Il sole entra in Capricorno.

«Datemi un punto d’appoggio, ed io vi metto sossopra il mondo» — Così disse il matematico di Siracusa; ma niuno meglio di lui sapeva di domandar l’impossibile.

Ormai si sa per lunga esperienza che tutto ubbidisce a certe leggi inalterabili della natura. Chi nasce cavolo non morrà garofano; e le tendenze degli uomini per far che si faccia non si ponno violare.

Non mi si venga fuori coll’onnipotenza dell’educazione, giacchè per conto mio domanderei l’abolizione del vocabolo onnipotenza il quale esprime una cosa che non esiste.

È provato che Dio stesso non può essere onnipotente perchè non saprebbe fare un circolo quadrato, dunque restiamo d’accordo che le tendenze insite nell’uomo sono immutabili. Anche la luna di miele subisce come tutte le altre le sue fasi di decrescenza, colla sola diversità che quando è tramontata non ritorna più mai sull’orizzonte. Luna fatale!

Il suo splendore durò poco per Pomponio, che dopo qualche mese cominciò ad abituarsi alla felicità, e poscia se l’ebbe di peso.

La vedovella avea dei piccoli grilli, le piaceva d’esser corteggiata, voleva feste, teatri, balli e con che cuore poteva Pomponio presentarsi in pubblico, senza essere nemmeno cavaliere! Ecco il tarlo che rose le sue gioie coniugali.

L’amore aveva assopito solo per poco lo stimolo dell’ambizione, ma passato il fuoco dell’entusiasmo per la moglie, Pomponio ricadde nella sua cupa malinconia.

Con grandissimo rammarico leggeva giornalmente quel foglio malvaceo che è la Gazzetta Ufficiale, e ad ogni nuovo cavaliere annunziato il poverino si sentiva come stretto al cuore.

Oh la croce, egli la voleva, la sognava, e frattanto la sua dolce metà gli ne faceva portare una e ben grossa.

Debbo dirlo perchè si disse, ma io dichiaro come al solito che non credo alle ciarle del mondo. La vedovella convinta d’aver sposato un baggèo, pensò tosto a darsi buon tempo. I sogni ambiziosi del marito le davano agio a fare ciò che le piaceva, e siccome le piaceva un ufficiale di cavalleria, si lasciò spesso accompagnare da costui al teatro, al caffè, e si disse perfino d’averli veduti in una strada di campagna....

Siamo d’accordo che cotesta è un’altra infamia del mondo che vitupera l’innocenza, ma prima di condannare addirittura il mondo, è bene riflettere come talvolta egli non abbia tutta la colpa de’ suoi errori.

La mia nonna, buon’anima, mi diceva:

— Figlio mio, la maldicenza è come un lago, se tu vedi il tranquillo specchio che si turba, è segno che vi è caduto dentro il sassolino. Al fondo di tutte le dicerie, c’è sempre un po’ di vero.»

Non voglio certo disconoscere i savii ammaestramenti di quella buona vecchia, ed ogni qualvolta sento il mondo che mormora, mi rammento sempre la storia del sassolino.

Insomma pigliatela come si trova; se è vero che l’ufficiale se la spassasse romanticamente con Allegra, ci avrà trovato la sua convenienza. In questi casi è prudente sposare la gran massima che dice: le colpe della moglie sono colpe del marito. Tiro innanzi.

Lo sventurato Pomponio struggevasi per ambizione, e dopo appena sei mesi di matrimonio non era più riconoscibile; era sempre preoccupato, distratto, come un banchiere alla vigilia del fallimento. La gente pensava che ei la facesse da uom di spirito, e taluni vedendo che la sua fronte andava facendosi più ampia per lo sfrondarsi dei capelli, osservavano malignamente com’egli covasse qualche protuberanza al cranio.

Ma la provvidenza è grande, e non tardò a sorridere a Pomponio prendendolo sotto le sue pietose ali.

Se vi ricordate, quando la moglie di Pomponio era vedova (Dio che giro di parole!) godeva la protezione di un cugino alto-locato. Costui ebbe una parte attivissima in quel matrimonio, aveva fatto dei grandi regali alla sposa, e quando ella stava per lasciar Firenze ei chiese licenza al marito di darle un bacio.

Era una cosa innocentissima, e se vogliamo anche un onore per Pomponio.

D’allora in poi Allegra mantenne sempre un discreto carteggio col cugino di Firenze, ed un giorno ricevette da lui una lettera in cui le notificava la sua nomina ufficiale ad un consolato estero. Inoltre per post-scriptum eravi che appena sbrigati alcuni affari, egli passerebbe a salutarla prima d’abbandonar l’Italia.

Allegra comunicò la lieta novella a Pomponio, il quale sentì slargarsi il cuore per la gioia. È facile comprendere che un barlume di speranza era riapparso nell’animo suo, facendo egli gran calcolo sull’influenza del cugino diplomatico.

Una sera stando chiuso nella camera da letto e mentre la moglie già si spogliava, Pomponio prese a dire:

— Senti Allegra. Se viene il cugino bisognerà pensare a dargli un conveniente alloggio.

— Certo.

— Non si canzona mica un personaggio così.

— Oh, disse la moglie, non pigliarti tanti fastidi, già lo sai, egli è fatto alla buona.

— Tutto va bene, ma bisogna fargli l’onore che si merita. Si fermerà molto?

— Chissà! Secondo l’urgenza, può darsi anche che non si fermi più di un giorno.

— Ne sarei dolentissimo.

— Ed io pure, è tanto tempo che non lo vediamo!

— Tanto più, mormorò Pomponio, tanto più che aveva un certo progetto in mente...

— Che progetto?

— Oh Dio, un’inezia, massimamente se tu t’impegni in mio favore.

— Puoi dubitarne! Di’ pure.

— Già lo sai, Allegra mia, io sono piuttosto ambizioso.... tutto per te; mi piacerebbe farti fare bella mostra nel mondo. Non già che io ci tenga gran fatto a corte cose, sono minuzie, tuttavia non si può negare che un titolo fa sempre qualche effetto in società.

— Ma spiegati meglio, sclamò Allegra piantando due occhioni addosso al marito.

— Ecco... cioè, il cugino è molto influente al ministero, e se mercè il suo intervento potessi guadagnarmi una croce...

— Ah! vorresti esser cavaliere!

— Ecco, rispose Pomponio, ed arrossì fin sulla punta del naso a tal segno che la moglie se non rise fu perchè ebbe pietà di quella miseria.

— Per farti cavaliere occorre un titolo.

— Qual titolo migliore esser suo cugino!

Allegra si fece alquanto seria, e stette fissando di sottocchi il marito che appunto allora si aggiustava la berretta da notte. Aveva una figura stolida, messa assai bene in rilievo da una tinta di timidezza che apparivagli ogni qualvolta si trovava in colloquio intimo colla moglie...

— Dunque Allegra mia, hai pensato?

— La signora aggrottò le ciglia, guardò il marito con un’aria di superiorità quasi sprezzante, e rispose seccamente con una sola parola che poteva essere una rivelazione.

— Vedremo! — Io spero che non ti dirà di no... ti vuol tanto bene.

— Se dipenderà solamente da lui.

— Basta che ei lo voglia, è un affar fatto. La danno a tanti la croce e si può ben compiacere un cugino. È da qualche tempo che ho quest’idea, ma tu mia cara mi tieni in gran soggezione. Infine se sono ambiziosetto è per te sola, capisci che se io sarò cavaliere tu diventi donna...

— D’altri, mormorò Allegra fra i denti voltando le spalle al marito che poco dopo si addormentò sognando la realtà delle sue speranze.

Dopo tanto, sfido io il lettore se avrà cuore ancora di scagliar la pietra su quella povera donna. È vano sofisticare sui doveri del matrimonio quando trattasi d’avere alla cintola un marito di quella fatta. Io sono sincero, e dico francamente che in simili casi come in tanti altri metto le infedeltà coniugali nella schiera dei più sacrosanti doveri.

Ognuno ha quello che si merita, ci vuole una testa apposta perchè vi possano germinar le corna; e qui mi arresto con un’altra osservazione. Le corna non mi sembrano troppo a proposito per raffigurare la posizione sociale di certi mariti.

Oh perchè non mettervi invece delle corna le orecchie? Starebbero assai più acconcie. Narra la favola che Atteone per aver veduto Diana al bagno fu dannato a portar sulle cervice il blasone dei cervi... sin qui sta bene, ma qui non ci trovo relazione col becco dei mariti. Atteone s’ebbe le corna in pena d’aver visto, mentre i mariti le hanno appunto perchè non ci vedono niente. Cito il fatto puro e semplice, ma per conto mio me ne lavo le mani, e poichè ci vogliono le corna, prendo il mondo co’ suoi usi, e tiro dritto.

— Mi preme unicamente di stabilire che madonna Allegra era quasi in diritto, per non dire in dovere, di seminare sul capo del marito quei nobili fregi. Veniamo al punto, cioè al giorno in cui doveva arrivare il cugino. La fu una vera baraonda in casa di Pomponio, si trattava di assegnare una camera degna dell’ospite, ed infine dopo discussi cento progetti, Pomponio aderì a quello della moglie che volle il cugino in una camera prossima alla sua.