Manifestazioni d’un genio!

Pomponio sin dalla prima giovinezza tradiva le sue ambiziose tendenze. I suoi genitori erano abbastanza agiati da poter soddisfare a tutti i capricci del ragazzo, il quale prendeva gran gusto nell’appendersi medaglie sul petto, e decorarsi come un generale.

A quindici anni questa sua smania si fece tanto potente da creargli un bisogno, quello d’avere una medaglia d’oro per fregiarsene arbitrariamente.

I genitori invece d’allarmarsi per questa tendenza troppo spiccata, se ne compiacquero invece, parendo ad essi che un giorno o l’altro per la smania di distinguersi, il figlio si azzardasse ad imprese non comuni.

L’idea era buona, ma non si rimarcò che a Pomponio bastava avere una medaglia senza crucciarsi tanto sui mezzi di procurarsela.

A venti anni l’istinto ambizioso di Pomponio prese un notevole sviluppo, e tale da non bastargli più il facile acquisto di una medaglia. Ormai egli aspirava a qualche cosa di più, e si diede con tutta lena alla caccia di un titolo.

Entrò all’università per addottorarsi in leggi, ma dopo sciupato qualche anno, si accorse di non avere gran vocazione per la magistratura.

E sì, che, per bacco, a giudicare dal numero stragrande dei laureati in leggi, non mi sembra tanto straordinario il riuscirvi. La è tanto comoda cotesta strada che financo i ricchi la battono, tanto per poter col titolo di avvocato far velo ai loro placidi ozii. Eppure Pomponio non trovò il fatto suo, e rinunziò alle baraonde universitarie.

Passò un anno meditando sulla carriera che dovesse sciegliere, ma una sera dopo di aver assistito in teatro al trionfo di una commedia nuova, si accorse di avere una pronunciata tendenza per la drammatica.

Ruminò per qualche giorno su cotesta manifestazione spontanea del suo genio, e fattosi convinto della realtà, si ritirò nelle sue camere per meditare nel silenzio la scelta del soggetto di una produzione.

Ma sia che il suo talento mal potesse informarsi alle angustie della scena, o che il suo orgoglio di scrittore lo rendesse incontentabile, dopo quindici giorni non aveva ancor trovato il filo d’un soggetto qualunque.

Si lanciò nel mondo per studiare qualche argomento della vita sociale; frequentò le conversazioni, i balli, i teatri, percorse alberghi, taverne e bettole, ma con poco frutto, e dopo qualche mese non aveva ancora trovato il fatto suo.

— Una sera, passando per una via un po’ remota, in cerca d’inspirazioni, gli ferì l’orecchio un rumore confuso di voci e suoni indistinti, si fermò di botto, e comprese che poco lungi all’ultimo piano di una casa si ballava.

La necessità dà coraggio. Entrò nel portone, vide lumi sulla scala, e salì animoso guidato dal fracasso che ingrossava man mano. — Trovò gente su l’uscio, e chiese di che si trattasse.

— Prometto mia figlia, rispose un vecchiotto dalla faccia allegra.

— Ah! una festa di nozze, credeva... cioè... tante grazie; e s’incamminava via.

— Venga avanti signore, si accomodi, venga a ballare, siam gente alla buona ma...

— Non conosco alcuno, mormorò Pomponio.

— E che importa? fra galantuomini non si fa complimenti, venga con me.

Sì dicendo il vecchio prese Pomponio a braccetto, e lo introdusse in una stanza attigua a quella in cui si ballava.

C’era calca di gente, tutti parenti ed amici degli sposi.

L’allegria non mancava fra quella gente alla buona, si sentiva un chiaccherio assordante. Il vino correva per le tavole, e buona parte dei convitati erano già brilli. L’orchestra era composta di un trombone, un flauto e due violini. Anche i suonatori parevano ubriachi, strepitavano coi loro strumenti in un modo orribile.

Frattanto la folla si accalcava urtandosi, e nel bel mezzo della stanza, fra un crocchio di danzatori furibondi che ballavano come dannati, c’era la sposa, una ragazzona solida con spalle erculee.

Si ballava quella ridda in cui tutti si prendono per mano formando un cerchio, entro cui si alternano a vicenda coppie danzanti con lazzi più o meno leciti. Pomponio passando presso quel cerchio turbinoso, vi fu travolto dentro, ed abbenchè di mala voglia si pose esso pure a dimenar le gambe, tanto per secondare gli sbalzi dei due che lo tenevano per mano.

Il giochetto durava già da una mezz’ora, senza che alcuno pensasse a riposarsi.

I suonatori tiravano dritto che l’era un piacere, e la ridda teneva saldo, animata da urli e sghignazzate. Pomponio era mezzo morto, le chiome scomposte gli cadevano sul viso madido di sudore, pur tuttavia, timido com’era non osava svincolarsi dalle strette dei danzatori. Tratto tratto spiccava sbalzi che erano più tentativi che successi, giacchè le sue gambe si ribellavano a quella fatica inusitata. Oh! quanto costa studiare il mondo, pensava fra sè sospirando, e frattanto volgeva gli occhi supplichevoli a quell’inesorabile trombone che continuava intrepido, con l’aria di mai più finire.

Ad un tratto si udì un grido assordante: evviva la sposa! Questa difatti compariva allora sul limitare della stanza ed in men che dicesi fu anch’essa travolta nel cerchio dei danzatori. Tutti se la baloccavano a vicenda, chi le dava un urtone chi se la premeva al seno in modo da farla schiattare; ma per fortuna la sposa era una tarchiatella di tempra ferrea che resisteva a tutto. Anzi pareva che la vertigine del ballo le svilupasse la forza musculare. Urlava anch’essa e saltellava come un capretto, e se non si trattasse di una donna, direi che la pareva brilla.

Pomponio intanto ballava sempre ed era acconciato in un modo orribile, quando per soprasello gli capitò di esser tratto in lizza dalla sposa che gli aveva buttato le braccia al collo.

Si rassegnò al destino, lanciò uno sguardo disperato al trombone, e si abbandonò nelle braccia di quella nerboruta ragazza, la quale abbenchè assai di lui più piccola, lo baloccava come un ninnolo. La sposina lo faceva saltare in un modo orribile, ora gli balzava al collo e glielo scrollava da scavezzarlo, ora si aggrappava alle falde della sua marsina, cagionandogli lacerazioni. Pomponio trafelante, spossato, metteva fuori un metro di lingua, e schizzava gli occhi dall’orbite.

Inconscio di quel che si facesse, e squilibrato dai mulinelli che gl’imponeva la ballerina, si lasciò cadere quasi morto nelle braccia di lei. Ma ad un tratto si rivenne dal suo svenimento, mercè un potentissimo calcio amministratogli per didietro da un fratello della sposa.

Per un equivoco, si era creduto che Pomponio avesse baciato la ragazza. Egli si volse come per andarsene via da quel vortice. Inutile tentativo, tutti gli furono addosso gridando dalli a questo aristocratico.

Fu per un miracolo che il padre della sposa riuscì a trarlo di là e rimessogli in testa il cappello tutto sdruscito e pesto, lo accompagnò sulla porta augurandogli la felice notte.

Poverino, era tutto a sbrendoli.