestilente ovunque esser vi potesse annidato; e ciò con ogni maggior studio e diligenza, con l'opera la più accurata ed assidua.
Se le case da espurgarsi erano tuttavia abitate, i superstiti individui sani si facevano passare in altre sane a ciò appositamente destinate: i malati si traducevano all'ospitale. Sì gli uni che gli altri prima di entrare in detti luoghi venivano spogliati dalle vesti sospette che indossavano, sostituitene delle altre nuove e pulite, o almeno di quelle ch'erano state previamente spurgate e mondate diligentemente. Prima d'indossare le nuove vesti venivano i loro corpi con acqua e aceto accuratamente lavati a mezzo di spugne o pannolini in detto liquore inzuppati.
Le vesti sospette deposte, erano passate agli espurgatori, o per l'abbruciamento, se cenciose e di poco o nessun valore, o per l'espurgo, se buone e tali da conservarsi. Lo stesso metodo tenevasi per le coperte da letto. Nè era permesso alle famiglie asportar fuori dalle case disegnate all'espurgo se non que' soli effetti che venivano richiesti dalla più stretta necessità. Allorchè mancavano vestiti nuovi o spurgati pella sopraccennata sostituzione, davasi l'incarico agli stessi individui delle famiglie che dovevan sortire di spurgare essi medesimi que' duplicati che avevano in casa, a fine di potersene servire pel cambio prescritto all'ingresso delle località libere cui passar dovevano ad abitare. Tutte le altre robe ed effetti erano lasciati per l'espurgo a quelli dal pubblico a questo oggetto appositamente incaricati.
Le case infette destinate all'espurgo, appena sortite le persone che le abitavano, venivan chiuse e custodite da guardie. In esse non era più permesso l'ingresso che ai soli incaricati della disinfettazione. Allorchè questa veniva intrapresa, prima cura degli espurgatori era quella di chiuder esattamente tutte le porte e finestre della casa, i fori dei cammini, delle stuffe ed ogni pertugio, dopo di che accendevano alquante onde di zolfo entro a stoviglie di terra, più o meno secondo l'ampiezza ed il numero de' locali da spurgarsi; indi distribuiti i vasi fumigatorii nel modo da essi reputato migliore entro il locale o locali da spurgarsi, chiudevano dietro se la porta d'ingresso, e lasciavano la casa così chiusa per lo spazio di 24 ore; scorse le quali, ripetevano la stessa fumigazione per altri due giorni successivamente.
Indi si procedeva allo spurgo delle suppellettili. Tutti i vestiti, pannilini, coperte, ed altri effetti che avevano servito ad uso dei malati, o ch'erano stati da essi maneggiati, o tocchi, venivan gittati in una tinozza od altro recipiente di legno, in cui si versava del liscivo caldo fino a che ne restasser coperti, lasciativi entro a macerare per ventiquattr'ore. Allo spirare di detto periodo, scolato il liscivo, s'infondevano in acqua bollente, la quale doveva essere rinnovata due, tre, e fino quattro volte. Indi lavati nel modo solito ed asciugati. Tutta questa operazione doveva esser ripetuta tre volte. Que' vestiti però, coperte ed altri oggetti, che per la lor qualità non potevano esser spurgati col liscivo senza venir guastati e rendutí inservibili, come pure i stracci, le robe di poco o nessun valore, la paglia dei letti, e cose simili, dovevano esser abbruciati. Finalmente tutte le masserizie, mobili, arnesi di casa, utensili di terra, di legno, di vetro, di metallo ed ogni altra cosa che poteva sostenere l'espurgo d'acqua senza pericolo di guasto, venivano parimenti lavati ed astersi col liscivo, o con altro liquore secondo la qualità loro. Le pareti imbiancate con doppio stratto di calce, i pavimenti raschiati e lavati ripetutamente col ranno medesimo. Tutte le altre suppellettili che non soffrivano l'espurgo d'acqua, i libri, le carte, i pennachii, cappelli, pellicie, drapperie di lino, di lana, di seta, ecc. dopo impregnate di fumo dello zolfo venivano esposte ad una libera ventilazione. Di tre in tre giorni si assoggettavano alla stessa fumigazione solforosa; e finalmente presso al termine della contumacia ad un suffumigio più mite; p. es. di legno di ginepro, d'incenso, di mirra, benzoino, e cose simili.
Lo spurgo delle case e delle suppellettili doveva esser terminato nello spazio di tre settimane; scorse le quali si chiudevano entro le case persone sane, che dovevano abitarle in via di esperimento, restandovi chiuse in esse pel periodo di sei settimane. Se durante detto periodo si conservavano sane, la casa allora veniva dichiarata sana, e messa in libera comunicazione a disposizione della famiglia cui apparteneva. Per tal modo si otteneva prova non solo dell'efficacia degli eseguiti espurghi, ma altresì della generale cessazion della peste.
I morti dal contagio, giusta gli ordini dati dalle Autorità dovevano esser tutti trasportati col mezzo de' becchini al cimitero comune, ovvero al luogo a ciò appositamente destinato; ed ivi, scavate le fosse profonde quattro piedi almeno, gittati in esse i cadaveri, dovevano questi venir coperti con calce viva; e mancando la calce, con cenere. Per lo più però mancava l'una e l'altra, ed i cadaveri venivano interrati superficialmente, in ispecieltà nelle località isolate e lontane, dove non poteasi avere l'opera de' seppellitori pubblici, o dove questi non eran sufficienti al bisogno. Il perchè, non di rado si dovean costringere gl'individui delle stesse famiglie cui apparteneva il morto a prestarsi al pio e doloroso ufficio di dargli sepoltura. Dopo estinta la peste, si chiusero i cimiteri dei pestiferati, e s'intersecarono con essi le comunicazioni, dopo aver accumulata una certa quantità di terra ed innalzato un suolo nei siti delle fosse, entro alle quali erano stati sepolti i morti dal contagio.
Dal pubblico erario veniva rifuso ai proprietarii il prezzo delle case e delle robe abbruciate, sul dato della stima che per ciascuna doveva farsi precedere all'abbruciamento. Questa misura aveva in se duplice fine benefico e provvido: sollevare cioè que' disgraziati abitanti dai maggiori danni: facilitare la consegna degli effetti e delle suppellettili infette per l'espurgo, togliendo il motivo per cui potevano esser tentati di occultarle.
Nè questa provvidissima misura adottata dalla saggezza e bontà Sovrana fu bastante a prevenire che effetti contaminati non venissero sottratti e nascosti; che già il popolo sospettoso ed inclinato al contrabbando, non prestando fede alle fatte promesse, cercava con ogni studio di sottrarsi al comando e nascondere i suoi effetti migliori clandestinamente. Di maniera che, avutone di ciò avviso il Governo; e vista l'importanza di prevenire siffatto inconveniente da cui potevano temersi gravi conseguenze, d'ordine di S. M. l'Augustissima Maria Teresa allora regnante fu pubblicato un bando, per cui veniva accordato premio di tre zecchini d'oro a quello che scopriva merci od effetti nascosti, e stabilita la pena di morte per chiunque osava qualsivoglia effetto occultare o nascondere. Siffatta misura sortì pieno effetto; mentre da un lato non vi fu più chi osasse nasconder robe per timore di esserne denunziato e punito; dall'altro, l'allettamento del premio raddoppiava in ciascuno la vigilanza e la cura di discoprire effetti nascosti.
Finalmente intrapresa una visita generale di tutte le case, fu estesa accurata nota dei morti, guariti, e superstiti delle varie famiglie; sui quali dati furono poi compilate le tabelle generali, a corredo della storia circostanziata di questo contagio, che fu innalzata all'Eccelsa Superiorità.
In maggio, levati i cordoni dell'interno, furono ristabilite libere le comunicazioni in tutta la Provincia; meno la Contea Marussich, che attesa la lunga convalescenza della donna ultima infetta, di cui s'è parlato di sopra, fu messa a pratica soltanto in giugno successivo.
Molto più gravi sarebbero state le conseguenze del contagio in quella Provincia, se con ben dirette misure sanitarie non gli si fosse impedito di più inoltrarsi. Il Dott. Bruckmann, che a quel tempo trovavasi in Transilvania, si adoperò con molta intrepidezza ed abilità per la salute di quelle popolazioni, e si rendette assai benemerito della pubblica e della privata riconoscenza. (Oreus de Peste, Chenot, Historia Pestis Transilvanicæ Annorum 1770-1771 opus posthumum.)
Ho creduto dover descrivere con un certo dettaglio il metodo ed i mezzi che si sono usati con profitto nell'indicata epoca per lo spurgo delle case e delle robe infette o sospette dopo cessata la peste; sì perchè formando ciò una parte importante della storia delle pesti dei passati tempi, non sarà forse senza interesse il conoscerla ed il trovarla descritta; sì perchè, quantunque il metodo sopraccennato sia in alcune parti imperfetto, specialmente se si considera dietro le inapprezzabili scoperte della chimica moderna, e dietro i principii di una più illuminata sperienza; potrà nullostante riescir utile all'evenienza de' casi, e servire se non altro ai meno esperti di guida per sortire dall'imbarazzo, e non sapendo far meglio, imitare e copiare ciò che è stato fatto e praticato altre volte con buon successo.
Però; in vece delle fumigazioni coll'acido solforoso, ossia coi vapori che si sviluppano dall'abbruciamento dello zolfo, di cui si è servito il D.r Brukmann per l'espurgo delle case e robe infette della sopradescritta pestilenza, si potranno ora usare con maggior sicurezza di effetto le fumicazioni col cloro, ossia gas acido muriatico ossigenato, che fra tutti gli altri viene considerato il più efficace per distruggere il principio contagioso, qualunque egli sia, ed in qualunque luogo si trovi annidato; e che oggidì si usano quasi generalmente. È innegabile, che anco il gas solforoso, vale a dire i vapori dipendenti dalla combustione dello zolfo, attaccano il germe del contagio e lo snaturano; ma oltrecchè detti vapori non si estendono a molta distanza, e sono infesti ai polmoni, i suffumigi col cloro sono preferibili, siccome più efficaci e più pronti ne' suoi effetti, ed appoggiati nel medesimo tempo all'esperienza, all'autorità, ed alla ragione.
Sopra questo argomento caderà di dover parlare in altro luogo. Ciò non pertanto; a fine di rendere più interessante la lettura del presente Volume; ed acciocchè, conoscendosi in tutti i suoi dettagli la pratica della disinfettazione cogli acidi minerali, riesca più agevole istituire il confronto coi metodi di espurgo ch'erano in uso negli II.i RR.i Stati all'indicata epoca, cioè nel 1770-71, quando non si conoscevano ancora la grande scoperta di Guyton-Morveau del 1773, le felici sperienze di Carl-Michael Smith, e quelle successive di tanti altri valenti e riputatissimi chimici, Montigny, Cadet-de-Veaux, Fourcroy, Lavoisier, Chaptal, Doumotiez, Loudon, Lasson, Cornette, ed altri, ho creduto dover pubblicare qui alcuni cenni; avuto riguardo ben anche, che possa tornar utile agli interessi dell'umanità sollecitare la maggior diffusione di quelle conoscenze pratiche sulla scelta ed applicazione de' mezzi, che pel generale consentimento dei dotti vengono risguardati efficaci ad attaccare e distruggere i micidiali contagi, ed arrestarne di essi la propagazione.
METODO di disinfettazione col mezzo degli acidi minerali.
Per disinfettare le stanze e gli appartamenti delle case colle emanazioni vaporose e gazose del cloro[64] converrà procedere nella maniera seguente.
Si prendano di sal comune (sal marino, o muriato di soda) quattro(4) parti; p. es. quattro oncie;
Protossido di manganese (ossido di manganese, o manganese di commerico) due(2) parti; p. es. due oncie:
Polverizzate e mescolate bene insieme dette sostanze, si pone il miscuglio in un tegame di terra cotta vetriata; o meglio in un catinello, od altro vaso a larga apertura, di porcellana o di vetro:
Vi si affonde quattro (4) parti: p. es. quattro oncie d'acqua:
Si agita la materia solida con un cucchiajo di porcellana o di vetro fino ad operarne l'estinzione:
Si colloca il vaso su di una focaja, od altro recipiente di terra cotta, pieno per due terzi di cenere o di arena calda, entro alla quale si profonderà un poco.
Chiuse allora le porte, le finestre, ed ogni altra apertura della stanza quanto più completamente si può, vi si trasporterà l'apparecchio nel mezzo di essa; e si verserà sopra il miscuglio;
Acido solforico concentrato (olio di vitriolo) a 66 gradi, quattro(4) parti; p. es. quattr'oncie.
Non si farà il versamento dell'acido se non quando il sale sarà divenuto un po' caldo.
Se il luogo da spurgarsi è vasto, allora in vece di un solo apparecchio nel mezzo, se ne collocheranno due, tre, quattro, o più sopra diversi punti. Sarà meglio moltiplicare le capsule fumigatorie, anzi che accrescere in un solo vaso la quantità delle materie destinate alla fumigazione.
Allorchè il versamento dell'acido verrà fatto in una sol volta, come si pratica negli espurghi generali, e come fu indicato di sopra, l'operatore avrà cura di tener all'atto del versamento rivolta la testa in modo che dai vapori che si sollevano non abbia a risentirne offesa; mentre il cloro ha un odor soffocante, agisce sulle fauci e sulla mucosa polmonare con molta forza, ed ispirato nel momento del suo più rapido e copioso sviluppo, potrebbe eccitar molta tosse, ed altri sconcerti.
Appena fatto il versamento si sortirà dalla stanza, chiudendo dietro se le porte d'ingresso; le quali non si apriranno se non dopo 10, o 12 ore.
Le stesse fumigazioni collo stesso metodo dovranno esser ripetute per tre o quattro giorni di seguito; in ispecieltà se molti saranno gli oggetti e le masserizie da disinfettarsi: molto estesa la superficie; e se, avendo servito la stanza di abitazione a persone infette di contagio, si avrà lo scopo di disinfettarne di essa le pareti ed il pavimento.
Fra una fumigazione e l'altra converrà lasciar scorrere alcune ore; p. es. 10, 12, nel corso delle quali si avrà cura di tener aperte porte e finestre onde dar libero accesso all'aria e alla luce.
Volendo rendere il suffumigio più forte, converrà dopo qualche ora rinnovare l'arena o la cenere sostituendovene di più calda, oppure riporre il vaso che la contiene sopra un fornello pieno di fuoco; mentre il calorico accelera la separazione del gas e la rende più completa.
Essendo copioso il cloro che con questo metodo si svolge, s'intende da se che non potrebbero le persone trattenersi in quelle stanze ove si fa il suffumigio senza restarne più o meno incomodate. Quindi sarà usato soltanto nei luoghi disabitati. E dappoichè detto gas attacca non solo i miasmi fino ai siti più ascosi snaturandoli o distruggendoli, ma infiamma altresì i metalli e li ossida, altera i colori e li distrugge, illanguidisce, sotto alcune condizioni, i caratteri e li cancella, ed annichila radicalmente il principio odorifero; così dalle stanze nelle quali dovrà esser praticato il suffumigio Guytoniano, così detto, perchè condotto secondo il metodo scoperto e additato da Guyton-Morveau, dovranno non solo esser rimosse le persone, o sane o malate; ma altresì tutti gli oggetti d'oro, d'argento, di ottone, d'acciajo, tutte le stoffe di seta, di lino, o di lana tinte in bei e delicati colori, e tutto quello che può esser dall'azione del cloro danneggiato.
Laddove si volesse che lo sviluppo del cloro non fosse così sollecito ed energico, basterà diminuire il calore, sia scemando il fuoco del fornello, sia trasportando la capsula fumigatoria sopra un altro vaso di arena meno calda, o collocandola sul pavimento.
Si potrà ancora praticare lo stesso spurgo col cloro, trasportando i sopraccennati vasi fumigatorii da una parte all'altra dell'appartamento, su i varii punti che si credono i più infetti, colà dove si reputa maggiore il bisogno.
Si potrà usarlo altresì secondo il metodo di Chaussier, versando l'acido solforico sul sale a poco a poco in vece che in una sol volta, in modo che evaporate le prime goccie di acido, si fanno cader le seconde, e dietro l'evaporazione delle seconde, le terze, portando l'apparecchio sui varii punti a proprio talento.
Questo metodo si potrà praticare colle debite cautele anche ne' locali dove vi sono degli ammalati che non possono essere trasportati; colà dove per l'angustia delle case, per mancanza di altri locali sani abitabili da sostituirvi, pel rigore della stagione, o per altre ragioni, le stanze e gli appartamenti infetti non possono venir sgombrati dagli ordinarii loro abitatori. Dissi con le debite cautele; mentre laddove soggiornano malati e quelli che li assistono, importa che discreta ed appena sensibile sia la quantità di cloro che si versa nell'atmosfera.
Appunto per ciò, viene suggerita un'altra maniera di espurgo o processo disinfettante, il quale consiste nel mettere sopra un piatto quattro oncie di cloruro di calce, o di sodio, disciolto in egual quantità di acqua; la qual soluzione si espone nella stanza, e se la ripete tanto in quella che in tutte le altre dell'appartamento, in maggiore o minor numero secondo l'ampiezza de' locali.
In oltre; riportando quanto dice nel proposito il celebre Medico e Chimico D.r Taddei; «qualora si voglia procurare una lentissima ma continua emanazione di cloro gazoso nelle stanze ove giacciono i malati, senza portar nocumento nè ad essi, nè a chi li assiste, si terranno dei vasi aperti pieni di cloruro, o clorito di calce in uno o più punti della stanza medesima. E allorchè coll'andar del tempo l'emanazione diventerà sì modica e sì debole da non poterne apprezzar la presenza col mezzo dell'olfatto, si verserà di tanto in tanto su quel cloruro, o clorito, già fatto stracco, poche goccie d'acqua acidulata o con l'acido idroclorico, o col solforico: regolandosi sempre a tenore, non tanto della capacità della stanza quant'anche della sensibilità degli ammalati e dei sani che in quell'ambiente respirano».
L'evoluzione del cloro che si ottien dai cloruri, essendo sempre lenta e debole, è chiaro, che tal maniera di disinfettazione non sarà da risguardarsi nei casi di maggior importanza se non come un mezzo suppletorio o ausiliario, anzi che come principale ed ovunque preferibile.
Le dette sostanze dopo che avranno servito alla disinfettazione degli appartamenti, si dovran gittare nelle latrine, dove esse continueranno ad agire come disinfettanti.
Per ottenere il cloro, si può anche valersi di un altro metodo, di quello cioè che si pratica nelle Farmacie, ch'è il seguente;
Si ponga in una storta tubulata
Protossido di manganese, ossia manganese di commerico in polvere | una parte;
Acido idroclorico (ossia muriatico) sei parti;
Annessa la storta all'apparato pneumatico-chimico, la si riscalderà; e si otterrà un gas di colore giallo verdognolo, che sarà il gas muriatico ossigenato, o cloro.
Mancando l'acido idroclorico, si potrà invece adoperare il seguente metodo;
Manganese in polvere | parti ventisette (27),
Sal comune secco | parti trenta (30):
Insieme uniti in una storta tubulata coll'apparato pneumatico-chimico; si aggiungerà,
Acido solforico, parti diciotto (18), allungato con dodeci (12) parti d'acqua; Si riscalderà la storta, e si otterrà il gas, come sopra.
Le fumigazioni del cloro si potranno anche istituire a freddo. Per ciò fare basterà porre l'apparato fumigatorio sul pavimento o sopra una sedia della stanza, in vece che sull'arena calda, avendo cura di versare ad intervalli l'acido solforico diluto coll'acqua sopra un miscuglio del sale col manganese, nelle indicate proporzioni, onde lo sprigionamento facciasi con lentezza.
Ora; dappoichè si considera, che i germi dei contagi, qualunque essi sieno, debbono esser di una natura composta, come sono tutti gli enti atti a riprodursi; che non v'ha composto organico in natura, il quale fra gli elementi suoi costituenti non contenga anche dell'idrogeno; che l'affinità del cloro con questo principio elementare è grandissima; si ravviserà chiaramente perchè le emanazioni gazose del cloro riescano sì efficaci ad attaccare e neutralizzare i contagi, pervenendo più facilmente di ogni altro mezzo disinfettante ad alterare l'equilibrio e gl'intimi rapporti dei principii costituenti il germe riproduttore della malattia, ossia il principio contagioso; il quale per tale disidrogenazione assume un altro modo di esistere, le sue molecule componenti in altra maniera si atteggiano, viene alterato, snaturato in modo da non esser più quello ch'egli era, non esser più nell'uomo ammissibile, non aver più facoltà riproduttiva. Che se anche sotto la continuata azione violenta del mezzo disorganizzatore non resta intieramente annichilato e distrutto, rimane però così neutralizzato e scomposto da riescire inefficace affatto ed inocuo.
Nello stesso modo, per effetto della somma tendenza degli acidi solforoso e nitrico di associarsi all'ossigene, che si può ritenere formi parte eziandio del composto organico de' germi del contagio, viene la natura di questi enti riproduttori alterata e scomposta in modo da andarne estinta la primiera lor facoltà riproduttiva, e quella forza per cui potevano insinuare nell'uomo il possente loro veleno; conseguenza del cui attacco o decomposizione de' principii elementari del miasma contagioso, del suo annichilamento è appunto la disinfezione, la sanazione.
Dietro questi principii, e sulla base di ripetute e ben dedotte esperienze, a merito specialmente del celebre D.r Smith, che per esse riportò il premio di 5,000 lire sterline stabilito dalla Camera dei Comuni della Gran Brettagna, si usarono e si usano tuttodì come disinfettanti i vapori che si ottengono dall'acido nitrico. La loro efficacia però è inferiore a quella del cloro; e dappoichè non danno incomodo agli astanti, sogliono venir usate unicamente e quasi esclusivamente per depurar l'aria degli spedali, delle prigioni, delle navi, ed altri luoghi abitati di uno spazio non molto vasto. Non si usano quasi mai per l'espurgo de' luoghi, e delle robe infette o sospette di peste, attesa la molta facilità e rapidità con cui si concentrano, che non lascian luogo a sperare un sufficiente successo.
Per l'espurgo dei luoghi disabitati, delle vesti e masserizie infette, ed in generale di tutti gli oggetti suscettibili contaminati o sospetti di contagio pestilente, mancando il cloro, e l'acido idroclorico, gioverà ammettere la sostituzione del gas solforoso, ossia dei vapori che si sollevano dall'abbruciamento dello zolfo, oppure i vapori nitrico-solforosi, che emanano dalla combustione di un miscuglio di parti eguali di nitro e di zolfo, opportunemente disposto in stoviglie di terra nella maniera che fu indicata di sopra. Questi suffumigi d'altronde sono di una facile esecuzione; i mezzi ed il modo di ottenerli sono a portata di tutti, adattati all'intelligenza della maggior parte delle persone di basso servizio che vengono incaricate di praticarli: hanno poi a loro favore il suffragio di una lunga sperienza; mentre, sebbene non sieno molto penetranti nè si estendano a molta distanza; nullaostante è innegabile, ch'essi pure, come si è detto in altro luogo, attaccano il germe del contagio e lo snaturano. Le celebri polveri disinfettanti di Semoilowitz nella Peste di Mosca; i tanto decantati profumi del Padre Maurizio da Tolone Cappuccino nella Peste di Genova del 1757 (V. pag. 489), quantunque composti nella maggior parte di sostanze vegetabili ed aromatiche, riescirono utili particolarmente in forza della generosa quantità di zolfo in essi frammisto.
I vapori dell'acido nitrico si ottengono nel seguente modo. Si mettono in una capsula o in un bicchiere di vetro, o di porcellana, quattro dramme di nitro raffinato (nitrato di potassa) polverizzato, ed a poco a poco vi si versa sopra a freddo un egual quantità di acido solforico, rimovendo di tratto in tratto il miscuglio con una spatola o bastoncino di vetro onde agevolare lo svaporamento. I vapori bianchi che si sollevano sono quelli dell'acido nitrico. Se si riscalderà il vaso fumigatorio, si otterrà uno sviluppo più abbondante di gas; ma in tal caso vi si uniranno dei vapori rossi che faranno tossire, e che per ciò si dovranno scansare. Sicchè dette fumigazioni si fanno sempre a freddo.
Più forte e più attivo di questo è il vapore dell'acido muriatico, o idroclorico; il quale ha molta espansibilità. Esso pure assale, decompone, od annichila il principio contagioso ed i miasmi mefitici dei luoghi più ampii, ma cede in virtù a quelli del gas muriatico ossigenato, che sono sempre preferibili, specialmente in tutti i casi gravi, di contagio pestifero, e di altri eminentemente esiziali. Qualunque volta però mancassero i mezzi per ottenere il cloro, sarà da ricorrere al gas acido muriatico o idroclorico per operare la disinfettazione.
Lo stesso metodo indicato per ottenere il cloro si adoprerà per avere il gas muriatico semplice, e a un dipresso gioveranno le stesse avvertenze nell'applicarlo. Tutta la differenza consisterà in ciò, che nella capsula o vaso fumigatorio non si porrà che il solo sal comune umidetto, sul quale, riscaldata l'arena, si verserà ad un sol getto l'acido solforico, e si ommetterà affatto il protossido di manganese.
Si otterrà altresì l'acido idroclorico versando a riprese in una storta tubulata, montata coll'apparato di Wolfio, sopra due parti, p. es., due libbre, di cloruro di sodio, (gas marino decrepitato) contenuto entro la storta medesima; di acido solforico, una parte; p. es. una libbra, aggiuntovi l'acido per la tubulatura della storta, e distillando a calore graduato sopra bagno di arena. Per tal modo si otterrà l'acido idroclorico fumante nella boccia sotto il recipiente, il quale si potrà dirigere come si crederà più opportuno, valendosene di esso per la disinfettazione a tenore delle circostanze.
Finalmente gioverebbe poter stabilire e indicare la quantità degl'ingredienti necessarii per ottenere una completa disinfettazione, proporzionandoli all'estensione ed ampiezza de' locali da spurgarsi, ed al grado della loro contaminazione.
Si crede che per una stanza della lunghezza di otto in dieci braccia, e della larghezza di sei in otto ed alta in proporzione, possano bastare due oncie di sal comune bene seccato, mescolato ben insieme con un'oncia di protossido di manganese finamente polverizzato: disposto il miscuglio in un vaso di vetro, di porcellana, o di terra, adattato sopra una padella o coccio pieno di arena, e questo coccio sopra un braciere acceso: indi versate sopra il miscuglio due oncie di acido solforico.
Per altre maggiori o minori stanze si cresceranno o scemeranno in proporzione le respettive dosi.
Senza trascurare questa notizia sui rapporti di quantità tra il mezzo disinfettante occorrente e la capacità ed ampiezza de' locali da spurgarsi, gioverà regolarsi secondo i dettami del criterio pratico, avendo in vista di portare sui principii del contagio un totale esterminio, perseguitarli ne' suoi nascondigli, esser sicuri di sloggiarneli, ed agire in somma in modo da conseguire pienamente l'intento, e soddisfare così agli eminenti riguardi della pubblica sicurezza.
Qualunque sia l'opinione nel proposito rispetto ai locali, converrà però sempre aver presente, che nello spurgo delle robe non si può stabilire un dato regolatore, una misura giusta di proporzione; mentre la quantità del gas disinfettante necessaria dovrà esser sempre proporzionata alla qualità e quantità degli oggetti o robe da spurgarsi, alla loro condizione, al grado e qualità della contaminazione, ed allo stesso ambiente entro cui viene praticato l'espurgo.
Ove in vece del cloro si voglia adoperare le fumigazioni nitriche di Smith, per una capacità di 1000 piedi cubici, si ritiene che bastar possano quattro dramme di nitro, o nitrato di potassa raffinato, ed altrettante di olio di vitriolo, o acido solforico, e dietro tal norma in proporzione secondo le diverse capacità.
Tutto ciò che si è detto riguardo allo spurgo delle stanze e degli appartamenti delle case, è applicabile allo spurgo de' bastimenti o navigli infetti o sospetti di peste, o d'altro contagio, e di qualunque altro ambiente o spazio chiuso.
Per disinfettare le biancherie, i vestiti, i materassi, coperte, i feltri, i tessuti di lana, di filo, di cotone, di seta, le pelliccierie, le penne, le carte, i libri, ed altri oggetti suscettibili, si stenderanno sopra corde o sopra stanghe di legno in una camera chiusa, ed ivi disposti in modo opportuno gli apparati fumigatorii si esporranno alle fumigazioni del cloro. Per svolgerlo si useranno li stessi mezzi, lo stesso metodo ed avvertenze indicate di sopra, allorchè si parlò dello spurgo delle stanze ed appartamenti infetti. Dette fumigazioni si ripeteranno per sei od otto giorni di seguito. Allorchè si potrà esser sicuri che la fumigazione è stata esattamente fatta, ed il cloro abbia penetrato da per tutto fino nelle ultime pieghe e recessi interni delle stoffe, vestiti ec., si potrà porle a libera pratica anche prima, cioè dopo il quarto o quinto giorno.
Nell'eseguire dette fumigazioni col cloro importa aversi attenzione, come fu avvertito di sopra, che non restino alterati o distrutti i colori delle robe od effetti che si sottopongono all'espurgo: illanguiditi o cancellati i caratteri delle scritture o delle stampe. Fra le avvertenze, si avrà principalmente quella di non esporre al suffumigio del cloro o del gas muriatico semplice le robe o le carte allorchè sono ancora umide o bagnate. Converrà quindi bene asciugarle prima di esporle all'azione del gas, altrimenti la parte colorante verrà facilmente attaccata dall'acido, e l'azione chimica di lui sopra gli elementi costitutivi del principio contagioso sarà meno efficace e sicura. Ed in vero, quanto meno di umidità o di acqua troverà l'acido disinfettante o nel corpo da espurgarsi, o nell'aria dell'ambiente dove si fa l'espurgo, tanto meno avrà egli occasione di soddisfare le tendenze sue con saturarsi dell'idrogene tolto alla detta umidità ed all'acqua incontrata; giungerà quindi tanto più puro ed attivo al corpo verso cui è diretto, e su di esso sarà in grado di esercitare con più efficacia la sua attività disinfettante, spiegando tutta la sua chimica azione. Altra avvertenza opportuna sarà quella di regolare la fumigazione in modo che non sia troppo forte la massa del gas destinato ad invadere gli oggetti da spurgarsi, e che la corrente disinfettante si diffonda in quanto è possibile da per tutto egualmente, e senza precipitazione.
Le biancherie e que' vestiti, coperte, ed altri effetti, che non soffrono danno dall'espurgo d'acqua, possono venir purgati egualmente bene con egual sicurezza e più presto, col liscivo e l'acqua bollente; coll'immersione per 48 ore nell'acqua del mare, lavati poscia coll'acqua dolce ed asciugati; e specialmente, come si usa oggidì, con una soluzione di cloruro di calce o di soda, nella quale si lascieranno immersi per ventiquattro ore. Siffatti metodi di espurgo, mentre sono egualmente sicuri nei loro effetti, hanno l'avvantaggio di essere di un'esecuzione più facile e più spedita, e di non danneggiare alla conservazione degli effetti sottoposti all'espurgo, nè alla salute dell'operatore incaricato di eseguirlo.
Fra le dotte sollecitudini della Commissione Medica mandata dal Governo di Francia in Egitto nel 1728, alla cui testa eravi il celebre D.r Pariset, per vedere e studiare la peste, indagarne l'origine, sperimentare l'efficacia di alcuni preservativi, e tentare i diversi mezzi di guarigione, una delle principali cure fu appunto quella di sperimentare l'efficacia dei cloruri come mezzo preservativo ed anche curativo.
Furono perciò scelti cinque vestimenti di cinque individui morti di peste, tutti intrisi e lordi di materie buboniche e fetenti. Si tolsero con un po' d'acqua le materie fecali, e poscia s'immersero le dette vestimenta in una soluzione di cloruro di sodio, nella quale si lasciarono per sedici ore. La proporzione della soluzione era di tre litri di cloruro d'ossido di sodio in cinquanta (50) libbre d'acqua. Il titolo attivo di essa era di 05; essa scolorava un mezzo grado del clorometro di Gay-Lussac. Tolte le vestimenta da questa soluzione, esse furono torte e spremute, poscia esposte al sole ed asciugate. Ciascuno della Commissione, e il S.r D.r Cav. Pariset pel primo, indossò uno di questi vestiti portandolo applicato alla nuda pelle per 18 ore continue; e ciò senza che alcuno di essi abbia provato il minimo inconveniente nella salute. Esaminato di nuovo il titolo della soluzione dopo di averne estratte le vestimenta, si osservò ch'essa era diventata 01, e che per conseguenza aveva perduto 4⁄10 i quali furono impiegati alla decomposizione delle materie animali, ed alla combinazione di essi coll'idrogene del virus pestilenziale.
Questo sperimento sarebbe stato a vero dire più decisivo, ed avrebbe provato assai meglio l'attività disinfettante dei cloruri, se contemporaneamente lo si avesse ripetuto con altri cinque vestiti appartenenti ad individui morti di peste, egualmente intrisi e lordi di materie buboniche e fecali, ma lasciati immersi per un'egual numero di ore (16 ore) nella sola acqua semplice senza alcuna aggiunta di cloruro; tolti quindi nello stesso modo e spremuti dall'acqua, ed egualmente che i primi asciugati all'aria ed al sole, e fatti indossare da individui sani nella guisa stessa che i primi per quindi osservarne gli effetti; mentre dietro il primo sperimento isolato resterà sempre dubbio se forse non avrebbe potuto bastare la sola immersione nell'acqua semplice pel riflessibile periodo di sedici ore, e la successiva sposizione de' vestiti stessi all'aria ed al sole per un periodo di tempo indeterminato fino all'asciugamento, a rendere inattivo il principio contagioso indipendentemente dall'azione del cloro, sia diluendo, sia decomponendo, sia distruggendo, od alterando in qualsivoglia modo le parti costitutive di questo ente sconosciuto ed impercettibile, qualunque esser si voglia la di lui natura; ciò tanto più quanto che si sa esser l'aria e l'acqua i principali mezzi disinfettanti; nè si conosce per anco di quanto tempo precisamente abbiano dessi bisogno per rendere innocua la materia del contagio. Da altra parte non puossi ravvisar che gratuita la supposizione che l'acqua sola anche unita al sapone non serva che a diluire il veleno pestilenziale senza spogliarlo della sua attività; mentre vi sono fatti ed esperienze che sembrano provare precisamente il contrario.
Anche le lettere, come i vestiti, le stoffe, i libri e le altre carte verranno spurgate col cloro; che già da alcuni anni questo mezzo viene adoperato per lo spurgo delle lettere nei principali Lazzeretti di Europa. Si abbandoneranno quindi per sempre le gomme e resine odorose; l'incenso, la mirra, lo storace, il benzoino, i legni resinosi, le foglie ed erbe odorose, e quell'informe ammasso di sostanze aromatiche vegetabili, che fin dai più remoti tempi si usavano per profumare le lettere, ed a cui talvolta si univano degl'ingredienti e composti minerali, e che in alcuni luoghi con piena buona fede si usano ancora.
All'oggetto pertanto di profumare le lettere col cloro, si allestirà una cassetta di piombo, di acajù, o di altro legno forte, verniciata sì esternamente che internamente; dell'altezza di due piedi in un piede di larghezza e due piedi e mezzo di lunghezza, di cui il coperchio si chiuderà ermeticamente. Nell'interno a due terzi di altezza si pianterà una graticola di giunco o di legno sottile, destinata a ricever le carte, le lettere, ed altri oggetti da espurgarsi. Al basso di questa cassetta vi sarà una porticciuola di un palmo di altezza sopra due terzi di palmo di larghezza, costrutta in modo da potersi chiudere esattamente, e munita di una susta o fermaglio destinata a tenerla ferma e combaciante col margine. Egli è per questa porticciuola che s'introdurrà il vaso contenente il miscuglio disinfettante. In una delle pareti laterali esterne della detta cassetta, nella parte inferiore all'altezza della porta, vi sarà una valvula, o apertura rotonda, del diametro di mezzo pollice ad uno circa, costrutta in modo da potervisi in essa adattare il collo di una bottiglia, o il tubo di una storta cariche di cloro, o di altro gas disinfettante, per scaricarlo nell'interno della cassetta all'occorrenza de' casi; sia che s'abbia d'uopo al momento di una maggior quantità di gas; sia che manchino i mezzi onde ottenerlo col metodo ordinario; sia perchè il processo disinfettante colla sola capsula fumigatoria proceda troppo lentamente, e quando per qualche circostanza occorra invece far presto.
La medesima apertura potrà servire eziandio per fissarvi un canoncino di piombo o di ferro, destinato a condurre il calorico da un vicino fornello entro la cassetta, qualunque volta piacesse adoperare il calorico per lo spurgo delle lettere, invece degli acidi, o unitamente ad essi, come si dirà in appresso.
Detta apertura, o finestra rotonda avrà due telai, uno di cristallo per poter veder dentro della cassetta, il quale si aprirà nell'interno, l'altro di piombo o di legno, che si aprirà e chiuderà all'esterno; ambidue dovranno essere ben connessi e forti da resistere all'espansione del gas, ed impedire qualunque sortita del medesimo.
Dall'altro lato della cassetta, alla parte laterale opposta a quella dove giace la valvula, e presso che alla medesima altezza, sarà annessa e connessa col corpo della cassetta stessa un'altra picciola cassettina, o spazio chiuso, dove poter riporre in deposito al momento dell'espurgo, le lettere contenenti mostre o campioni, e que' frastagli di materie suscettibilii che si rinvengono entro alle lettere stesse, senza lasciarle esposte, nè aver bisogno di confondere la disinfettazione dei campioni con quello delle lettere ed altre carte, nè esser obbligati a sospender questo per occuparsi di quella.
Durante l'espurgo delle lettere verrà tolta ogni comunicazione fra la cassettina delle mostre e la cassetta delle lettere, col mezzo di una tavoletta di piombo o di legno, secondo che sarà la cassetta stessa, chiusa a cerniera nella parete interna; la qual tavoletta, spurgate che si avranno le lettere, verrà aperta, ove fia d'uopo, e posto per tal modo in comunicazione l'ambiente della minore con quello della maggiore cassetta, per quindi spurgare a tutto agio e con le necessarie cautele i detti campioni depositati, in modo da evitare di essi lo scoloramento ed il guasto; ed a scanso di sbagli spurgare contemporaneamente le lettere che li contenevano.
Nella parete posteriore della cassetta di contro alla porta, saranno infisse e bene assicurate due grosse lenti, una da ciascun lato in sito opportuno, a fine di poter penetrare coll'occhio nell'interno della cassetta e sorvegliare l'operazione senza aver bisogno di aprire il coperchio o le porte.
La graticola di giunco o di legno destinata a ricever le lettere e le carte sarà levabile, e nelle pareti della cassetta superiormente saranno scavate alcune picciole nicchie su cui poter appoggiare dei sottili bastoncini di vetro, o di legno all'oggetto di spiegare sovr'essi le lettere e le carte qualora invece che stese sulla graticola piaccia porle accavalcate sopra i detti bastoncini, in modo che il suffumigio disinfettante possa più sollecitamente e completamente invaderle e penetrarle, e quindi l'espurgo riesca più spedito e più sicuro. (V. T. 1.ª [Fig. I. II. III. IV.])
Dette cassette per l'espurgo delle lettere si costruiranno un po' più grandi o più picciole secondo la quantità delle lettere e dei pieghi che sogliono pervenire ad un medesimo tempo a quel Stabilimento Sanitario presso il quale si dovrà fare l'espurgo; ovveramente si terrà in pronto all'uopo più d'una di esse, di diversa capacità e dimensione, per potersene valere a tenore del bisogno.
Per purificar bene le lettere conviene aprirle e spiegarle intieramente. Così si è sempre praticato; così si pratica ancora presso i più riputati Istituti Sanitarii di Europa. Da qualche tempo però è stato introdotto il metodo, specialmente presso i Lazzeretti e deputazioni sanitarie del confine, di scalpellare e traforare con punte acute le lettere semplici; levare alle doppie le coperte, ed aprirle fino a che sien ridotte a lettere semplici, per quindi dopo tagliate e punticchiate, assoggettarle, così chiuse, come le altre, al suffumigio destinato a spurgarle. Le lettere, i pieghi diretti alle alte cariche dello Stato, debbono esser spurgate dagli incombenti ufficii soltanto all'esterno, e coll'indicazione a stampa nella sopracoperta, autenticata dal suggello dell'ufficio, che sono state spurgate soltanto all'esterno, e che sono tuttavia sporche nell'interno; onde per tal modo mettere in avvertenza l'Autorità che le riceve di dover diligentemente spurgarle prima di spiegarle e maneggiarle. Le lettere, i pieghi, che sono spurgati anche nell'interno, dopo chiusi diligentemente a cera lacca col suggello d'ufficio lateralmente al sito dov'eran suggellate da prima, sia marcate esternamente, coll'indicazione netta di dentro e netta di fuori. Quantunque questo metodo, rigorosamente parlando, non sia il più sicuro ed il più esatto; nullostante non si può non giudicarlo bastantemente efficace, dappoichè i vapori gazosi del cloro indicati doversi adoperare per l'espurgo, sono così attivi e penetranti da invadere tutte le parti della lettera semplice, ancorchè piegata e suggellata, e d'attaccare in essa tutto ciò che vi potesse essere di contaminato o contagioso, anche indipendentemente dai punticchiamenti e scalpellature, che partono da un'idea alquanto materiale.
È opinione generale nei paesi d'Oriente, che il principio contagioso della peste, qualunque ne sia la di lui natura, non resista all'azione di un calore assai forte; di maniera che sotto una temperatura di 30, o 35 gradi, o più, del termometro di Reaumur resti assopito, e perda poi interamente la sua attività e forza riproduttiva. L'osservazione costante, e l'esperienza guidarono questa opinione e la confermarono in qualche modo; essa viene eziandio sostenuta da medici dotti e sperimentati, e prodotta come un'assioma. Il perchè, tanto nell'Egitto, che negli altri paesi caldi dell'Oriente, allorchè regna la peste, la si osserva cessare da se, od almeno minorare d'assai circa il solstizio di estate; in guisa che que' natii, ed altri abitanti del paese, rassicurati dall'esperienza delle precedenti epoche, credendosi già in salvo per quell'anno dal dominatore flagello, sogliono nel dì di San Giovanni (24 giugno) abbandonar le riserve fin allora usate; sortire di casa, baciarsi, abbracciarsi, e rimettersi in libera comunicazione fra loro, nell'intima persuasione di non risentire dal contagio più offesa, considerato aver desso, come s'è detto, perduta tutta la sua attività. Ed in fatti; sia per effetto dell'aumentato calore: sia in conseguenza delle rugiade copiosissime che cadono a quel tempo durante la notte, o di altre vicissitudini e mutazioni atmosferiche, il contagio è allora effettivamente così illanguidito, così assopita rimane la di lui facoltà riproduttiva, da credersi cessato affatto e spento. Nè è momentaneo il riposo; che già di due o tre mesi suole la peste accordare allora una tregua a quelle afflitte popolazioni. Essa mai però cessa intieramente a malgrado gli aumentati calori. Qua e là sempre qualche caso succede, d'ordinario d'indole mite e benigna. Fino a che, terminata la stagion dei calori più grandi, e per lo più nel novembre seguente, i germi del contagio riprendon vigore, la lor facoltà riproduttiva ridestasi, ed or nello stesso paese, or ne' paesi vicini, e fin'allora rimasti illesi, rinnuova con tutta la naturale sua sevizie le stragi.
Dietro le quali osservazioni ed esperienze appoggiate dall'autorità di medici dotti e riputatissimi; e nella vista eziandio di ridurre più sicura e più regolare la disinfettazione delle lettere e delle carte; d'impedire che non cangino colore, nè restino alterati o distrutti i caratteri, come suol accadere talvolta; e finalmente perchè l'odore disgustoso del profumo che riportano e conservano lungamente le carte, non vada a recar incomodo ai più delicati fra quelli che devono aprirle e maneggiarle, fu Superiormente ordinato quattro anni sono, che tutte le carte e le lettere provenienti in grado di riserva contumaciale debbano esser purgate col calorico e col fumo di nitro e zolfo. Sono stati perciò costruiti appositi fornelli ed apparati fumigatorii, in cui dopo essersi prodotta la temperatura di 50 gradi di Reaumur a forza di carbone acceso, e ad essa sottoposte per alcuni minuti primi le lettere e le carte, vengono poi esposte al solo fumo di nitro e zolfo, e così con doppio mezzo spurgate.
Questo nuovo metodo ha in se dottrina, e saggezza. Che se anche il calorico portato ai cinquanta gradi non basta ad alterare la natura del principio contagioso, sia neutralizzandolo, sia decomponendolo, e vale soltanto ad assopirlo, intorpidirlo e renderlo inoperoso per un certo tempo; quel più che manca si può sperar di ottenere dai gas solforoso e nitroso, che si svolgono dall'abbruciamento dello zolfo e del nitro. In ogni caso sarà però innegabile, che il metodo di far soffrire alla carta un grado forte di calore prima di esporla ai vapori degli acidi minerali, riescirà se non altro a render meno facilmente attaccabili i caratteri, ed i colori delle stampe, ed a rendere più sicuro l'effetto della successiva emanazione dei gas acidi depuranti.
Per tutte le provenienze semplicemente sospette basterà l'indicato metodo, ed anche i soli suffumigi di nitro e zolfo. Pei casi più gravi, di provenienze da luoghi di manifesta infezione, sarà più cauto e più tranquillizzante adoperare il cloro; avuto riguardo, che il gas solforoso non ispurga se non quello che tocca, che per natura sua è di una certa densità e di poca espansibilità, che non penetra che assai lentamente frammezzo ai corpi che giacciono sovrapposti uno all'altro ed uniti, e che non s'insinua entro alle pieghe e nell'interno di quelli che sono strettamente involti e piegati: ed in fine anche perchè riescirebbe di troppo imbarazzo ogni qual volta occorresse spurgare una lettera un viglietto dover portare la temperatura dell'ambiente dove stanno disposte le lettere per l'espurgo, ai 50 gradi di calore; e perchè, dovendo esser affidata l'operazione ad impiegati di basso servizio, non si può esser sempre sicuri di un'esatta e fedele esecuzione.
Fra la farraggine di sostanze odorifere che venivano impiegate ne' passati tempi pei profumi delle lettere e delle robe, vi si univa non di rado la canfora; ed anzi si aveva in essa una particolare fiducia. La si usava come mezzo disinfettante non solo, ma eziandio come preservativo. Era portata indosso, tenuta in bocca: e questo metodo è tuttora in vigore in parecchi luoghi. Si usavano altresì le poma d'ambra, le abluzioni coll'acqua di cologna e con essenze odorose. Si portavano al collo amuletti di sostanze aromatiche, o d'altre di forte odore. Io non riproverò siffatti usi, nè li chiamerò con alcuni, miseri avanzi di tentativi fatti nei secoli d'ignoranza e di barbarie; giacchè giudico essere le dette sostanze odorose disaffini e nemiche dei contagi, e quindi non senza una qualche utilità, specialmente la canfora, ed il tabacco; ma ne reputo assai debole ed incerta l'efficacia loro in confronto degli acidi minerali. Non però così la penso rispetto all'aceto, a cui attribuisco una reale efficacia, che che s'abbia detto e scritto in contrario, specialmente allorchè sia forte e di buona qualità. Dei buoni effetti dell'aceto n'ebbi io stesso occasione di farne fortunata sperienza in una gravissima circostanza d'invasion di contagio pestilenziale. Non credo quindi affatto infondati, nè molto esagerati gli elogi che sono stati impartiti all'aceto dei quattro ladri (acetum prophylaticum, acetum aromaticum antipestilentiale), all'aceto radicale (acido acetico) come mezzo disinfettante e preservativo. È vero, che non si può attribuirgli un'assoluta facoltà specifica antipestilenziale; ma dietro i principii esposti, ormai si conosce, che gli acidi hanno un'altra maniera di agire sopra i principii o germi contagiosi, diversa da quella delle sostanze odorose; non si può quindi non risguardare anche l'acido acetico come un mezzo atto ad attaccare i contagi, e per cui si può giungere più o meno felicemente a snaturarli ed in conseguenza renderli innocui.
Si usò molto, e si usa tuttora presso varii Lazzeretti l'aceto per lo spurgo delle lettere che vengono da luoghi infetti, o da persone infette o gravemente sospette che giacciono in contumacia. Il metodo n'è il seguente. Aperta la lettera e spiegata, viene afferrata in un angolo con una lunga moletta di ferro, e passata così due o tre volte attraverso l'aceto, di cui è ripiena una vasca di marmo situata all'ingresso della camera degli espurghi, o vicino al luogo dei costituti. Poi asciugata, la si assoggetta ai suffumigi di zolfo e nitro. Usando il cloro, l'immersione nell'aceto diventa superflua. Per ciò, la vasca piena di aceto forte servirà a spurgare le monete che si ricevono dai luoghi infetti o dalle persone soggette a riserve contumaciali; gli oggetti d'oro, d'argento, di rame, e d'altro metallo, i quali, sebbene non sieno per natura loro suscettibili a ritenere e diffondere il principio contagioso, possono però trasfonderlo assai facilmente in altrui per lo sudiciume di cui sono talvolta ricoperti. Tanto coll'aceto, che coll'acqua del mare, quanto anche con una soluzione di cloruro di sodio possono venir spurgati i bicchieri, le bottiglie, le chicchere, i piatti, ed ogni sorta di stoviglie di terra, vasi od altri utensili di vetro, di porcellana, mobiglie ed arnesi di legno, di marmo, d'avorio, di osso, ed altri non suscettibili; avendo avvertenza che anche l'acido acetico attacca i colori, e può danneggiare alcuni oggetti esercitando su di essi un'azion dissolvente. Le pietre preziose, e le perle si purificano con l'acqua salsa.
Nella maggior parte delle pestilenze dei secoli scorsi si usava accendere de' grandi fuochi per le strade e nelle piazze pubbliche ad oggetto di purificar l'aria. Varii medici ed autori antichi di grido, sull'autorità d'Ippocrate hanno detti fuochi raccomandato. Usavasi bruciare legni odorosi, ed in ispecieltà, sostanze combustibili imbevute di catrame, o ragia nera, che il volgo riteneva e ritiene ancora per antipestilenziale. Nè sono molti anni da che io stesso ebbi occasione di vedere praticati detti grandi fuochi con barili di catrame in alcuni luoghi afflitti dal contagio, come eziandio abbruciate centinaja di bozzoli di corde vecchie preparati con catrame per purificar l'aria: però senza alcun buon effetto risguardo alla cessazione o minorazion del contagio. Ne' tempi di peste, si suole adoperare il fuoco col mezzo dei detti bozzoli catramati accesi anche per spurgare le vie, le piazze pubbliche, le porte delle case, i pavimenti de' luoghi terreni, ec. Vengono per ciò piantati sopra forche di ferro assicurate a lunghi bastoni, e con questo mezzo si porta il fuoco ovunque piace, facendolo scorrere lungo le vie percorse dagli infetti e sospetti, attraverso le porte, sopra i pavimenti che si vogliono spurgare. Si usano anche nei Lazzeretti per ispurgare in modo più spicciativo i passaggi allorchè deve venire qualcuno a sorvegliare in istato libero le operazioni dell'interno, ed altre occasioni. In alcuni luoghi si adoperano in vece a tal uopo lunghi fasci di canna secca sottile accesi, che danno una fiamma più forte e più estesa, e quindi più corrispondente allo scopo.
Rispetto però ai grandi fuochi accesi nelle strade e nelle piazze pubbliche per purificar l'aria che si crede contaminata, e distruggere i germi contagiosi che in essa si suppongono natanti, io credo che detti fuochi possano riescir utili in tempo di contagio per migliorar l'aria; non già accesi nelle piazze o nelle vie dinanzi le case, ma sì bene nei cammini delle case stesse, qual mezzo idoneo ed attivissimo per cambiar l'aria delle stanze con effetto più completo e più pronto che col tenere aperte le finestre e le porte; imperciocchè, non potendo la combustione mantenersi se non in grazia di una corrente d'aria, che dall'interno della stanza si determina verso il combustibile in accensione, ne emerge per necessaria conseguenza, che altra egual corrente d'aria dal di fuori nella stanza si determini, per rimpiazzar quella che per la gola del cammino sen fugge.
Resta ancora a far menzione dei vasi così detti disinfettanti e preservativi (vasi profumatorii di salute, bottiglie di cloro portatili), che servono per la disinfezione degli spedali, delle navi, delle carceri, sale di adunanza, ed altri luoghi, aprendole secondo il bisogno; e delle boccette di cloro tascabili per uso dei medici, dei ministri della religione, degli assistenti, delle persone addette agli spedali, e d'altri.
Le bottiglie di cloro estemporaneo, o vasi profumatorii di salute, si preparano nel seguente modo.
Si prende una boccia di cristallo ben forte e grosso, della tenuta di due libbre d'acqua circa. Si sega il collo alla boccia acciò l'apertura sia grande. Si spiana tanto che si possa perfettamente chiudere con un pezzo di cristallo piano. La boccia così ridotta si fissa sopra un pezzo di asse fra due legni perpendicolari, sopra i quali si ferma un regolo di legno, avente in mezzo una vite di legno corrispondente alla bocca della boccia, mediante la qual vite si ferma una tavoletta mobile di legno nella cui faccia inferiore si fissa col mastice il disco di vetro, o cristallo piano che chiude la boccia ed impedisce l'esito del gas in essa rinchiuso.
La vite che passa per detta tavoletta, o traversa di legno, serve altresì ad innalzare od abbassare il coperchio col mezzo di una nocella inserita in una specie di scatola alla quale il coperchio è masticiato.
Per una boccia della descritta grandezza si richiede:
Manganese in pezzetti, once una e mezzo;
Acido nitrico, once cinque;
Acido idroclorico, once quattro.
Dando un'occhiata alle figure N.º V. VI. si rileveranno la forma e le dimensioni di questo semplice apparato.
L'azione di un tale apparato disinfettante dura più mesi.
La maniera di servirsi di questo serbatojo di gas disinfettante è, di aprirlo quando si giudica utile o necessario, e di chiuderlo subito cessato il bisogno; o veramente subito che quelli che sono nella stanza cominciano ad esserne incomodati.
Per facile che sia questa preparazione, vi sono nonostante delle cautele da osservarsi e delle proporzioni da mantenersi. Le cose non acquistano prezzo, nè ottengono effetto che per l'arte di usarle.
I vasi che si vogliono destinare a detto apparato debbono essere di cristallo bianco molto grosso, onde non si spezzino per la forza di espansione del gas, e della forma di una picciola tina, di quattro in cinque pollici di altezza, e di tre in quattro pollici di diametro, e della capacità sopraccennata, ovvero di circa 55 pollici cubi di capacità.
In vece di far segare il collo alle bottiglie, come fu indicato di sopra, si potrà a quest'oggetto valersi dei vasi di forma analoga alla descritta che si trovano nelle botteghe. Solo converrà spianarne la bocca, arrotandoli con lo smeriglio sopra un piano di pietra o di ferro onde ridurli atti a ricevere perfettamente combaciante il coperchio formato da un grosso disco di cristallo. Non trovandone alcuno adattato si potrebbe far preparare appositamente alle fabbriche.
Il fondo di detto vaso viene masticiato sopra un pezzo di cuojo incolato nel mezzo di una tavoletta, la quale così caricata del vaso su di essa fissatovi, si fa sdrucciolare orizzontalmente nell'incassatura dei due ritti o legni perpendicolari.
Nel vaso così disposto si verseranno successivamente gli acidi ed il manganese nelle dosi sopraindicate, poco più poco meno, secondo la capacità del vaso, ma sempre nella stessa proporzione, cioè 5 parti di acido nitrico puro, della gravità specifica di 1, 40 (circa 39 dell'areometro di Baume), quattro ed anche cinque di acido idroclorico, di 1, 134 di gravità specifica (17 circa dell'areometro di Baume), ed una e mezzo o due di ossido di manganese grossolanamente polverizzato, o in pezzettini.
Lo sviluppo più abbondante del gas dipende non solamente dalle dosi, ma ben più ancora dallo stato di concentrazione degli acidi.
Se l'infezione fosse considerabile, e se la sorgente che la produsse fosse di natura assai grave; così pure, se l'ambiente da spurgarsi fosse molto vasto, sarebbe più cauto e più efficace distribuire due o tre di questi apparati nella lunghezza della nave o della sala da spurgarsi, anzi che accrescere in un solo vaso gl'ingredienti necessarii alla fumigazione.
Le boccie o vasi che si vogliono destinare a detto apparato non debbono eccedere di molto la grandezza indicata di sopra; devono aver un'apertura assai larga per dare istantaneamente uscita al volume del gas di cui si ha bisogno, tale che possa spargersi da per tutto senza recar molto incomodo. Finalmente bisogna che il coperchio del vaso chiuda così perfettamente, e sia tenuto così permanentemente fermo, che il gas resti imprigionato in modo da non poter fuggire, e non vi sia nemmeno alcuna picciola perdita comunque insensibile. In somma, che non si spanda se non quando si vuole che esali, che cessi tosto che si desidera, e che resti per mesi intieri senza che dia traccia o indizio di sua presenza.
Nel caricare detti vasi o boccie disinfettanti, essenzialissima avvertenza dovrà esser quella, che nel vaso o nella boccia resti sempre un vuoto di due terzi circa della sua capacità. Altrimenti sarà impossibile contener chiuso il gas. Facendo forza, il vaso si spezzerà.
Nei Lazzeretti, negli Spedali ed altri Stabilimenti Sanitarii, dove può occorrere da un momento all'altro di spurgar prontamente qualche oggetto infetto o sospetto di contagio; disinfettar qualche naviglio, o qualche locale chiuso, ed altre cose, sarà assai opportuno ed utile aversi in pronto alcuni di detti apparati, per potere spurgare secondo il bisogno e con la necessaria facilità e prontezza.
A quest'oggetto si dovranno tener preparate nei detti Stabilimenti, per adoperarsi a seconda del bisogno, le boccie portatili disinfettanti, propriamente dette, in vece dei vasi fumigatorii sopradescritti.
Dette boccie disinfettanti portatili debbono essere di cristallo forte e grosso; della tenuta di once 18, a 24, d'acqua per ciascheduna; di bocca larga un pollice, un pollice e mezzo circa, col tappo di cristallo smerigliato. Si preparano nella stessa maniera, collo stesso metodo che i vasi sopradescritti; gl'ingredienti si accrescono o diminuiscono in proporzione della grandezza delle boccie, procurando però sempre che due terzi di ciascuna boccia restino vuoti. Per impedire che la forza espansiva del gas non sollevi il tappo, convien mettervi sopra un pezzo di piombo concavo, e rinchiudere la boccia in un astuccio di legno duro (di bosso p. es.) chiuso a vite, il coperto del quale terrà obbligato il tappo col mezzo di un sughero sovrappostogli, o di un cuojetto fermato nel fondo della boccia o al collo della medesima. Nel fondo dell'astuccio verrà incolato un girello di sughero o di cuojo per posarvi adagiata la boccetta. (Vedi fig. N.º [VII. VIII]).
La sola cosa da temersi in dette boccie disinfettanti, e contro la quale l'apparato mette in sicuro, si è che si spezzino, o che il tappo non essendo trattenuto che per il proprio peso e per il fregamento nel collo, possa essere sollevato dallo sforzo di espansione del gas; ma la berretta di piombo e le altre precauzioni indicate serviranno a prevenire questi inconvenienti. Del resto, è difficile immaginare niente di più semplice, di più facile ad eseguirsi, di più comodo, meno dispendioso, e meno soggetto a disgustosi accidenti, di detti vasi e boccie disinfettanti, per l'uso cui sono destinati a servire, ed in riguardo all'immensa utilità che da essi se ne può ritrarre. La loro preparazione d'altronde gode di alcune importanti e comodissime proprietà; quella p. es. di conservare lunghissimo tempo la sua attività. Si citano esempi di vasi con detto metodo preparati, che dopo aver servito per dodici anni, non si potevano sturare senza che si provasse nel momento l'impressione del gas acido muriatico ossigenato, sebbene nulla fosse stato aggiunto dopo la prima sua preparazione: l'altra di potersi far nel momento senza fuoco, senza apparecchio distillatorio, in una parola, per semplice miscuglio; per cui viene chiamato acido muriatico ossigenato estemporaneo, e di potersi usare altresì senza timore d'inconvenienti, e senza che sia necessario di rinnovare la preparazione se non che dopo un tempo considerabile; e ciò anche qualora le occasioni di dar esito al gas fossero state le più frequenti. Finalmente se si riflette, che il gas che si mette in azione è riconosciuto il più efficace di tutti per attaccare, neutralizzare o decomporre i contagi; che con questo metodo la di lui azione viene moderata e regolata dalla volontà, e può attivarsi anche nei luoghi abitati senza inconveniente, la detta preparazione del cloro estemporaneo sarà certamente da risguardarsi per eccellente, comoda, utilissima, e preferibile in moltissimi casi.
Le boccette disinfettanti tascabili per uso dei medici, chirurghi, ministri di religione, serventi, ed in generale per tutte le persone addette agli spedali, o Lazzeretti degli infetti che per qualsivoglia altra ragione sono obbligati ad avvicinare i malati di contagio, coabitare con essi, ovveramente in luoghi che ad essi o alle robe loro hanno servito, dette altrimenti Boccette disinfettanti di Guyton si preparano nel seguente modo:
Metti in una boccetta di cristallo col tappo arrotato, della tenuta di due oncie circa d'acqua.
Ossido di manganese grossolanamente polverizzato, scrupoli tre;
Acido nitrico, scrupoli nove;
Acido muriatico, scrupoli otto.
Chiudi la boccia, la quale sarà per due terzi vota: condizione necessaria per contenere senza pericolo il gas.
Si sviluppa nella boccetta il cloro, che si conserva per lungo tempo, e si fa sentire con forza ogni qual volta si apra la boccetta.
Per poter portare addosso la detta boccetta, o trasportarla con sicurezza, gioverà rinchiuderla in una custodia o astuccio di legno duro, con coperchio fermato a vite.
Pel caso che mancasse l'acido muriatico per la preparazione delle dette boccette, si procederà come segue:
Prenderai, ossido di manganese grossolanamente polverizzato, tre scrupoli;
Muriato di soda secco (sal comune) scrupoli sette;
Acido nitrico, scrupoli dieci.
Metterai nella boccettina l'ossido di manganese mescolato col sale; poi aggiungerai l'acido nitrico, e chiuderai la boccia.
Nell'una o nell'altra maniera che si operi, si otterrà il gas acido muriatico ossigenato, che si conserva lungo tempo, e si fa sentire efficacemente ogni qual volta si apre la boccetta.
Chi non avesse l'opportunità di provvedere nè l'acido muriatico nè l'acido nitrico necessarii per tali preparazioni, potrà servirsi in vece della composizione che si adopera per lo spurgo delle stalle infette in circostanze di epizoozia, ed è la seguente:
Due oncie di sale comune seccato; un'oncia di manganese nero dei vetrai, o manganese di commerico polverizzato; e due oncie di olio di vitriolo, o acido solforico versato sopra il miscuglio delle due sopraccennate sostanze.
Allorchè si usi questo metodo per la preparazione delle boccette, le sostanze si versano entro la boccetta medesima, che in ogni caso dovrà restare per due terzi vota; quando si adopra per lo spurgo delle stalle infette si mettono in un vaso di porcellana, di maiolica, o di terra cotta verniciato; lo si adatta così caricato delle dette sostanze sopra una padella di arena, e questa sopra un braciere acceso; e la sopraindicata dose vale per una stalla di otto o dieci braccia, della larghezza di sei od otto, ed alta in proporzione.
Alcuni si contentano di portare in dosso il cloruro di calce contenuto in boccette chiuse. Qui importa osservare, che limitandosi al portare in dosso dette boccette disinfettanti, sien l'une o le altre ermeticamente chiuse, il solo fiutarle di tanto in tanto, non può bastare a render immuni dal contagio. Siffatto uso delle dette boccette non può procurare un'atmosfera preservatrice qual si vorrebbe, non può valere per ottenere dal cloro i buoni effetti che si contemplano. Dove vi sono effluvii o germi contagiosi, il cloro incontrandosi con essi può bensì modificarli, comprimerli, distruggerli, o renderli inerti: ma allorchè il cloro resta chiuso nella boccetta, allorchè non si permette ad esso di svolgersi e di spandersi, non vi potrà esser incontro, non potrà aver luogo conflitto, e quindi nessun benefico effetto dall'azione e presenza sua. Oltre di che, o vi ha o non vi ha presenza di materia contagiosa. Se non vi ha, inefficace ed inutile affatto diventa il mezzo; se vi ha, conviene usarlo in tempo ed in quantità corrispondente al bisogno, prima che il miasma o germe riproduttore abbia avuto il tempo d'insinuarsi nel corpo: altrimenti diventa inutile l'antidoto se la sua azione non coincide con quella del veleno, e se la quantità di esso non è corrispondente. Le dette boccette disinfettanti non hanno già un potere magico. Fino a che si tengono chiuse non possono produrre altro effetto che quello di un preservativo morale, agire come qualunque altro inutile talismano. Che se come tali si vogliano usare, si tengano pure, giacchè anche la fede, ch'è conforto per lo spirito, può esser eziandio rimedio per il corpo. Però l'uso utile che di esse ragionevolmente si potrà fare sarà di procurare col loro mezzo un'atmosfera preservatrice nelle stanze dove esistono infetti di contagio, e dove o pei doveri del sangue o dell'ufficio, o per altre ragioni siamo costretti di entrare e fermarsi, sia per prestare ad essi qualche caritatevole assistenza, confortarli, medicarli, o in altra maniera mettersi con essi e con le robe loro a contatto.
Parimente utile uso si può fare di dette boccette servendosene per irrorare ed imbevere li proprii vestiti sì prima di avvicinare l'infermo, sì dopo averlo avvicinato.
Essenzialissima ed utile cautela per le persone obbligate ad avvicinare i malati sarà quella di cambiarsi spesso di vestiti, esponendo subito le deposte vesti all'azione del cloro, ed avendo cura che quelle che si sostituiscono sieno state già dal cloro imbevute prima d'indossarle. Qualora non s'abbia il mezzo, o per qualunque altra causa non si possa assolutamente ciò fare, si userà almeno la precauzione, sortendo dai luoghi infetti o dopo aver avvicinato malati di contagio, di assoggettarsi con tutte le vesti ad una generale fumigazione di cloro per uno spazio almeno di 5 minuti, onde non portare ad altri l'infezione, e spargerla fra le famiglie sane che siamo obbligati di visitare, presso le quali rimane libero l'accesso perchè si fidano di noi, della nostra onestà e prudenza.
Ai Medici, ai Chirurghi, ai Ministri della religione, e a tutti quelli che si dedicano al pietoso ufficio di assistere i malati di peste, o d'altro contagio pestilenziale, è da raccomandare soprattutto di lavarsi spesso le mani con una soluzione di cloruro di calce nella proporzione di 1 a 30, 1 a 40, o coll'acqua clorurata. Coi quali liquidi potranno pure bagnarsi il volto; ma specialmente le narici e le labbra, solo evitando di farne cader entro agli occhi; per lo che basterà tener chiuse le palpebre, ed asciugarsi prima di riaprirle.
Per essi, e segnatamente per tutti coloro cui i vincoli del sangue, o i doveri del proprio ministero impongono di star dappresso ai malati di contagio, trattarli, assisterli, e vivere con essi nello stesso ambiente, gli espedienti migliori per conseguir l'intento di preservarsi illeso, ossia di procurarsi l'immunità, almeno fino ad un certo punto, sono 1.º di formarsi, per quanto è possibile, un'atmosfera di cloro che ci circondi, per conseguire il quale intento gioverà portare in dosso dei sacchettini di tela di lino pieni di cloruro di calce, e tenere detti sacchettini nelle tasche delle vesti, nella cravatta, nel cappello, in seno fra gli abiti e la camicia, ed anche fra la camicia e la pelle, 2.º lavarsi spesso le mani ed il viso, e specialmente le narici e le labbra coll'acqua clorurata, o con una soluzione di cloruro di calce o di sodio, 3.º cambiarsi spesso di vestiti, sostituendo a quelli che vengono deposti vesti nette e pulite, come si è detto; spurgate prima coll'aria libera e pura, coll'acqua, o col cloro. E dappoichè l'esperienza ha dimostrato che più difficilmente i contagi si attaccano ai corpi levigati e ad essi restano meno aderenti, così sarà molto prudenziale pei medici, pei chirurghi, ed ogni altro che trattar debba malati di contagio, prima d'introdursi nella stanza ed avvicinarsi ai loro letti, di depositare la più esteriore delle proprie vesti in luogo apposito sotto l'influenza di un'atmosfera bene imbevuta di gas muriatico ossigenato, e d'indossare una cappa di tela incerata o di taffettas, deponendola poi al regresso per riprendere il proprio soprabito netto già imbevuto di cloro.
Ove il medico creda di aver bisogno di esplorare il basso ventre od il polso di qualche malato di peste o d'altro contagio pestilenziale, qualora il chirurgo intraprender debba la sezione di cadaveri di persone morte da peste, viene raccomandata come cautela da non negligersi quella di vestir le mani e le dita con guanti di taffettas fino gommato o incerato. Siffatta cautela da non ommettersi nella sezione de' cadaveri, riescirà utile, non lo nego; ma non perciò saranno da trascurarsi le altre precauzioni sopradescritte. Sarebbe desiderabile che i Medici ed i Chirurghi, specialmente quelli adetti ai Sanitarii ufficii, fossero da per tutto coraggiosi ed avidi d'istruirsi per intraprendere senza apprensione le sezioni dei cadaveri morti da peste. Sono già alcuni anni da che bravi e coraggiosi Medici stranieri hanno intrapreso con profitto nei paesi dell'Oriente ottomano delle ricerche necroscopiche del più alto interesse con un'intrepidezza e costanza che molto li onorano. Già in parte a merito loro negli Stati ottomani dell'Oriente oggidì si veggono in attività pratiche e discipline di Sanità secondo i sistemi Europei; ed ivi il cieco fatalismo perdendo ogni giorno terreno resta vinto dai combinati sforzi della ragione e della filantropia. Sarebbe desiderabile, replico, che per mezzo delle investigazioni cadaveriche potessimo pervenir a discoprire più chiaramente le interne lesioni ed alterazioni dei varii sistemi, prodotte dall'azione di questo potentissimo veleno; ed acquistare per tal mezzo quelle conoscenze che tuttora ci mancano sull'etiologia e sulla cura della peste; soggetto questo che altamente interessa il bene dell'umanità, ed i riguardi della pubblica prosperità e sicurezza.
Esplorare il polso ed il ventre dei malati di peste potrà, non v'ha dubbio, esser utile e necessario in alcuni casi; ed il Medico dotto e sperimentato saprà desumere anche dallo stato del polso indizio per stabilire con maggior sicurezza e fondamento la sua diagnosi. Ciò non di meno, considerando la cosa in complesso sotto l'aspetto dell'interesse generale dell'umanità, detta pratica pericolosa potrebbe esser risguardata come piuttosto dannosa che utile, e quindi da non permettersi così liberamente, in ispecieltà allorchè si considera, che que' Medici e Chirurghi che esplorano il ventre ed il polso per abitudine, sia coi guanti cerati o gommati, sia colla foglia di tabacco, come tuttora si usa in alcuni Lazzeretti, anzi che restar chiusi e segregati nel Lazzeretto stesso, o nello Spedale ec., appena fatta la visita, sortono liberi e franchi, spesso senz'alcun'altra cautela, e si recano a loro talento presso famiglie sane, o presso individui attaccati da altra malattia, col più evidente pericolo di recar altrui l'infezione, e diffondere il contagio nelle Città; ciò che può succedere assai facilmente anche senza restare affetti eglino stessi. Della qual verità potrà ciascuno essere convinto allorchè rifletta; che ad un individuo che tocchi l'infermo, che tocchi le coperte o le robe di lui, che stia così vicino al malato da trovarsi entro il raggio dell'atmosfera contagiosa, possono assai facilmente appiccarsi i germi o la materia del contagio; che questi germi, questa materia del contagio rimanendo attaccata alle vesti o ad alcuna parte del corpo del detto individuo può esser portata facilmente ad altri e sparsa in altri luoghi, presso famiglie sane, dall'individuo medesimo, senza ch'egli stesso rimanga offeso, quantunque abbia partecipato il primo all'infezione; che detti germi, detta materia appiccata alle vesti dell'individuo od a qualche altro oggetto atto a ritenerla, può in quelle vesti, in quel corpo restar inoperosa ed inerte per più ore, per più giorni, e forse per mesi, se il corpo che la contiene non è esposto all'azione dell'aria libera; così che molti possono avervi impunemente contatto, fino a che ad un cambiamento delle proprie condizioni individuali, o delle circostanze atmosferiche telluriche, quelli ch'erano fin allora rimasti illesi, vengono ad un tratto aggrediti e vulnerati; che nell'ignoranza in cui siamo dalla vera natura del principio contagioso, nell'assoluta impossibilità di conoscere il momento in cui il nostro corpo sia o non sia suscettibile di essere aggredito dal contagio, e quali sieno precisamente le condizioni o circostanze atmosferiche favorevoli al di lui sviluppo, allorchè la malattia esiste ed è riconosciuta contagiosa, dobbiamo sempre temer quel nemico che c'insegue, che ci è dappresso, e che può colpirci quando meno ce l'aspettiamo.
Per le quali cose è d'uopo che le Autorità Sanitarie principalmente incaricate della tutela della pubblica salute a siffatte contingenze seriamente pensino, le quali trascurate possono esser cagione di funestissimi e gravissimi danni.
Mi cade sott'occhio il Regolamento ad uso dell'Intendenza Sanitaria della Città di Marsiglia pubblicato nel 1836, dal quale scorgo stabilite nel proposito con provvido e saggio consiglio le seguenti norme.
«I Medici ed i Chirurghi dell'Intendenza di Sanità di Marsiglia che vogliono mantenersi in istato libero, non entrano mai nella stanza di un malato in contumacia; essi non lo vedono che ad una conveniente distanza. Procurano di riconoscere il di lui stato dalle risposte ch'ei dà alle loro interrogazioni, col mezzo degl'indizj che presenta il di lui aspetto, dal più o meno grande abbattimento delle forze e dagli altri sintomi che in lui riscontrano. Lo fanno spogliare delle vesti, esaminano attentamente lo stato del suo corpo, e specialmente le pieghe dell'inguinaglie ed il di sotto delle ascelle.
Allorchè questi mezzi non bastano per far loro conoscere quale sia la malattia, e per determinare il loro giudizio medico sulla vera natura e indole della medesima; così parimente allorquando giudicano che il malato abbia bisogno di soccorsi manuali di qualcheduno dell'arte, domandano nel loro Rapporto che sia sequestrato presso il malato un altro allievo chirurgo, il quale avvicinandolo, per quindi seguire il corso della di lui contumacia, deve saper render conto dello stato del polso, informare i detti Medici e Chirurghi dei varii sintomi che giugne a discoprire, e somministrare al malato i rimedj che vengono da essi ordinati.
Detti Medici e Chirurghi non entrano mai nel recinto ov'è alloggiato un malato di malattia contagiosa. Essi s'arrestano sempre alla distanza di più che sei metri dalla prima porta; di maniera che si trovano lontani dodici metri almeno dal malato che visitano, il quale si fa vedere, qualora glie lo permetta il suo stato, e parla ad essi senza oltrepassare la barriera di ferro, ch'è posta nel recinto medesimo.
Quando l'ammalato non può sortire dalla sua stanza, i Medici si regolano secondo il rapporto che ad essi vien fatto dall'allievo chirurgo; o in mancanza di questi, da qualunque altra persona destinata in quel recinto per assistere il malato; e dietro le ritratte informazioni prescrivono i rimedii convenienti allo stato dell'infermo.
Le loro visite ai malati di malattia contagiosa, sono fatte regolarmente ogni giorno mattina e sera ad un'ora determinata, affinchè possano più facilmente unirsi agl'Intendenti, che debbono assistere in turno a dette visite; dopo ciascuna delle quali, li stessi Medici e Chirurghi sono tenuti di estendere immediatamente il loro rapporto, e consegnarlo all'Intendente di servizio che si trova presente.
Siccome dal primo momento che vien dichiarato dai Medici esistere nel Lazzeretto una malattia contagiosa, il Capitano del Lazzeretto, il Tenente, e tutti gl'Impiegati dello Stabilimento medesimo sono posti in contumacia; così i Medici ed i Chirurghi non possono più entrare nella casa del Direttore o Capitano del Lazzeretto, nè in quelle degli altri Impiegati assoggettati a quarantena. Il perchè si raccolgono in altra sala, in altri locali liberi del Lazzeretto coll'Intendente di servizio, prima, e dopo le dette visite».
Siffatta pratica cauta e saggia meriterebbe di essere imitata, od almeno gioverebbe che su di essa venisse modificato il sistema vigente in alcuni paesi, per cui ai Medici e Chirurghi è permesso di rientrare in libera comunicazione nelle Città dopo aver avvicinato nei recinti contumaciali di un Lazzeretto sporco malati più o meno gravemente sospetti.
Rimane ancora a far menzione della così detta Botte per le fumigazioni (Räicherungs Tonne), e della maniera di farne gli espurghi.
Spesse volte in circostanze di peste accade pur troppo che famiglie povere, sia ne' sobborghi, sia nelle Città, o abitanti casolari rustici nella campagna, non abbiano che un solo letto comune; o se sono composte da molti individui, più d'uno di essi nello stesso letticciuolo s'accomodino; che manchino di coperte, non avendo che quelle sole d'indispensabile uso; così di vestiti, biancherie e d'ogni altra cosa occorrente; di maniera che se qualcuno di essi si ammala dal contagio, sia che guarisca da quella malattia, o che sopra quello stesso letticciuolo se ne muoja, gli altri individui sani della famiglia, pei quali quel medesimo letto serviva, non ne possono alla lunga far senza, e vinti dalla stanchezza e dal bisogno su di esso ritornano ad adagiarsi, di quelle medesime coperte son costretti valersi, mentre han d'uopo di ripararsi dal freddo durante la notte, e coi vestiti ed altre robe di casa che han servito all'infermo, non tardan molto a mettersi in comunicazione; e così il contagio si diffonde e propaga, nuovo fomite alla pestilenza si appresta, ed il morbo fa rapidi progressi, prima ancora che le Autorità abbiano avuto il tempo di concertarsi sulle misure da prendere per combatterlo, o prima che sien posti in pratica i convenuti mezzi per arrestarlo. Chiaro quindi apparisce di quanta importanza ed utilità sia l'attivazione di un mezzo atto a provvedere senza inconveniente a siffatti bisogni; di un mezzo facile e pronto, a portata di tutti, che valga a distruggere sollecitamente e possentemente il fomite morboso ovunque ne avvenga il di lui sviluppo, che lo attacchi subito ed in ogni luogo lo investa, specialmente nelle case e fra la classe numerosa del minuto popolo, che negli stessi suoi nidi lo perseguiti, lo distrugga prima che abbia il tempo di vieppiù diffondersi e moltiplicarsi, e che per tal modo contribuisca efficacemente ad arrestarne i progressi. A questo può in qualche modo supplire la così detta Botte per le fumigazioni d'espurgo, di cui il Governo Austriaco nell'alta sua provvidenza mandò nel 1827 alle Autorità dipendenti delle sue varie Provincie la descrizione e il disegno; aggiuntavi un'istruzione sulla maniera di farne uso nelle contingenze di peste, e che ora credo utile di qui riprodurre. (V. Fig. N. [IX. X. XI. XII.]).
La massima di attaccare prontamente i germi del contagio, in qualunque luogo ed in qualunque tempo si sviluppano, attaccarli e tentar di distruggerli tanto con misure generali che parziali; dar ai mezzi disinfettanti la maggior possibile diffusione ed universalità; mettere il loro uso a portata delle conoscenze del popolo e della di lui capacità è, secondo me, una massima di così grande importanza ed utilità nelle circostanze di contagio, qualunque ne sia la di lui natura, da non poter essere paragonata nè superata da verun'altra. Se il fuoco si desta in più luoghi minacciando qua e là d'invadere e divampare in incendio, riescirà tanto più facile arrestarlo ed estinguerlo, quanto più prontamente in ciascun luogo minacciato o colpito si accorrerà all'opera con un numero sufficiente di persone e di mezzi adattati allo scopo. Quanto maggiore sarà la massa dei detti mezzi, che verranno all'uopo impiegati; quanto più sollecitamente saranno posti in attività, tanto più presto e con minori danni si perverrà a conseguirne l'intento; e la nascente fiamma verrà ben presto ed in ogni luogo felicemente signoreggiata e spenta. Che si direbbe di un individuo, anzi che non si direbbe, se potendo estinguere prontamente coi soli famigliari suoi mezzi il fuoco che si è appiccato alla di lui casa, in vece che prestarsi immediatamente all'opra, se ne rimanesse spettatore indolente del disastro, attendendo che l'Autorità pubblica incaricata della salvezza di tutti vi provvedesse, mentre intanto l'incendio si avvanzi, tutto invada e consumi? Arrivano le trombe e i pompieri mandati dal pubblico, ma è troppo tardi. Non è più possibile dominare il fuoco. Non si può più salvare la casa. Altro partito non resta che cercar di preservare dal disastro le abitazioni vicine. L'atterramento e la distruzione di quella casa sono compiuti, ed al proprietario che attendeva i soccorsi dal pubblico non rimane se non il rammarico di aversi lasciato sfuggire un tempo prezioso, l'occasion di salvarla. È vero che non in ogni privata famiglia si può sperar di ottenere che gli individui stessi che la compongono a tali ufficii convenientemente si prestino in que' momenti terribili, mentre in essa non vi sono alle volte che donne e fanciulli imbelli, o vecchi impotenti; ma queste eccezioni particolari trattener non debbono dall'applicazione della massima generale, da che si dee dal pubblico apposite persone incaricare che istruiscano le genti del popolo nell'esecuzione di detta pratica, e le dirigano; che tali espurghi domiciliari sorveglino, e sieno nel caso di supplire alla mancanza d'individui idonei in famiglia a fine di praticarli opportunemente.
A. B. C. D. è la Botte per l'espurgo ([Fig. XIII.]) A. B. il fondo della medesima, ([Fig. XIV.]) che deve esser levabile onde poterlo caricare. In esso sono collocati e serrati con una vite di legno sei, otto, o più uncini di ferro da potersi mettere e levare a piacere. Ai detti uncini si attaccheranno gli oggetti da spurgarsi; p. es. in g. un soprabito da uomo; in h. ed i. una coperta da letto, o un materasso; in k. l. due cuscini, in m. un pajo calzoni da uomo; e cose simili. Riempiuta così la botte degli oggetti destinati all'espurgo, proporzionatamente all'ampiezza e capacità della medesima, si attenderà ad assicurare entro essa al punto F. F. una graticola di ferro segnata G. ([Fig. XV.]) al cui margine esterno saranno connesse delle catenelle di ferro ad occhio largo q. q. q. q. q. q. destinate per esser attaccate agli uncini del fondo A. B., e così tener sospesa al punto F. F. la graticola in G. sopraccennata. Detta graticola mentre per i suoi vani lascia passare i vapori gasosi necessarii all'espurgo, serve ad impedire che la fiamma, che tal volta si desta all'atto dell'abbruciamento, si sollevi fino agli oggetti ivi contenuti e li abbruci; così pure a prevenire l'inconveniente, che staccandosi qualcuno dei detti effetti dall'uncino, non cada direttamente sopra la pentola col zolfo acceso e s'incendii, con pericolo di mandar in fiamme tutto l'apparato.
S'intende da se, che gli oggetti da spurgarsi non debbono esser appesi entro la botte in modo da oltrepassare il punto F. F. dove sta la graticola; ma conviene in vece che restino sollevati, e ad una qualche distanza dalla medesima.
Gli oggetti stessi in oltre non debbono esser compressi, nè stretti uno sull'altro entro la botte; ma in vece posti in maniera che vi resti un picciolo spazio libero fra l'uno e l'altro, affinchè il profumo possa meglio penetrare dappertutto ed in tutte le parti entro le pieghe degli oggetti medesimi, e mettersi con esse a contatto. Che se vi fossero più oggetti a spurgare, che capir non potessero entro la botte, nè esser collocati regolarmente, liberi uno dall'altro, sarà meglio spurgarli in più partite, pochi per volta, anzi che ammassarli e premerli entro di essa irregolarmente. È vero che detta operazione esige più lavoro e più tempo, ma è richiesta dalla necessità, e dall'interesse che efficace riesca l'espurgo.
Allorchè la botte sarà così regolarmente caricata, e gli oggetti in essa contenuti difesi dalla graticola, sopra una specie di vasca di legno, o fondo di botte più ampio, con sponda atta a contenere tre o quattro dita d'acqua, ([Fig. XIII.] C. D.) si collocherà nel mezzo un pezzo largo di trave H. I. su cui verrà posta una padella o focaja M. piena di zolfo con coperchio alto di grosso filo di ferro bene assicurato al manubrio o al corpo della focaja medesima. Dei pezzi di carta straccia od altra carta usa verran posti nel fondo di essa, acciò lo zolfo arda più facilmente e completamente. Indi presa la botte così carica, e sollevata, la si porrà colla sua bocca aperta sopra la vasca o fondo C. D. che contiene l'acqua, in modo che la focaja col profumo resti precisamente nel mezzo. Per tal modo è levata ogni comunicazione coll'aria esterna. Col mezzo di un zaffo che si trova nel fondo A. B. ([Fig. XIV.]) si procurerà di quando in quando dar sortita al gas solforoso, che si va sviluppando, e rinnovare l'aria atmosferica. Detto zaffo verrà tenuto aperto per alcuni minuti, indi chiuso.
Per quanto tempo convenga tener esposti gli oggetti da spurgarsi ai vapori del gas solforoso, così chiusi, come si è detto, entro la botte, non è bene determinato. Ciò deve dipendere; 1.º dalla spessezza e grossezza degli oggetti da spurgarsi; 2.º dal grado e qualità della contaminazione. Niente di meno, viene indicato che non occorreranno mai nè meno di una, nè più di sei ore. Nei casi straordinarii ne' quali si credesse necessaria un'azione più potente del mezzo disinfettante, verrà ripetuto il suffumigio ogni 2, o 3 ore, rimettendo ogni volta entro la focaja una nuova dose di zolfo, p. es. altre quattro o cinque oncie. Gli effetti così spurgati si dovranno lasciare per alcune ore all'aria libera, anche ad oggetto che perdano almeno in parte quel forte odore di zolfo che acquistano, che non lascierebbe d'incomodare quelli che sono costretti di farne uso.
Allorchè s'abbiano a spurgar materassi, cuscini od altri grossi oggetti di lana, di penna, di crino, gioverà scucire qua e là alcune parti del sacco, acciò il profumo possa meglio penetrar nell'interno. Però lo stesso Autore dell'istruzione nel primo paragrafo della medesima c'insegna, che l'espurgo col liscivo è il mezzo più facile e più sicuro per distruggere la materia del contagio; e che per tutti quegli oggetti che possono esser lavati senza che rimangano danneggiati, il profumo è interamente superfluo[65].
In vece delle fumigazioni collo zolfo, in alcuni casi gravi potranno adoprarsi quelle col cloro, premesse le necessarie avvertenze riguardo alla maggiore espansibilità di detto gas e la sua qualità di attaccare e distruggere i colori.
Sia coll'uno o coll'altro di detti mezzi che si voglia intraprendere la disinfezione, si dovranno usare molte cautele ed avvertenze nel caricare la botte onde evitare il contatto degli oggetti contaminati; sicchè le persone che a tal ufficio si prestano dovranno durante l'operazione, e prima e dopo di essa, lavarsi spesso le mani ed il viso con una soluzione di cloruro di calce, come fu accennato di sopra. Parimente, come si è detto in altro luogo, si dovrà aver presente, 1.º che l'acido solforoso è tenace, pesante e non ha una certa espansibilità: 2.º che non spurga se non quelle parti colle quali è a contatto; 3.º che assai lentamente e difficilmente penetra fra i corpi che sono strettamente uniti fra loro, e fra quelle pieghe e superficie che giacciono sovrapposte e compresse l'una sull'altra.
Finito l'espurgo, la botte dovrà esser mondata e ripulita per le nuove operazioni.
Le cose dette intorno le botti pei profumi disinfettanti possono esser convenientemente applicate, dietro le nozioni di una pratica illuminata, a qualunque altro spazio chiuso, sia entro la casa stessa, sia fuori di essa a tenore delle circostanze e del bisogno. L'essenziale sta nella sollecita applicazione della massima, nella prontezza del provvedimento generale, per cui i germi del contagio sieno attaccati subito ovunque ne avvenga il loro sviluppo, e si accorra immediatamente coi mezzi più efficaci sui varii punti a combatterli in tutti i luoghi, in tutti i lor nascondigli, ove si ha ragion di supporre che esistano, per cercar di snidarli, renderli inattivi, annichilarli e distruggerli. I felici risultamenti che si sono ottenuti l'anno passato in Odessa dai provvedimenti Sanitarii nella circostanza della peste che si era colà sviluppata con aspetto così minaccievole, sono dovuti forse all'energica e pronta attivazione di questa massima, di questo salutare provvedimento, per cui i germi del contagio vennero ovunque attaccati, perseguitati, e distrutti, senza lasciar loro il tempo di riprodursi e diffondersi; sicchè il micidiale elemento morboso combattuto ovunque valorosamente dalla saggezza de' provvedimenti Sanitarii dovette cedere il campo, fu arrestato felicemente e spento, dopo aver ucciso soltanto circa due centinaja di vittime, mentre in altri simili casi di parecchie migliaja appena solea contentarsi.
Soggiungerò da ultimo alcuni pochi cenni sull'azion sanatrice e disinfettante dell'aria e della luce, distruggendo, o menomando l'azion micidiale de' contagi, e la lor facoltà riproduttiva. Una costante e generale sperienza ci ha dimostrato, che ove l'ossigeno atmosferico può esercitar liberamente tutta la sua azione e tutto il suo potere, il contagio vien meno, e perde la sua facoltà di riprodursi. Quantunque s'ignori come ciò avvenga, come l'aria pura e continuamente rinnovata agisca sui germi del contagio; sia che l'ossigeno per una peculiare affinità chimica li attacchi e li neutralizzi; sia che agendo di concerto colla luce e cogli altri enti imponderabili sparsi nell'atmosfera, li mortifichi e li assopisca, e quindi ridotti in uno stato di assopimento e d'inerzia vengano poi più facilmente dalla corrente dell'aria atmosferica disorganizzati e dispersi; comunque ciò avvenga, è certo, che benefici e depuranti sono sempre gli effetti di un'aria libera e pura, specialmente allorchè agisce congiuntamente alla luce. L'esperienza di molti secoli ha confermato questa verità, ed in mezzo a tante e sì varie bizzarrie della mente de' nostri giorni, non vi ha forse alcuno che abbia osato negarla, nè metter in dubbio che l'aria libera e pura sia il principal mezzo disinfettante. È a questo mezzo principalissimo che noi dobbiamo l'espurgo delle vesti, delle mercanzie, e d'ogni altro oggetto o suppellettile infetti di peste o d'altro contagio che si opera tuttodì nei varii Lazzeretti e Canali di contumacia d'Europa: da questo solo mezzo dipendono gli effetti dello sciorinamento e delle quarantine. È questo il mezzo che prima d'ogni altro si è usato per la depurazione degli oggetti contaminati, e che con generale consentimento si usa ancora in ogni caso di riserve contumaciali. Che se non si sa per anche con precisione di quanto tempo abbisognino l'aria libera e la luce per ottenere la disinfezione degli oggetti contagiati che vengono sottoposti alla loro azione; se supponendosi esser dessa assai lenta si ama di procedere con molta cautela, e mantenere le riserve contumaciali per un tempo forse un po' troppo lungo; da ciò non consegue già che meno certa sia l'efficacia disinfettante di detti mezzi: e resterà sempre egualmente incontrastabile, che l'aria libera e la luce fanno perdere al contagio la sua attitudine d'insinuarsi nell'uomo.
Ove in un villaggio, in una borgata o paese la peste od altro contagio abbia di già tutto invaso, e meni strage in modo da non poter più sperare di dominarlo nè arrestarlo, e fosse minacciato il totale sterminio della detta Città o villaggio, non v'ha a parer mio mezzo migliore di quello di far sortire, per quanto ciò fia possibile, fuori di quel paese tutti i suoi abitanti, e disporre che in luoghi aperti e di libera ventilazione sien collocati. Gli abitanti di Filadelfia che di questo mezzo si valsero per limitare la diffusione entro la Città della febbre gialla che li minacciava di una generale rovina, ottennero non solo lo scopo desiderato, ma un altro grande vantaggio eziandio, quello cioè di salvare la maggior parte degl'infermi; mentre di quelli che furono asportati all'aria aperta non ne morirono che pochissimi: la mortalità fra essi fu undici volte minore di quella che si aveva avuto negli Spedali entro la Città. Nel 1815, allorchè la peste infieriva nella picciola Città di Macarsca in Dalmazia, avendo veduto che a malgrado le maggiori sollecitudini e tutti i provvedimenti usati non era possibile arrestare la diffusione e le stragi del terribile contagio, e che quella misera popolazione ridotta già nello spazio di soli due mesi a meno della metà, in mezzo a patimenti ed angustie da non potersi ridire, era minacciata del suo totale esterminio, proposi alla Commissione Superiore di Sanità, di cui a quel tempo formava parte, l'ardita misura di far sortire dalla Città tutti i superstiti abitanti, e trasportarli nella vicina amena pianura di Bascavoda, cinque miglia distante da Macarsca, ove l'aria è libera e pura, v'ha il mare da un lato e ridenti colline a piè del Biocovo dall'altro; e dove il sole stendendo senza impedimenti gli animatori suoi raggi sopra un delizioso tappeto verde, ingemmato pel vago riflettersi dei puri suoi raggi sopra milioni di piante molli ancor di rugiada, suol concorrere a rendere ognor più ricca di ossigene quell'atmosfera beata, dove tutto spira vita e vigore, e dove lo stesso moribondo si avviva.
Il Governo della Dalmazia nella zelante sua provvidenza avendo favorevolmente accolta la proposizione che dalla Commissione di Sanità gli venne innalzata, spedì a Bascavoda, con tutta quella maggiore sollecitudine che gli fu possibile, un gran numero di falegnami ed altri artefici sotto la direzione dell'abile Ingegnere S.r Pietro Pecota, ed autorizzò la Commissione a provvedere ogni altra cosa occorrente; ed ivi in pochi dì venne eretto in legname un grande Stabilimento, che diviso in separati recinti a guisa di Lazzeretto conteneva circa 200 abitazioni, nelle quali col mezzo di barche a questo oggetto appositamente destinate vennero trasportati quasi tutti i superstiti abitanti di Macarsca. Nella Città non vi restarono che cento persone circa della classe de' cittadini ed impiegati, appartenenti a famiglie sane, 70 militari, e 55 individui delle varie classi i quali avevano già superata la peste, e si trovavano interamente ristabiliti. Tutti gli altri vennero trasferiti nella pianura di Bascavoda. Appena eseguito detto trasporto, la peste, ch'era già in declinazione, cessò quasi intieramente. Fra gli abitanti il campo di Bascavoda, nessuno più s'è ammalato, nessuno è morto. Il contagio colà non comparve minimamente. Solo qualche caso avvenne ancora nella Città. Fu in detto Stabilimento campestre che si vidde per la prima volta ricomparire la serenità e la gioja sul volto dei Macaresi. Ciascuno com'era giunto colà, credeasi già in salvo dai pericolo; e posti in obblio i mali passati, ad altro non pensava che a divertirsi, darsi bel tempo, ed immergere nel piacere la memoria delle passate vicende. Cessata affatto la peste, venne destinata un'apposita Commissione coll'incarico di far eseguire gli espurghi di tutte le località infette, ciò che venne anche felicemente fatto.
Allorchè infieriva il colera nell'Ungheria nel 1831, si è osservato con grande sorpresa andarne affatto illeso ed immune dal contagio un popoloso villaggio di quel Regno posto in mezzo a tanti altri ne' quali infieriva e faceva strage quel morbo, a malgrado che quegli abitanti fossero tutto giorno in libera ed immediata comunicazione colle popolazioni vicine infette. Nelle investigazioni delle cause del singolare fenomeno, trovo esser stato dall'unanime opinione delle persone più dotte ed illuminate del Regno riconosciuto, doversi attribuire la summenzionata sorprendente preservazione ad una gran corrente di aria, da cui per speciali circostanze locali quel villaggio è particolarmente e costantemente dominato. Fenomeni eguali a un di presso si sono pure osservati in Italia al tempo del colera. Sono rimasti qua e là, in tutto o in gran parte illesi dal morbo ed incontaminati, interi villaggi posti in mezzo al divampante contagio, e ciò a malgrado una frequente e libera comunicazione co' luoghi infetti. I preservati si osservarono appunto essere quelli che da una corrente d'aria libera e pura vengono particolarmente dominati. Sull'efficacia dell'aria libera e pura sono pure concludentissime le osservazioni ed esperienze fatte dal S.r Piorry nel colera di Parigi, e riportate dal S.r D.r Meli nella sua Opera sul Colera stampata a Roma nel 1833 p. 292.
La libera ventilazione dell'aria pura sarà adunque da risguardarsi, come il più valido, il più sicuro e più facile mezzo che la natura stessa porge all'uomo per distruggere i germi del contagio sempre disposti a sostare e ad annidare fra le sue vestimenta e le domestiche masserizie ed altri oggetti suscettibili, ed a moderare altresì la gravezza della malattia quando è in corso. Quindi ne' casi di peste o di vicina minaccia di questo come di ogni altro contagio pestifero, dovrà essere specialissima cura del Governo, o di quelli che presiedono alla tutela della pubblica salute istruire le popolazioni sull'efficacia salutevole di questo mezzo, ed esortarle fervorosamente a valersene.
Terminerò questo articolo raccomandando nelle circostanze di contagio, oltre le pronte disinfettazioni, ed i già indicati preservativi; oltre l'aria libera e pura; la nettezza e pulizia delle persone, delle robe, delle case; una vita metodica e regolare; tenersi in guardia ond'evitare qualunque eccesso sì nel mangiare che nel bere e nell'uso di venere; moderazione in tutto, anche nei piaceri; schivare i sconcerti della traspirazione, i rapidi passaggi dal caldo al freddo, la eccessiva fatica del corpo e della mente, e tutto ciò che in qualsivoglia modo può debilitare la macchina e predisporla a contrarre l'infezione. Importa soprattutto aver grand'attenzione di tener sempre bene in assetto e nella normale sua vigorìa lo stomaco, con cibi salubri, buoni, graditi, nutritivi, e di facile digestione adattati alle forze e all'idiosincrasia dell'individuo, animali misti coi vegetabili, con qualche bicchierino di liquore di perfetta qualità nel tempo del pranzo, col caffè, col fumo del tabacco allorchè se ne sia avvezzo, coll'evitare il digiuno e l'astinenza protratti, col non entrare mai a stomaco digiuno in luoghi chiusi dove l'aria abbia perduta la sua verginità, e molto meno dove giacciano infermi, o persone mal sane ed altre simili avvertenze. Lo stomaco è l'emporio del sistema nervoso. Sommi sono i rapporti simpatici fra l'interna e l'esterna superficie del corpo, fra la pelle ed il tubo alimentare. Alterato o debilitato che sia lo stomaco, tutta la macchina è sconcertata; e le funzioni della pelle, che principalmente importa di mantenere in istato normale, sono le prime a risentirsene. Le impressioni morali hanno eziandio una grande influenza sulle funzioni dello stomaco, e sopra tutto il sistema de' nervi. La melanconia, la tristezza, lo scoraggiamento, la paura, ed ogni altro triste patema d'animo, illanguidiscono e sconcertano le funzioni dello stomaco, abbattono la potenza nervosa, ed aumentano per conseguenza la predisposizione individuale a contrarre la malattia. Il perchè giova molto ne' tempi di peste darsi coraggio ed essere intrepido, senza però spingere l'intrepidezza fino all'imprudenza, e fino al segno di mettere in non cale i preservativi. È però più facile il consigliare che il mantenere in que' terribili momenti, la tranquillità dell'animo e l'intrepidezza. La morte con tutti gl'indescrivibili suoi orrori vi circonda da tutte le parti; e non appartiene che al saggio, il quale con una vita virtuosa si è da molto tempo prima preparato a morire, l'attenderla con indifferenza e il vedersela attorno pronta a vibrar su di lui il colpo fatale; e allo stupido che manca di senno, o è incapace di concepire la gravezza del pericolo. Ciò non pertanto convien fare ogni sforzo per procurar di vincere quella pusillanimità e quella paura, che sono per se stesse una malattia, e che predispongono grandemente a contrarre la peste e qualunque altro contagio pestilenziale. Si ommetta affatto d'intervenire ne' luoghi ove v'abbia riunion di molte persone, nei siti affollati di gente, e dove l'aria è poco rinnovata, od inquinata da fetide o disgustose esalazioni. Si eviti di avvicinare i malati senza una reale necessità, e se non siamo a ciò obbligati dai doveri dell'ufficio, da quelli del sangue, dalla religione, dalla gratitudine o dall'amicizia. Dovendolo fare, non si trascurino gl'indicati preservativi, ne se li avvicini con meticolosità, o con paura. Si abbia sempre presente che l'aria libera e pura è il migliore di tutti i preservativi, il vero mezzo salutare e depurante per eccellenza. Si abbia presente alla memoria che ogni contagio ha un'atmosfera contagiosa sua propria; che l'ambito del corpo di ogni ammalato di peste bubonica, di colera, di febbre gialla, di vajuolo, o d'altra malattia di contagio, esala incessantemente un vapore, una specie di traspirazione che si estende fino ad un certo punto; che questo vapore che esala da ogni parte dell'ammalato è ciò che si chiama sfera di attività del contagio, atmosfera contagiosa; che i raggi di questa sfera variano, possono essere più o meno lunghi secondo le circostanze; che nei luoghi chiusi, ed in generale ove manca l'ossigeno, ove non v'ha aria libera e pura, i germi del contagio non soffrono modificazione, restano latenti per un tempo indeterminato attaccati e nascosti entro a' corpi innanimati suscettibili di ritenerli, sempre pronti a svilupparsi e riprodursi tostocchè si presentino favorevoli circostanze.
Toccata così di passaggio anche la parte importantissima che risguarda i preservativi, la quale non doveva entrare nel presente volume, come neppure le altre del diagnostico e delle disinfezioni, e sulle quali, cedendo al desiderio di esser utile, mi avvisai dover anticipare a far di pubblico diritto alcune mie osservazioni, mi rimetterò ora in via, ed il filo riprenderò della Storia.
Continuava la peste fra la truppa Russa, ch'era di presidio in Moldavia e nella Valacchia. Dietro i suggerimenti del rinomato D.r Oréo, i soldati, abbandonate le case de' Cittadini, ov'erano aquartierati, si posero a campo aperto fuori dell'abitato. Il quartier generale di quel corpo d'armata fu piantato a due verste lontano da Bukarest. Pochi giorni dopo accampata la truppa, la peste tra essa minorò d'assai. Il corpo maggior dell'armata comandato dallo stesso generale in capo Conte di Romanzov mantenevasi sano; e siccome lungo la riva destra del Pruth, da quella parte che risguarda la Moldavia e la Valacchia, l'infezione era pressochè generale, tanto fra la truppa che fra gli abitanti del paese; così quel Comandante diresse la sua marcia verso la parte sinistra del detto fiume confinante colla Bessarabia, già quasi deserta; ed altre precauzioni prese per impedire ogni comunicazione, sì co' paesi infetti, e sì con quei corpi di truppa fra' quali serpeggiava il contagio; e le fece osservare con molto rigore. È da notarsi, che per tutto il corso della State, fra i varii corpi componenti la detta grande armata non si è manifestato alcun accidente di peste, malgrado le molte vittorie riportate sopra i Turchi specialmente a Kaul e Larga, ed il ricco bottino fatto dal soldato vittorioso negli abbandonati campi nemici[66]. Verso la fine di settembre (1770), durando per molti giorni un tempo sciloccale e piovoso, si manifestò la peste fra il detto grande esercito, attaccando da prima un corpo di cannonieri, che dopo aver valorosamente espugnato il castello di Ackerman se ne ritornava al campo carico di bottino, seco asportando colle spoglie de' vinti anche la peste. Nè andò molto, che il contagio si propagò in altri corpi d'armata, malgrado tutte le precauzioni.
La peste, dopo aver piantate profonde radici nella Moldavia, estese le sue stragi fino a Chozim, città di confine tra la Moldavia e la Polonia, situata alle rive del Niester. Di là propagossi nella Podolia e nella Volinia, nelle quali Provincie venne recata primamente da alcuni rivenduglioli ebrei, che avendo acquistato molti mobili a Yassy e Chozim, ed in altri luoghi, li rivendettero in Polonia. Dalla Podolia s'inoltrò nel mese di agosto fino a Kiew o Kiovia, città considerevole della Russia europea, nella qual città uccise più di quattromille persone; e dove appunto, come pur troppo suol accadere nelle città maggiori, la peste fu da prima messa in dubbio, nè se ne ravvisò il pericolo che troppo tardi; ed allorquando, divenuta poi grande ed estesa la mortalità, alla cieca fidanza successe ad un tratto il convincimento, e con esso lo spavento generale, il terrore, la confusione, ed il più fatale abbandono di tutte le cose.
In tale stato i più ricchi e potenti e parte delli stessi Magistrati disertarono dalla città, lasciandola in balìa della sorte in uno stato di scompiglio e di desolazione da non potersi ridire. Studenti, mercadanti, operai, e tutti quelli cui le famigliari faccende permettevano di allontanarsi, seguirono il loro esempio, seco portando qua e là il seme del contagio, che per tal modo si sparse rapidamente in varii castelli e villaggi della piccola Russia. Dopo aver infierito colà durante i mesi di settembre, ottobre e novembre, e tolte di vita parecchie migliaja di persone; nel dicembre, al cader delle brine invernali mitigò da sè, e nel successivo gennajo poco a poco scomparve, non solo a Kiew, ma ancora negli altri luoghi infetti di quelle vicinanze. Si accese però di nuovo nella seguente primavera sì a Kiovia, e sì pure a Neskin, mostrando di voler riprodurre le stesse tragiche scene; ma spedito opportunemente colà d'ordine dell'Imperatrice Catterina II.da il General Maggiore Schipow, ed a cura di lui attivate e rigorosamente mantenute ottime discipline e provvedimenti sanitarii, la peste venne subito soffocata, e quel nuovo sviluppo non ebbe da quella parte ulteriori conseguenze.
Imperversando, come si è detto, il contagio a Kiew, e nelle altre località della piccola Russia, nel mese di settembre (1770) si propagò a Braensk e Sewsk, città della gran Russia poste quasi in mezzo tra Kiew e Mosca, ed in parecchi castelli e villaggi che s'incontrano da quella parte; e finalmente nel dicembre dello stesso anno 1770 manifestossi nella città di Mosca.
Della descrizione della Peste di Mosca.
Nel progredire colla stampa di questo primo Volume si è riconosciuto, che ove in esso si avesse voluto comprendere, oltre la Bibliografia, tutta la parte storica fino al 1838, sarebbe risultato il libro di soverchia grossezza, di un formato tozzo, e perciò incomodo a maneggiarsi. Si venne quindi nella determinazione di comprendervi soltanto la parte storica fino alla peste di Mosca degli anni 1770, 71, 72, riportando la descrizione di quella memorabile pestilenza, e la rimanente Storia fino al giorno d'oggi nel secondo Volume che fra breve terrà dietro a questo. Il quale secondo Volume comprenderà in oltre, un Supplemento alla Bibliografia, in cui saranno registrate tutte le Opere più recenti sulla Peste e sulla pubblica Amministrazione sanitaria, e molte altre, delle quali non venne fatto all'Autore di aver conoscenza se non che dopo terminata la stampa dei varii fogli di bibliografia che costituiscono la prima parte del presente Volume; non che un Indice ragionato, il quale agevolerà la conoscenza di tutto ciò che di più rimarchevole e di più interessante trovasi sparso nella storia delle varie pestilenze descritte in questi Volumi. Saranno in oltre riuniti i varii dati sparsi, le analoghe osservazioni delle differenti epoche in un solo prospetto e sotto lo stesso punto di vista, il che potrà forse servire a stabilire alcune verità pratiche e trarre utili conclusioni, le quali non mancheranno di avere una certa utilità all'evenienza de' casi, e segnatamente al manifestarsi improvviso di qualche grave insorgenza morbosa. Confida l'autore che tutto ciò sarà ben accetto e gradito dai leggitori.
SPIEGAZIONE DELLE TAVOLE
1. Coperchio che si apre mediante cerniera nella parte posteriore della macchina.
2. Gola destinata a ricevere il coperchio che va a combaciare in essa.
3. Corpo della macchina.
4. Cassettina per riporvi le mostre.
5. Tavoletta che scende verticalmente incanalata per la separazione interna della cassetta dalla macchina.
6. Tavoletta incanalata orizzontalmente, che si apre per deporre nella cassetta le lettere con mostre, ecc.
7. Portello fermato a susta per cui viene introdotto il vaso fumigatorio.
8. Valvula.
9. Cerniera che unisce il coperchio alla macchina.
10. Telajo con graticcio di giunco o simili su cui vengono poste le carte.
11. Mensolette che servono di appoggio al detto telajo.
12. Listello con sovrapposti uncinetti servienti a ricevere le canne di vetro su cui ponere accavallate le lettere, od altri fogli spiegati.
13. Lenti a mezzo delle quali può guardarsi nell'interno della macchina senza aprirne il coperchio.
14. Coperchio col quale la valvula può, per maggior sicurezza, chiudersi esternamente.
15. Piccolo piano su cui sono fissati i due ritti 16, 16, fermati nella traversa superiore 17, col mezzo delle due viti 18, 18.
19. Vaso di vetro masticiato sopra la piccola asse mobile, 20, che si mette a canale ne' due ritti.
21. Vite di legno co' suoi pani 22, che passano per la traversa superiore 17, e che portano nella loro estremità la traversa mobile 23, che abbraccia i due ritti.
24. Disco di vetro, che serve di coperchio, masticiato sopra la faccia inferiore della tavoletta mobile 23.
25. Astuccio chiuso in cui è contenuta la boccia disinfettante.
26. Astuccio spaccato per mostrare la posizione della boccia.
27. Boccia disinfettante rinchiusa nel suo astuccio, 26, 26, e fermata col coperchio a vite 28.
29. Parte che occupa il miscuglio.
30. Tappo smerigliato della boccia tenuto obbligato dal coperchio 28, 28, e che lo comprime per mezzo dello sughero o cuojetto 31, 31, fermato nel fondo del coperchio potendosi serrare più o meno con la vite 32, 32.
33. Fondo dell'astuccio su cui va incollato un girello di sughero o cuojo per posarvi adagiata la boccia.
Per la spiegazione delle Fig. [IX, X, XI, XII, XIII, XIV, XV], veggasi quanto è detto nel testo alla pagina [769-71].
[ INDICE] DELLE MATERIE CONTENUTE IN QUESTO
PRIMO VOLUME.
Prefazione — pag. [1 e seg.]
PARTE PRIMA.
Bibliografia — » [1] a 181
Opere sulla peste in Latino — » [1] a 79
— — in Italiano — » [80] a 99
— — in Francese — » [100] a 118
— — in Tedesco — » [119] a 167
— — in Inglese — » [168] a 178
— — in altre lingue — » [179] a 181
Osservazioni ed avvertenze sulle premesse Notizie bibliografiche — » [182] a 202
Utilità che si può ritrarre dalle dette Notizie bibliografiche — » [185] e seg.
Storici e Filosofi Greci e Latini che trattarono della peste e ne riconobbero la contagione — » [189]
Più chiare idee sulla peste, e sui mezzi di ripararsi da essa, dovute agli autori del secolo XV. e particolarmente a quelli del secolo XVI. — » [190] e seg.
Ridicole opinioni di alcuni medici del secolo XVII. intorno la peste — » [191] e seg.
I morbi contagiosi confusi coi morbi epidemici. — Autori che si occuparono di proposito di questa materia gravissima — » [192]
Autori che oppugnarono la comunicabilità della peste — » [195] e seg.
Autori pratici, ch'ebbero a trovarsi in occasione di peste. — Loro preferibilità — » [195] e seg.
Uomini celebri, che senza esser medici hanno dato al pubblico trattati e descrizioni sulla peste di un merito superiore a quello di molti medici — » [198]
Storici e Cronologisti della peste — » [199]
Regolamenti Politico-Sanitarii particolari delle varie Città e Governi. — Ragioni per le quali si crede non doverne dare un giudicio. — Avvertenze generali nel proposito — » [199] a 202
PARTE SECONDA.
Serie Cronologica di tutte le pestilenze memorabili, dai più remoti tempi fino al presente — » [205]
PRIMA EPOCA.
Anni del Mondo secondo l'Era la più comune. — » [209]
Descrizione delle pesti di questa prima epoca — » [209] a 221
Descrizione della peste di Egina riferita da Ovidio (Metamorph. VII.) — » [211] e seg.
Descrizione della peste di Troja agli anni del Mondo 2750 regnando Laomedonte, lasciata da Seneca nell Edipo — » [215] e seg.
Prima peste in Italia, di cui la Storia ci abbia conservato memoria nell'anno del mondo 2778 — » [219]
Celebre pestilenza che desolò la Giudea agli anni del Mondo 3017 sotto il regno di Davidde, di cui parlano le Sacre carte — » [220]
SECONDA EPOCA.
Anni della Fondazione di Roma avanti Gesù Cristo. — » [221]
Singolare descrizione di una pestilenza che afflisse Roma nell'anno 282 della sua fondazione, sotto il Consolato di Pinario Macerino, di cui parla Dionigi d'Alicarnasso; versione di Francesco Venturi — » [224]
Celebre peste di Atene degli anni di Roma 323; avanti G. C. 431 — » [227]
Bellissima descrizione che di questa peste ci ha lasciato Tucidide (de bello Peloponnesiaco, lib. II. cap. 48, lib. III. cap. 80) — » [228] a 238
Altra descrizione della stessa peste di Atene, di Lucrezio Lib V. v. 1123 — » [238] a 244
Descrizione fatta dal poeta Silio Italico, che visse nel primo secolo dell'Era Cristiana, della fierissima pestilenza che agli anni di Roma 541, avanti G. C. 213, travagliò l'armata Cartaginese nelle Sicilie avanti Siracusa, e di cui parla Tito Livio, Decad. III. Lib. 5 — » [249] e seg.
Peste terribile che agli anni di Roma 628, avanti G. C. 126, desolò la parte settentrionale dell'Affrica, nota sotto la denominazione di costa della Barbaria, e vi fece perire, secondo Orosio, ottocentomille persone nella Numidia, e duecentomille nelle provincia della costa marittima Cartaginese e Uticense — » [252] e seg.
Peste fra l'esercito di Mitridate in Asia agli anni di Roma 680, av. G. C. 74, da cui, secondo Appiano Alessandrino (de bello Mithridatico), perirono più di cento ventimille persone — » [255]
Fierissima peste della Tessaglia, provincia della Macedonia, preceduta da terribile epizoozia, agli anni di Roma 705, avanti G. C. 49 — » [254]
Descrizione di questa peste data da Lucano, Lib. VI. v. 80 a 105 — » [ivi] e seg.
Pestilenza insorta fra l'armata Romana che formava parte della spedizione contro i Parti, attribuita alla fame, di cui parla Appiano (de Bello Parth.) — » [255]
TERZA EPOCA.
Era Cristiana.
Secolo I.
Menzione delle pestilenze di questo primo Secolo — » [256] e seg.
Peste sotto Nerone negli anni 65 e 66 di G. C., 819-20 di Roma, da cui perirono nella sola città di Roma oltre 30,000 persone — » [ivi]
— sotto Vespasiano agli anni 72 dell'E. C. al tempo dell'assedio e distruzione di Gerusalemme — » [257]
— micidiale e così fiera a Roma, all'anno 80 dell'E. C. regnando Tito, che pervenne ad uccidere fino dieci mille persone al giorno, secondo Svetonio — » [ivi]
Secolo II.
Pesti del Secolo II — » [258] a 262
Feroce pestilenza che desolò l'Italia, e Roma singolarmente sotto l'Impero di Marco Aurelio nell'anno 170 dell'E. C. Essa durò tre anni, e fu una delle più memorabili della Storia — » [258]
Descrizione di detta pestilenza. Galeno che s'attrovava a quel tempo a Roma fu preso da tanto spavento che se ne fuggì a Pergamo — » [259] e seg.
Salona, Nona, e Scardona, città una volta considerevoli della Dalmazia, ora semplici borgate, nel detto anno 170 di Cristo, nel tempo della guerra dei Romani contro i Marcomanni, sono rimaste quasi distrutte dalla peste — » [274]
Altra peste violentissima desolò Roma sotto l'Impero di Commodo agli anni 188-89 dell'E. C. in cui per certo tempo morivano fino due mille persone al giorno. Fu questa la prima circostanza di peste, in cui i medici consigliarono gli odori, e di portar adosso sostanze odorose per preservarsi e purificare l'aria, ma senza alcun effetto — » [261]
Secolo III.
Menzione delle pesti del Secolo III — » [262] e seg.
Nuova peste in Italia, e Brescia afflitta principalmente nell'anno di G. C. 216 — » [262]
Sotto l'Impero di Gallo e Volusiano, agli anni 254-55 dell'E. C., l'Italia fu travagliata di nuovo dalla peste, che desolò Roma e quasi tutte le provincie al Romano Impero soggette. Durò con eguale sevizie due anni, e, secondo alcuni, serpeggiò qua e là per dieci, fino a che nel 263 sotto Galieno la peste imperversò più forte, e la fame ed i terremoti si combinarono a desolare parecchie provincie Romane. Nello stesso anno Alessandria di Egitto fu pur dalla peste travagliata fino agli estremi — » [262] e seg.
Peste in Oriente sotto Diocleziano nell'A. 295 E. C. accompagnata da vasti carbonchi, e nella quale il veleno pestilenziale soleva scaricarsi negli occhi, di maniera che quelli che scampavano dalla peste, per lo più restavano ciechi — » [263]
Secolo IV.
La Storia delle pesti di questo secolo è avvolta in densa caligine. Ammiano Marcellino fa menzione di una pestilenza fra la truppa nella Mesopotamia, sotto Amida assediata dai Persi. Il P.re Kirchero e Lebenswaldt fanno menzione di altre pestilenze negli anni 512, 554, 577, dell'E. C., ma se vera peste fossero state effettivamente le dette malattie, e se ed in quanto abbiano esse realmente esistito non è ben chiaro, non facendone gli altri storici menzione alcuna — » [263] e seg.
Secolo V.
Menzione delle pesti di questo Sec. — » [264] e seg.
Peste accompagnata da sintomi singolarissimi, che si sviluppò nell'Asia minore agli anni di G. C. 454 e continuò nel 455; si propagò nella Palestina, e di là fu trasportata in Europa ed attaccò la città di Vienna — » [264] e seg.
Secolo VI.
Pesti del Secolo VI — » [265] a 276
Descrizione della terribile peste di Costantinopoli sotto l'Impero di Giustiniano, nell anno 542 dell'E. C. Fu questa una delle più memorabili e perniciose che ricordi la Storia. Il numero de' morti, secondo Evagrio e Procopio, giunse a Costantinopoli fino a dieci mila al giorno. Si propagò in quasi tutto l'Oriente e nell'Occidente; invase l'Italia, la Germania, la Francia ed altri paesi, e durò 32 anni, secondo gli storici, devastando gran parte della terra — » [266] a 271
Peste desolatrice nella città di Zara che durò tre mesi nell'anno 548 di G. C. — » [274]
Dall'anno 542 al 590 dell'E. C. la peste divenne quasi indigena in Francia e in Italia — » [275] e seg.
Nuova peste in Dalmazia, e segnatamente nella città di Zara nell'anno 588 di Gesù Cristo — » [274]
Negli anni 588-89-90 dell'E. C. peste in quasi tutta l'Italia, a Roma particolarmente, memoranda per le sue devastazioni e singolarità de' suoi sintomi, non che per gli usi ed istituzioni cui diede motivo; usi ed istituzioni che sussistono tuttora. Vittima di essa perì il Pontefice Pelagio II. Questa stessa invase la Spagna, e la Francia, e ridusse deserti intere Città, tra le quali Marsiglia — » [274] a 276
Secolo VII.
Menzione delle pestilenze del Secolo settimo — » [276] a 278
In questo Secolo sì Roma che tutta l'Italia travagliate più volte da fierissimi morbi epidemici preceduti da cruda fame, da straordinarie innondazioni, da terremoti, da tempeste spaventevoli che concorsero ad accrescere la tristezza e lo spavento delle popolazioni. Alcuni autori annunciano questi morbi qual vera peste orientale, altri come morbi epidemici di diversa natura, e dietro altre memorie sembra che nel maggior numero dei casi fosse stata la lepra, o elefantiasi contagiosa — » [ivi]
Nel 618 dell'E. C. vi fu vera e fierissima peste in Germania, e nel 640 a Costantinopoli — » [277]
Secolo VIII.
Menzione delle pesti dell'ottavo Sec. — » [278] a 280
Peste così desolatrice a Brescia e suoi contorni nell'anno 709 dell'E. C., che i morti giacevano insepolti sulle strade e nelle case; il perchè ogni famiglia fu incaricata di seppellire i suoi — » [278]
Costantinopoli assediata dai Saraceni, fu dalla fame e dalla peste così travagliata nell'anno 717 di G. C., che vi perirono trecentomila persone — » [ivi]
Memoranda pestilenza, che afflisse Costantinopoli e quasi tutto l'Oriente sotto Leone Isaurico agli anni di G. C. 745-46-47. Travagliò la Grecia, le Sicilie, le Calabrie e molte altre Provincie — » [279]
Pavia, l'antica Capitale del Regno dei Longobardi, afflitta nell'anno 774 di G. C. da crudelissima fame, essendo stretta d'assedio da Carlo Magno. Alla fame ben presto tenne dietro la peste. Forse essa altro non fu che una malattia tifica prodotta dallo scarso e cattivo alimento — » [279] e seg.
Peste nuovamente a Costantinopoli, sotto l'Imperatore Costantino Copronimo che ne rimase infetto nel tempo della spedizione da lui intrapresa contro i Bulgari, e vi morì il giorno 14 settembre 775 di G. C. — » [280]
Secolo IX.
Pesti del Secolo nono — » [280] a 281
Al principio di questo Secolo, e precisamente nell'801 la peste desolò l'Italia, la Germania e la Francia, preceduta da spaventevoli terremoti — » [280]
Agli an. 811-12 dell'E. C. terribile pestilenza presso che universale. Inferocì particolarmente a Costantinopoli, dove i morti restavano insepolti per non trovarsi più chi li sotterrasse — » [ivi]
Nell'820 la peste fra gli uomini ed un morbo pestilenziale fra gli animali fecero orrende stragi in tutta la Francia — » [281]
In Inghilterra la peste nell'anno di G. C. 865 fu preceduta da un'immensa quantità di locuste, che hanno distrutto le biade e cagionato la fame — » [ivi]
Agli anni 889 e 90 l'Italia provò ad un tempo tutte le sventure della guerra e della peste — » [ivi]
Secolo X.
Pesti del Secolo decimo — » [282] a 284
Negli anni 910-11 e 12 dell'E. C. fiera peste a Costantinopoli. Si riprodusse nel 920 con tanta forza che uccise, secondo il Lebenswald, da 500 mila persone — » [282]
In questo Secolo la peste si appiccò due volte a Venezia, cioè nel 938 e 989, e vi operò orrende stragi — » [282] a 283
Milano nell'anno 964 fu travagliata dalla peste così fieramente, che secondo Bernardino Corio, era ridotta a pochissimi abitanti, ancorchè fosse una delle città più popolate e fiorenti — » [282]
Introdotta la carestia in Italia nel 983, a questa succedette la peste nel 984 che imperversò fierissima nei successivi anni 985 e 86. In detti tre anni, le calamità della fame, della peste e della guerra si combinarono unite a spopolare questo importante paese — » [283]
Agli stessi anni la medesima pestilenza travagliò la Germania, preceduta da estremo freddo, per cui gelarono i fiumi e con essi i pesci — » [ivi]
Nel 990 peste a Cattaro in Albania, nella quale colla famiglia Leghletta perì Bastardo Re di Servia — » [284]
Secolo XI.
Pesti del Secolo undecimo — » [284] a 287
Venezia nell'anno 1006 afflitta dalla peste, che le recò gravi danni; e nell'anno susseguente parecchie altre città d'Italia, fra le quali Bologna e Modena, ove fu grande il numero dei morti — » [284]
Nuova peste a Venezia nel 1012; e nel 1013 in varie altre città d'Italia, e così micidiale, che quelli che n'erano colpiti morivano quasi improvvisamente. Un fuoco interno divorava loro le viscere, ed una diarrea straordinaria li traeva in brevi istanti al sepolcro — » [285]
La peste nel 1016-17 fu quasi generale in Europa, ma desolò specialmente l'Italia, dove, volendo dar fede al Platina, il numero de' morti superò i superstiti. — La peste ridotta da alcuni anni quasi permanente in Italia, vi si riaccese nel 1022 con istraordinario furore, e contemporaneamente in Costantinopoli e in diversi altri paesi di Europa — » [ivi]
Peste pressochè generale in Europa nell'anno 1065 accompagnata dalla fame — » [286]
— nel 1085 in Ungheria e nella Dalmazia; la città di Zara ne fu presa, ma il morbo in Dalmazia non si estese gran fatto, mentre in Ungheria fece molto danno — » [ivi]
Peste negli anni 1093-94 in Francia, in varie parti d'Italia, e della Germania. In Italia e nella Germania epizoozie sterminatrici; in Inghilterra inondazioni strabocchevoli accrescevano la miseria e la desolazione di quelle popolazioni. — Nel 1098 il morbo pestilenziale si riprodusse in Germania, ed ivi scaricò tutto il suo furore facendovi orribili strazii. Vi ebbe pure di nuovo l'epizoozia. A vizio dell'aria, secondo l'opinione di que' tempi, si attribuì la grande mortalità dell'una e dell'altra specie — » [287]
Nello stesso anno 1098 l'esercito Cristiano delle Crociate trovandosi stretto di assedio in Antiochia, venne quasi distrutto dalla fame e dalla peste — » [ivi]
Secolo XII.
Pesti del Secolo duodecimo — » [287] a 289
Peste in Inghilterra nel 1103, preceduta da morbo pestilenziale fra gli animali — » [287]
— devastatrice in Italia, nel 1119, preceduta e susseguitata da freddo eccessivo, da calori intollerabili, da terremoti spaventevoli — » [287] e seg.
Agli anni 1125-26-27 la Germania fu in particolare travagliata dalla peste, propagatasi quasi generalmente in tutta Europa, cagionando immensi strazii fra le differenti nazioni, afflitte contemporaneamente da fame e da guerra in cui gran parte delle potenze di Europa trovavasi avvolta — » [288]
Nel 1135 la peste si sviluppò nell'Insubria, ossia in quella parte del Milanese conosciuta sotto questo nome, e vi recò molti danni — » [ivi]
Peste fra l'esercito di Federico Barbarossa, allorchè nel 1167 portava le sue armi contro Roma — » [289]
— fra la truppa dell'Imperatore Enrico VI allorchè assediava la Città di Napoli nel 1193 — » [ivi]
Secolo XIII.
Pesti del Secolo decimoterzo — » [289] a 293
Peste fierissima in Siria, appiccatasi all'esercito di Balduino nell'anno 1202 — » [289]
— egualmente fiera, che desolò nello stesso anno la città di Zara, assalita e presa in quel tempo dai Veneziani — » [289] e seg.
Peste nel 1218 fra l'esercito delle Crociate, che assediava Damiata in Egitto — » [290]
Nell'anno 1225, la peste si sviluppò nella città di Bologna, si riaccese nel 1227, e spense la maggior parte degli abitanti di quella illustre città — » [290] a 291
Desolò Roma negli anni 1231-32-33. Il Tevere, avendo per grande spazio allagata la campagna, accrebbe le miserie e le devastazioni del contagio. Fu tale la violenza del morbo, che fra dieci infetti appena uno se ne salvava — » [291]
In Grecia, in Italia, in Francia v'ebbe negli anni 1242-43, peste micidiale ed atroce. Invase l'esercito di S. Luigi Re di Francia, mentre inseguiva l'armata di Enrico III — » [292]
Si apprese di nuovo alle falangi di quel Principe nel tempo della sua spedizione contro l'Affrica, e particolarmente alla truppa che assediava Tunisi. Vi fu colpito lo stesso S. Luigi che morì il 25 agosto 1270 — » [292] a 293
Nell'anno 1288 la peste riprese novelle forze, desolò e distrusse gran parte d'Italia sotto il Pontificato di Nicolò IV. Il Pontefice si chiuse nel suo palazzo durante la pestilenza, nè ommise perciò le cure ch'ei doveva al governo de' suoi popoli. Si nota, che servendo alle opinioni di que' tempi, faceva accendere continuamente grandi fuochi ne' cortili del suo palagio e ne' suoi appartamenti — » [293]
Secolo XIV.
Pesti del Secolo decimo quarto — » [293] a 327
Peste del 1301 divenuta famosa stante il pietoso affetto e lo zelo con cui S. Rocco servì i malati di Piacenza in Lombardia — » [295] e seg.
Fierissima pestilenza agli anni 1316-17 che invase l'Italia, imperversò in Lombardia, e specialmente in Brescia. Nè si limitò all'Italia, ma travagliò fieramente anche le provincie settentrionali di Europa, la Germania, l'Olanda, le Fiandre, il Belgio, la Polonia, ed altre. Riferisce il Bugati essere morti circa un terzo degli abitanti de' paesi che ne furono infetti — » [294] e seg.
L'anno 1335 è celebre negli annali del Mondo per la quantità incredibile di cavallette che coprirono la terra e devastarono i seminati. Alla putrefazione, per la gran copia di quegli animali, aggiuntivi li strazii della fame, v'ebbe pur assai onde predisporre gli uomini alla peste; da cui in quest'anno venne afflitta gran parte di Europa — » [295]
Nel 1340 la peste involò alla Toscana il sesto circa della sua popolazione, secondo il Rondinelli ed il Corio — » [295]
In questo stesso anno vi fu la peste a Sebenico in Dalmazia — » [296]
Regnò la peste in Francia nel 1342. Si accusarono allora gli Ebrei di aver avvelenati i pozzi. Ciò bastò perchè il popolo si scagliasse con furore contro di loro — » [ivi]
Nel 1343 Venezia fu di nuovo afflitta dalla peste — » [ivi]
La celebre Peste nera, la più terribile che sia stata mai ricordata. Tale sciagura non fu mai nè più generale nè più atroce. Descrizione di questa peste che cominciò nel 1345, imperversò in Italia particolarmente nel 1348, e terminò solo nel 1363, dopo aver distrutto, giusta il computo degli storici più accreditati, tre quinti di abitatori di tutta l'Europa — » [296] e seg.
Fra le molte città d'Italia invase dal morbo nell'anno 1348 fieramente ne fu presa Firenze, e Giovanni Boccaccio con molta eloquenza ne fece la Descrizione (Decamerone Giornata I.ma) — » [298] a 313
A questa stessa età funestissima, cioè nel 1348, la peste si è manifestata anche a Spalatro in Dalmazia, e vi fece progressi così rapidi e terribili, che distrusse quasi tutti gli abitanti di quella città e lo stesso zelantissimo Arcivescovo Cucari — » [313]
Descrizione latina di questa peste fatta a quel tempo da un individuo della famiglia a Cuteis di Spalatro, che ritiene forme solenni ed energiche di verità — » [314] a 317
A questi stessi anni 1348 e 49 peste a Zara, dove regnava contemporaneamente ferocissima epizoozia, e nella città di Ragusi — » [316] e 17
Cenni sulla durata, e sulla mortalità prodotta da questa memoranda pestilenza nelle varie città d'Italia, di Francia, ec. nel corso degli anni 1346-47-48 — » [317] e 318
Modo di sua propagazione, sintomi che l'accompagnavano — » [318] a 320
Cause che furono attribuite a questa pestee — » [321]
Bizzarra opinione del Collegio di Medicina di Parigi di quel tempo, per ispiegare il fenomeno di sì terribile e general pestilenza — » [321]
Dominato tutto questo secolo da fierissima peste, ne andò presa ora una parte ed or l'altra del mondo abitato. Le città di Venezia e di Genova furono spopolate per essa nel 1377. Venezia fu invasa di nuovo nel 1381; il contagio continuò nel 1382 e vi recò gravissimi danni. Fra gli altri morì il Doge Michiele Morosini. Nello stesso anno divampò con grande rovina nella città di Bologna, e ne' paesi circostanti; devastò la Boemia, e la città di Praga particolarmente. Nel 1383 penetrò di nuovo a Firenze. Nel 1390 dominò in Francia, e si riaccese di nuovo in Italia, e segnatamente nella Romagna. Dalla Romagna il contagio fu portato di nuovo a Venezia nel 1391 dai bastimenti. Da Venezia a Verona e a Brescia; ed allo stesso tempo travagliò varie provincie della Germania. Nel 1399 e 1400 si sviluppò di nuovo nella Lombardia; a Firenze, a Siena, a Roma, ed in parecchie altre delle principali città e paesi di Italia. Roma fece immensa perdita di persone, tra le quali moltissimi pellegrini ed altri forestieri ivi accorsi pel Giubbileo — » [322] e seg.
Nel 1400 la peste invase la città di Ragusi; fu fierissima e durò due anni — » [325]
Secolo XV.
Pesti del Secolo decimoquinto — » [326] a 345
Peste in Spagna nel 1415 che desolò quel Regno per varii anni consecutivi — » [326]
— a Ragusi nel 1416. In due mesi, o poco più, il contagio uccise 3800 circa di quegli abitanti — » [ivi]
Nel 1420 Ragusi fu di nuovo invasa dal contagio, ma Giacomo Gondoaldo Ferrarese, allora medico in condotta a Ragusi, avendo suggerito il preservativo e la precauzione di separare gl'infetti dai sani, si ottenne, che la peste recasse pochissimi danni — » [327]
Lo stesso avvenne nel 1430; in cui introdotta la peste in Ragusi da Trebigne, paese Turco confinante, a merito dei saggi suggerimenti del suaccennato medico Gondoaldo, pochissime furono le vittime del contagio — » [329] e seg.
Articolo latino sopra Giacomo Gondoaldo nella serie degli uomini illustri — » [ivi]
Curzola in Dalmazia colta nel 1428 da peste così terribile e micidiale, che distrusse interamente quella popolazione composta di oltre 7000 persone. La città andò deserta, nè mai più si ripopolò, contando ora appena 1000 persone — » [328]
La Lusitania propriamente detta, cioè il Portogallo, l'Estremadura, e la vecchia Castiglia, furono nel 1436 miseramente devastate dalla peste, che vi durò più anni. Il Re Edoardo, che si era ritirato nel Monastero di Thomast, prese il contagio da una lettera da esso incautamente aperta, la quale se gli fece pervenire coll'espresso divisamento di appiccargli la peste, e vi morì da quella il dì 9 settembre 1458 — » [331]
Nuova peste a Ragusi nel 1437 così micidiale e violenta, che in soli tre mesi spogliò quasi intieramente di abitatori quella città. La maggior parte però de' patrizii e considerevole numero di altre persone, si sono salvate, essendosi sottratte colla fuga a tale calamità, ritirati i nobili a Gravosa, e gli altri in altri luoghi al primo scoppiare del morbo — » [331]
Nel 1438 la peste estinse ancora gran numero di abitanti a Venezia sotto il Dogado di Francesco Foscari. Il contagio penetrò in questo stesso anno in parecchi altri paesi d'Italia; si propagò in Francia, in Germania, in Inghilterra. Tanto in Italia, che in varie parti dei sopraccennati Regni, continuò negli anni 1439 e 40. La peste di Brescia nel 1439 aveva per sintomo particolare un profondo letargo. I malati dopo un apparente sonno di due o tre giorni si destavano, ricadendo poi tra poco in agonia. Nel 1440 fece orrendo strazio a Basilea, dove a quel tempo tenevasi il famoso Concilio. Parecchi di que' prelati ed altri padri insigni della chiesa vi perirono. Enea Silvio Piccolomini poi Pontefice sotto il nome di Pio II fu pure attaccato e vi guarì. Egli descrisse quel contagio in un singolare suo libro — » [332] a 334
Negli anni 1448-49-50 quasi tutta l'Italia e in particolare il Milanese, fu soggetta a pestilenza, che si mantenne fierissima. Nello stesso tempo in Dalmazia, in Germania, in Francia, in Spagna il contagio imperversò ferocemente. Si pretende che nel 1450 esso uccidesse quarantamila persone nella sola città di Parigi in due mesi. Era accompagnato da sintomi terribili. Lo spavento invadeva tutti gli animi, anche i più coraggiosi e fermi, di maniera che non permetteva loro di vedere altri oggetti che una morte inevitabile — » [334] e seg.
Peste a Erfurt nella Sassonia nel 1453 — » [335]
— in Dalmazia negli anni 1455 e 56 — » [336]
Pestilenza di un indole singolare che si è sviluppata in Germania nel 1460, la quale uccideva irremissibilmente gli uomini robusti, meno le donne, e molto meno i fanciulli — » [336]
La peste ricominciò a Ragusi nel 1464; continuò nei successivi due anni 65-66. Nel maggio 1466 il Senato di Ragusi decretò l'erezione di un Lazzeretto vicino alla città, che accogliesse le merci sospette provenienti dalla vicina Turchia, ed è quello che sussiste tuttora — » [337]
Calori straordinarii ed eccessivi, lunghe siccità, tempeste desolatrici, ed immensa quantità di insetti devastatori cagionarono la perdita dei ricolti nell'anno 1473, cui è succeduta crudelissima fame. Alla fame venne dietro la peste, che desolò in detto anno l'Italia. O non bene estinta o riprodotta infierì di nuovo nell'anno 1475. Si ampliò nel 1476; anno considerevole pel continuo piovere dirottamente, per tempeste spaventevoli ed inondazioni, bersagliò fieramente la città di Roma e fece stragi a Marsiglia. Fu in diminuzione nel 1477. Prese nuova forza nel 1478 e nel 79; e la maggior parte dei paesi d'Italia fu vessata crudelmente. Firenze in ispecieltà, dove si contavano più di 500 morti al giorno, Venezia pur ne fu presa, e nel corso di detta pestilenza perdette da circa 50,000 abitanti, Brescia 20,000, e così altri luoghi — » [337] a 339
Nel 1480 la peste fu portata a Ragusi dalla Sicilia col mezzo di alcune balle di cotone infetto, e vi durò tre anni — » [339]
Negli anni 1482-83 vi ebbe pur peste in Francia. I sintomi più comuni di questa peste erano la frenesia e l'avidità di acqua; di maniera che i malati si precipitavano dai tetti, e si gittavano nei fiumi e nei pozzi per l'avidità del bere. Alli stessi anni la peste travagliò anche la Germania e Norimberga in particolare — » [340]
Guerra e peste terribili afflissero di nuovo l'Italia agli anni 1485-86. Venezia e Milano in ispecieltà. A Venezia la peste cominciò nella state, infuriò nell'autunno, continuò tutto l'inverno, e non cessò che nella seguente primavera. A Milano involò in detti anni 85 86 cento trentasette mila persone, secondo Bernardino Corio. Forse questo numero è esagerato — » [340] e seg.
Nel 1486 l'Inghilterra fu terribilmente afflitta da quella specie di peste, o morbo epidemico, conosciuto sotto il nome di Sudor Anglico, dal quale fra cento malati uno appena salvavasi. Dall'Inghilterra passò nel Belgio, nella Francia, nella Germania, dove invase principalmente le provincie del Reno. Il principio di questo morbo singolare rimonta al 1483, e dopo il 1551 non si è più osservato — » [341]
Nel 1495 vi ebbe peste nell'Austria inferiore — » [ivi]
Portatosi Bajazet gran Signore de' Turchi nel levante nel 1500, ed accintosi all'espugnazione di Modone, Corone, Navarino e Corinto, dove allora regnava la peste, i Greci per salvarsi dal barbaro furore de' Saraceni abbandonarono la loro patria, e si sparsero per l'Italia, per la Sicilia, a Ragusi, a Zara e in varii paesi della Dalmazia. Questi fuggitivi apportarono in detti luoghi la peste — » [342]
Nello stesso anno 1500 l'Inghilterra travagliata nuovamente dal Sudor Anglico vi perdette da circa 30,000 persone — » [343]
Secolo XVI.
Pesti del decimo sesto Secolo — » [343] a 372
Peste ad Aix ed in altri luoghi della Provenza in Francia nel 1502, e contemporaneamente nella Puglia. — Da Barletta fu portata nel 1503 nell'isola di Calamata appartenente alla Repubblica di Ragusi. Da Alessandria d'Egitto fu portata a Giuppana nel territorio della stessa Repubblica, ma per le buone guardie, dice lo storico, non prese nella città — » [343] e seg.
Negli anni 1504-5-6. La peste fece stragi a Marsiglia e suo territorio. Essa è succeduta ad ardentissimi calori e ad un'estrema penuria di biade — » [344]
Fierissima peste sterminatrice regnava in Bossina, Erzegovina, ed Albania Turca negli anni 1506-7. Agli stessi anni continuava, o s'era riprodotta in Puglia. I Ragusei in mezzo a tanto incendio avendo cautamente provveduto alla loro difesa, si preservarono. I Magistrati che presiedevano al Governo di Cattaro, meno cauti o meno fortunati, videro quel paese in preda alla peste che recò grande mortalità. In cinque giorni morirono più di 400 persone nella città. Si sparse ben tosto ne' villaggi circonvicini — » [345]
Peste terribile e devastatrice nella Carniola all'anno 1509 preceduta da spaventevole terremoto — » [ivi]
Nel 1510 infierì la peste in Francia, e particolarmente a Parigi, togliendo di vita le persone in brevissimo corso di malattia, o improvvisamente a guisa di fulmine. I sintomi che per l'ordinario l'accompagnavano erano veementissimo dolor di testa con vertigine, e vasti carbonchi sotto l'orecchia. Le sottrazioni sanguigne e i purganti riescivano costantemente dannosi; i così detti cordiali utilissimi — » [346]
Ripullulata la peste in Italia nell'anno 1522, si propagò rapidamente in parecchie città e paesi di quel Regno, e durò più anni. Incrudelì specialmente a Roma, dove erano state trascurate le necessarie precauzioni per arrestarla, o praticate troppo tardi, e ciò perchè il Pontefice Adriano VI. allora regnante, il quale non era d'Italia, aveva la falsa opinione, che tutte le precauzioni di Sanità ed i Lazzeretti altro non fossero che superstizioni e riscaldi delle menti Italiane — » [347]
Si riprodusse a Roma nel 1527, continuò nel 1528, e vi fece gravissimo danno fra gli abitanti non solo, ma anche fra le truppe Tedesche e Spagnuole venute in Roma col Marchese del Guasto — » [353]
Nel medesimo anno 1524 presa dai Milanesi Biagrassa, dov'era incominciata la peste, fu colle cose saccheggiate portata a Milano. Ivi si ampliò e tolse di vita 50 mila persone — » [347]
Continuò ad imperversare nel 1525 nei paesi situati lungo le sponde del Ticino e del Pò. La mortalità fu immensa. Si narra che sia perito un terzo di quegli abitanti. Se ne attribuì la cagione alla quantità di cadaveri insepolti, che rigettati dalle acque sulle sponde degli stessi fiumi ov'erano stati immersi, ivi continuarono il loro corrompimento — » [348]
Nello stesso anno 1524 la peste si spiegò di nuovo in Germania, e travagliò in ispecial modo Vienna, Norimberga ed Augusta — » [347] e seg.
Regnando nel 1526 la peste in Ancona, i funesti semi furono di là portati in Ragusi col mezzo di alcune mercanzie; e il contagio fece questa volta sì orrendo strazio di quella città e suo contado, che nello spazio di venti mesi morirono da circa ventimila persone, delle quali ottomila nella città, tal che, rimasta deserta, furono chiamate le genti del contado a riabitarla — » [348] e 349
Nel 1526 fu pure a Spalatro la peste — » [ivi]
Nel 1527 spopolò la Puglia — » [353]
Dall'anno 1522 a tutto il 1527, la peste afflisse la Toscana e specialmente Firenze, e di essa vi perirono più di duecentomila persone — » [349] e seg.
Descrizione della peste di Firenze dell'anno 1527 di Nicolò Machiavelli — » [350] a 355
Nel 1528 la città di Napoli, assediata dai Francesi comandati da Lutrech, soffrì gravissima pestilenza che si comunicò poi anche agli assedianti e prese lo stesso Lutrech che guarì, mentre Valdemonte, altro capitano, morì, e l'esercito andò per la contagione pressochè distrutto. Continuò il contagio a Napoli nel 1529, ed in detti due anni andarono estinte da circa sessantamila persone — » [354]
Ai detti anni 1527-28 e 29 quasi tutta Italia fu in preda a fierissima pestilenza. Alle stragi che faceva la peste vi si aggiunsero le devastazioni della guerra, e le crudeltà che si commettevano dalle armate del contestabile di Borbone — » [354] e 355
Contemporaneamente, cioè nel 1529, vi fu fierissima peste in Ungheria portatavi dalle armate Turche comandate dal feroce Solimano — » [355]
Così pure a Lesina in Dalmazia, dove il contagio non fu conosciuto. Durò sei mesi — » [ivi]
Nell'indicata peste, che durò in Italia otto anni di seguito, cioè dal 1522 a tutto il 1529, assicura il Faloppio essersi costantemente osservato, che tutti i malati i quali furono dissanguati, morirono, mentre guarirono molti di quelli coi quali non si usò del salasso — » [356]
Dal 1528 al 1532 furono in tutta Europa sì eccessivi calori, che sembrava continua la state. Nel 1529 una parte dell'Olanda e delle Fiandre restò sommersa dall'Oceano. Nel Portogallo sotto il Regno di Giovanni III nel 1531 infierì terribile e micidial pestilenza — » [ivi]
Nel 1533 la peste scoppiò di nuovo a Ragusi. Si decretò in questo caso, che nessuno partir dovesse dalla città. Il perchè usatasi maggior diligenza nelle guardie e nel provvedere ai bisogni degl'infermi e dei sani, la peste declinò più presto e con minori danni — » [357]
Nel 1540 la peste devastò la Polonia ed il Ducato di Münster nella Slesia. Nei successivi anni si dilatò in Germania. Nel 1542 fu sì micidiale ed atroce, che vi fece perire la maggior parte delle truppe imperiali della spedizione Ungarica contro i Turchi. Continuò ad imperversare qua e là a tutto il 1544. A detta epoca travagliò l'Inghilterra e la Francia, particolarmente la Provenza — » [358]
Contemporaneamente peste atrocissima a Costantinopoli, riprodottasi più fiera nel 1547 — » [ivi] e seg.
A Stagno, picciola città nel circolo di Ragusi, fu nel 1543 così atroce e micidial pestilenza che vi perirono nove decimi de' suoi abitanti. Questa città, i cui vestigi mostrano essere stata una volta florida e ben popolata, ora è misera, e pressochè spoglia affatto di abitatori — » [358] e 59
Peste di nuovo nella città di Milano nel 1550, che secondo il Morigia le tolse circa la metà della sua popolazione — » [360]
Peste crudelissima nell'Ungheria, nell'Austria ed in varie parti della Germania nell'an. 1552. Essa penetrò nell'esercito di Carlo V quando le sue armate invadevano i confini della Gallia, e vi fece orrendo strazio.
Si riprodusse nell'Ungheria nel 1554; inferocì specialmente nella Transilvania. Era accompagnata da singolare fenomeno, sì che i malati venivano straziati da dolori così crudeli e veementi, che per l'acerbità si laceravano co' denti le carni delle braccia e delle mani — » [360] e 361
Peste atroce e fierissima nella Gallia Narbonese nel 1553. Dice il Valeriola, ch'era così veemente e micidiale, che gli uomini camminando e discorrendo perivano improvvisamente, quasi colpiti da fulmine — » [361]
— a Venezia nel 1556 — » [ivi]
Nel 1560 fierissima peste in Francia, e particolarmente a Parigi, dove accenna il Palmario averne egli stesso superata la malattia presa in quella occasione. Vi ripullulò nel 1566, e continuò a travagliare la Francia per altri due anni cioè nel 1567-68 — » [362] e 363
In detti anni la peste afflisse crudelmente or l'una or l'altra parte di Europa — » [362]
Nell'anno 1564 e ne' successivi, infierì con tanta violenza nel Lionese, nella Savoja, nel paese dei Grigioni ed altri Cantoni confinarii della Svizzera, che secondo il Muratori, uccise in quelle bande poco meno che quattro quinti degli abitanti, V'ebbero in quell'anno quattro aurore boreali — » [363]
Nello stesso anno 1564 la peste regnò anche nella città di Londra — » [ivi]
Dominava la peste nella Turchìa, allorchè nel 1570 si propagò nella Carniola e nella Dalmazia. Nella città di Curzola fu fierissima e terminò di distruggere quella popolazione — » [364]
Nell'Ungheria fu particolarmente fiera agli anni 1571-72 e segnatamente a Cremnitz. Penetrò nel 1572 in Germania e in Polonia, ed in quell'anno, e nel successivo, fece miserando strazio particolarmente degli abitanti di Augusta — » [364] e 365
Gli anni 1575-76-77 segnano una delle epoche più memorabili per le devastazioni fatte dalla peste. Era divenuta famigliare nell'Ungheria niente meno che ne' paesi della confinante Turchia. Dall'Ungheria fatte passare pel Danubio in Germania, e da di là trasportate parte in Tirolo e parte nella Svizzera alcune mercanzie, queste introdussero la peste a Trento, a Zurigo, a Bolzano, ed in qualche altro luogo. Da Trento, ove uccise sei mila persone, si propagò a Verona, da Verona a Mantova. Alcuni fuggitivi di Mantova la recarono da prima a Oleggio. Si manifestò poi a Nogara, a Monza, e finalmente a Milano, a malgrado le guardie ai confini, e tutte le misure prese dai Milanesi per impedirne il passo. A Milano cominciò in agosto 1576 e durò sino al finire del 77. Perirono 18,300 persone nella sola città. Fu a quel tempo che splendettero le rare virtù, l'invitto animo, il coraggio, la carità e la pietà del grande arcivescovo di Milano s. Carlo Borromeo. La quarantena generale fu ivi adottata per la prima volta, ed altre saggie precauzioni e discipline di Sanità, secondo che dava quel tempo, ma con poco effetto. Straordinaria discesa di gran quantità di lupi si osservò sulle terre del Milanese, che ferivano e divoravano fanciulli e gente d'ogni maniera. Altre singolarità da cui venne contraddistinta quella pestilenza — » [365] a 369
Nel 1575 un Trentino rifugiatosi a Venezia vi recò la peste. Fu questa una delle più memorabili e micidiali che ricordi la Storia Veneta. Vi perirono da circa sessanta mila persone in diciasette mesi. Tanto danno avvenne per errore de' medici che non la riconobbero, e per la soverchia fiducia dei Magistrati nelle opinioni degli stessi medici, trascurate incautamente in principio le necessarie precauzioni di Sanità. Fu questa la memorabile pestilenza che ricorda il funesto errore dei due rinomati professori di Padova, Mercuriale e Capodivacca, chiamati espressamente dalla Repubblica per riconoscere la natura dei mali che cominciavano a diventare sospetti — » [365] e seg.
Fu a detta epoca che il Senato decretò l'erezione del magnifico tempio sotto il nome del Redentore, opera di Palladio, che si ammira nella contrada della Giudecca di Venezia — » [425]
Da Venezia la peste si è propagata a Padova. Ivi però finì alcuni mesi prima che a Venezia, nè vi menò tante stragi — » [ivi]
Nel 1576 si manifestò anche a Vicenza, continuò nel 77; ma non vi fece grandissimo danno, a merito forse de' saggi provvedimenti usati. Il celebre medico Massaria, che si trovava a quel tempo a Vicenza sua patria, ce ne lasciò la Storia.
A quelli stessi anni 1575-76-77 regnò la peste in Russia, e specialmente nella Livonia. Sortita di là invase la Sarmazia e la Pomerania. Giusta il concorde sentimento degli Storici furono a pari tempo infette l'Austria, l'Ungheria, la Transilvania, la Turingia, la Misnia, ed altre Provincie Sassone, Renane ed Illiriche. Il Belgio in ispecieltà fu molto travagliato. Di quella pestilenza morì il celebre medico Cornelio Gemma di Lovanio. In Italia, oltre le Provincie di già indicate, il contagio afflisse la Sicilia, dove arrecò incalcolabili danni, la Calabria, la città di Forlì, ed altri luoghi — » [366] e seg.
Nel 1578 si spiegò il contagio nell'Istria, ed afflisse specialmente la città di Parenzo; ma vi fu arrestato dai saggi provvedimenti del Magistrato di Sanità di Venezia — » [423]
Agli anni 1580-81 la così detta gran peste spopolò la Francia ed in particolar modo la Provenza. Essa viene così chiamata sì in riguardo all'estensione del paese che invase, e sì per la lunga sua durata; ed in fine perchè perirono quasi tutti quelli a cui si apprese. Ad Aix durò 13 mesi; a Marsiglia distrusse quasi intieramente la popolazione non lasciandovi superstiti che circa tre mila abitanti — » [370]
Prospero Alpino (de medicina Egiptyorum) riferisce, che a questi anni 1580-81 sono morti dalla peste in Egitto circa 500 mila abitanti — » [ivi]
La peste forse non bene estinta in Francia, si riprodusse nel 1586 a Parigi. Bella descrizione che di questa peste ci lasciò Palmario. Il più di quelli che venivano presi cadevano in frenesia, la quale si menomava o si accresceva secondo la scorrevolezza del ventre. Durò a Parigi fino al 1587. Ne fu presa anche Marsiglia; ma spaventati al suo primo apparire quegli abitanti, se ne fuggirono; il perchè non trovò materia di appiccarvi il mal seme, e in pochi dì si spense — » [371]
Nel Regno di Candia l'anno 1592 scoppiò la peste, trovandosi ancora quel Regno soggetto alla Veneta Repubblica, ed a merito delle misure adottate dal provvido e sollecito Magistrato Veneto di Sanità fu arrestata e spenta — » [425] e 424
Nel 1595 vi fu peste in Inghilterra — » [ivi]
Fierissimo morbo pestilenziale spopolò Amburgo nel 1596. Alcuni Autori però mettono in dubbio che quello vera peste si fosse — » [572]
La città di Lisbona nel 1598 incominciò a provare i primi colpi della peste, la quale infierì poi negli anni susseguenti. Essa fu sopra ogni dire micidiale. Tutti i mezzi adoperati per estinguerla essendo riusciti vani, si credette dover dar fuoco al grande ospitale Regio, la cui fabbrica importò grandi somme, sperando per quel modo di spegnere ogni seme del contagio — » [ivi]
La peste non per anco bene spenta in Francia, ripullulò nel 1599 a Bordeaux — » [ivi]
Secolo XVII.
Pesti del Secolo decimo settimo — » [372] a 504
Nel 1601 la peste travagliò la città di Trieste. Da di là si stese sulle terre dell'Istria ai Veneziani soggette; ma anche questa volta, a merito delle provvide sollecitudini del Magistrato di Sanità, venne arrestato il corso al contagio. — » [424]
Nel 1605 peste fierissima nella Livonia, succeduta a carestia desolatrice; anzi ad una fame delle più memorabili ed orribili che ricordi la storia. Vi si divoravano i cani, i gatti, i topi; e, cosa che fa inorridire, sin anche i cadaveri si dissotterravano per isbramar con essi la fame — » [375]
Nello stesso anno 1605 pestilenza egualmente funesta in Inghilterra. Nella sola città di Londra perivano da circa due mila persone ogni settimana — » [ivi]
Regnò la peste in più luoghi della Germania nel 1606, nel Palatinato del Reno, a Magonza e nel suo territorio, nel Maddeburghese ed altri luoghi. Nel 1607 travagliò fieramente la città di Augusta — » [ivi]
Peste desolatrice a Spalatro in Dalmazia agli anni 1607-8 sotto l'Arcivescovato del dotto, ma troppo riscaldato filosofo Marc'Antonio de Dominis. Vi estinse la maggior parte di quegli abitanti. Brani di descrizione latina di detta peste — » [374]
— nel 1610 a Basilea (ove uccise quattro mila persone). Mentre a detto anno a Colmar, a Schelestadt, ed in tutta l'Alsazia il contagio pestilenziale infieriva fra gli uomini, una maligna epizoozia distruggeva gli animali. Anzi narrasi che gli stessi volatili n'erano presi; tal che assai sovente vedevansi dall'aria cader a terra colti da improvviso malore — » [375]
Nel 1611 vi fu peste in varj paesi della Svevia. Nel 1613 si manifestò nell'esercito del Re di Danimarca. Nel 1614 ripullulò in Svevia e specialmente nella città di Dillingen. Nel 1619 si rinnovò in Augusta — » [376]
Nel 1619 peste così micidiale a Zara, che perì il maggior numero di quegli abitanti. Da Zara passò poi il contagio in altre città della provincia — » [ivi]
Peste così terribile e micidiale regnò a Petaw o Petau, picciola città della Stiria negli anni 1723-24-25, che durando troppo a lungo il miserando strazio di quella popolazione, già quasi interamente distrutta, non eravi più alcuno che osasse avvicinarsi alla sventurata città, convertita pressochè tutta in un tristissimo cimitero — » [377]
Peste di nuovo a Londra nel 1625. Nello stesso anno a Metz nella Lorena. Nel 1626 a Tolosa nella Linguadocca — » [ivi]
Altra luttuosissima epoca di orrori e di stragi prodotti in Francia e in Italia negli anni 1627-28-29-30 e 31 dalla peste, che fu una delle più micidiali che abbiano mai inferocito sull'umana generazione — » [378]
Nel 1628 si manifestò la peste a Lione, a Montpellier, a Digne, ed in altri luoghi della Francia, che fu oltre ogni dire terribile e funesta avendo ucciso nella sola Lione da circa settanta mila persone in un anno — » [376] e seg.
Interessante descrizione della detta peste di Lione — » [378] a 384
Sintomi che accompagnavano la malattia — » [379]
Osservazioni. — L'uso del vino riconosciuto utile, funesto l'abuso. — A parecchi tornò vantaggiosa la zuppa d'orzo. — Cauterj e vescicatorj riconosciuti eccellenti preservativi — » [380]
Uno di due fratelli colti dalla peste, ai primi sintomi del male si cacciò nel forno ancora caldo, sudò molto, e guarì, l'altro che così non fece è morto — » [ivi]
Orrori di quelle tristissime giornate. — A quanto giunga talvolta l'umana malvagità sotto il flagello. — Frequenza dei matrimoni in que' momenti terribili. — Una donna sposò sei mariti in poco tempo, e li seppellì tutti sei. — Facilità con cui si dimenticavano i passati mali e si passava dalla tristezza alla letizia. — Indifferenza sulle altrui sciagure. — I sterquilinj, e le case d'immondezza divenuti luoghi di sicurezza. — Tristi conseguenze lasciate dalla peste in quasi tutti quelli che guarirono. — Disordini avvenuti riguardo alla legittima successione delle famiglie. — I Magistrati Municipali di Lione accusati di gravissimi falli — » [381] a 384
Descrizione della peste di Montpellier del 1629-50 — » [384] a 386
Vive dispute fra i Medici sull'indole della malattia. — La peste intanto si diffonde. — Dispareri medici impediscono agli ufficiali del Municipio di prendere le necessarie precauzioni per arrestarla. Arrivo del Cardinal Richelieu e del Re a Montpellier con numerosa corte, e porzion dell'armata che faceva la guerra ai Calvinisti. Il male, che covava occulto, scoppiò ad un tratto in più contrade, e vi sparse il terrore. Il Re fugge, l'armata si ritira, gli abitanti fanno fardello, chi fugge da una parte e chi dall'altra. Viene creato un Consiglio di Sanità, ma per la paura fuggon gli eletti — Sono morte cinque mila persone, circa la metà di tutti quelli che erano rimasti in città. — Ottima misura presa dalla Municipalità durante il contagio, quella si fu di far trasportare i malati fuori della città. — Singolar specie di furfanteria organizzatasi a Montpellier in quella luttuosa circostanza; ed era che i serventi dei malati nelle case e negli spedali, inducevano gl'infermi a far testamento reciprocamente a loro favore — » [384] a 386
Descrizione della peste di Digne — » [386] a 392
Sintomi che accompagnarono questa peste — » [386] e seg.
Fenomeni singolari e stravaganti; specie di delirio osservato in questa pestilenza — » [387] e seg.
Lagrimevole spettacolo che offrivano i luoghi della campagna — » [389]
La peste durò quattro mesi. Per tutto quel tempo il cielo fu coperto di dense nubi, l'aria esprimeva un calore bruciante, frequenti erano i temporali; nessun uccello si udì in tutto quel tempo nè in città nè in campagna — » [390]
Sono perite 8500 persone fra 10,000, cioè quasi sei settimi di tutti gli abitanti; più uomini che donne, più giovani che vecchi. Fra i 1500 individui rimasti non ve n'erano che cinque o sei soltanto che non fossero stati presi dalla malattia — » [390] e 391
La peste ripullulò a Digne sei mesi dopo; ma quegli abitanti che fresca avevano la memoria delle passate disgrazie, se ne fuggirono quasi tutti, e non vi perirono che cento persone, tutti stranieri. Nessuno di quelli che avevano superata la malattia, fu preso nuovamente — » [391]
Cause alle quali venne attribuita cotanta strage. Strana disposizione del Parlamento, gravi disordini, monopolii, ruberie, incendii, atrocità ch'ebbero luogo in quella circostanza — » [ivi]
Nel 1628 grande carestia in Italia, e specialmente nel Milanese ed in altri paesi della Lombardia, accresciuta dalla guerra che successe a quegli anni fra l'Austria e la Francia per la successione al Ducato di Mantova. La guerra diede occasione alla peste, portata in Italia dalle truppe Alemanne. Si sviluppò da prima nella parte settentrionale del Milanese; nè vi fu conosciuta, se non quando aveva già fatto di molti progressi, nè era più tempo di arrestarla — » [392] e 393
Lasciate aperte e libere le comunicazioni come per l'innanzi, la peste si diffuse con una rapidità incredibile. Penetrò a Milano nell'ottobre 1629, e vi fece sì orrenda strage, che il numero de' morti giunse fino a 3555 in un giorno, e questa grande mortalità durò qualche tempo. Assicurano gli storici aver perduto Milano per quel contagio cento sessanta mila abitanti, e che in proporzione sia stata maggiore la perdita che seguì nel Ducato — » [396] a 399
Descrizione di questa peste — » [392] a 399
Prosuntuosa ignoranza di alcuni medici e chirurghi che continuarono a sostenere quel morbo non esser peste, contro l'autorità di alcuni dotti e sperimentati che l'affermavano — » [394]
Improvvida e barbara misura adottata di cacciar fuori dalla città tutti li forestieri e le persone senza mestiere — » [396]
Suppostosi di vedere qualche cosa di soprannaturale nella malattia, si fece ricorso alle preghiere pubbliche, alle processioni, alle penitenze, ma queste concorsero ad accrescere la peste per l'affluenza di molte persone in un medesimo luogo — » [ivi]
Sospetti a quel tempo concepiti, che uomini perversi avessero formati unguenti con materia bubonica pestilenziale per uccider chi più loro piacesse. La casa ove si è creduto eseguita la manipolazione, fu spianata, ed in quel sito s'innalzò il dì 30 agosto 1630 una colonna d'infamia, che il Muratori dice di aver veduta — » [396] e seg.
La quarantena generale ordinata in quella circostanza produsse ottimo effetto.
Quest'è la peste, che fu descritta con tanta verità e vivacità di colori dal Manzoni nel libro I promessi Sposi — » [397]
Si notò, che nel 1628 comparve una gran cometa, la primavera del 1629 fu calda con pioggie continue, e nella state i calori furono eccessivi — » [ivi]
Nell'anno 1629, s'insinuò pur in Dalmazia la peste, attaccò Spalatro recandovi nuove rovine; poi s'introdusse nel 1630 a Zara, a malgrado tutte le difese adottate, dove uccise più di 1000 persone, e 3000 nel contado, ch'era allora assai popolato. Il morbo fu violentissimo, ma di breve durata, cessatovi interamente lo stesso anno, e riconosciutane apertamente la grazia dall'intercessione del santo vecchio Simeone, protettore di quella città. Li Zaratini fecero solenne voto di affrettare la traslazione del corpo di detto Santo, lo che eseguirono con magnifica pompa l'anno 1632 — » [399]
Peste fierissima a Verona nel 1630, dalla quale sono morte 32,900 persone fra 53,500 che costituivano la popolazione di quella città
Interessante descrizione della detta peste di Verona — » [399] e seg.
Discrepanti opinioni dei medici sulla natura di quel morbo — » [400]
Insolente temerità del popolo, che volle farla da giudice — » [ivi]
Moltiplicazione delle morti; abbandono degli infermi; orrori di quelle tristissime giornate — » [403]
La Repubblica di Venezia spedisce a Verona Alvise Valaresso come Provveditore straordinario — » [ivi]
La calamità si aumenta. Si ritorna a convocare i medici, e ad onta della grande mortalità, e della più chiara evidenza dei fatti, sono pur alcuni tra essi che negano esservi a Verona la peste — » [404]
Sdegnoso rifiuto di queste erronee opinioni — » [405]
Miserando spettacolo che offerivano i Lazzeretti, i luoghi da imbarco ed in generale tutta la città — » [406]
Muojono i medici, i chirurghi, a malgrado le poma d'ambra, ed altre sostanze odorose di cui facevano uso per preservarsi. Muojono gli assistenti, i sacerdoti, i becchini, i fornai. In luglio succede l'incendio del Monte di Pietà. L'infausto avvenimento fa accrescere la forza del contagio pel concorso delle persone accorse ad estinguerlo, e per la nuova angustia e spavento — » [409]
Mancano modi, luoghi, e ministri per seppellire i cadaveri. Si gettano nell'Adige. Orrendo e miserando spettacolo. Si dispera di tutto e di tutti. Si teme lo sterminio generale della città — » [406] e seg.
Leonardo Tedeschi medico e Canonico offre raro esempio di coraggio, di pietà, di carità generosa — » [407]
La Repubblica fa venire a Verona con grande stipendio Giovanni Hennisio medico di Augusta — » [409]
Viene ristabilito l'ordine nella città a merito delle cure del Valaresso — » [409] e 410
I luoghi del territorio però sono sempre più afflitti. Minora la peste in agosto. È presso che estinta in ottobre. Si ridesta qualche scintilla nella primavera successiva; ma ben presto ritorna la calma — » [411]
La peste ardeva contemporaneamente a Mantova, Modena, Cremona, Pavia, Bergamo, Brescia, Lodi, Parma, Piacenza, Lucca, Bologna, Torino, ed altri luoghi. A Lucca fu per la prima volta in Italia ordinato, che i medici, imitando i francesi, si vestissero di lunghe vesti incerate, ed incappucciati coi cristalli agli occhi assistessero così gl'infetti — » [407]
A Torino si manifestò il contagio in gennajo 1630 e terminò in agosto 1631. Essendo fuggiti dalla città tutti i più agiati cittadini, solo dieci mila vi restarono, delli quali soli tre mila lasciò il contagio superstiti — » [423] e 424
Bologna si annovera fra le città più travagliate; ed in proporzione di popolazione niente meno di Milano
A Bologna, il medico Camozza ordinava il salasso fino allo svenimento; ma non appare, che questa pratica sia stata riconosciuta utile — » [ivi]
Per le buone guardie poste al fiume Lamona, che scorre poco lungi da Faenza, e per la vigilanza del Prelato ch'era al Governo di quella città, Faenza si è mantenuta sana in mezzo a tanto incendio; e così impedì che il male penetrasse nella Romagna — » [424]
Da Verona la peste erasi dilatata fino ad Ostiglia. Da di là un appestato era passato a Ferrara. Ma le vigorose e saggie misure adottate dai Magistrati di Ferrara al primo scoppio del morbo salvarono la città; ed a merito delle opportune precauzioni continuò a conservarsi illesa abbenchè il male si fosse innoltrato fino a Melara, ed in altre ville poco da Ferrara discoste.
Peste a Venezia negli stessi anni 1630-31.
Descrizione di detta peste di Venezia — » [412] a 420
Vi fu portata da Mantova col mezzo dell'inviato da quella città (marchese Strigi), che venne a domandar soccorsi dall'alleata Repubblica; morto nell'isola di s. Clemente, che gli era stata stabilita per iscontar contumacia — » [415]
In questo caso tutti i medici furono per ben due volte d'accordo nel riconoscere la malattia — » [ivi] e seg.
Ma i Magistrati non furono cauti, nè solleciti abbastanza nell'adottare le discipline occorrenti per impedire che dall'isola non s'introducesse in città; nè diedero i provvedimenti necessarii per arrestarla. Invece con ultronea misura, d'ordine del Senato sono stati convocati trentasei medici perchè discutessero di nuovo sull'origine e qualità dei mali, e sui rimedii. Lite acerrima insorse fra essi; si divisero in due contrarie opinioni. Ciascuna ebbe un partito. Ma mentre i medici disputavano fra loro; mentre i Magistrati inoperosi attendevano la decisione della lite, la peste moltiplicava le sue conquiste, e preparava quelle immense sciagure a cui fu soggetta Venezia, non essendo stato più possibile di arrestare il corso al contagio, il quale fece sì orrenda strage, che nello spazio di undici mesi uccise 94,236 persone — » [416] a 418
Verso la fine del 1631 si pubblicò con grande solennità esser la città libera dal contagio; ma per molti anni appresso, restarono aperte le cicatrici di sì profonde piaghe. Per quella circostanza si fece voto di innalzare un tempio ad onore di Nostra Signora. Quest'è la magnifica chiesa della Madonna della Salute eretta nel 1632. Altri voti fatti allora dai Veneziani, sono stati adempiti fedelmente — » [418]
Da quel tempo la peste non penetrò mai più a Venezia, quantunque sieno stati mantenuti sempre aperti i suoi porti ai bastimenti sospetti ed infetti di peste; quantunque per Sovrana Risoluzione tutti i bastimenti infetti da tutti i porti del Litorale Austriaco, ed anche da quelli della Romagna, debbano essere scortati e spurgati a Venezia; quantunque più volte siasi manifestata nei suoi Lazzeretti la peste — » [418] e seg.
Notizie sopra diverse altre pestilenze che afflissero Venezia nelle precedenti epoche — » [419] e seg.
Prima istituzione del Magistrato di Sanità di Venezia nel marzo 1348, composto di tre nobili col titolo di Provveditori della Sanità — » [421]
Aggiuntivi allo stesso Magistrato altri tre nel col nome di Sopraprovveditori, ed allora gli fu dato il titolo di Supremo — » [422]
Nel 1403 fu convertito ad uso di Lazzeretto il convento de' padri eremitani detto di santa Maria di Nazareth, nell'isola di contro a quella di s. Erasmo. Questo Lazzeretto sussiste ancora sotto il nome di Lazzeretto vecchio — » [421]
Nel 1493 fu per la prima volta istituita la pratica di profumare le lettere — » [422]
A Vicenza penetrò il contagio nel luglio 1630 portatovi da Verona col mezzo di alcuni soldati fuggiti di là. Durò sei mesi; ed in questo spazio perirono circa 11,000 persone nella sola città, oltre a 50,000 nel Territorio — » [426]
Nel settembre dello stesso anno 1630 penetrò in Padova. Si propagò assai lentamente; e solo nei mesi di giugno e luglio del successivo 1631 giunse al sommo della sua forza, e a tale, che nel solo mese di luglio uccise 3529 persone, fra le quali parecchi professori, e considerevole numero d'illustri soggetti. La descrizione dei fatti che accompagnarono quella pestilenza desta orrore e raccapriccio. La Repubblica inviò a Padova Alvise Valaresso in qualità di provveditore straordinario, quello stesso che s'era distinto a Verona. Questo valentissimo uomo operò con molto zelo e coraggio, ed ebbe il conforto di vedere per le sue cure domata la violenza del male, che cominciò a declinare in agosto e settembre dello stesso anno, e poco dopo cessò intieramente. Diecisette mila persone sono morte a Padova per quel contagio — » [427] e seg.
La città di Treviso, ancorchè d'ogni intorno assediata dal male; pure a merito de' saggi provvedimenti, e di buona ed assidua vigilanza si preservò illesa mentre Venezia, Vicenza, Padova, il Polesine, il Friuli, e quasi tutti gli altri paesi d'Italia al Veneto dominio soggetti erano in preda agli orrori della peste — » [425] e 426
Lo Storico Nani narra che nel sopradescritto corso di pestilenza sono perite da oltre cinquecento mila persone nei paesi d'Italia soggetti al dominio della Repubblica Veneta — » [429]
Stravaganti e singolari casi di delirio nella peste di Padova — » [428]
Grandi terremoti nel 1630 in Napoli ed in altri luoghi del Regno, avevano messo negli animi gravi timori. Maggiori ne aveva incusso la peste, la quale mentre ardeva nella Lombardia, più volte s'era avvicinata ai confini di quel Regno — » [429]
Lo stesso spavento aveva invaso la Toscana. Il contagio si sviluppò in Firenze nel giugno del 1630 portatovi da Bologna. Serpeggiò occulto per qualche tempo; si dilatò apertamente in più famiglie. La città ne fu atterrita. Si fecero lunghe consulte coi medici. Alcuni negavano essere la peste, altri affermavano. La città tutta si divise in due opinioni. Ciò bastò perchè il popolo non prendesse guardia, e si addimesticasse cogli infermi e con chi li trattava. I progressi dello sterminatore contagio non lasciarono più dubbiosa la lite. Nel settembre dello stesso anno 1630 fu al sommo grado di fierezza e di forza. Durò quello strazio a tutto novembre. Nel gennajo 1631 fu ordinata la quarantena generale, e da essa si sono ottenuti ottimi effetti. In aprile era in piena declinazione. Nel settembre si considerò cessato. Nel 1633 ripullulò, ma con pochissime conseguenze — » [430] e 431
Descrizione di questo contagio tratta dal Rondinelli — » [431] a 436
Il Gran Duca di Toscana Ferdinando II. diede in tale circostanza chiaro esempio di coraggio e di paterno affetto. Si mostrò particolarmente sollecito della salute e del bene de' suoi sudditi travagliati da tanto flagello. Scorreva egli a piedi ed a cavallo con magnanimo ardimento le contrade e le vie della città pur quando la peste era nel suo forte, informandosi dei bisogni delle famiglie, e della maniera con cui erano eseguiti i suoi ordini e mantenute le discipline e precauzioni di Sanità. Pagò egli del suo le spese della quarantena generale, che importò circa 160 mila scudi. Ad oltre 55 mila montava il numero di quelli che si pascevano a pubbliche spese. In sole due ore si distribuiva la mattina il vitto per tutta la città. Tanta sollecita vigilanza del Principe tornò sommamente utile a quella popolazione — » [433] e 434
È notevole, che in questa peste si usarono molto le unzioni coll'olio, di mandorle, di gigli, di carabe ecc. tanto come rimedio, che come preservativo, e da quanto si può raccogliere dalla storia appare ciò essersi usato utilmente — » [434]
I monasteri delle Monache entro la città si sono tutti conservati sani, tranne uno solo — » [ivi]
Non così fu dei conventi dei Frati, dei quali niuno rimase intatto. La strage maggiore fu tra il minuto popolo — » [434] e 435
Notarono i medici ed i storici di questa pestilenza, alcune varietà nel corso e negli effetti della malattia, le quali vennero da essi attribuite all'influsso della luna — » [435]
Indicazione dei varii preservativi che si usarono in detta pestilenza, oltre le unzioni coll'olio — » [435] a 436
Nell'anno 1632 la peste si manifestò in molti luoghi della Germania, e si riaccese di nuovo a Zara in Dalmazia. Nel 1633 incrudelì fieramente nella Slesia, ed afflisse ben anche la città di Vienna, dove il numero de' morti giunse a circa 600 alla settimana. A Norimberga fino a mille. Pressochè altrettanti ne morivano ad Augusta, soggetta nello stesso tempo al doppio flagello della fame e della peste — » [438]
Nel 1634 la stessa pestilenza travagliò la Sassonia. Nel 1635 infierì a Francfort sul Meno. Negli anni 1634-35-36 si sparse per tutto il Belgio, e nella maggior parte della Germania Superiore, e più d'ogni altra provincia travagliò la Gheldria, e particolarmente Nimega. Uccise da prima a Leyden venti mila persone: nel novembre 1635 si propagò a Nimega, ove nel marzo e aprile successivi pervenne al suo più alto grado di ferocia per modo che in tutta la città non v'ebbe casa che fosse restata immune dal contagioso morbo — » [439] e 440
Sunto Storico della peste di Nimega descritta dal Diemerbroek nel suo copiosissimo trattato de peste; il quale oltre a molte utili osservazioni contiene cento storie di peste — » [441] a 455
Temperatura calda, aria sciloccale e fenomeni atmosferici che precedettero la peste — » [441]
Massima e quasi incredibile copia d'insetti — » [ivi]
Molti esempii raccolti di straordinario numero d'insetti come fossero in altri casi forieri e cagione della peste (Nota 26) — » [442] e seg.
La quantità degli uccelli soliti ad abitar la campagna fatta molto minore; li stessi uccelli domestici avvezzi alle gabbie morivano due o tre giorni prima che si appiccasse la peste agl'individui delle respettive famiglie — » [443]
Aborti frequentissimi qualche tempo prima della peste, e predominio in oltre di morbi di indole maligna, vajuolo, morbilli, dissenterie maligne, febbri puerperali, nervose, tifiche, e con grande mortalità — » [443] e 444
Innumerevole quantità di morti. — Luttuosissime ed orrende scene. — La ferocia del male non cedeva a nessun rimedio o preservativo. Incominciò a diminuire nel novembre 1636. Improvviso ed acutissimo freddo avvenuto circa la metà di febbrajo 1637 la spense del tutto; sicchè in marzo la città fu affatto libera. Non però la campagna nè i paesi circonvicini, specialmente la diocesi di Utrecht e Monforte, dove continuò a inferocire per tutto l'anno 1637 — » [444] e 445
Due o tre giorni avanti il novilunio ed il plenilunio la malattia si esacerbava costantemente, e si accresceva il numero degli appestati. In tal ricorrenza di tempo l'invasione del morbo era fiera e violenta, e la morte succedeva nello spazio di poche ore — » [445]
Come la malattia incominciasse e finisse alcune volte senza febbre. In alcuni casi cominciava con febbre; in altri la febbre sopravveniva, e si manifestava con leggieri brividi — » [445] e 446
Osservazioni sulla durata della malattia, sulla facilità con cui la peste si univa alle altre malattie così dette intercorrenti; sopra alcune cause che maggiormente predisponevano ad essere colti da essa — » [446]
Sintomi che accompagnavano quella pestilenza — » [446] a 448
Segni di buon pronostico — » [448]
Segni gravi — » [448] e seg.
Nota. Tra i segni gravi minaccianti funesto fine si legga nel testo, pag. 448, lin. 25, urine torbide, invece di urine.
Segni mortali — » [450] e 451
Governo dietetico e curativo — » [452]
Come siasi regolato il Diemerbroek durante quella pestilenza, e come abbia potuto preservarsi — » [452] a 455
Negli stessi anni 1636-37 vi ebbe pur fiera peste nel Brandeburghese, dove per la grande quantità de' morti restando insepolti di assai cadaveri, narra lo storico, esserne andati molti consumati dalle fiere — » [456]
Peste agli stessi anni a Francfort sul Reno e nelle Provincie Renane, dove contemporaneamente infierendo crudissima fame, è incerto se più dalla fame o dalla peste sieno periti quegl'infelici abitanti — » [ivi]
Contemporaneamente fiera e desolatrice pestilenza a Londra — » [ivi]
Nell'anno 1638 la Livonia è stata fortemente travagliata da morbi fierissimi. È però incerto se fosser quelli vera peste, od altra malattia epidemica, prodotta dall'estrema fame, cagionata da un'immensa quantità di vermi che distrussero le biade — » [ivi]
Nel 1640 peste a Marsiglia ed in varj luoghi della Provenza — » [456] e seg.
Nel 1644 la peste ha travagliato fieramente la città di Vienna. Nel successivo anno 1645 si propagò in più luoghi confinanti coll'Austria, fra' quali in alcuni della Stiria, dove fece orrendi guasti. In tale occasione si pubblicò il rinomato Regolamento sulla peste. Constitutio edictalis Ferdinandi III. — » [457]
A Valenza in Spagna venne portata la peste da Algeri nel 1647 con un bastimento carico di cuoj ed altre pelli. Da principio il contagio serpeggiò occulto, ma poi si diffuse in tutta la città e nella Provincia in modo che fu ridotta ad uno stato di compassionevole disertamento. L'anno seguente s'insinuò verso l'occidente, ed invase da prima Elche nello stesso regno di Valenza. Quindi si propagò ad Orihuela, Alicante, Mesquinenzia, Cartagena, a Siviglia, a Cadice. Da Cadice passò colla flotta Spagnuola nell'Indie orientali. Dalla parte d'Oriente si propagò a Tortosa, a Girona, a Barcellona, ed in tutta quasi la gran Provincia di Catalogna, dove unitamente alla guerra fece particolarmente grandissima strage. Si conserva ancora viva fra quelle popolazioni la memoria di sì fiera calamità, che importò alla Spagna la perdita di oltre dugento mila persone, parte vittima del pestilenziale flagello, e parte della carestia e della fame che lo susseguitarono — » [458] e 459
Nell'anno 1649 vi fu peste di nuovo e crudelissima ad Aix, ad Arles, a Marsiglia, ed in quasi tutta la Provenza. Essa fece molte stragi specialmente a Marsiglia. Anche in questa circostanza di peste si segnalò l'eroica pietà dei PP. Cappuccini, i quali con generoso ardimento si diedero in buon numero all'assistenza spirituale degli appestati, rimasti essi poi quasi tutti vittima della cristiana loro carità — » [ivi]
Altri casi in cui i PP. Cappuccini diedero nobilissime prove dell'eroica loro cristiana carità in tempi di peste. (Nota 29) — » [459]
Nello stesso anno 1649 la Dalmazia, e specialmente le città di Sebenico e di Zara furono travagliate da un contagio il più devastatore di quanti hanno afflitto quella Provincia. Continuò a Zara fino al febbrajo del successivo anno 1650. Sì a Zara che a Sebenico furono commesse molte ruberie e sevizie dai soldati nel tempo dei così detti espurghi — » [459] e 460
A due milioni circa di ducati si calcola il valore degli effetti rubati in tal occasione dalla milizia nella sola Sebenico, dove andarono estinte più di 6000 persone nella città, non compresi i soldati, de' quali perirono più di 800. De' Morlacchi morti per lo più alla campagna non si sa il numero, non essendone stato tenuto registro. La città non si è mai più ripopolata. Si scorgono ancora molte case disabitate, ed intere contrade deserte. Casimiro Venanzio testimonio oculare ci lasciò manoscritta memoria di questa pestilenza ove tutti i nomi degli estinti vi son registrati — » [461] a 463
Dalla Spagna citeriore il contagio venne trasportato nella Sardegna l'anno 1650. Ivi si propagò rapidamente, e per lo spazio di cinque interi anni fece orrendo scempio di quegli abitanti. Quell'isola fu così malconcia, che non si ristorò mai più dalle sue rovine. Vi restano anche oggidì monumenti di sì grave infortunio — » [463]
Nell'anno 1651 peste nell'Alsazia, nella Svezia, nella Polonia, ed in una parte del territorio Prussiano. Secondo il Boyer, nel 1654 la peste desolò Arras grande città de' Paesi Bassi nella Contea di Artois — » [463]
Negli anni 1654-55 vi fu peste in Russia e nella Danimarca. Il contagio si manifestò a Copenaghen nel 1654, e vi uccise nove mila persone. Ve lo portarono certi vascelli Olandesi, che ritornavano da Riga con carico di biade, canape e lino, rifugiatisi nel porto di Copenaghen per isfuggire la flotta Inglese — » [464]
Dettagli storici sopra detta pestilenza. — La malattia si annunciava con violento parossismo febbrile conseguitato da dolore eccessivo alle parti dorsali e alla testa, che talora estendevasi anche alla gamba sinistra. In seguito esantemi, buboni, idatidi sopra le piante dei piedi, delirio furioso, suicidio. Gli alessifarmaci, così detti, e soprattutto l'elisire antipestilenziale di Ticon Brahe, furono i soli rimedj dai quali si abbia ottenuto qualche buon effetto — » [464] e 465
Nella Russia poi, secondo il Lebenswaldt, sono morte circa cento mila persone da questa pestilenza — » [465]
Nello stesso anno 1655 vi fu pur peste a Vienna — » [ivi]
Nell'anno 1656, dalla Sardegna la peste fu portata a Napoli; e di là serpeggiando attaccò i paesi della spiaggia degli stati del Papa, penetrò a Roma, a Genova, ed in altre parti d'Italia, e vi fece immense stragi — » [465]
La peste di Napoli del 1656 fu una delle più terribili che abbia mai afflitto l'Italia. In meno di sei mesi desolò le provincie di quel Regno, e ridusse Napoli in un vasto cimitero, avendo ucciso duecento ottanta mila di quegli abitanti, e secondo il Giannone quattrocento mila — » [465] e 466
Descrizione di questa peste di Napoli data dallo storico Giannone (Storia civile del Regno di Napoli) — » [466] a 480
Quello che vi ha di più notevole nella storia di questo contagio si è, la parte che nella introduzione e diffusione di esso ebbe lo stesso Vice Re di Napoli conte di Castrillo, cui più di ogni altro interessar doveva di tenerlo lontano. Fu portato a Napoli col mezzo di un vascello carico di soldatesche procedente dalla Sardegna infetta, a cui fu data libera pratica malgrado i sussistenti rigorosissimi bandi che lo proibivano; e v'ha ragione di credere ciò sia avvenuto per secreto ordine dello stesso Vice Re. Il contagio si sparse tosto in varii quartieri della città — » [467] e seg.
I medici, nel principio del morbo i perniciosi effetti ascrivevano, chi a febbri maligne, chi ad apoplessie, ed altri ad altri mali. Uno fra essi che pur vide il vero, e che per più accurata osservazione fatta dichiarò il morbo essere pestilenziale, fu d'ordine dello stesso Vice Re posto in carcere, dove ammalatosi gli fu per somma grazia concesso di andar a morire a casa sua, e ciò perchè al conte Castrillo sommamente rincresceva che insorgesse fama in Napoli esservi la peste, dovendo Egli spedire soccorso di soldatesche per la guerra dello stato di Milano, travagliato dalle armi del Re di Francia — » [467]
Gli altri medici fatti accorti da tale lezione e spaventati, non osarono più denunziare esservi la peste a Napoli, ma continuarono ad occultare la qualità del male, il quale intanto esteso per tutti i quartieri della città mieteva ogni giorno più centinaja di vittime. Per le forti rimostranze del Cardinale Filomarino Arcivescovo di Napoli quel Vice Re fu costretto a far unire di nuovo i più rinomati medici de' suoi tempi, perchè dessero parere; ma questi, sia per ignoranza, sia per adulazione, e più probabilmente per paura, non ardirono dichiarare il morbo per pestilenziale, e si limitarono a suggerire alcuni mezzi profilatici. Altro che frasche, dice lo storico. — Orribili e spaventose divennero le stragi. Fino ad otto o dieci mila al giorno salì il numero de' morti. Vi fu un giorno che arrivò a quindici mila. Come descrivere gli orrori e l'eccidio di quelle spaventevoli giornate! — » [468] a 474
Il Vice Re e le Deputazioni s'affaticarono a dar quel migliore riparo che per loro si potesse, ma era troppo tardi. Tutte le misure furono inutili. Le stragi continuarono con un furore appena credibile; fino a che verso la metà di agosto un'impetuosa ed abbondante pioggia temperò alquanto la furia del male, il quale poco appresso cessò. Nessuno più s'è ammalato. Quelli ch'erano tocchi guarivano — » [476] e seg.
Peste di Roma dello stesso anno 1656 — » [481] a 485
Al primo annuncio della peste in Napoli severe precauzioni di Sanità erano state adottate dalle Autorità Pontificie per impedire l'introduzion del contagio negli stati della Chiesa. Ciò nullostante il contagio penetrò prima a Rieti nel Ducato di Spoleto, poi si propagò a Nettuno piccola città della campagna Romana, finalmente a Civitavecchia, ed il dì 8 giugno si è sviluppato nella stessa Roma — » [481]
Sintomi della malattia. La malattia si mostrava con un calore ai precordii sì violento che i malati mandavano spaventevoli grida, come se ad essi venissero strappate le viscere; indi succedeva il vomito, ardente febbre e continua, delirio furioso, a cui seguiva grande prostrazione di forze, convulsioni, sete inestinguibile, lingua bianco-cinericcia, e poi nera, urine torbide e sanguigne, atroce dolor di testa. Dietro le quali cose i carbonchi ed i buboni non tardavano a comparire, come pur le petecchie nere, segnali di vicina morte. Alcuni cadevano morti improvvisamente, e senza alcun segno manifesto di contagio — » [ivi]
Si usava bruciare e scarificare i carbonchi, che si medicavano poi con unguento egiziaco. Sopra i buboni applicavansi gli emollienti, le ventose, ed anco i vescicatori. Il Padre Kirchero, il quale a quel tempo trovavasi a Roma, assicura, che niuno segnato dai cauteri o fontanelle fu invaso dalla peste, tranne alcuni di vita epicurea — » [482]
L'emissione del sangue era assolutamente seguita dalla morte, e al più s'impiegavano le ventose scarificate. Si usavano i clisteri purganti o alessifarmaci; e siccome la prostrazion delle forze era estrema, giovavansi i malati con brodi, renduti più eccitanti dalla pimpinella, dallo scordio, dalla scabbiosa, semi di cedro e simili con alcune goccie di acido solforico. Si somministrava parimenti l'acqua teriacale, i sudoriferi, ed il vino. Tornavano nocivi i medicamenti troppo riscaldanti. La decozione d'orzo acidulata con aceto era la bibita ordinaria — » [482] e 483
In quella circostanza si stabilirono in Roma non pochi spedali e Lazzeretti; si fecero espurghi, erettevi all'uopo alcune macchine; la città fu divisa in quartieri, e ad ogni quartiere fu assegnato il respettivo commissario, i suoi medici, chirurghi, confessori ecc. Molte provvide discipline vennero del pari ordinate sopra oggetti annonarii, ed altri di eguale necessità, senza guardar a spesa e senz'altri particolari riguardi — » [482] e 483
Il Pontefice Alessandro VII e molti cardinali non si partirono mai da Roma durante il contagio. Il celebre cardinal Gastaldi, eletto commissario generale di Sanità, si distinse per la saviezza, vigilanza e mantenimento delle discipline e precauzioni contro la propagazione del male. A queste ed al suo saggio rigore contro indistintamente ogni sorte di persone dee principalmente la città di Roma la salvezza di un gran numero di cittadini. Infatti per merito di un buon governo non sono perite a Roma in quella circostanza che 14,500 persone, mentre Napoli ne perdette dallo stesso contagio dugento ottanta mila (checchè ne dica il Giannone) e Genova pressochè settanta mila — » [484]
In marzo 1657 diminuì, e nell'agosto dello stesso anno cessò affatto — » [ivi]
Nello stesso tempo, che infieriva la peste, un'epizoozia crudele faceva perire nella campagna di Roma la maggior parte de' bovi e delle pecore. Lo stesso cardinal Gastaldi ci lasciò la Storia di questa peste nel voluminoso suo libro de Avertenda et profliganda Peste — » [484] e 485
Anche a Genova, come s'è detto, si diffuse il contagio nello stesso anno 1656; ed ivi come a Napoli, avuto riguardo al minor numero della popolazione, offrì miserando spettacolo di desolazione e di stragi, che per la confusione e lo spavento che regnavano a que' tempi diventava ogni giorno più triste e più devastatore; anche a Genova, come in altri luoghi, in sulle prime invalse l'opinione che quel morbo fosse mal comune. Ma accresciutasi a dismisura la mortalità fra quella popolazione, ogni dubbio si cambiò in certezza — » [485]
Descrizione della detta pestilenza di Genova del 1656 — » [485] a 491
Sintomi da cui era accompagnata — » [485] e 486
Apertura de' cadaveri. Cosa si è trovato — » [486] e 487
Quali rimedii siensi usati internamente ed esternamente — » [487]
Quando la peste era nel più forte, tutte le altre malattie sia febbrili o no, casualmente accadute, acquistavano la natura e i segni di vera peste, ossia, come dicevasi, si convertivano in peste, anco in quelli, che tenevansi chiusi nelle proprie case con ogni sorta di riguardo, e per quanto sapevasi, senza alcuna esterna comunicazione. Ciò però non accadeva nel principio, e nell'ultimo stadio della pestilenza. In sul fine, come suol avvenire in ogni corso di pestilenza, si svilupparono delle malattie comuni, di altra indole. Questo è il segno, come altrove s'è detto, più sicuro che l'epidemia pestilenziale sia giunta al suo termine — » [487]
Moltissime ruberie, spogli, orrendi assassinii accaduti in Genova nel tempo che durò il contagio — » [ivi]
La Repubblica di Genova chiamò dalla Francia alcuni PP. Cappuccini in soccorso degli infermi. Vi giunsero quattro di essi, fra quali il celebre P. Maurizio da Tolone. — Eroica loro carità — » [488]
Il detto Padre Maurizio da Tolone introdusse in Genova con grande utilità il suo metodo de' profumi per ispurgare le robe e le case infette. Essi sono di tre sorte; 1.º per ispurgare le case ed altre suppellettili grosse; 2.º per ispurgare i Lazzeretti, le sepolture, ed altro che hanno bisogno di un purgamento più efficace; 3.º profumo soave per liberar le case dal puzzo — » [488] e 489
Composizione delle dette tre specie di profumo — » [489] e seg.
La peste a Genova cessò a poco a poco da se, come se fosse stanca di stragi — » [487]
Anco in questa peste si usarono gli olj. Internamente l'olio di scorpione, esternamente quello del Mattioli, ma non si rileva se fossero riesciti utili — » [ivi]
Nello stesso anno 1657 vi ebbe peste nel Ducato di Brema nella Bassa Sassonia. Da Brema venne portata a Brunswick residenza del principe di questo nome da alcuni Brunswicesi fuggiti da Brema. Vi durò sei mesi — » [491]
Sintomi da cui era particolarizzato detto contagio — » [491] e 492
Nel 1659 vi fu peste nella Svezia, e particolarmente nella città e fortezza di Hollen sulla costa meridionale dell'isola di Aland nella Finlandia — » [492]
Nell'anno 1660 peste in parecchi luoghi della Germania, la quale attaccava più particolarmente gli uomini, e soprattutto i robusti, poco danno recando alle donne, e meno ancora ai fanciulli — » [ivi]
Nel 1662 fiera peste regnò a Costantinopoli, e vi fece grandissima strage; nel 1664 desolò l'isola di Candia — » [493]
Gli storici ricordano esservi stata in questo stesso anno 1664 peste a Tolone ed a Cuers, picciola città della Francia nel dip. del Varo — » [493]
Agli anni 1665-66 si è sparsa fierissima peste in Londra, una delle più celebri della Storia, già descritta dall'Hodges e dal Sydenham testimonii oculari. Per essa morirono in Londra in meno di un anno 90,306 persone — » [ivi]
Descrizione della detta peste di Londra — » [493] a 496
Malattie che l'hanno preceduta, e susseguitata — » [494]
Rapidità con cui si propagò — » [ivi]
Sintomi che l'accompagnavano — » [494] e seg.
Cura usata dal Sydenham in detta pestilenza — » [495] e seg.
Fu praticato la cavata di sangue ripetuta, ma sempre moderatamente. Altri autori che raccomandarono la cavata di sangue nella peste — » [496]
Negli stessi anni 1665-66, ed in pari tempo che a Londra, la peste fece orrendo strazio nell'Olanda. Nella sola città di Amsterdam morirono 24,143 persone. Secondo alcuni autori il morbo continuò in Olanda con qualche intervallo anche ne' successivi anni, a tale che nel 1669 spopolò la città di Leyden — » [497]
Nel 1670 si manifestò la peste nella Lapponia portatavi da Riga per alcune balle di canape. Le donne impiegate alla filatura ne furono attaccate, ma il freddo di quel paese estinse ben presto la malattia — » [497]
Nel 1676 fierissima peste travagliò di sì fatta maniera l'isola di Malta, che ne rimase quasi affatto deserta, non essendovi restate superstiti che sole dieci mila persone. Anche in questo caso i gravi dispareri dei medici sulla natura del male furono causa della fatale irreparabile propagazion del contagio — » [497] e seg.
Negli anni 1678-79 il contagio pestilenziale ritoccò di nuovo le terre della Dalmazia portatovi dalla vicina Turchia col mezzo di alcuni arnesi rubati dai Morlacchi della Villa Culla, che fu poi per ordine del Provveditor generale incendiata. Si propagò in altri villaggi delli territorii di Scardona e di Zara, poscia in Zara stessa col mezzo di robe infette introdottevi clandestinamente, e vi fece gravissimi danni. Cessò nel febbrajo 1679 — » [498]
In detto anno 1679, imperando nell'Austria Leopoldo I, la città di Vienna fu travagliata da atrocissima peste, che fece immense stragi, sì fra la popolazione della città, e sì nei sobborghi aggiacenti, specialmente nel Leopoldstadt e nel Mariahülf. Nello spazio di sei mesi sono perite a Vienna oltre 70,000 persone, e nel corso intero della stessa pestilenza più di 76,000. Pur gravi danni recò il morbo nei villaggi dei dintorni di quella capitale, e specialmente a Ulrichskirchen, Neustift, Neubau, e Neustadt. A merito dei saggi provvedimenti e delle caute discipline, che d'ordine dell'Imperatore sono state usate in quella circostanza, si è potuto por argine alla ferocia del contagio, e molti paesi vicini sono stati preservati — » [498] e 499
Nello stesso anno 1679 la peste afflisse pur anche la Sassonia, e travagliò l'alta e bassa Slesia — » [500]
Da Vienna si dilatò il contagio nella Stiria e nella Carintia. Si manifestò in un sobborgo di Gratz nel dicembre 1679. Nel gennajo successivo 1680 si sparse in molte famiglie del sobborgo stesso e nella città. Nei successivi mesi s'accrebbe ognor più, e s'apprese a più di 400 famiglie. Imperversò per tutto l'anno 1680, e terminò circa le calende di marzo 1681 dopo aver ucciso nella città e sobborghi di Gratz 2340 persone; guarite 816 — » [500]
Dall'altra parte, il contagio dall'Austria si estese nell'Ungheria e nella Boemia, e vi recò gravi rovine. Nell'Ungheria nel 1679 fra le altre fu travagliata particolarmente la città di Posen. In Boemia, a quegli anni, più che altrove fece orrendo strazio, a tale che in un solo trimestre, cioè maggio, giugno e luglio del 1680, estinse a Praga 31,040 persone — » [ivi]
Anche a Gorizia nel Friuli Austriaco si dilatò il contagio portatovi, come si crede, da Vienna. Incominciò nell'agosto 1682, e v'infierì con somma violenza. Giuseppe Candido allora medico di Gorizia ci lasciò in una sua lettera un'esatta descrizione di quel contagio — » [501] e 502
Sintomi dai quali era accompagnato — » [502]
Rispetto alla cura lo stesso medico Candido dice. «Il cavar sangue dalla vena fu osservato nocivo, così si tralasciò. Li vescicanti sono stati di gran sollievo, applicati dopo qualche evacuazione per la via dei clisteri» — » [ivi]
Nel 1683 ripullulò il contagio a Gratz ed in altri luoghi della Stiria, ma fu in breve estinto con pochi danni per gli ottimi provvedimenti che ne impedirono la dilatazione — » [502]
Fierissima peste desolatrice imperversò a Costantinopoli negli anni 1685 e 86. È indicato essere stato assai grande il numero delle vittime rimaste sotto il flagello in quella popolatissima città: questo numero però non è conosciuto — » [503]
Nel 1690 vi fu peste di nuovo nella Dalmazia, introdotta colà per l'arrivo di una famiglia fuggita dalla vicina Bossina infetta. Fu preso da prima Ostroviza nel contado di Zara, poi venne portata in Zara stessa. Ma per la vigilanza dei Rettori detta città e per le buone discipline e segregazioni fatte opportunemente, venne in breve estinta. Così però non fu nella città di Sebenico, ove fece molti danni — » [503] e 504
Nel 1691 fu attaccata dal contagio Ragusi; continuò circa sei mesi, e vi recò gravi rovine — » [504]
Nel medesimo anno 1691 la peste devastò la Puglia — » [ivi]
Nel 1692 vi fu peste nella Sciampagna in Francia, ma non si conoscono di essa particolarità degne di speciale menzione — » [ivi]
Secolo XVIII.
Pesti del Secolo decimottavo — » [503] a 785
Niente meno del precedente fu questo Secolo funestato da orribili e desolatrici pestilenze.
Gravissimi morbi epidemici d'indole maligna dominavano agli anni 1700 e 1701 in varie parti della Germania, e specialmente a Berlino, nell'Holstein, a Tubinga, nella Svevia, a Rosenberg ed altri luoghi della Slesia, a Ratisbona, nella Sassonia, a Basilea ed altri luoghi della Svizzera, nella Transilvania, ed in parecchi paesi dell'Ungheria, e per quanto si può desumere, anche nella Polonia.
Preceduta dai detti maligni morbi, nel 1704, secondo lo storico Rzazynsschy, e secondo altri nel 1702, incominciò nella Polonia quella terribile e micidial pestilenza che durò fino al 1714, e che fece miserando strazio di tutto quel Regno — » [505] a 508
Trovandosi la città di Lemberg in preda di fierissima peste negli anni 1705 e 1706, da Lemberg venne recata nel 1707 a Cracovia col mezzo di alcuni mercanti ebrei. A Cracovia durò cinque mesi, ed in detto periodo uccise 18,090 persone — » [507] a 509
Sintomi che accompagnavano quella peste — » [ivi]
Si annunciava con fenomeni insidiosi. Ora con una febbre continua accompagnata da gran calore universale, e da frequenti brividi irregolari intercorrenti, ora con la così detta febbre lipiria, cioè congiunta a grande ansietà precordiale, tristezza, abbattimento, vomito di materie gialle, o verdi, e viscose, spontanea lassezza, sommo abbattimento di forze, pestamento delle membra, fiero dolor di testa, fisonomia cadaverica, delirio, inquietudine continua. Le donne fuggivan di casa nude, e correvano così per le strade e le piazze i piedi e le gambe tremanti, affette da contorcimenti convulsivi; indi, succedevano coliche crudeli, le urine si facevan sanguigne, il polso picciolo, languido, ineguale; la sete nulla, o inestinguibile; comparivano i buboni agl inguini, alle ascelle, il corpo si copriva di petecchie, o di stimmate, o neri suggellamenti. Succedeva la morte il terzo o il quinto giorno — » [507] e 508
L'emetico nel principio della malattia fu trovato utile. Il vecchio d.r Schomberg medico del Governo dice di aver guarito più di 300 appestati con questo rimedio, e col suo elisir antipestilenziale composto della tintura di benzoar, di genziana e di essenza canforata a parti eguali, del quale somministrava dalle 40 alle 60 goccie infuse in birra calda. La bevanda ordinaria era limonata. Quindi unzioni con olio aromatico e spirito di vino canforato specialmente sopra lo scrobicolo del cuore, facendo prendere ai malati otto goccie di questo stesso liquore entro ad un torlo d'uovo. Alcuni malati presero l'aceto teriacale. I nitrati e gli alcali provocavano l'estinzion delle forze ed una diarrea mortale in poche ore — » [508] e 509
Disordini e spavento introdotti per aver i Magistrati, i Medici, e la maggior parte delle persone ricche ed agiate abbandonata la città — » [508]
Detta peste terminò circa alla fine di maggio. Negli ultimi mesi, allorchè era sul finire, non aveva più che l'apparenza di una febbre maligna. Poi di una semplice febbre quotidiana e pochissimi perivano — » [509]
A questi stessi anni 1706-07 sembra che regnasse la peste nei paesi ottomani confinanti coll'Ungheria e colla Transilvania; si disse sembra, da che delle pesti nelle Provincie Ottomane non vi sono autori che espressamente ne parlino. Quello solo che viene positivamente asserito si è, che nel 1705 dopo un lungo predominio de' venti del mezzogiorno, imperversò di sì fatta guisa la peste a Costantinopoli, che in un sol giorno si contarono trasportati fuori da una porta della città 1800 cadaveri, innumerevole essendo stata la strage prodotta dal contagio in quella popolosa città — » [506]
Nello stesso anno 1705 vi ebbe la peste in Inghilterra e nella Spagna, giusta la relazione del P. Labat, che fu egli stesso attaccato dal contagio due volte — » [ivi]
Ai medesimi anni 1706-07 regnò la peste a Thorn nel Palatinato di Culm nella Prussia occidentale. Da di là fu portata nel 1707 a Rosenberg nella Slesia da alcuni mercanti armeni, che la comunicarono ad altri ebrei col mezzo di una partita di lana infetta acquistata a Thorn. Quel contagio durò a Thorn tre anni, cioè fino al 1710 e per esso quella popolazione andò quasi distrutta — » [510] e seg.
La malattia non tardò molto a propagarsi a Würtemberg coi sintomi più spaventevoli. Questa peste uccideva da principio i malati nello spazio di 24 ore, ed in seguito il 3.zo 4.to 5.to od al più il sesto giorno. I cadaveri diventavano subitamente lividi. Non erano molto frequenti i buboni; e per lo contrario sopravvenivano dei carbonchi di un'enorme vastità alle braccia, all'addome, alle cosce, alle gambe, i quali degeneravano ben presto in isfacello. Il polso variava. Nel maggior numero de' casi era naturale, come naturali apparivano le urine. Se queste diventavano nere, era prossima la morte — » [509] e 510
Circa questi stessi anni il contagio menò grandi stragi a Marienberg nella Misnia, travagliò fieramente Berlino ed altri luoghi della Prussia. La Lituania Prussiana ne andò specialmente desolata. Nell'anno 1709, secondo il Büsching, quella Provincia perdette 59,196 persone pel furor del contagio, il quale fece del pari crudo strazio in Amburgo, in Augusta, ed in varie altre città e paesi della Germania — » [512]
Nella città di Danzica si sviluppò il contagio nel 1710, e vi durò sei mesi. In questo corso di tempo uccise da oltre ventiquattro mila persone. Il medico Gottwald che vi fu presente ne lo descrisse nel suo Memoriale Loimicum de peste Dandiscana — » [512]
A questi medesimi anni, cioè dal 1707 al 1714, andarono afflitte dalla stessa calamità molte altre provincie e paesi di Europa. Oltre la parte della Polonia già indicata, oltre la Sassonia e la Prussia, la peste invase la Samogizia, la Curlandia, la Livonia sul mar Baltico, la Svezia, la Danimarca; e dall'altra parte quasi tutta l'antica Dacia, ossia la Transilvania, la Moldavia, la Valacchia, la Servia, la Bessarabia, la Romelia, e gran parte dell'Ungheria. La città di Posen perdette la metà circa de' suoi abitanti, così quella di Sapron, e la contrada di Szegedin nella contea di Czongrad nella Bassa Ungheria, e varii altri luoghi di quel Regno — » [513]
Fin dall'anno 1709 la peste menava stragi nell'Ungheria. Nel 1712 ne fu infetta anco la città di Presburgo. A tale notizia le comunicazioni coll'Ungheria furono più rigorosamente interdette. Malgrado ciò, poco dopo dall'Ungheria penetrò il contagio nella picciola città di Bruck sul Leptha nella bassa Austria, e quindi in Vienna. Da Vienna si dilatò in molti villaggi e comuni dei contorni, nella Stiria, nella Carniola, e Lubiana ne fu particolarmente travagliata — » [513]
Particolari del contagio di Vienna — » [514] a 518
Anco in questo caso vi furono dispareri tra i medici, per cui le discipline e provvedimenti da opporsi ai progressi del morbo per sì fatti contrasti vennero in qualche modo arrestati — » [515]
Il morbo progredì lentamente, e fece per qualche tempo una tregua in modo che fu creduto spento. I Magistrati stessi da sì ingannevoli apparenze vennero tratti in errore — » [ivi]
Incominciato sul finire del 1712, nel gennajo 1713 vi ebbero appena 52 malati sospetti, de' quali ne morirono 25. Nel febbrajo si contarono appena 28, dei quali 16 morti. In marzo s'accrebbe considerabilmente il numero de' malati e de' morti, e trapassata appena la metà di aprile la peste si fece generale, avendo penetrato in tutti i sobborghi e nella città. In agosto e settembre montò al suo più alto grado di forza. In ottobre incominciò a declinare. In febbrajo 1714 il morbo era interamente cessato, dopo aver ucciso 8644 persone. Fra 9565 che furono presi dal contagio 921 sono guariti — » [515] e seg.
I più hanno attribuito la cessazione della malattia al gran freddo del verno 1714. Ciò però può anche esser avvenuto a merito dei saggi provvedimenti usati. In tal circostanza venne creata una speciale Commissione Aulica e pubblicato un Regolamento di Sanità, e l'Imperatore Carlo VI a nome suo e del fedele suo popolo fece voto d'innalzare un tempio in onore di s. Carlo Borromeo, ch'è quel bellissimo tempio che si osserva nel sobborgo di Vienna fuori del Kärnthner Thor, di cui la prima pietra venne posta nel febbrajo 1716 — » [517] e seg. Nei villaggi dei dintorni di Vienna, il primo sviluppo seguì in marzo 1713 a Zellerndorf. In aprile si diffuse a Wahring, Otterkling, Neulerchfeld, e ne' mesi successivi a più di 40 altri luoghi e colpì 762 famiglie, fra le quali sono rimaste infette 4923 persone. Di esse morirono 3776 e 1147 sono guarite, la maggior parte senza alcun soccorso dell'arte — » [517] e 518
In questa peste tanto nell'Austria, che nell'Ungheria e nella Transilvania si è osservato che gl'individui più robusti erano più facilmente attaccati, e morivano quasi tutti, mentre i deboli, o andavano esenti, o venendo attaccati guarivano con maggiore facilità — » [519]
Gran copia di Opere scritte sopra questa pestilenza — » [519] e seg.
Anche in Dalmazia fu a questi anni la peste. Nel 1710 serpeggiò nei sobborghi di Spalatro, e ne' casali circonvicini; ma adottate opportunamente le necessarie misure di precauzione, alle altre città di quella provincia venne fatto di preservarsi, e la peste cessò, dopo aver fatto pochi danni — » [520]
In Italia, sentendosi ardere da tante parti il micidiale contagio, e già serpeggiando vicino, avevansi concepito forti timori, ed ogni paese tenevasi attentamente in guardia. Dal 1630 non era più comparso in Lombardia, e da oltre mezzo secolo in alcun'altra contrada d'Italia. Questi timori venivano accresciuti dalla tristissima circostanza, che da due anni, cioè dal 1711 al 1713 era afflitta da fierissima epizoozia, e da copia insolita di vermi che distruggevano i grani in erba, e portavano la carestia. Ma fortunatamente l'Italia ne andò illesa, ed il freddo acutissimo del 1714 estinse intieramente la peste tanto in Germania che in tutte le altre provincie e paesi sopraccennati — » [520] e 521
Agli anni 1716-17 fierissima peste spopolò la città di Smirne nella Natolia, e le isole della Grecia nell'Arcipelago, specialmente Scio, Mitilene o Lesbo, e Samo, che furono crudelmente travagliate. A questo medesimo tempo il contagio fece altresì orrendo strazio a Costantinopoli — » [521]
Aleppo grande città della Soria, soggetta ad essere quasi periodicamente visitata dalla peste, provò sì fiero il contagio negli anni 1718-19, che nello spazio di circa sei mesi perdette da oltre ottanta mila de' suoi abitanti — » [ivi]
Gli anni 1720-21 sono celebri nella Storia delle pesti per le stragi che questa tremenda calamità fece a Marsiglia, ad Aix, a Tolone, in quasi tutta la Provenza, così pure in alcune città della Linguadocca e nella Guascogna. Scarsissimo fu il prodotto del grano e dell'olio nella Provenza, nel mille settecento dicianove, a tale che mancarono le sussistenze nel 1720; quindi un cattivo e scarso nutrimento aveva già predisposta alla malattia la minuta classe del popolo. A ciò s'aggiunsero gli eccessivi calori della state, le piogge continue, ch'erano succedute ai calori, e per vario tempo il furioso predominio de' venti dell'occidente — » [522]
Nel gennajo 1720 s'introdusse la peste a Marsiglia col mezzo di una nave infetta proveniente da Seide (antica Sidone nella Soria), la quale aveva fatto a Tripoli nuovo carico di mercanzie e presi passeggieri a bordo — » [523]
Circostanziata ed interessante descrizione della detta peste di Marsiglia — » [522] a 607
Poca cautela dei signori Intendenti della Sanità nel trattamento contumaciale della suddetta nave infetta, e poca sollecitudine nell'adottare le necessarie misure precauzionali — » [524] e seg.
Altri gravi falli da essi commessi in quella circostanza — » [528] a 535
Erronea opinione del chirurgo ordinario del Lazzeretto, che si ostinò a dichiarare che quelle fossero malattie ordinarie — » [525] e 526
Altri medici sopracchiamati affermarono tutti assolutamente essere peste — » [527]
Il contagio intanto penetra nella città, serpeggia furtivamente di casa in casa, e prepara il fatal fomite distruttore di quella popolazione — » [529]
Si moltiplicano le morti con segni evidenti di contagio. Intere famiglie ne vanno estinte con buboni e carbonchi. Il D.r Payssonel ne dà avviso ai Magistrati, e dichiara che que' morbi realmente fossero peste. Però, un altro chirurgo avendo dichiarato in vece che la malattia era una febbre verminosa semplice e senza contagio, prevale questa falsa opinione. Gli altri medici si tacciono — » [532]
Il contagio, superato ogni argine, si sparse rapidamente in tutti i quartieri della città — » [ivi]
A malgrado le stragi fatte dal contagio qualche medico ancora si ostina a dichiarare che que' morbi altro non sono che febbri maligne ordinarie cagionate dai cattivi alimenti e dalla mendicità. Altri dotti e sperimentati all'incontro dichiarano al Magistrato non esservi più luogo a dubitare che vera peste si fosse. Il Magistrato pubblica un avviso nel senso della prima opinione — » [534] e 535
Gravi imbarazzi, confusione e disordini nella città, terribile spavento — » [536] e 539
Gli ufficiali comandanti il corpo delle galere stazionato allora a Marsiglia si condussero con sorprendente saggezza, che forma contrasto con l'imprudenza degli ufficiali municipali — » [536] e seg.
Si accendono grandi fuochi nelle strade e nelle piazze pubbliche per tre giorni seguitamente. Accresciuto il calor naturale della stagione per detti fuochi, ed ingombra l'atmosfera di un fumo nero ed ardente, parve conferissero al contagio nuovo alimento — » [540]
Il male spiega la più grande violenza. I più intrepidi sono spaventati. Gli abitanti disertano le proprie case: le religioni fuggono dai monasteri; gli officiali della giustizia, dei municipii, quasi tutti gl'impiegati cercano fuori della città un rifugio, ma sventuratamente questi fuggiaschi portano seco il fatal seme che dovea ucciderli — » [541]
I membri del Magistrato di Sanità, i parrochi ed i vicarii, animati dall'esempio del loro capo, il venerando vescovo Monsignor Belzunce, restano fermi al loro posto. Quel venerabile prelato animato da ardentissima cristiana carità, novello San Carlo, si vedeva da per tutto dove la salute del popolo lo richiedeva sprezzando con eroico coraggio ogni pericolo pur per recare altrui ajuto e conforto — » [542]
La fama di sue virtù passò fino in Inghilterra, a tale che Pope medesimo ne fece l'elogio — » [564]
In quella terribile circostanza si sono altresì distinti per eroica carità, e con ogni sorta di pietosi ufficii i Padri dell'Oratorio, e specialmente il Padre Gualtier loro Superiore, i Cappuccini, i Canonici Regolari Lateranensi, ed i Gesuiti — » [565] e 566
Grande mortalità fra i medici, maggiore però fra i chirurghi. Il celebre D.r Bertrand, che ci lasciò la miglior descrizione di questa peste e che fu di essa testimonio oculare, venne attaccato tre volte e guarì — » [567]
Orrori e desolazioni di quelle memorabili giornate, che gelano il cuore e fan raccapriccio — » [545] e seg.
I medici Chicoaneau e Vernay, professori a Montpellier, invitati dalla Corte Sovrana a recarsi a Marsiglia per dare un definitivo giudicio sulla natura della malattia e suggerire i necessarii soccorsi, prendono un grossolano errore; e quantunque il male fosse giunto ad un punto da escludere qualunque dubbio anche fra le persone che non eran dell'arte, pure essi non lo ravvisarono per peste, e dichiararono, che quel morbo che metteva tante stragi e scompigli, altro non era che una febbre maligna cagionata dalla corruzione e dai cattivi alimenti — » [547] e 548
M.r Chirac primo medico del Reggente, che godeva a quel tempo di molta riputazione, appoggia in una sua memoria l'erronea opinione dei medici di Montpellier. Ignoranza tanto più funesta quanto che nel sapere di detti medici si aveva la maggior confidenza — » [548]
Que' signori medici però stimarono prudente cosa di non trattenersi molto a Marsiglia; e dopo pochi giorni se ne partirono — » [ivi]
Il Magistrato di Salute fa pubblicare un avviso nel senso delle dette mediche opinioni. Questo assicura il popolo, che da quel momento rallenta le precauzioni e si dà a comunicare più liberamente. Si fa anche la processione di S. Rocco — » [ivi]
Intanto la peste a guisa di rapido torrente tutto invade e distrugge. La mortalità s'accresce di sì fatta guisa che giunge fino a mille persone al giorno: giovani e vecchi, deboli e forti, poveri e ricchi indistintamente cadono vittima dell'orrendo flagello, riempiendo tutta la città di disperazione e di pianto — » [549] e seg.
In mezzo a tanti orrori così proprii ad ammorzar le passioni, l'avarizia e la dissolutezza si videro giunte al più alto grado, ad eccessi tali da far vergogna all'umanità — » [559]
Alla fine di agosto il contagio si propagò nella contrada di Riva nuova che sta fuori di Marsiglia. Ivi, come a Marsiglia, la peste si diffuse con rapidità e violenza, ma non fece tante stragi come in quella, nè v'ebbero li stessi disordini a merito della vigilanza e buona polizia sanitaria stabilite d'ordine del cav. Rose, uomo di molta energia e prudenza e di gran perizia, il quale aveva già a tempo disposto tutto ciò che occorrer potesse pei malati e pei morti. Quindi la contrada più lontana della città, la quale sembrava dover esser anco la più abbandonata, per la virtù di un uomo solo fu la meglio regolata, più prontamente ed abbondantemente soccorsa — » [567] e 568
Ridotte le cose alla più grande desolazione, gl'intendenti della Sanità rivolsero le loro istanze ai comandanti ed ufficiali delle galere pregandoli di volerli assistere coll'opera e coi consigli — » [572]
Per sgomberare le strade dai cadaveri, i comandanti delle galere accordarono dei forzati, promessa loro la libertà finita la peste. Di 200 forzati a tale ufficio destinati 12 soli scamparono la vita; tutti gli altri presi dal contagio morirono — » [574] e seg.
Manifestatosi al Reggente il miserando stato di Marsiglia nominò a Comandante Supremo della città e del territorio il Maresciallo di campo cav. di Langeron capo squadra delle galere, uomo di merito, e di tale virtù quale si conveniva in quelle circostanze — » [577]
Sotto il nuovo regime di lui le cose ben presto cambiarono d'aspetto. Adoprò egli tosto con energia e fermezza allo ristabilimento dell'ordine, a dare pronto e convenevol ricovero agli ammalati, allo sgombramento de' cadaveri, ed al provvedimento di buone sussistenze pei sani. Il che fattosi esattamente e sollecitamente, le cose migliorarono d'assai, e die' a divedere quanto possa un uomo solo, e quanto importi in sì gravi frangenti il pronto ordinare, ed il pronto eseguire — » [577] e 578
Sul finire di settembre il contagio cominciò a declinare nella città, e s'incominciò a riparare alle miserie della carestia e della peste — » [578]
Grandiose somme furono versate dai più facoltosi, e dai Vescovi del Regno, per provvedere gli indigenti e supplire agli altri bisogni della città
Anche il Pontefice Clemente XI. mandò soccorsi a Marsiglia — » [580] e seg.
Si rifornì la città di medici e di chirurghi, con grossi stipendii e generose pensioni — » [579]
Verso la fine di ottobre si sperò che la peste fosse terminata del tutto; ma in novembre accaddero nuovi casi. In dicembre s'ebbero soli 5 o 6 malati alla settimana. In gennajo fu assai limitato il numero dei malati, de' quali più della metà guarivano — » [585] a 587
Il contagio però continuò nel territorio; e ciò avvenne in ispecieltà per l'avidità degli eredi impazienti di usar delle robe infette, e per quella dei ladri (che molti ve n'erano) di appropriarsele — » [585]
L'ordine civile venne ristabilito. Assai matrimonii succedettero e di essi tanto grande fu l'affluenza, che sarebbesi in poco tempo ripopolata Marsiglia, qual era prima, se il periodo di gravidanza avesse potuto abbreviarsi — » [586]
Si procedette agli espurghi della città — » [587] e 588
Mentre queste cose operavansi si riaccesero qua e là alcune scintille di contagio; e ciò fino all'aprile del 1721 — » [589]
Nel giorno di Pasqua il popolo non si ritenne dal gittar a terra le porte delle chiese, e vennero celebrati i divini uffici nella città. Ricomparvero le malattie comuni e ordinarie, ch'erano sparite durante il contagio, e nella primavera ritornò la salute e la calma; e le pubbliche e private faccende ripresero felicemente il loro corso — » [589]
Di novanta mila persone, dalle quali prima della peste era popolata Marsiglia, ne perirono quaranta mila, e dodici mila nel territorio — » [590]
Parte che risguarda la medicina e la chirurgia.
Osservazioni pratiche fatte in mezzo di quella peste — » [590] a 607
Distinzione della malattia in benigna e maligna — » [590]
Forme varie e bizzarre della medesima. — Suo andamento — » [591] e seg.
Descrizione della malattia. — Sintomi che la precedevano. — Sintomi coi quali soleva spiegarsi, e che l'accompagnavano; — Segni di buon pronostico; — Segni indicanti un funesto fine; — Sezione de' cadaveri — » [591] a 598
Trattamento curativo — » [598] e seg.
Cura esterna dei buboni e carbonchi — » [603] a 606
Governo dietetico — » [605] e seg.
Aceto aromatico detto dei quattro ladri, accreditato come preservativo di peste — » [606]
Modo di prepararlo. (Nota 42) — » [ivi]
Da Marsiglia la peste si propagò in parecchie città e specialmente ad Aix, a Tolone, Arles, Tarascona, Martignes, ed altre ancora, nelle quali tutte fece gravissime stragi — » [608]
In tal occasione si adottò per la prima volta in Francia la così detta quarantena generale. Tal pratica in Aix fu evidentemente utile e benefica; imperciocchè non sì tosto s'ebbe incominciata la general quarantena, che la peste pur cominciò a scemarsi, dimodochè al finir di essa, finì insieme la malattia — » [ivi]
A Tolone fu introdotta la peste nell'ottobre 1720 col mezzo di una balla di seta appartenente al carico del capitano Chateaud, quello stesso che portò la peste a Marsiglia, la quale fu rubata dagli abitanti di Bandol, picciolo porto di mare presso Tolone, e che da certo Carnelin venne poi introdotta in città col mezzo di un certificato falso di Sanità. Dal Magistrato però usatasi ogni sorta di difesa, parve che il morbo vi fosse spento. Ma in gennajo 1721 introdotte a Tolone per contrabbando alcune mercanzie di Aix, la malattia si sparse rapidamente in varii quartieri della città. In aprile morivano dalle 200 alle 500 persone al giorno — » [609] e 610
Fu quindi ordinata la quarantena generale, ma poco buon effetto se n'ebbe da essa, forse dal modo tenutosi nell'usarla. Finalmente obbligati rigorosamente tutti quelli che avevano avuto malati o morti in famiglia a portar un segnale sopra la manica del loro vestito affinchè ciascuno potesse evitarli, e ad altre discipline, la peste cedette del tutto in agosto 1721, dopo aver ucciso 13,280 abitanti, e secondo d'Antrecheaux 15,785, in una popolazione di 26,260, che contava Tolone prima della peste — » [610]
In Arles fra 12,000 ne morirono 8100 in Tarascona 7210 di 10,000: ed in tutta la Provenza 84,719. Ma di tanta mortalità fu in parte cagione la fame, derivata dalla particolare avarizia di alcuni malvagi speculatori — » [610] e seg.
Agli anni 1731-32 penetrò la peste nella Dalmazia e nell'Albania Veneta, introdottavi dalla vicina Bosnia ove infieriva con maggior forza. Per le diligenti precauzioni della Sanità la maggior parte di quella Provincia ne restò illesa, limitatosi il contagio al solo territorio di Spalato, dove uccise circa 300 persone. Era allora Provveditor generale in Dalmazia Simon Contarini — » [611]
Nell'anno 1737 l'Egitto fu particolarmente travagliato da peste fierissima e desolatrice. Nella sola città del Cairo la mortalità giunse fino a dieci mila persone in un giorno. Gli europei si chiusero nei loro quartieri il dì 9 febbrajo d. a. e non ne uscirono se non il 24 giugno. Giusta l'opinione di quel tempo degli abitanti del Cairo, questa peste fu l'unica che sia derivata dall'alto Egitto — » [611] e 612
Regnava la peste fra i Turchi della Bessarabia allo stesso anno 1757, e specialmente menava grandi stragi a Oczakow, capitale di quella Provincia. Assediata in quell'anno e presa dai Russi detta città, il contagio si sviluppò fra la truppa russa in essa posta al presidio. Nell'anno seguente 1738 i Russi abbandonarono Oczakow dopo averne demolite le fortificazioni. Ritiratasi la guarnigione russa ai proprii aquartieramenti, fu per tal mezzo introdotta la peste in Ukrania, ove imperversò dal giugno 1738 a tutto il resto di quell'anno e parte del 1739. Dall'Ukrania non penetrò più avanti il contagio. — Il Dott. Schreiber di Königsberg, Professore di medicina a Pietroburgo potè fare utili osservazioni in quella pestilenza, pubblicate colle stampe nel 1740 — » [613]
Utili osservazioni pratiche fatte dal Dott. Schreiber in detta pestilenza — » [614] a 622
Notazione di particolari casi d'insuscettività al contagio. (Nota 44) — » [621]
A questi stessi anni 1738-39 la peste che travagliava la Bessarabia, la Romelia, la Servia, e la Valacchia, e che infieriva in que' paesi ottomani che confinano da quella parte colle Signorie della casa d'Austria, penetrò con molto impeto nei Comitati limitrofi dell'Ungheria e della Transilvania, e vi fece molte rovine.
La Suprema Commissione Aulica di Sanità in Vienna d'ordine Sovrano pubblicò a quel tempo, cioè nel 1738, un'Opera sulla maniera di conoscere, preservarsi, e curare la peste, ristampata a Vienna e a Praga nel 1758 — » [622] e 625
Nel 1742 si riprodusse la peste in Aleppo e vi durò tre anni. Nel 1743 spiegò la sua maggiore fierezza, cagionandovi immensa mortalità. Nel 1744 fu assai mite, e discreto fu il numero delle vittime — » [623]
Gli anni 1743-44 segnano l'epoca memorabile della terribile peste di Messina.
Erano scorsi 168 anni da che quella città era libera dalla peste, cioè dal 1575. In detto anno 1743 la peste s'introdusse in Messina incognita e mal appresa, come è avvenuto di molti altri paesi di Europa, e vi operò immense rovine — » [625]
Vi fu recata col mezzo di una tartana genovese carica di lana, di frumento e di telerie proveniente da Missolongi, la quale arrivò a Messina con patente netta dopo 30 giorni di viaggio — » [ivi] e seg.
Dalla patente di Sanità e dai costituti giurati delle persone dell'equipaggio restò ingannato quel Magistrato di Sanità — » [624]
Permesso lo scarico delle merci, due giorni appresso si ammalò il capitano del bastimento con resipola nella faccia, giusta la relazione del medico del Lazzeretto, e morì in tre giorni. Chiamati altri medici a giudicare della cagione di questa morte dopo sì breve decubito, stabilirono fosse morto per la retrocessione della resipola — » [624] e 625
Due giorni dopo ammalò un altro individuo dello stesso bastimento, e morì in due dì con tumore sotto l'ascella e con petecchie per tutto il corpo, di maniera che lo si giudicò tocco da peste — » [ivi]
Ragunatisi i medici più riputati e le persone più distinte, si determinò doversi bruciar la tartana con tutto ciò che dentro vi era, salvate le genti; lo che nel dì 30 marzo fu anche puntualmente eseguito. Se non che, insorta furiosa tempesta mentre il bastimento era in fiamme, dalla violenza dell'onde fu spinto il naviglio ad arenare sul lido, e porzione della lana e del frumento ne fu dispersa per quella riviera — » [625] e 626
Stabilite guardie e cordoni, passarono quaranta giorni senza alcun tristo accidente, di maniera che si credette la città libera da ogni pericolo. Quindi nel giorno 15 maggio fu cantato solenne Te Deum nella Cattedrale. Ma poche ore appresso si rilevò che in un quartiere della città s'erano manifestate febbri di mal costume. Inviatisi tosto i medici della Deputazione a visitare gl'infermi, e riconoscere la natura del male, riferirono essi «non esser in conto alcuno quelle malattie contagiose e pestifere, ma bensì epidemiali, quelle stesse che s'erano fatte veder nel febbrajo ultimo scorso» — » [627]
La stessa relazione diedero i medici della cura, lo stesso dichiararono quelli altresì ai quali veniva attribuito di aver divulgato esservi la peste nella detta contrada; sicchè sollevati gli animi, i Magistrati si abbandonarono ad una cieca fiducia, trascurate le opportune precauzioni, ed intanto la peste si sparse rapidamente negli altri quartieri della città — » [628]
Moltiplicavasi ogni giorno il numero degl'infermi e dei morti: ciò non pertanto i medici continuavano ad assicurare, che non era mal contagioso ma epidemia maligna. Fondavano essi il loro giudizio sul non osservarsi comunicazione del male a coloro che assistevan gli infermi, quando se peste fosse stata, dicevan essi, doveva mostrarsi il morbo sommamente contagioso — » [629]
Uno dei medici però di quella città, il cui nome non ci fu tramandato, non era persuaso delle suddette ragioni, e dubitava che fosse peste effettivamente, adducendo esempii simili, in cui s'ingannarono uomini insigni e di profondo sapere — » [ivi]
Questa opinione però così isolata e dagli altri medici combattuta, non prevalse; sicchè non furono adottate valide misure di riparazione — » [630]
Lo storico Orazio Turiano, che di questa peste ci lasciò la miglior descrizione, narra alcune singolari coincidenze di circostanza. (V. N. 45) — » [627]
Giunto il mese di giugno, ed oltrepassando il centinajo il numero degli estinti, incominciarono i medici ad accorgersi dell'errore, ed a conoscere pur troppo evidente il carattere del male, che ogni giorno si faceva più esteso e spaventevole. Quindi si ordinarono alcune cautele, che non corrisposero, perchè troppo tardi s'era ad esse fatto ricorso — » [630]
Si aumentò a dismisura il numero de' morti e degli infermi; la mortalità s'accresceva ogni dì; ogni regolamento veniva a sconcertarsi; la confusione, il disordine, la desolazione, il terrore eran giunti a tale da costernare ogni anima forte. Riempite le fosse, non sapevasi più ove porre i cadaveri; mancavano i beccamorti, i carri, le carrette per trasportarli, non trovavasi più chi si prestasse pei bassi servigi. Ognuno si nascondeva, si rintanava, e procurava salvarsi. I villani armati ed uniti, non permettevano avvicinarsi alcuno dalla città; mancavano le sussistenze. In ogni passo scorgevansi disordini; in ogni provvidenza ostacoli, ed intoppi; da per tutto non v'era che angustia, costernazione e morte — » [631]
Crudeli estremità a cui fu ridotta Messina sotto i colpi di questo terribile flagello — » [632] e seg.
Brano storico tratto dall'opera del Turiano che fu di tutta quella pestilenza testimonio oculare — » [632] a 633
I casali vicini alla città, tranne due soli, Molino ed Artelia, provarono lo stesso flagello. Delle Ville del Distretto parecchie restarono illese — » [637]
Il contagio cominciò a diminuire in luglio, fu in piena declinazione in agosto, ed in settembre si considerò interamente cessato. Il numero de' morti nella città e ne' sobborghi, nello spazio di tre mesi, fu di 28,841, fra 40,321 abitanti. Ne' casali attorno la città sono morte 14,561 persone — » [638]
Osservazioni fatte nella detta pestilenza, meritevoli di particolar menzione — » [638] a 640
Il Re di Napoli ricercò a Venezia persone capaci e pratiche per eseguire gli espurghi a Messina. Da Venezia furono spediti all'effetto il Dott. Pietro Polacco, un Coadiutore, tre Guardiani, e due Bastazzi. Questa brigata arrivò a Messina in dicembre 1743, e diede tosto mano agli espurghi, che incominciarono l'undeci gennajo 1744 — » [639] e 640
Descrizione del modo con cui vennero eseguiti i detti espurghi, e delle sostanze che si usarono pei profumi — » [640] e 641
Nel tempo degli espurghi furono attaccate dal contagio 17 persone in alcuni casali contigui alla città, delle quali nove morirono, ma prese all'istante le opportune precauzioni il male non si dilatò — » [641]
Così in marzo si manifestò in Pezzòlo la peste, colà introdotta col mezzo di robe infette portatevi clandestinamente: undeci persone in tre famiglie ne furon colte. Ma interdette tutte le comunicazioni, e stabiliti rigorosi sequestri, si continuarono gli espurghi, ed ogni rio seme s'estinse — » [ivi]
Condotti felicemente a termine in ogni luogo gli espurghi, li 29 maggio 1744 Messina fu dichiarata libera e sana, riaperte tutte le comunicazioni, e ristabilito in ogni sua parte il commercio — » [641] e 642
Nell'anno 1745 regnando in Bosnia la peste, penetrò in Dalmazia in una villa del contado di Zara (Dobropoglie) e distrusse la maggior parte di quegli abitanti. Ma per l'energiche misure prontamente adottate dal Colonnello del contado co. Possedaria, il contagio si estinse senza altre conseguenze — » [642]
Nell'anno 1752 la peste fu portata in Algeri dalle Provincie Occidentali di quel Regno, dove infieriva da varii mesi, col mezzo di alcune persone infette giuntevi liberamente, secondo il costume di que' tempi in detti paesi. Serpeggiò occulta da principio per qualche tempo, sotto colore di malattie comuni, ma al soffiare di venti sciloccali umidi e soffocanti per varii giorni seguitamente si palesò in giugno con generale incendio nella città — » [643]
I Consoli delle varie Nazioni ed i Negozianti Europei si chiusero nelle loro case, muniti di tutto ciò ch'era necessario per vivere e preservarsi. I Kabaili (ossia Montanari), ed i Piskari (ossia confinanti col Deserto), fuggirono tutti, quindi mancarono le provvigioni per la città, non avendovi più chi volesse trasportarle. Il Governo fece intimare la forca ai fuggiaschi, ed obbligò le genti della campagna a vendere al solito, benchè più care, le loro derrate. Questo provvedimento sortì l'effetto, ma sparse di sì fatta guisa la pestilenza tanto ne' vicini che ne' rimoti villaggi, che la desolazione è divenuta presso che generale — » [643] e 644
In Algeri sono perite in quell'anno oltre cinque mila persone; un numero maggiore ne perì alla campagna — » [644]
Si osservò, che il caldo della stagione contribuiva all'aumento del male. Secondo che crescevano i gradi del calore, la forza pur del male aumentavasi, misurata dal numero degli infetti; — che nelle case all'aperto il numero dei morti è stato solo un terzo di quello degl'infetti, laddove negli spedali, a malgrado tutte le possibili assistenze, appena un terzo salvavasi; — che il Palazzo Reale, ossia il palazzo del Bascià, abitato da molta gente, e frequentato giornalmente da ogni sorte di persone, è stato immune dal contagio, non essendo stati attaccati che due soli schiavi che assistevano alla cucina reale. Ciò che dal volgo venne attribuito a prodigio — » [644] e 645
Lo stesso fenomeno pure osservossi nell'ultima pestilenza di Algeri, che durò tre anni, e che distrusse un terzo degli abitanti di quella città; della quale pestilenza non è fatto cenno in alcun luogo della presente storia, perchè non venne fatto di trovare autori che di proposito ne abbiano trattato. Qui è da osservarsi che il detto Palazzo del Bascià è l'abitazione più vasta e più ventilata che siavi in Algeri; quella che gode il privilegio delle finestre anteriori, e ch'è ancora la più fresca per l'abbondanza delle fontane perenni che la bagnano — » [645] e seg.
La peste che aveva fatto strage nel 1752 venne mitigata dalle fresche piogge autunnali, ma non estinta. Essa mantennesi qua e là vagante in tutto quel verno, finchè nell'aprile del 1753 ripullulò con grande spavento di quegli abitanti, e distrusse nello spazio di tre mesi altre cinque mila persone. Verso la fine di agosto del detto anno 1753 il contagio cessò intieramente su tutti i punti — » [646] e 647
Sintomi varii che accompagnarono quella malattia — » [647] e 648
Metodo di cura semplicissimo usato dai Mori in quella pestilenza — » [649]
Nessun rimedio veniva somministrato. Un empiastro fermentativo applicavasi sopra i buboni, i quali ridotti a maturità venivano aperti colla lancetta, e libero poi lasciavasi al maligno umore lo sfogo. Il sugo di limone si è trovato utilissimo. Fra i rimedii, meglio degli altri corrisposero i leggieri purgativi, e gli elettuarj alessifarmaci, come la teriaca, e simili, accompagnati da copiose bibite acide. Fra le altre cose, l'applicazione de' ranocchi vivi sopra i buboni è stata trovata opportuna — » [649] e 650
Per confermare gli Europei nel savio uso delle prudenti loro cautele in simili calamitose circostanze, gioverà notare, che niun accidente pestifero in due anni di peste è succeduto in Algeri nelle loro case; eccettuata la morte di tre servi, che furono convinti di aver infrante le contumacie ed avuta comunicazione cogl'infetti — » [650]
Negli anni 1755-56-57 il contagio travagliò crudelmente la Transilvania, la Valacchia e la Moldavia. Il celebre Dott.r Chenot che fu di questa pestilenza in Transilvania testimonio oculare, e che fu da essa fieramente colpito, ci lasciò della medesima una bella descrizione, e molte utili osservazioni pratiche — » [650] e seg.
La peste è stata introdotta nella Transilvania col mezzo di un Armeno negoziante di ferro, che dalle foci del mar nero erasi diretto verso Vienna, il quale prima di entrare nel Lazzeretto di Temeswar, dove morì di peste, aveva sparso dei semi del contagio nei luoghi del suo passaggio, e specialmente a Kimpina, villaggio due giornate distante da Temeswar, dove morirono l'oste e le sue due figlie che lavarono la biancheria di cui era stato servito — » [651]
Tre mercanti trovavansi in Lazzeretto a Temeswar alla morte dell'Armeno. Due di essi ritornarono sani alle case loro in Valacchia, il terzo spaventato dall'inopinata morte dell'Armeno, volle abbandonare il Lazzeretto; e quantunque si sentisse molestato da dolore alla parotide destra, e da ardente calore interno, montò a cavallo, e s'avviò per ritornare nella Valacchia. Avendo seco molto denaro, gli fu assegnato un guardiano del Lazzeretto per scorta, il quale doveva accompagnarlo fino al monastero del monte Sinai, ma a sei leghe distante dal confine il mercante morì; ed il guardiano di Sanità ritornò a casa sua seco portando alcuni effetti del morto e con essi la peste — » [652]
Il giorno appresso all'arrivo del guardiano, un di lui figliuolo venne colpito dalla peste, e morì; tre altri suoi figli vennero colpiti con buboni e carbonchi, ed in pochi giorni diciotto persone furono prese dal contagio, il quale si estese rapidamente in alcuni distretti della Transilvania, percorse la Valacchia e la Moldavia a malgrado tutte le precauzioni usate per arrestarlo — » [ivi]
Precauzioni Sanitarie che furono a quel tempo prescritte per arrestare la peste. (Nota 48) — » [652] e 653
Per Sovrano comando vennero spediti da Vienna quattro medici in assistenza del Protomedico D.r Chenot, tra quali il D.r Bruckmann, che si distinse tanto in quella che nella successiva peste della Transilvania — » [652]
Nel distretto di Temeswar di 6677 infetti, ne sono morti 4303; guariti 2374 — » [653]
Trattamento curativo usato in quella pestilenza — » [653] a 656
Nel detto trattamento curativo s'impiegarono le bevande e brodi acidulati, gli acidi minerali, la limonata infusa sopra i fiori di zolfo, o sopra la mirra, le infusioni di tè specialmente nel principio della malattia, il nitro, l'antimonio diaforetico, la birra molto usata dai Valacchi, o sola o col macis, o colla cannella, il vino, il siero vinoso, l'aceto, la teriaca, il muschio, ora solo, ora unito alla canfora — » [653]
La canfora ha spesse volte corrisposto, sia unita collo zucchero, o colla gomma arabica, sia sciolta in una picciola quantità di spirito di vino, od unita all'aceto distillato, od a qualche sciropo, di scordio, cannella, contrajerva, serpentaria e simili; come pure gli alcali volatili; p. es. lo spirito di sal ammoniaco succinato o anisato — » [653] e 654
Finalmente il P. M. Chenot raccomanda l'uso della corteccia Peruviana nella peste, asserendo che la sua utilità fu confermata da replicate esperienze, somministrata sì per infusione sì per decotto, specialmente quando le forze sono in uno stato medio, cioè nè eccessivamente esaltate, nè molto esaurite. Ove esista una diatesi stenica, una condizione d'irritamento, o dove siavi molte saburre nelle prime vie, la corteccia Peruviana non conviene, e gioverà astenersene. All'incontro ove la malattia ha un andamento tifico, allorchè vi sono petecchie pallide o nere alla cute, manifesta tendenza alla dissoluzione, si potrà attender da essa molto vantaggio — » [654]
Siccome la prima e principal indicazione a cui è utile soddisfare negli attacchi pestilenti, è quella di disporre l'ammalato al sudore, così molti Greci usarono con reale profitto nel corso di questa pestilenza alcune gocce di Opobalsamo collo zucchero, soprabbevendovi tre o quattro tazze di tè di Moscovia: metodo che si usa anche al dì d'oggi in circostanze di contagio dai principali signori della Soria e di altre provincie dell'Oriente, e specialmente dai Greci di Costantinopoli — » [654] e 655
Avvertenze pratiche che si devono avere nel cercar di promuovere il sudore nella malattia della peste, e necessità di togliere previamente gli ostacoli, che talvolta lo impediscono — » [654]
Interrogato il Protomedico D.r Chenot da parecchj di quegli abitanti, qual metodo dovessero usare, subito dopo che avevano sospetto di aver contratto il contagio; consigliò loro di prendere una dramma di triaca entro ad un brodo unito al sugo di limone, ovvero sciolta in qualche infusione calda; p. es. di melissa, di ruta, di scordio, di serpentaria virginiana, di corteccia d'arancio; ovvero soprabbevere alla triaca un siero vinoso o coll'aceto. — Assicura egli che molti avendo usato di questo metodo al primo manifestarsi de' sintomi del contagio, si sono salvati, nato un copioso sudore che in poche ore li lasciò sani e salvi — » [656]
Osserva da ultimo lo stesso D.r Chenot, che tutte le cautele dall'umana mente escogitate finora per preservarsi dalla peste si comprendono nelle tre seguenti prescrizioni;
1.º Allontanare ogni comunicazione colle persone e colle cose infette o sospette;
2.º Distruggere il principio del contagio, o sospeso nell'aria, o delitescente in qualche corpo od ente passivo;
3.º Fortificare il corpo umano contro l'azione del contagio medesimo, ossia renderlo meno atto a provare l'influsso morboso — » [658]
Dall'anno 1759 al 1765 la peste fece molte stragi in Oriente, imperversando or in una or nell'altra di quelle principali città;
Sul principiare dell'anno 1759 afflisse crudelmente Costantinopoli, e dilatò le sue stragi in parecchie isole dell'Arcipelago, ed in varie città dell'Asia Minore — » [657]
Un bastimento mercantile proveniente da Costantinopoli nel 1759, che aveva in quel tragitto perduto per peste alcuni uomini dell'equipaggio, la portò in Alessandria d'Egitto, donde non tardò molto a propagarsi a Rosetta, a Damiata, ed in varii villaggi sulla strada che conduce al Gran Cairo. Poco appresso s'ebbero al Cairo i primi sentori del male. In marzo dello stesso anno vi si spiegò con gran forza, e la mortalità fu grandissima sì al Cairo e sì nelle altre città e paesi dell'Egitto. Secondo i computi e le relazioni potutesi avere dalle varie parti dell'Egitto stesso, da circa trecento mila persone vi son perite in quell'anno — » [657] e 658
Durante la state si mitigò la violenza del male. Gli Europei che fin dal mese di marzo si tenevano chiusi nei loro quartieri, circa la metà di luglio sortirono e si riordinarono le comunicazioni; ma nel verno del susseguente anno 1760 il contagio ringagliardì, e vi recò immense rovine, come fatto aveva nel precedente — » [658]
Nel 1759 il contagio fu portato nell'Isola di Cipro dall'equipaggio di un bastimento turco che aveva preso carico in Alessandria; e che naufragò sul promontorio di Baffo. Alcuni marinari e passeggieri salvati dal furore delle onde ripararono in alcuni villaggi sulla strada di Limsol, ed ivi sparsero il fatal seme del morbo. Nè stette molto il contagio a penetrare nella città di Limsol, dove si propagò con grande rapidità e violenza, estendendo le sue stragi a Biscupi, a Baffo, ed in varii, altri luoghi — » [658]
La città di Larnica, distante circa 40 miglia da Limsol offerse all'osservazione in quel tempo un singolare fenomeno. — Le comunicazioni tra Larnica ed i paesi appestati non essendo state mai intercette, ma libere e aperte col resto dell'Isola come per l'innanzi, giungevano a Larnica molti degli equipaggi e passeggieri de' bastimenti infetti approdati a Limsol; i contadini e mulattieri dalle ville infette con buboni pestilenziali ancora aperti, ed in attualità di malattia vagavano liberi per le strade e pei mercati della città, ed alcuni di essi pure colà si morivano senza che il contagio venisse ad altri comunicato. Il dì 20 maggio arrivò pur a Larnica un bastimento infetto proveniente da Damiata con parecchi marinari e passeggieri attaccati dalla peste, i quali sbarcati presero alloggio nelle case di Larnica; un altro bastimento turco approdò egualmente nel porto di Lamica avendo al suo bordo varii appestati, de' quali ne morirono tre nell'atto dello sbarco. A malgrado tutto ciò, nessun abitante di Larnica, per quanto si seppe, venne attaccato dalla peste. Gli Europei ivi dimoranti non presero alcuna precauzione, nè alcuna ne presero gli abitanti del paese, eppure nessun danno ebbero a risentirne; la peste non s'è comunicata ad alcuno di essi — » [658] e 659
Nei mesi di luglio agosto e settembre non si udì più parlare di peste, e credevasi che fosse interamente estinta tanto a Limsol che negli altri luoghi. Ma in ottobre ripullulò, e di là si dilatò a Nicosia Capitale dell'Isola di Cipro, 25 miglia distante da Latachea, e nei mesi di dicembre e gennajo siffattamente si accrebbe, che i turchi spaventati dalla grandissima mortalità ordinarono pubbliche processioni e preghiere, che servirono a propagare vieppiù il contagio ed accrescer le stragi — » [659] a 670
Grande quantità di persone fuggite da Nicosia si ricovrarono a Larnica. Solo allora gli abitanti di Larnica incominciarono a temere per essi. Ed infatti nel febbrajo di quell'anno (1760) manifestaronsi nel porto di Larnica i primi sentori di peste, indi in Larnica stessa, dove morivano da 25 a 30 al giorno. Molti di quegli abitanti fuggirono alle montagne. La peste continuò ad affligger Larnica per tutto il mese di aprile. Contemporaneamente si dilatò nelle isole vicine, a Famagosta, ed invase la provincia di Carpaso. Continuando le emigrazioni dalla città di Larnica il contagio andò in essa proporzionatamente scemando. In maggio era nel pieno suo declinare — » [660]
Mentre infieriva a Larnica e a Famagosta si andava estinguendo a Nicosia. La mortalità a Larnica non fu gran fatto considerevole. Non così a Nicosia, dove secondo Patrick Russel da quella pestilenza morirono circa venti mila turchi, e da quattro a cinque mila greci e armeni: mortalità sterminatrice rispetto al numero della popolazione di detta città, che si calcolava di circa quaranta mila abitanti. Secondo Giovanni Mariti però, a soli venti mila ascendono gli estinti da quel contagio in tutta l'isola. Nel giugno la peste cessò quasi intieramente in tutta l'Isola di Cipro. In luglio i Francesi colà dimoranti cantarono il Te Deum in rendimento di grazie, e tutte le case degli Europei ritornarono alle usate comunicazioni di prima — » [661]
A quegli stessi anni 1759, 1760 la peste afflisse pur crudelmente una parte della Palestina, della Siria, della Mesopotamia, non che parecchi altri luoghi. — Essa venne quasi generalmente preceduta dalla carestia e dalla fame. — Nella Palestina e nella Soria, oltre che dalla carestia, venne pur preceduta da replicate fortissime scosse di terremoti, che distrussero nel 1759 porzione della città di Damasco, e danneggiarono molto s. Giovanni d'Acri e Medina di Sidone. — In Aleppo oltre alla carestia desolatrice venne preceduta negli anni 1758-59 da una febbre maligna petecchiale, che cagionò sì grande mortalità come se fosse stata vera peste bubonica. Nella primavera 1759 comparve una cometa; nel 1760 un'eclissi solare: fenomeni questi tutti che gli Orientali sogliono risguardare come precursori della peste; nello stesso modo che per forieri e quasi compagni della peste sogliono risguardare la straordinaria mortalità degli animali, l'irregolarità della stagione, la maggiore abbondanza d'insetti, l'abbandonare che fanno gli uccelli i consueti loro nidi, il meno sonoro dell'ordinario gracchiare de' ranocchj ec. — » [662] a 664
A Medina di Sidone, a Tripoli nella Soria, a Latachea la peste andò percorrendo regolarmente i suoi stadii dal marzo all'agosto 1760; nè fu di grande violenza, mentre il numero dei guariti eguagliò incirca quello dei morti. Nei dintorni di Tripoli si riaccese nel 1762 — » [662]
A Gerusalemme si sviluppò nel febbrajo 1760, e vi produsse orribili devastazioni sì nella città che ne' villaggi dei contorni. Nel convento di Terra santa fra vent'un sacerdoti ne morirono dicianove — » [662] e 623
A Damasco si manifestò nel marzo dello stesso anno 1760, e la mortalità vi fu immensa, forse maggiore che in verun altro luogo: così in altre città picciole e villaggi della Palestina, ne' quali ne vennero per essa orribili devastazioni — » [ivi]
Mentre la peste faceva le più grandi stragi a Damasco, e lungo le città marittime della Palestina e della Soria, gli abitanti della città di Aleppo erano presi da forti timori, che vicina fosse la comparsa anche fra essi del tremendo flagello; nè andò molto che si è pur fra essi manifestato — » [663] e 664
Descrizione della peste di Aleppo — » [664] a 673
Al principio di maggio 1760 arrivarono in Aleppo alcune carovane da Damasco, da Gerusalemme, da Latachea con parecchi individui infetti. Fra questi tre mercanti turchi, che presero alloggio, in città in una casa vicina al Consolato Inglese. Costoro comunicarono il contagio alla famiglia presso cui alloggiarono. Alla fine del maggio altre carovane arrivarono da Gerusalemme, e da Tripoli con parecchi pellegrini turchi e cristiani, tra' quali eranvi alcuni negozianti di Aleppo. Questi facendo ritorno da' luoghi santi contrassero l'infezione per via; e ricovratisi senza verun ostacolo presso le proprie famiglie in città, propagarono più estesamente l'esiziale contagio — » [664]
Ciò non pertanto fu assai lento in detto anno (1760) l'avanzarsi del morbo, e dappoichè si vedeva che non veniva attaccato dal contagio nessun degli ebrei, i quali fra tutti sono sempre i più facili a contrar l'infezione; e che quelli che assistevano i malati ne andavano per lo più esenti, vi ebbe appena chi dicesse che quel morbo vera peste si fosse — » [665]
In sul finire di giugno si accrebbe la mortalità, più facile divenne il comunicarsi del contagio; e vieppiù si diffuse sì nella città, sì ne' sobborghi aggiacenti abitati da molte famiglie cristiane. In luglio la ferocia del morbo s'accrebbe ancora più, ma nella prima settimana di agosto cominciò a declinare. Si manifestarono le malattie così dette intercorrenti, o almeno la peste cominciò a vestire una diversa apparenza. Dopo la metà di agosto gli attacchi divennero sempre più rari. Alla fine di agosto la peste scomparve — » [666]
A malgrado che il contagio fin dal principio manifestato avesse la sua più grande malignità, mentre di sei appestati uno appena salvavasi; pure per tutto l'anno 1760 fece lenti progressi, ed il numero de' morti in tutto quell'anno, secondo le note raccolte dal D.r Russel, non montò che a 500 circa. Avvi però ragioni per credere che molto maggiore sia stata la mortalità se si rifletta alla vastità delle contrade e dei sobborghi di Aleppo, al numero della popolazione, all'indole della malattia; se si consideri che in quel paese non vi avea nè polizia sanitaria nè registri di morti, che i calcoli del Russel sono stati desunti dalle relazioni de' becchini, i quali tenevano conto di que' soli che nel seppellirli mostravano chiari segni di peste; finalmente all'asserzione dello stesso Russel, il quale confessa che in quell'anno avea badato meno attentamente al numero de' morti che negli anni susseguenti — » [666] e 667
Cessata la peste in Aleppo speravasi che non avesse più a riprodursi; ma ne fallì la speranza.
I villaggi delle vicine montagne fra Antiochia e Latachea, dove il contagio, cessato in Aleppo, s'era manifestato, continuarono ad esserne afflitti per tutto il verno; anzi sotto i rigori del freddo, che quell'anno fu più acuto dell'ordinario, erasi rinvigorito assai fieramente. Dai detti villaggi le persone già infette che s'erano rifuggiate nelle pianure sparsero il rio seme del morbo specialmente a Edlib, Sogre, e ad Aleppo stesso: ciò che avvenne anche per il libero comunicar fra Aleppo e Damasco, dove la peste continuava — » [668]
Nel marzo del 1761 si spiegò il contagio nelle ville di Aleppo, in Aleppo stesso, e circa alla metà del mese nel campo degli Arabi, e fu tale la violenza del morbo fin dal suo principio, che gli Arabi spaventati abbandonarono nella maggior parte le proprie tende e si rifuggiarono nelle case de' lor conoscenti ed amici. Di settanta appestati appena due andavano salvi. Nè solo fra gli Arabi, ma sì bene fra i Turchi ed i Maroniti si propagarono le stragi — » [668]
Sopraggiunte le feste del Bairam, al qual tempo i bazzari e i caffè sono straordinariamente affollati di gente, aumentandosi le ragion de' contatti, il morbo in proporzione si dilatò. In aprile si contarono 856 morti: in maggio 1211. Dopo la metà di aprile gli europei si chiusero nei loro quartieri. In giugno la peste infierì vieppiù, e somma fu la mortalità. Alla fine del mese in ispecielità giunse il contagio al suo più alto grado di forza e recò le maggiori rovine. Dal 31 maggio al 5 luglio sono morte 5535 persone, fra le quali 639 cristiani, e 183 ebrei. Penetrò nell'harem dello stesso Cadì, ed in parecchie famiglie de' principali signori turchi — » [669] e 670
Dopo la prima settimana di luglio fu rapida la declinazione del morbo. Dal 5 luglio al 2 agosto sono perite 2115 persone. Dopo la metà di luglio non moriva più alcuno prima del terzo giorno di malattia; mentre prima morivano dopo 10 ore dalla contratta infezione, altri, ed in maggior numero, in 24 ore. Verso la fine del mese ricomparvero febbri terzane ed altre malattie che diconsi di carattere, di un andamento diverso dalla peste. Il popolo in generale cominciò a rincorarsi. Gli europei, sì cristiani e sì ebrei, uscirono al pubblico, nè si viddero più deserti e abbandonati i bazzari come per l'innanzi. Dai 15 ai 31 agosto la mortalità fu minore che nel febbrajo che ha preceduto la peste, ed in settembre la pestilenza si risguardò terminata; ma le trepidazioni e le angustie di quegli abitanti non cessarono, dappoichè alcune morti improvvise, ed alcune febbri anomale mantennero vivi fra essi i timori, e solo nel marzo 1762 fu ristabilita la primiera tranquillità e sicurezza — » [670] a 673
Da Aleppo la peste s'innoltrò in altre città della Siria e della Mesopotamia, specialmente ad Arta, (o Orta) ove imperversò con la massima violenza; uccise il Bascià e quasi tutti i soldati e le persone del suo seguito. I villaggi dei dintorni rimasero spopolati quasi intieramente. Suez e Adena ne furono pur fieramente travagliate. Narrasi che in Adena e ne' vicini villaggi sono perite venticinque mila persone — » [673]
Nella primavera del 1761 la peste si manifestò anche nella città di Marasch, e vi durò più anni, cioè fino a tutto il 1765 con alcune tregue, e con alternative di maggiore o minore violenza, ora serpeggiando tacitamente, ed or divampando apertamente; ma sempre divenendo più mite ed appena sensibile durante l'inverno; fino a che nel 1765 aumentò in fiero modo le sue stragi, sì propagò nei vicini villaggi, e vi recò orribili devastazioni. — La lunga durata della peste a Marasch, più che in alcun'altra città della Soria, fu un singolare fenomeno — » [674]
Osservazioni sull'andamento della peste nel Levante, e sopra i fenomeni, che più facilmente inducono in errore nel riconoscerla al suo primo apparire e nel giudicarla — » [675] e seg.
La peste nel Levante tiene il medesimo andamento che in Europa. Cresce lentamente, va fluttuando, dilatandosi, e si aumenta poco a poco fino a che giunge al suo maggiore incremento. Non è però così del suo declinare, osservandosi in quest'ultimo suo periodo manifeste differenze, non solo secondo i luoghi, ma eziandio secondo il tempo; p. es. al gran Cairo la peste suol terminare quasi sempre più presto che in Aleppo e lungo le coste della Soria, ed ivi in certi anni più sollecitamente, in altri più tardi. Nell'Isola di Cipro si osserva dominare all'ordinario in sul finire d'autunno, nel corso dell'inverno, e nel principio di primavera, e cessar nella state. Ne' paesi montani suole imperversare particolarmente nel verno, ed infierire in proporzione dei rigori del freddo; mentre in altri cessa del tutto sotto i rigori invernali, e col procedere della cruda stagione — » [676] e 677
In nessun luogo è più manifesta l'influenza dell'aria pura, della libera ventilazione per menomare ed arrestare i progressi del contagio, quanto nei paesi del Levante Ottomano. E di fatti il morbo suol fare stragi fra le famiglie del popolo, che abitano case anguste, sepolte, senza finestre, senza ventilazione; mentre al contrario nel così detto Serraglio, nei palazzi dei grandi, che sono spaziosi, ventilati, con ampie sale e belle gallerie d'intorno, e con ogni possibile miglior maniera di costruzione adattati al clima, di rado vi penetra; e se giunge ad insinuarsi, non s'appicca ordinariamente che agli schiavi, alle persone di servizio, ed al più alle donne dell'harem le cui stanze non sono nè così ampie, nè così ventilate, per cagion de' ripari e dell'altezza delle finestre che vi si usano attesa l'estrema gelosia con cui quelle donne sono custodite — » [677]
La maniera di vivere e di conversare dei grandi della Turchia influisce del pari alla loro preservazione. Il naturale loro orgoglio non permette che alcuno ad essi si accosti. Giacciono la maggior parte del giorno in una gran sala nel fondo del loro Divano, fumando tabacco, prendendo caffè, ed occupandosi degli affari, solo in compagnia di persone di alto grado, le quali pur si tengono ad una certa distanza da loro. I servi ed i paggi stanno fuori dei Divano, e non si fanno avanti se non quando sono obbligati dal respettivo servigio, tornando poi subito al loro posto — » [678]
Nell'anno 1763 regnava la peste in Bosnia, confinante colla Dalmazia. Per la qualità dei confini assai difficile a custodirsi, non essendosi potuto impedire del tutto le comunicazioni col paese ottomano infetto, il contagio non istette molto a propagarsi in Dalmazia, dove andò serpeggiando qua e là più o meno palese pel resto del 1763. Travagliò con più forza quella provincia nel 1764, avendo infierito particolarmente nei borghi di Spalatro, dove sono perite in breve spazio di tempo 530 persone. Per ragion delle buone discipline e precauzioni usate, la città di Spalatro ne fu preservata — » [678] e 579
Gli anni 1769-1770-71-72-73 segnano una delle epoche più memorabili della storia riguardo alla peste.
A detti anni essa travagliò fieramente la Moldavia, la Valacchia, la Transilvania, la Podolia, la Volinia, la Russia, e Mosca particolarmente, come vedremo in appresso, la Turchia Europea e l'Asiatica, portando da per tutto grandissime stragi e rovine — » [679]
Nell'anno 1769 ardeva la guerra fra la Russia e la Porta Ottomana, cominciata in Moldavia. Dopo replicati combattimenti, ne' quali i Turchi furono posti in fuga, l'armata russa vittoriosa s'impossessò di Galatz, e di tutto quel tratto di paese che giace al di quà dal Pruth. Galatz fu presa d'assalto ed abbandonata al sacco. In detta città vi regnava la peste di fresco introdottavi col mezzo di mobili e di mercatanzie portatevi da Costantinopoli per ragion di una fiera che appunto vi si teneva in que' dì. Il comandante russo, che ignorava che colà vi fosse la peste, ordinò che ai soldati si desse quartiere nelle case della città, e di tal modo s'apprese il contagio alla truppa, che si diffuse co' suoi più manifesti segnali, ed uccise in breve non pochi soldati — » [681] e 682
Dietro l'ordine del supremo comandante conte di Romanzow l'armata si ritirò da Galatz e si diresse verso Yassy, dove mantenersi doveva in stretta contumacia, inviando i malati ad un Lazzereto. — Nella marcia da Galatz a Yassi minorate sensibilmente le malattie e le morti s'incominciò a dubitare che vera peste si fosse. Si distribuirono i soldati per le case di Yassi, ed i malati si allogarono nello stesso palazzo de' Principi di Moldavia, convertito in spedale. Tre settimane passarono tranquillamente, e solo nella quarta settimana osservarono i chirurghi dello spedale che vi comparivano molte febbri accompagnate da petecchie. Esse furono definite da prima febbri maligne. A parecchi di tali malatti in settima od ottava giornata compariva qualche bubone, che veniva risguardato qual decubito del male, con tanto più di persuasione quanto che non pochi malati, dopo una discreta e legittima suppurazione, guarivano — » [683]
Verso la fine della quarta settimana osservaronsi buboni e carbonchi, e morti repentine e sollecite, ed assai più frequenti. I timori di peste andaronsi quindi in proporzione aumentando — » [ivi]
Tale era il corso delle malattie nello spedale. Nella città le cose passavano tranquillamente. Racconta l'Oreo, siccome un soldato uscito dallo spedale venduta avendo ad un ebreo una pelliccia che aveva preso ad un turco prima di giungere a Yassy, sia stato questo il mezzo, che diffuse il primo seme del morbo nella città — » [684]
Fosse questa, o veramente altre più generali cause che abbiano concorso a diffondere l'infezione fra gli abitanti, è certo che il contagio si è propagato con grande rapidità in più quartieri della città, ed uccise molti fra i cittadini. Sebbene fossero presso che generali le voci di peste, e molti casi si contassero di morti repentine e violente con manifesti segni di contagio, pure molti vi erano ancora che ostinati il negavano, sostenendo che que' morbi fossero semplici febbri maligne.
Di questo partito sgraziatamente fu lo stesso generale comandante barone de Stoffeln, tratto in inganno dalle false insinuazioni de' magnati Moldavi, i quali temendo più della peste l'allontanarsi dell'armata russa, e di restar nuovamente esposti alle incursioni dei turchi, si sforzavano con ogni studio e ragione nel far credere che quella malattia non fosse di pestilenza. Il detto generale cadde vittima del suo errore. Le medesime ragioni private, che avevano tratto in errore il generale servirono a render più diffusa la peste fra gli abitanti di quella città non solo ma in tutta la Moldavia — » [684] e 685
Le case, le ville, le città stesse divenero deserti. Gli abitanti presi da estremo infrenabil spavento fuggivano sulle montagne. Molti cadaveri restavano insepolti; e siccome v'ha nella Moldavia gran quantità di cani, la quale per barbaro popolar costume e per superstizione, a somiglianza de' Turchi, si procura di conservare, così que' cani rimasti in gran parte senza padrone e senza trovar cibo; facevano di que' cadaveri lor pasto comune. Il perchè, giusta quanto assicura l'Oreo, che a quel tempo trovavasi a Yassy, molti ne divennero idrofobi; quindi oltre il flagello della peste, pur quello dell'idrofobia univasi a travagliare quegli infelici abitanti — » [685]
Comunque fosse grande la violenza e la diffusion del contagio, pure fino alla metà incirca del maggio 1770, la peste se ne rimase ristretta alla sola classe del basso popolo. Ma d'allora, cioè dalla metà di maggio? s'appiccò indistintamente ad ogni sorta di persone, mercadanti, sacerdoti, nobili, plebei, ufficiali di ogni grado, soldati venivano colti egualmente. Alla fine di giugno incominciò a declinare, e a mitigarsi la violenza del male — » [686]
A Bukarest, a Fockschiany nella Valacchia la peste si è introdotta più tardi che nella Moldavia, e vi cagionò molto minori danni, cessatavi anche più presto. Ma negli spedali di Fockschiany e di Bukarest fu grande la mortalità — » [686]
Nè solo nelle Capitali e nelle principali città della Moldavia e della Valacchia fece stragi il contagio, ma sì bene nei villaggi e paesi della campagna di quelle vaste provincie. In nessun altro luogo però tante come in Yassy, che anzi nelle ville e paesi della campagna si estinse in breve. Ciò avvenne forse per gli usi di quegli abitanti, i quali al primo manifestarsi della peste in fra loro, sogliono la maggior parte fuggire tra monti, e nelle campagne, sceverandosi ne' luoghi più romiti e selvaggi; donde armati di pistole e di fucili, e col continuo sparo tengono da essi lontano qualunque forestiere che cercasse di avvicinarsi — » [686] e 687
Ad impedire il progresso del contagio nei luoghi della campagna contribuiscon forse non poco, oltre la già accennata, altre particolari costumanze de' paesani Valacchi e Moldavi; essendocchè in circostanze di peste, al primo accorgersi che qualche individuo della famiglia ne sia infetto, usan essi trasportarlo nascostamente nel più vicino bosco, deporlo in luogo ombroso sopra un letto di foglie, con a canto un vaso pieno di acqua ed alcuni alimenti, visitandolo poi di tratto in tratto, secondo che per pietà, per parentela, o per interesse lor caglia della vita di lui. — Que' malati, a' quali reggono ancora le forze s'accendono da se un po' di fuoco; e morendo, lo che accade il più di sovente, sono nel sito stesso coperti di terra; o rimangono colà insepolti, e vengono divorati dai cani, dalle fiere, o dai vermi. — Sogliono in oltre que' villani bene guardarsi dal toccare l'ammalato, e qualunque cosa che sia stata da esso usata, maneggiata, od anche solamente tocca — » [687] e 688
Al manifestarsi della peste sì nella Moldavia che nella Valacchia, ne son presi in nota tutti gli abitanti del paese dall'Ispettore generale, o Intendente della peste. — La città o paese si divide immediatamente in quartieri. — Per ogni quartiere viene dall'Intendente nominato un sotto-ispettore della peste. — Tosto che ammala qualche individuo por si dee fuori della porta della casa un segnale, e darne immediatamente avviso al sotto-ispettore o ispettor del quartiere, il quale è obbligato di tosto visitarlo e dar le occorrenti disposizioni a tenore del bisogno e delle ricevute istruzioni. — Se in tal visita il detto sotto-ispettore riconosca essere l'ammalato realmente appestato, lo fa trasportare, permettendolo la stagione, fuor delle porte di quella casa con tutti i suoi vestimenti. Se ciò accade nel verno, fa collocar l'ammalato in un certo luogo, che viene stabilito appositamente per gli ammalati di peste. — Ognuno che muore dal contagio, col mezzo di persone a questo ufficio appositamente destinate, viene trasportato e sepolto. — A tale ufficio di becchini sono stabiliti individui della feccia del popolo, e per lo più, i gran bevitori. — Dipendono essi dall'ispettore e si prestano a tal pericoloso ministero avendo tutto il corpo ed i vestiti unti di catrame. — Sogliono costoro portare degli amuletti appesi al collo, e taluni entro al loro turban un bubone secco e tagliuzzato, che alle volte poi vendono ai più creduli del luogo ad un prezzo assai caro, tenuta essendo questa sostanza in conto di grande preservativo, ed impiegandosi come ingrediente principale per fare degli amuletti — » [689] e 690
Peste nella Transilvania — » [690]
Trovandosi la Moldavia e la Valacchia in preda alle devastazioni della peste, i signori di quelle Provincie, e particolarmente i più ricchi, abbandonarono le case loro e si rifuggiarono nel territorio della Transilvania, parte accampati sotto tende sulla linea del confine, altri entrati nei Lazzeretti, e la maggior parte rifuggiatisi nei villaggi montani limitrofi. Alte giogaje di monti dividono la Valacchia dalla Transilvania. Il confine è assai esteso e difficile a custodirsi. Il contagio quindi non istette molto a propagarsi nella Transilvania, ed invase primamente il più prossimo distretto di Corona; siccome quello che col paese vicino infetto era in più frequente e libera comunicazione. Le precauzioni per impedirle vennero prese troppo tardi — » [690] e 691
Già in maggio 1770 il morbo aveva oltrepassato i confini ed attaccata una famiglia del distretto transilvano di Corona, che aveva dato alloggio ad un greco di Bukarest. La fanciulla che aveva lavate le di lui robe ammalò con un bubone sotto l'ascella sinistra ed un carbonchio al gomito destro, e se ne morì in quattro dì. Ad essa tenne dietro la madre, un di lei fratello, ed una picciola sorella, morti tutti e tre dopo breve decubito da quel morbo medesimo. Al padre s'appiccò più mite il contagio, manifestatasi una parotide presso l'orecchio sinistro, e scampò la vita; lo che avvenne pur di un'altra fanciulla di sei anni, cui scoppiato era un bubone all'inguine sinistro. Il rio morbo da quella in altre famiglie del distretto non istette molto a diffondersi — » [691] e 692
Dal distretto di Corona il contagio si propagò in altri cinque di quella Provincia, cioè in quello di Fogara, di Rosmunda, nel comitato di Nangy-Sinken, nella contea di Hàromszek, nella residenza Csìken, e nella contea Marussich. In tutti questi sei distretti popolati da 3486 famiglie, la peste vi penetrò in 506. Ammalarono 1643 persone, delle quali sono morte 1204; In dicembre di quell'anno la peste era pressochè interamente cessata. L'ultima incidenza accadde il dì 20 marzo nella contea Marussich — » [694] a 700
Sintomi principali di questo contagio giusta la descrizione che ci ha lasciato di esso il celebre Chenot — » [692] e 693
Visitate dal D.r Bruckmann tutte le località infette, e riconosciuto che non vi erano in esse più che malattie ordinarie, ciò che fu considerato di buon indizio, furono dati gli ordini necessarii per gli espurghi; e ad essi si procedette ai primi del seguente aprile — » [700] e 701
Metodo ivi tenuto nell'eseguire detti espurghi delle case e suppellettili infette — » [701] a 708
Dal pubblico erario veniva rifuso al proprietario il prezzo delle case e delle robe abbruciate, sul dato della stima che per ciascuna doveva farsi precedere all'abbruciamento. Questa misura altrettanto provvida che benefica, tendeva ad impedire maggiori danni, facilitando la consegna degli effetti per l'espurgo e togliendo il motivo per cui venissero occultati — » [706] e 707
Essa però non bastò. Il popolo inclinato alla contravvenzione e non prestando fede alle fatte promesse ebbe bisogno di un severissimo bando per determinarsi ad ubbidire e consegnare tutti gli effetti all'espurgo. D'ordine sovrano venne conceduto un premio di tre zecchini d'oro a quello che scopriva merci od effetti nascosti, e stabilita la pena di morte per chiunque osava qualsivoglia effetto occultare o nascondere. Siffatta misura sortì pieno effetto. Gli espurghi furono condotti felicemente a termine, ed in maggio 1771 levati i cordoni vennero ristabilite libere le comunicazioni in tutta la Provincia, meno la Contea Marussich, che fu messa a pratica soltanto in giugno successivo — » [707] e 708
La peste continuava fra la truppa Russa ch'era di presidio in Moldavia e nella Valacchia. I soldati abbandonarono le case de' cittadini, ov'erano aquartierati, e si posero a campo aperto fuori dell'abitato. Pochi giorni dopo accampata all'aperto la truppa, la peste tra essa minorò d'assai. Il corpo più grosso dell'armata comandato dallo stesso general in capo conte di Romanzow si manteneva sano. Il comandante avea diretta la sua marcia verso la parte sinistra del Pruth confinante colla Bessarabia, già quasi deserta, e prese altre precauzioni per impedire le comunicazioni coi paesi infetti. I varii corpi della detta grande armata si mantennero sempre sani durante tutta la state a malgrado le molte vittorie riportate sopra i turchi, ed il ricco bottino fatto dal soldato vittorioso negli abbandonati campi nemici — » [785] e 786
Fra le cose allora notate si rileva; che entro alle mura di Bender, picciola città della Bessarabia sul Niester, vi regnava la peste, e grande n'era la mortalità sì fra i soldati turchi di presidio e sì fra gli abitanti prima dell'arrivo dell'armata russa, e durante l'assedio. Dopo un vivissimo e sanguinoso combattimento che durò tre giorni, dopo un continuo tirar di cannoni e moschetti sì da parte degli assedianti che degli assediati; espugnata che fu la città, la peste si vide cessata del tutto, nè avvennero altre incidenze — » [786]
Verso la fine di settembre 1770 durando per molti giorni un tempo sciloccale e piovoso, la peste si manifestò fra il detto grande esercito, attaccando da prima un corpo di cannonieri, che dopo aver espugnato valorosamente il castello di Ackermann se ne ritornò al campo carico di bottino, seco asportando con le spoglie dei vinti anco la peste. Nè andò molto che il contagio si propagò negli altri corpi d'armata a malgrado tutte le precauzioni — » [ivi]
La peste, dopo aver piantate profonde radici nella Moldavia, estese le sue stragi verso la Polonia, ed invase da prima la città di Chozim, situata sulle rive del Niester, al confine tra la Moldavia e la Polonia, recandovi gravi rovine — » [787]
Di là propagossi nella Podolia e nella Volinia, nelle quali Provincie venne recata primamente da alcuni rivenduglioli ebrei, che avendo acquistati molti mobili a Yassi e Chozim ed in altri luoghi, li rivendettero in Polonia — » [ivi]
Dalla Podolia s'innoltrò il contagio nel mese di agosto fino a Kiew (o Kiovia), città considerevole della Russia europea, nella qual città uccise più di quattro mila persone: e dove, come suol accadere pur troppo nelle città maggiori, la peste fu da prima messa in dubbio, e non se ne ravvisò il pericolo che troppo tardi, allorchè alla cieca fidanza subentrarono lo spavento generale, la confusione, il terrore, nè v'era più tempo di riparare — » [ivi]
I più ricchi e potenti e parte delli stessi magistrati disertarono dalla città, lasciandola in balìa della sorte in uno stato di scompiglio e di abbandono da non potersi ridire. Studenti, mercadanti, operai, e tutti quelli cui le famigliari faccende permettevano di allontanarsi dalla città, fuggirono del pari, seco portando il rio seme del contagio, che per tal modo si sparse rapidamente in varii castelli e villaggi della picciola Russia — » [787] e 788
Dopo aver infierito a Kiew ed in altri luoghi delle vicinanze durante i mesi di settembre, ottobre e novembre, nel dicembre, al cader delle brine invernali, mitigò da se, e nel successivo gennajo scomparve intieramente tanto a Kiew che in tutti i luoghi vicini. Nella successiva primavera si riaccese di nuovo sì a Kiew e sì pure a Neskin, mostrando di voler riprodurre le stesse tragiche scene. Ma essendo stato spedito opportunamente colà d'ordine dell'Imperatrice Catterina II.da il general maggiore Schipow, ed a cura di lui attivati e rigorosamente mantenuti ottimi provvedimenti e discipline di Sanità, la peste venne subito arrestata ed estinta, e quel sviluppo non ebbe ulteriori conseguenze — » [788]
Mentre la peste imperversava a Kiew e nelle altre località della picciola Russia, come si è detto, nel mese di settembre 1770 si propagò a Braensk e Sewsk città della gran Russia, poste quasi in mezzo tra Kiew e Mosca, ed in parecchi Casali e Villaggi che s'incontrano da quella parte; e finalmente nel dicembre dello stesso anno 1770 si manifestò nella città di Mosca, dove imperversò fieramente per tutto l'anno 1771 ed una parte del 1772 avendo ucciso cento tredici mila persone, come si vedrà in seguito della presente storia — » [788] e 789
Fra le pesti che afflissero l'impero Russo non fu forse questa la più distruttrice e la più memorabile, ma bensì apparisce essere stata quella del 1653-54, che devastò nel modo più spaventevole non solo la città di Mosca, ma varie altre città e paesi di quel vasto Impero, lasciandole presso che deserte e spoglie di abitatori. Ciò si raccoglie da una lettera scritta dai Bojardi di Mosca nel 1654 al Czar Alexa Micalovich, che allora trovavasi all'assedio di Smolensko — » [680]
Tenore della detta lettera, la quale si trova negli archivii dell'impero scritta in lingua russa, e che si rileva sottoscritta dal Principe Petrovich Pronschy e da altri — » [680] e 681
DIAGNOSI
Sintomi della peste e loro variabilità — » [693] e seg.
Aspetto ingannevole sotto cui non di rado, specialmente nel principio, si presenta la malattia, ond'è difficile ravvisarla — » [ivi]
Esempii di uomini sommi e riputati che si sono ingannati nella diagnosi di questo morbo.
Funeste conseguenze dei loro falsi giudizii.
In che consiste principalmente tutta la dottrina della peste — » [693]
Se la peste non viene conosciuta in tempo: se ravvisata, non si è solleciti a manifestarla; se invece di adottare gli opportuni mezzi per arrestarla, si versa in quistioni, in ambage, il contagio si diffonde, e le misure sanitarie applicate tardi, riescono per lo più frustranee ed inutili — » [694]
Quanto importi che i medici, i chirurghi ed altri addetti ai sanitarii ufficii abbiano chiare e precise idee della peste e dei sintomi della medesima — » [ivi]
Preziosa avvertenza di Schraud da aversi presente nel giudicare una malattia sospetta di peste — » [695]
La peste non ha in generale sintomi prodromi.
Sintomi che per lo più presentano i malati di peste — » [695] e seg.
Loro singolarità e violenza — » [ivi]
Ogni peste ha i suoi sintomi proprii, ed il corso di una pestilenza differisce sempre da quello di un'altra. — Non tutti i malati però sono afflitti da tutti i sintomi indicati osservarsi nella peste, ma la malattia viene accompagnata ora dagli uni ora dagli altri — » [700]
Tutti i sintomi sopradescritti (pag. 695, 696, 697) isolati o riuniti possono ancora essere equivoci e comuni ad altre malattie — » [697]
Segni positivi caratteristici della peste, proprii a farla conoscere indubbiamente — » [697] e 698
Avvertenze che debbono avere que' medici, chirurghi ed altri, che pel loro istituto sono chiamati primi a dar giudizio sopra le malattie dubbie o sospette di peste — » [698]
Come la maggior parte degli errori più fatali all'umanità sia nata dall'ignoranza di que' fatti pratici che alle dette avvertenze si riferiscono — » [ivi]
Rapido corso della malattia. — Numero de' giorni che suole durare. — Come in parecchi casi muojano gli appestati in 10 o 12 ore, ed un maggior numero nello spazio di 24 ore; la maggior parte fra il secondo e quinto giorno; altri improvvisamente, quasi colpiti da fulmine, e prima ancora che si abbia potuto concepire il sospetto che sieno attaccati dalla peste — » [699] e 700
Morbose reliquie da cui sogliono esser afflitti quelli che hanno superata la peste — » [383] e 700
Sintomi della peste di Egina descritta da Ovidio — » [212] v. 30
— della peste di Troja secondo la descrizione di Seneca — » [218] v. 90
— da cui era accompagnata la peste di Atene secondo Tucidide — » [230] e seg.
— della stessa peste secondo Lucrezio — » [239] v. 21
— della peste che travagliò l'armata Cartaginese sotto Siracusa, descritti da Silio Italico — » [250] v. 19
— della peste della Tessaglia descritta da Lucano — » [255] v. 16
— singolari da cui era accompagnata la peste che si sviluppò nell'Asia minore agli A. di R. 1208-09 dell'era cristiana 454-55 — » [264]
— dai quali secondo Evagrio e Procopio era accompagnata la fierissima peste di Costantinopoli del 542 E. C. — » [268] e seg.
— con cui soleva manifestarsi, e dai quali veniva accompagnata la terribile peste nera del 1347 fino al 1362 nei paesi dell'Oriente — » [319] e 320
Alcuni sintomi più comuni della peste che travagliò la Francia nel 1482 — » [340]
— di quella che infierì a Parigi nel 1510 — » [346]
Veemenza e perniciosità particolare del contagio nella Gallia Narbonese del 1553, secondo il Valeriola — » [560]
Singolari fenomeni da cui era accompagnata la peste che afflisse l'Ungheria e la Transilvania nel 1554 — » [561]
— di quella che infierì a Parigi agli anni 1586-87 descritta dal Palmario — » [571]
Sintomi che accompagnavano la peste di Lione del 1628 — » [579] e seg.
— della peste di Digne dell'anno 1629 — » [386] a 389
— dai quali fu colto il marchese Strigi che ammalò di peste nell'isola di s. Clemente, presso Venezia da dove si propagò la peste nella città nel 1630, e vi cagionò tante stragi — » [413]
— con cui in quella circostanza si palesò nei primi malati della contrada di s. Agnese di Venezia — » [414] e 415
— della peste di Firenze del 1630 descritta dal Rondinelli — » [431] e seg.
— della peste di Nimega del 1636-37 descritta dal Diemerbroeck — » [445] e seg.
— della peste di Copenhagen del 1654 — » [464] e 465
— della peste di Roma del 1656 descritta dal Gastaldi — » [481]
— della peste di Genova delli stessi anni 1656-57 — » [485] e seg.
— della peste di Brunswick del 1657 descritta dal medico Lorenzo Gislero — » [491] e seg.
— della peste di Londra di questi stessi anni 1665-66 descritta dall'Hodges e dal Sydenham — » [494] e seg.
— della peste di Gorizia del 1682 descritta dal D.r Giuseppe Candido — » [502]
— della peste di Cracovia del 1707 — » [507] e 508
— della peste di Würtemberg del 1707 — » [510]
— della peste di Marsiglia del 1720-21 — » [553] e 554, 590, 591, 592, 593, 594 e seg.
— della peste di Ukrania del 1738-39 descritta dallo Schreiber — » [614] e seg.
— della peste di Algeri del 1753 — » [647]
— della peste di Yassy, secondo la descrizione del Protomedico barone di Asch — » [686] e 687
— della peste di Transilvania del 1770 descritta dal Protomedico Chenot — » [692] e 693
Non è questo il luogo di accennare alle cause; nè giova il farlo, giacchè non si potrebbe che riferirsi alle varie opinioni intorno ad esse.
ESPURGHI
Metodi che si usavano per espurgare le robe e case infette di peste, attaccare e distruggere il germe del contagio prima che si conoscesse la pratica delle disinfettazioni cogli acidi minerali — » [422]
Nel 1493 s'instituì per la prima volta la pratica di profumare le lettere ed ogni carta, che veniva da luoghi infetti o sospetti — » [422]
Prima di detta epoca solevasi abbruciare tutte le vesti e suppellettili dei morti da peste, pagatone dall'erario il prezzo. — Ciò che in alcuni luoghi si è fatto più o meno anco dopo quel tempo — » [330]
Profumi disinfettanti usati nella peste di Genova nel 1657-58 — » [483] a 491
— di Marsiglia nel 1721 — » [587] e 583
— di Messina nel 1743 — » [639] a 641
— della Transilvania nel 1756-57 — » [701] a 708
Come siasi proceduto all'espurgo delle case e delle robe infette nell'ultima peste della Transilvania del 1770 — » [652] e 653
METODO
di disinfettazione col mezzo degli acidi minerali — » [711]
Metodo per disinfettare le stanze e gli appartamenti delle case coi vapori del cloro — » [711] a 715
— da tenersi nel praticare detti vapori disinfettanti nelle stanze dove giacciono malati — » [715] e 716
Le sostanze che hanno servito alla disinfettazione degli appartamenti, gittate nelle latrine continuano ad agire come disinfettanti — » [717]
Altri metodi per ottenere il cloro — » [ivi]
Come agisca il cloro sui germi del contagio — » [718] e 719
Come venga alterata e scomposta la natura dei germi riproduttori del contagio per l'azione degli acidi solforoso e nitrico — » [719]
Dei vapori dell'acido nitrico e del modo di ottenerli — » [719] a 721
Del gas solforoso e dei vapori nitrico-solforosi da sostituirsi allorchè manca il cloro — » [720]
Dei vapori dell'acido muriatico o idroclorico; del metodo di ottenerlo; e delle avvertenze nel praticarlo — » [722] e 723
Quantità degl'ingredienti necessarii per una completa disinfettazione proporzionata all'ampiezza de' locali ed al grado della loro contaminazione — » [723]
Metodo da tenersi per disinfettare cogli acidi minerali i vestiti, le coperte, i letti, le biancherie, pelliccerie, ed altri oggetti suscettibili — » [725]
Avvertenze che si debbono avere nell'eseguire le fumigazioni col cloro — » [725] e 726
Come le biancherie, vestiti, tessuti di lino, di lana, ed altri oggetti che non soffrono danno dall'espurgo d'acqua, possano venir spurgati egualmente bene, con egual sicurezza e più presto col liscivo, coll'acqua bollente, coll'immersione per parecchie ore nell'acqua del mare, o in una soluzione di cloruro di calce o di soda — » [728] e 742
Per tutti quegli oggetti che possono esser lavati senza che rimangano danneggiati, qualunque profumo è interamente superfluo — » [772]
Della commissione medica inviata dal Governo di Francia in Egitto nel 1728 per vedere e studiare la peste — » [727] e seg.
Esperienze che sono state istituite dalla detta commissione per riconoscere l'efficacia dei cloruri come mezzo disinfettante — » [727] a 730
Metodi ch'erano in pratica ne' passati tempi per spurgare le lettere — » [730] a 739
Espurgo delle lettere col cloro. — Metodo di eseguirlo — » [730] e 731
Descrizione della cassetta che viene proposta come opportuna per lo spurgo delle lettere e delle carte. Istruzione sul modo di farne uso — » [730] a 734
Che cosa convenga fare per spurgar bene le lettere; e dopo spurgate che cosa occorra farsi prima di dirigerle alla loro destinazione; come condursi per quelle dirette alle prime cariche dello Stato — » [734] e 735
Sull'azione del calore considerato come mezzo possente di disinfettazione, atto a distruggere, o almeno ad assopire l'attività del contagio pestilenziale, portato che sia al grado 30 a 35 di Reaumur. — Opinione degli Orientali nel proposito. — Osservazioni ed esperienze che guidarono detta opinione — » [735] e 736
Come sulla base di tali osservazioni ed esperienze sia stato introdotto in alcuni dei nostri Lazzeretti l'uso di spurgare le lettere e le carte col calorico, assoggettate poscia ai vapori di nitro e zolfo — » [737] e 738
Intorno l'opportunità di detto metodo. — Distinzione — » [738]
Sull'uso dell'aceto per espurgare le lettere e le carte, così pure per l'espurgo di altri oggetti, p. es. delle monete di qualunque sorte, utensili d'oro, d'argento, di rame e d'altri metalli. Metodo di praticarlo — » [741]
Dei grandi fuochi che, servendo alle opinioni dei passati secoli, si solevano accendere nelle strade e sulle piazze pubbliche per purificar l'aria in tempi di peste. — Loro inutilità — » [539] e 540, 627, 293, 740 a 742
Qual uso si faccia oggidì del fuoco nei Lazzeretti, ed in tempi di peste per spurgare le vie, le piazze pubbliche, le porte delle case, i pavimenti, selciati, ed altro — » [743]
In qual modo, e dove accesi possano detti fuochi riescir utili in tempi di contagio — » [743] e 744
Della botte per le fumigazioni disinfettanti da adoperarsi in tempi di peste — » [765] e seg.
Importanza ed utilità della medesima — » [765] e 766
Quanto sia utile attaccare prontamente i germi del contagio in qualunque luogo ed in qualunque tempo sieno essi per svilupparsi, e dare ai mezzi disinfettanti la maggior possibile diffusione ed universalità — » [776] e 767
I felici risultamenti ottenuti nella recente peste di Odessa del 1837 dai provvedimenti sanitarii colà attivati, confermano l'importanza e l'efficacia della detta disciplina, di attaccare cioè senza perdita di tempo i germi del contagio coi mezzi disinfettanti più attivi appena succede lo sviluppo di essi, in qualunque luogo ed in tutti i lor nascondigli — » [774]
Come a detti espurghi domiciliari debbano prontamente prestarsi gli stessi individui delle respettive famiglie che rimangono sani, senza attendere i soccorsi dal pubblico; il quale però deve incaricare apposite persone per istruire e dirigere nell'esecuzione di detta pratica le genti del popolo — » [768]
Descrizione della detta botte da espurgo — » [769]
Modo di caricarla e di adoperare con essa per disinfettare i varii effetti destinati all'espurgo — » [769] a 772
Per quanto tempo occorra tener chiusi entro la botte esposti ai vapori del gas solforoso gli oggetti da spurgarsi; e dopo spurgati quanto debbano restare all'aria libera — » [771] e 772
Come in alcuni casi gravi, e secondo il bisogno e le circostanze, in vece delle fumigazioni col zolfo sieno da adoperarsi quelle col cloro, avendo presenti alcune avvertenze sulla espansibilità di detto gas, e sulla sua qualità di attaccare i colori — » [773]
Cautele ed avvertenze che devono avere le persone che si prestano all'ufficio di caricare la botte onde evitare il contagio — » [ivi]
Le cose dette intorno le botti da espurgo possono esser applicate dietro una pratica illuminata a qualunque altro spazio chiuso — » [773] e 774
Dei vasi disinfettanti e preservativi, così detti, (vasi profumatorii di salute). Delle bottiglie di cloro portatili; a qual uso servano esse — » [744]
Modi di prepararli — » [745] a 748
Avvertenze che si debbono avere nel farne uso — » [748]
Utilità di tener in pronto tali apparati nei Lazzeretti, negli Spedali ed altri Stabilimenti Sanitarii — » [749]
Delle boccie portatili disinfettanti propriamente dette; loro descrizione e maniera di prepararle — » [749] a 751
Utilità che da esse se ne può ritrarre per l'uso cui sono destinate a servire; — semplicità della loro preparazione; — comode ed importanti loro proprietà; l'attività loro si conserva per lunghissimo tempo — » [750] e 751
Composizione che si adopra per lo spurgo delle stalle infette — » [753] e 754
Cenni sull'azione disinfettante e sanatrice dell'aria e della luce — » [775]
L'aria libera e pura considerata qual principal mezzo disinfettante, quello a cui noi dobbiamo la maggior parte degli espurghi che si praticano tuttogiorno nei nostri Lazzeretti; quello di cui l'esperienza di secoli ha dimostrato l'efficacia; nè vi fu ancora alcuno che abbia osato negarla — » [775] e 776
Esperienze particolari che hanno dimostrato come sotto l'azione dell'aria libera e pura, e specialmente dove l'ossigeno può esercitar liberamente il suo potere, venga distrutta o menomata l'azione micidiale del contagio e perda quegli la sua facoltà riproduttiva — » [777] e 778
Fatti di Filadelfia che comprovano questa verità — » [777]
— di Macarsca — » [777] e seg.
— dell'Ungheria — » [779] e 780
— d'Italia — » [780]
— di Parigi — » [780]
Come nei casi di peste o di altro contagio esser debba cura specialissima dei Governi, o di quelli che presiedono alla conservazione della salute pubblica, istruire le popolazioni sull'efficacia di questo mezzo, e di esortarle a profittarne — » [781]
PRESERVATIVI.
Delle boccette disinfettanti tascabili pei medici, chirurghi, ministri di religione, serventi, e per tutte le persone che sono obbligate ad avvicinare i malati di contagio, dette altrimenti boccette disinfettanti di Guyton; — modo di prepararle — » [751] e seg.
Avvertenze che si debbono avere nel portarle addosso — » [752]
Uso di portare addosso il cloruro di calce in boccette chiuse; — come nessuna utilità si possa attendere da questo uso; — ragioni sulle quali si appoggia siffatta opinione — » [754] e 755
Quale invece sarà l'uso che di dette boccette di cloruro si potrà fare utilmente — » [755]
Essenziali ed utili cautele da usarsi da quelli che sono obbligati di avvicinare malati di peste — » [756]
Quanto sia raccomandabile l'uso di lavarsi spesso le mani con una soluzione di cloruro di calce, o coll'acqua clorurata, coi quali liquidi si potrà pure bagnarsi il volto e specialmente le narici e le labbra — » [756] e 757
Dei sacchettini di tela pieni di cloruro di calce da portare in dosso — » [757]
Quali sieno gli espedienti e mezzi migliori per conservarsi sano ed illeso dovendo vivere in mezzo ai malati di contagio nello stesso ambiente, trattarli ed assisterli — » [757] e 758
Cautele da non ammettersi nell'intraprendere le sezioni dei cadaveri delle persone morte di peste — » [758]
Quanto sarebbe desiderabile che col mezzo delle investigazioni sui cadaveri, intraprese con più frequenza e con più di coraggio di quello che siamo soliti di fare, potessimo pervenire a scoprire più chiaramente le interne lesioni prodotte dall'azione del principio pestilenziale — » [759]
Pericolosa ed incauta pratica, che si tollera tuttora in alcuni paesi, quella dei medici e chirurghi dei Lazzeretti ch'esplorano il ventre ed il polso dei malati sospetti od infetti di peste, sia che ciò facciano coi guanti cerati o gommati, sia con altri mezzi precauzionali, e sortano poi subito finita la visita, mettendosi in libera comunicazione colle famiglie e persone sane della città — » [760]
Come importerebbe che le Autorità incaricate della tutela della salute pubblica provvedessero a tale inconveniente — » [761] e 762
Saggie e caute norme che sono in pratica in questo proposito nel Lazzeretto di Marsiglia — » [762] a 764
Sull'efficacia dell'aria libera e pura anche come mezzo preservativo. — Fatti che lo hanno dimostrato — » [771] a 781
Come in nessun luogo sia più manifesta l'influenza dell'aria pura e della libera ventilazione per preservarsi dal contagio, quanto nei paesi del Levante Ottomano — » [645] a 677
Avvertenze profilatiche, suggerimenti d'igiene particolare intorno al modo di vivere e di condursi in tempi di peste, a fine di mantenersi illesi da' suoi attacchi e conservarsi sano — » [781] e 784
Quanto importi di aver presente che ogni contagio ha una atmosfera contagiosa sua propria; che l'ambito del corpo di ogni malato esala incessantemente un vapore una traspirazione che si estende fino ad un certo punto; che questo è ciò che si chiama sfera di attività del contagio, atmosfera contagiosa; che i raggi di questa sfera variano secondo le circostanze, e che nei luoghi chiusi ove manca l'ossigeno, i germi del contagio non soffrono modificazione, restano latenti e nascosti entro ai corpi passivi, sempre pronti a svilupparsi tosto che si presentino favorevoli circostanze — » [784]
Quali fossero i mezzi preservativi raccomandati nelle pesti dei passati secoli.
Nella peste di Roma agli anni 188-89 dell'E. C. sotto l'impero di Commodo fu per la prima volta consigliato di usare gli odori come preservativo, tener addosso sostanze odorose, e praticar profumi ad oggetto di purificar l'aria — » [261]
Commodo avendo sentito dai medici che certi alberi spargenti odore, come il lauro, sono buoni a preservar dalla peste, se ne fuggì al luogo detto Laurentum (ora Pratica) rinomato pei suoi boschetti di Lauro — » [ivi]
Nella peste di Roma dell'anno 1288 E. C. si notò che il Pontefice Nicolò IV., servendo all'opinione di que' tempi, faceva accendere continuamente grandi fuochi ne' cortili e negli appartamenti del suo palazzo, considerato questo qual valido mezzo preservativo — » [293]
Nella peste di Firenze dell'anno 1348 tenevansi pure gli odori in pregio di ottimi preservativi secondo la descrizione che ne diede il Boccaccio — » [304]
La medesima cosa ebbe luogo nel contagio del 1529 della stessa città di Firenze, di cui narra il Machiavelli «chi l'uno fiori e odorifere erbe, chi spugne, chi ampolle, chi palle di diversa specie composte in mano portava, o per meglio dire al naso teneva come preservativo» — » [351]
Nella peste di Verona del 1630 i medici e chirurghi a preservarsi dal morbo solevano far uso delle poma d'ambra e di altre sostanze odorose; ma a malgrado ciò perì la maggior parte di essi — » [407]
Nei passati tempi fra la farragine di sostanze odorifere che venivano impiegate come preservativo si usava molto la canfora, anzi si aveva in essa una particolare fiducia — » [639] e 740
L'esperienza successiva ha mostrato non esser dessa senza qualche utilità. Lo stesso dicasi del tabacco — » [740]
Nella peste di Lione del 1628-29 i cauteri e vescicatori furono riconosciuti eccellente preservativo. Le successive osservazioni ed esperienze hanno confermato l'efficacia di detti mezzi — » [380]
Così nella peste di Roma del 1656 venne riconosciuto essere i cauteri, o fontanelle, eccellente preservativo. Il padre Kircher, il quale durante detto contagio trovavasi a Roma, assicura che niuno segnato da essi cauteri fu invaso dalla peste, tranne alcuni di vita epicurea — » [482]
I Magistrati di Lucca, nella peste che afflisse quella città nell'anno 1630 assieme a molte altre, furono i primi in Italia che ordinassero, che i medici usar dovessero di un lungo drappo incerato ed incappucciati coi cristalli agli occhi, assistessero così gl'infermi — » [407]
Nella peste di Firenze dello stesso anno 1630 si usarono molto le unzioni coll'olio tanto come rimedio quanto come preservativo — » [434]
Altri preservativi usati nella medesima peste di Firenze — » [436]
Qual metodo di vita abbia tenuto e di quali preservativi siasi giovato il celebre Diemerbroeck nella terribile peste di Nimega, per cui pervenne a mantenersi sano ed illeso a malgrado il continuo avvicinare i malati di peste in qualunque casa infetta sia che a ricchi o a poveri appartenesse — » [453] e 454
Qual metodo profilatico sia stato riconosciuto il migliore nella peste di Würtemberg del 1707 — » [311]
Nella peste di Marsiglia salì in molto credito come preservativo l'aceto, e specialmente l'aceto aromatico, che dicesi dei quattro ladri — » [606]
Efficacia che viene attribuita all'aceto, specialmente allorchè sia forte e buono, tanto come disinfettante che come preservativo — » [740] e 741
Quali mezzi preservativi sieno stati riconosciuti utili nella peste dell'Ukrania del 1738-39 — » [618] e 619
Intorno alle cautele da usarsi nei paesi d'Oriente in circostanze di peste — » [650]
Suggerimenti del riputatissimo protomedico dott.r Chenot agli abitanti della Transilvania sul metodo che dovevano tenere per preservarsi dalla peste — » [656]
Con quali preservativi si prestino all'esercizio del loro pericoloso ministero i becchini della Moldavia e della Valacchia in circostanze di peste — » [689] e 690
DELLA CURA
Consiglio dato dal protomedico dott.r Chenot agli abitanti della Transilvania sul metodo che dovevano usare, subito che potevano sospettare di aver assorbito il contagio; consiglio che in molti casi è riuscito utilissimo — » [656]
Osservazioni pratiche sul trattamento curativo della peste fatta dal Palmario nella peste di Parigi e di altri luoghi della Francia — » [346]
— — raccolte dal Falloppio nella peste che afflisse l'Italia dal 1512 al 1529 — » [356]
— — che sono state fatte nella peste di Lione del 1628-29 — » [380]
— — sull'efficacia della dieta e del moderato uso del vino — » [ivi]
— — raccolte dal Rondinelli, quantunque non fosse medico, nella peste di Firenze del 1630 — » [433] e 434
Del governo dietetico e curativo della peste, osservazioni pratiche del Diemerbroeck fatte nella peste di Nimega — » [452]
Rimedii che sono stati riconosciuti utili nella peste di Copenaghen del 1654 — » [463]
Come si medicassero i malati di peste nel contagio di Roma del 1656 giusta la descrizione che ci lasciò di esso il celebre cardinal Gastaldi — » [482] e seg.
Quali rimedii siensi usati nella peste di Genova dello stesso anno 1656 — » [487]
Trattamento curativo usato dal Sydenham nella fierissima peste di Londra degli anni 1665-66 — » [495] e seg.
Autori che hanno opinato per la cacciata di sangue nella peste — » [496]
Nella peste che infierì in Francia e particolarmente a Parigi nel 1510 le sottrazioni sanguigne riescirono costantemente dannose — » [346]
Assicura il Falloppio essersi la stessa cosa osservato nella peste che durò in Italia otto anni di seguito, cioè dal 1522 al 1529 — » [356]
Dice il Diemerbroeck parlando della peste di Nimega del 1636-37. «Le cavate di sangue erano assolutamente mortali» — » [452]
Nella peste di Roma del 1656 fu osservata la medesima cosa, cioè che l'emissione di sangue era assolutamente seguita dalla morte, ed al più s'impiegavano le ventose scarificate — » [482]
Nella peste di Marsiglia del 1721 fu osservato che le reiterate cacciate di sangue ed i purgativi adoperati negli spedali riescirono manifestamente dannosi — » [543]
D'altra parte il celebre dott.r Bertrand nella sua descrizione della stessa peste di Marsiglia, dice. «La sanguigna in generale non doveva essere nè abbondante nè ripetuta» — » [599]
Il dott.r Candido parlando del contagio di Gorizia del 1682, dove allora era medico, dice. «Il cavar sangue dalla vena fu osservato nocivo, così si tralasciò. Li vescicanti all'incontro furon trovati di gran sollievo» — » [502]
La stessa osservazione intorno ai dannosi effetti della missione di sangue nella peste fu fatta da altri pratici nel corso di altre pestilenze.
Rimedii osservati utili nella peste di Cracovia del 1707, secondo le osservazioni ed esperienze del dott.r Schomberg che ve l'ha descritta — » [508] e 509
— che meglio corrisposero nella cura usata nella peste di Würtemberg del 1707 — » [511]
Osservazioni intorno ciò che si è praticato riguardo alla cura nella peste di Marsiglia del 1720-21 fatte dal celebre dott.r Bertrand, che fu di tutta quella pestilenza testimonio oculare. Che cosa in essa sia stato trovato utile o nocivo — » [543]
Quale sia stato il trattamento curativo adottato in quella pestilenza. — Avvertenze che si dovevano avere nella scelta ed applicazione dei varii rimedii — » [598] e seg.
Della cura esterna — » [603] e seg.
Intorno al governo del vivere che fu riconosciuto meglio convenire — » [603]
Osservazioni del dott.r Schreiber di Königsberg nella peste dell'Ukrania del 1738-39 intorno ai rimedii che nel trattamento curativo hanno meglio corrisposto non che rispetto al tempo di usarli — » [619] e 621
Qual era la dieta che in quella circostanza solitamente si prescriveva — » [620]
Qual metodo di cura usassero i Mori nella peste di Aleppo del 1753, e che cosa sia stata trovata più utile nel corso di detta pestilenza — » [649]
Trattamento curativo adoperato con buon successo nella peste della Transilvania del 1757 dietro i suggerimenti del riputatissimo dott.r Chenot — » [653] a 655
NECROSCOPIA.
Apertisi in Genova nel 1656 alcuni cadaveri di persone morte dalla peste in quella terribile epoca che cosa siasi in essi trovato — » [486] e 487
Nelle sezioni cadaveriche instituite nella peste di Marsiglia del 1720-21 quali lesioni e particolarità sien state rinvenute — » [598]
Che cosa siasi trovato nei cadaveri degli appestati che sono stati aperti in Ukraina nella peste del 1738-39 — » [618]