La forza del Destino.
Quando io penso ai casi fortuiti della vita, alle strane sconfigurazioni dell’azzardo, non so più negare l’influenza del destino.
Si ha bel dire, tutto è caso, ma signori miei, chiamate caso la predestinazione e noi saremo d’accordo.
Si vedono delle cose sorprendenti, accadono nella vita certe mistificazioni che sembrano il risultato d’una tendenza prestabilita. Per me il caso è più maraviglioso delle leggi che regolano il mondo anzi appunto perchè desso è l’antitesi della legge, la negazione dell’ordine naturale, io lo trovo prodigioso.
Il caso che fece fare ad Apelle la spuma colla spugna, e che rivelò a Galileo la teoria dell’isocronismo del pendolo, ha qualche cosa di sì straordinario, che mi stordisce. — Ma torniamo a Pomponio.
Le meraviglie artistiche di Firenze, il delizioso clima, ed il cielo sorridente valsero ben poco a lenire le sofferenze di quell’infelice che già da qualche giorno vagolava per quelle vie terribilmente annoiato.
Aveva colà uno zio, ma tanta era la sua apatia che non si curò neanche di cercarlo.
Verso il tramonto di una bella giornata, Pomponio passeggiava sbadatamente in Lungarno, quando girando gli occhi sui balconi di un elegante palazzina incontrò lo sguardo di una bella signora che stava godendosi lo spettacolo della passeggiata.
— È superfluo estendersi in descrizioni, la signorina in discorso era di una rara bellezza ed aveva un paio d’occhi da ammaliare mezzo mondo. Mi affretto a dichiarare che Pomponio era un discreto giovinotto elegantemente vestito. — Arrogi quel suo pallore che lo rendeva molto interessante, talchè la signorina del balcone, arrestò per qualche tempo lo sguardo sopra di lui. Egli se ne accorse e fu assalito da tanta confusione, che arrossì fin nel bianco degli occhi, ed il suo cuore palpitò fortemente.
Il nostro giovinotto, rapito, entusiasmato da quello sguardo di fuoco, stette a guardare la signora finchè la convenienza lo permetteva, indi, sebbene a malincuore proseguì la sua strada volgendosi di tratto in tratto all’indietro. Camminando in quella guisa colla testa quasi sempre rivolta, non s’avvide di un signore dal grosso ventre che veniva verso di lui con aria molto preoccupata.
Entrambi si urtarono, e con tanta violenza che il cappello di Pomponio rotolò a molti passi lontano.
— Perdono, mormorò egli correndo dietro al suo cilindro.
— Diamine, badi ove manda le gambe! brontolò il grasso signore, ma appena il giovane rialzò la testa, il panciuto mandò una grande esclamazione.
— Pomponio, tu qui?
— Zio, siete voi!
— Oh lascia che t’abbracci, e sì dicendo lo zio senza curarsi di essere sulla pubblica strada, saltò al collo del nipote, che rimase alquanto confuso per quella eccessiva tenerezza.
— Come, birbo! tu sei a Firenze, ed io ne sapeva niente? — Oh Dio.... buono!
— Perdonatemi zio, aveva perduto l’indirizzo.
— E ci sei venuto senza accorgertene.
— Come?
— Io abito in quella palazzina.
— Là dove c’è quella signora?
— Precisamente, siamo vicini e buoni amici.
— Ah zio, conducetemi in casa vostra.
— Andiamo. E zio e nipote prendendosi a braccetto, rifecero la strada, ed entrarono nel portone non senza che però Pomponio lanciasse uno sguardo di soddisfazione alla bella signora, che era stata testimonio della scena.
— Passo di volo su taluni incidenti di nessun rimarco. È facile d’altronde supporre l’argomento della conversazione fra zio e nipote.
Pomponio dopo fatto l’elogio all’appartamento si avanzò timidamente sul balcone, e trovossi a pochi metri distante dalla signora che aveva tanto ammirato.
Arrossì a quella vista, e lo zio che era uomo di mondo, non durò fatica a comprendere.
— Bella signora, n’è vero?
— Oh molto! rispose Pomponio.
— Se ti fermi farai la sua conoscenza... è tanto amabile; in così dire lo zio fece un grand’inchino alla signora.
Pomponio per secondarlo, si scopri il capo, ma lasciò cadere il cappello sulla strada.
— Ohè! sclamò lo zio, mio caro, patisci forse di nervi? poco fa mancò poco che tu mi facessi stramazzare, ora butti il cappello giù dal verone.
— Perdonate zio, la distrazione...
La signora intanto erasi ritirata, forse per uno sfogo d’ilarità. Comunque fosse, è innegabile che Pomponio per un primo incontro aveva già guadagnato terreno.
Se io volessi dir tutto per filo e per segno non la finirei più, ma non essendo di quei cotali che scrivono a un tanto per pagina, così evito amplificazioni inutili.
A che scopo narrare tutte le vicende per le quali il povero Pomponio restò vittima inconsolabile di un amore ardentissimo? L’anima sua aveva finalmente trovato la gemella; non più solitudine, sospironi sparati al vento, non più malinconie, ma strette di mano espressive, sguardi di fuoco, urti di ginocchio, pestate di piedi... con quel che segue.
Non occorre dirlo, l’oggetto di Pomponio era la signora del balcone, la vezzosa vedovella per la quale aveva fiaccato il ventre dello zio e buttato il cappello sulla strada.
Si chiamava Allegra, aveva ventisette anni, una bella faccia, due grand’occhi bruni, una taglia provocante, un piedino d’angelo, una dote di cinquantamila lire, ed una gran voglia di rimaritarsi.
Cospettone! con tanta roba in vetrina non mancano avventori; ed Allegra ne aveva molti, e fra questi un cugino alquanto attempato, ma personaggio importante influentissimo nei circoli diplomatici.
A questo punto mi tocca far violenza alla mia verecondia per vincerla su certi scrupoli che mi inceppano la penna; già si sa che la coscienza non deve far pressione sull’animo dello scrittore, ma io poveraccio non ho ancora quel coraggio civile che è necessario in questi casi.
Mi dà una gran pena questo dover ad ogni tratto sollevare il velo di qualche mistero, ma mio Dio! quelle buon’anime di lettori sono così curiosi! Tant’è, prima dello scrittore il mondo ha già menato la lingua; prima della maldicenza scritta c’è la maldicenza parlata che vola sommessamente di bocca in bocca, ed alla fine scoppia come il colpo di cannone di Don Basilio.
Questa volta però non si tratta di calunnia, ma sibbene d’un fatto che se non si può giurare, si può per altro credere.
La buona gente di Firenze aveva già scagliato la pietra sulla vedovella che si lasciava troppo proteggere dall’influente cugino. Si diceva che costui dalla morte del marito aveva spiegato un’assiduità rimarchevole colla moglie. Furono veduti parecchie volte a spasso nei dintorni della città, fuori di porta, ed infine una cameriera di madama avrebbe confidato al suo damo che il cugino aveva libero accesso nella stanza da letto della signora.
Ci credete voi signori?
Questo scellerato mondo è tanto perfido, che davvero non so come regolarmi, quando lo sento mormorare.
Notisi inoltre che se la vedova si lasciava consolare, era nel suo pieno diritto di farlo. Oh che! perchè il marito muore, dovrà la consorte vestire il lutto eterno? dovrà essa legare la sua gioventù e sacrificarla alle magre reminiscenze di un passato che è passato? No certo. Si piange per un anno, qualche visita al cimitero colla serva, e forti sospiramenti quando si parla del defunto; intanto la vedova ingrassa, e poco dopo passata la furia del dolore di circostanza, si riaprono le sale agli amici del defunto marito, i quali si credono tutti in diritto di dar dei consigli alla vedova.
Oh! l’amicizia. Gli scettici la dicono una parola vana, ed è ancor poco se non la chiamano addirittura un’ipocrisia.
Consolare gli afflitti è uno dei doveri del buon cristiano, ed in fede mia, non saprei trovare opera più generosa e piacevole di quella di asciugare le lagrime ad una giovane vedovella.
Ma andate mo’ a far sfoggio di questi buoni sentimenti, vi rideranno sul muso. Mi ricordo d’aver visto i funerali di un povero marito accompagnato da un corteo di pietosi amici tutti in lagrime, e ricordo ancora che mi sentii profondamente commosso. Uno poi fra gli altri tanti che accompagnavano il feretro, aveva un’aria così addolorata che era una pietà il vederlo. Ebbene, mentre me ne stava pensoso ad osservare, sentii dietro di me il seguente dialogo:
— Veh! il signor B.... che aria afflitta.
— Ah! che ridicolo!
— Che impostore. Figurati che colui fa una corte spietata alla vedova; è l’ombra del suo corpo, e giurerei che presto farà le veci del defunto.
È una birbonata, non è vero? — eppure se io non fossi più che ottimista, ora, dopo passato qualche tempo, sarei tentato di credere che quel briccone avesse ragione.
La signora Allegra, dunque versò le sue lagrime d’obbligo sulla memoria del marito, gli pose in Camposanto una lapide col solito epitaffio: la vedova inconsolabile e desolata vivrà nel lutto eterno... con quel che segue, eppoi fece come fanno tutte le altre.
Cercò di distrarsi, e ridiventò civetta, voglio dire una dama del bel mondo.
Tutto passa quaggiù, tutto finisce in questo basso mondo, e la vedovella riprese ben tosto le sue abitudini, anzi ne contrasse delle altre, frutto del suo stato libero.
Non ci mancava la réclame sulla sua disponibilità; la signora Allegra andava sempre vestita a lutto, ma la gente che mormora trovava in quelle gramaglie più un richiamo che non l’espressione di un dolore. Fin qui io sto col mondo, giacchè il lutto delle signore mi fa sempre l’effetto della quarta pagina d’un giornale.
È facile immaginare che Pomponio fissò la sua dimora in casa dello zio. L’amore aveva operato un vero prodigio, e dopo pochi giorni l’ipocondriaco giovinotto non era più riconoscibile.
— Passava tutta la giornata alla finestra per spiare le mosse della vedova, e quando lo zio gli disse che l’avrebbe presentato a quella signora non seppe trattenersi di dare un calcio alla cagnolina per sfogare la gran gioia. A quella vista lo zio si persuase che la cosa era urgente, e temendo che quegli slanci di allegrezza degenerassero in manìa, lo prese per il braccio, e trascinollo subito in casa della signora.
Il primo colloquio, e le relative cerimonie di presentazione sono sempre cose noiose, e non vale la pena di descriverle. Per altra parte poi nulla vi avvenne d’importante, se si eccettua un po’ di batticuore di Pomponio, e qualche grulleria scivolatagli dal labbro. Passo sulla seconda visita, sulla terza, e su varie altre, e salto addirittura a quindici giorni dopo l’arrivo di Pomponio a Firenze, vale a dire alla quattordicesima visita che egli fece alla vedova.
Oh! l’amore! vengano gli scettici a negarlo, vengano a dirmi che questa corrente elettrica è un sogno dei poeti. Pomponio ed Allegra in quindici giorni erano ubbriachi fradici d’amore.
Sarei quasi tentato di spifferarvi la storia di quell’affetto nato così rapidamente; ciò mi fornirebbe occasione per sfoggiare le mie cognizioni in materia, ma siccome parmi già di sentire gli sbuffi impazienti del lettore, volo... vale a dire, salto altri quindici giorni e mi porto verso il tramonto di quel purissimo amore.
Dissi purissimo, e ciò sembrerà strano, giacchè la purità delle vedovelle si può sempre discutere, tuttavia qui l’espressione fa al caso.
Pomponio non era per nulla uno scapestrato, un altro al suo posto avrebbe finito dove finiscono sempre siffatti intrighi, ma egli tenne duro. I mediocri d’intelligenza sono spesso i più onesti. Ne volete una prova? Pochi giorni dopo il suo arrivo a Firenze egli scrisse alla famiglia dicendo che desiderava ammogliarsi, e chiedeva un consiglio al padre.
Quel buon uomo non desiderava di meglio, ed a volta di corriere rispose al figlio che egli era soddisfattissimo; anzi lo pregava a sollecitare le nozze.
Questa lettera fruttò un bacio a Pomponio. Fu il primo, ve lo posso giurare, giacchè la vedovella seppe sempre tenerlo alla dovuta distanza; ma quando vide la lettera del papà si commosse, pianse, ed abbracciando il suo Pomponio lo baciò teneramente in fronte.
Ah! le vedove sanno ottimamente l’Arte d’amare. Il primo matrimonio è per esse una scuola di perfezionamento, e quando hanno perduto il marito diventano insuperabili negli artifizi amorosi.
Un bacio dato a tempo ne vale cento dati alla rinfusa, come costumano certi innamorati allorchè la buona stella li mette in colloquio intimo.
Evvivano dunque le vedove che sanno farsi desiderare. Mi viene però alla memoria una certa sentenza in versi, che dice:
Oh tu che hai scorse tante dotte carte:
Qual’è l’arte d’amar? — L’amar senz’arte.
Questa laconica risposta tornerebbe tutta a favore degl’ingenui, dunque come sempre avviene c’è ragione per ambe le parti, epperciò mentre ammiro il bacio unico e speculativo delle vedove, batto le mani ai mille che si danno i giovani amanti; e che Dio gliela mandi buona!
L’amore non si discute, o si sente, o non si comprende, e Pomponio che lo sentiva molto fortemente, non indugiò gran fatto ad assecondare il desiderio del padre.
Senza tanti arzigogoli, saltiamo ancora un mesetto, e gli sponsali sono fatti.....
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Qui lascio una lunga fila di puntini che danno fede della mia verecondia nel non voler sollevare il velo di una soavissima luna di miele.