Indice

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[A TE, MAMMA]

È ver, son forte.—Per la via sassosa

Lasciai brandelli d'anima e di fede;

Pur con superbo piede

Salgo ancor verso l'alba luminosa.

Offersi il petto a tutte le ferite,

I più foschi e implacati odii sfidai;

E ai torturanti guai

Opposi l'energia di cento vite.

Dolorando non mossi un sol lamento

Nulla piega il mio fronte e il mio pensiero.

Io sono forte, è vero,

Io son la quercia che non crolla al vento

E una legge d'amor rinnovatrice

D'uomini e cose ne' miei canti freme,

Eterna, come il seme,

Come il bacio del Sol fecondatrice.

.... Benedicimi, o Madre.—È per te sola

Che combatto, che spero e che resisto.

Quando, col sangue misto,

Il pianto mi fa strozza ne la gola,

Quando sento fra orrende, avide spire

Nel tenebror dibattersi la mente,

E la virtù possente

Che m'infiamma le vene è per morire,

Ti guardo, o Madre.—E così fiera e grande

M'appari, ne l'eretta e statuaria

Fronte di solitaria

Cinta di bianche ciocche venerande;

Così pura mi sembri, ne la calma

Intemerata de' tuoi anni estremi,

Tu che i mali supremi

Provasti un giorno, e l'agonie de l'alma;

Tanta luce ti splende ne le chiare

Pupille e tanta dignità nel viso,

Nel gesto e nel sorriso,

Ch'io mi sento per te rinnovellare:

Carne de la tua carne io ridivento,

Forza de la tua forza, o Santa, o Vera:

Rivive in me l'altera

Quercia selvaggia che non crolla al vento.—

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[SGOMBERO FORZATO]

Miseria.—La pigion non fu pagata.—

A rifascio, nel mezzo de la via,

La scarsa roba squallida è gettata.

Quello sgombero sembra un'agonia.

La tenebrosa pioggia insulta e bagna

Il carro, i cenci, i mobili corrosi

Dal tarlo, denudati, vergognosi.

V'è un'anima là dentro che si lagna;

E il letto pensa al disgraziato amore

Ch'egli protesse, e che le membra grame

Di due fanciulli procreò a la fame,

O del tugurio maledetto amore!...

E scricchiola fra i brividi: Chi il dritto

Diede a la donna schiava e mal nudrita

Di crear per un bacio un'altra vita

D'angosce?... amor pei poveri è delitto.—

Sotto la pioggia il carro stride.—Dietro,

Un operaio scarno, a fronte bassa,

Segue la sua rovina.—Ei muto passa,

Ombroso il guardo, e non si volge indietro:

E a lui presso è la donna, la piangente

Lacera donna, con due figli.—E vanno

Senza riposo, e dove essi nol sanno,

E la pioggia gli sferza orrendamente:

Un austero dolor che par minaccia

Per entro ai cenci ammonticchiati freme,

Freme nel carro che cigola e geme.

Nei quattro erranti da l'emunta faccia:

Quella guasta mobilia denudata

Che in mezzo al fango a l'avvenir s'avvia.

Quella miseria che ingombra la via

Sembra il principio d'una barricata.

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[L'INCENDIO DELLA MINIERA]

La profonda caverna è a mille metri

Sotto la terra.

Nei pozzi e fra gli scavi, erranti spetri,

Vanno per la prigion che li rinserra

I minatori.

Son cinquecento: han lampade e picconi,

Corde e martelli.

D'aspre fatiche indomiti campioni

Son cinquecento, muscolosi e belli

Come guerrieri:

Niuno di lor varcò i trent'anni ancora,

E spose e figli

Li attendon là, dove nel sol s'infiora,

Dagli abissi lontano e dai perigli,

Il verde eterno.

E via scavando con gigante lena

Van dentro il masso

È la forza plebea che si scatena

Contro la fredda maestà del sasso

Selvaggiamente:

E rode, sventra, abbatte, invola, strazia,

Vandalo atroce,

Piovra succhiante che mai non si sazia;

Ma spian gli abissi l'attimo feroce

De la vendetta;

E l'attimo suonò.—Scoppia una lampa

Risponde un tuono.

La gran corrente del grisou divampa

Con guizzo orrendo e formidabil suono

Tutto è perduto.

Per l'âtre forre e le crollanti vôlte

Fumosa e rossa,

Fra gli urli de le vittime stravolte.

Qual serpe che si snoda in una fossa,

La fiamma sale.

*

Sale e distrugge; e sotto l'immane vampa edace

La profonda caverna diventa una fornace.

Morti e morenti ammucchiansi; si sfasciano le travi;

Son ruggiti di belva giù in fondo ai ciechi scavi,

Son castelli di fiamme, son rimbombi di frane,

È l'inferno che s'apre su quelle teste umane.

Ma soccomber non vogliono i vivi ancora!... avvinto

È il lor corpo a la vita con delirio d'istinto.

E corrono per gli antri, disfatti, scamiciati,

Come dèmoni erranti per abissi infocati,

Con le bluse a brandelli, con l'orbite schizzanti:

S'arrampicano ai muri, convulsi, sanguinanti,

Volendo l'aria, l'aria!... la gaiezza del sole,

La libertà dei venti, il verde delle aiuole,

Dei magnifici azzurri la purezza infinita,

Tutto ciò che è respiro, che è vita, vita, vita!...

Oh, quella vita schiava trascinata nell'ombra,

Trascinata nei pozzi che fumo o polve ingombra,

Quella vita inumana, senza raggio nè fiore,

Quella vita di cieco, quella vita d'orrore,

Essi adesso la vogliono, la vogliono!... E le mani

S'aggrappano a le rocce con movimenti insani

Le bocche cercan aria ed ingoiano fumo:

La terra nera è fatta di sangue e polve un grumo:

Tutto cade e si sfascia, tutto è morte e maceria

Dovunque è la terribile follia de la materia:

La fiamma scende e sale, e folleggia e gavazza,

E sul carnaio infame divampando sghignazza.

D'odio omicida è fatta: e stride a le ruine

Con rabbia insazïata di vincitrice: fine.

*

.... Tutto passò.—Domani, a cento a cento,

Saran portati al sole, informi e muti,

Con tumulti d'angoscia e di spavento

I resti dei caduti:

Su le membra staccate e fumiganti

Imprimeran lo stigma del dolore

Mille bocche febbrili e singhiozzanti,

Mille bocche d'amore.

Poi, gettata sui carri a la rinfusa,

Fra spiegate bandiere e veli bruni,

La turba funeral sarà rinchiusa

Ne le fosse comuni:

Poi, su le fosse, calerà l'oblìo.

Splendide rose e pallidi giacinti

Sorgeran come al bacio d'un Iddio

Dai corpi degli estinti;

E steli e spiche di robuste messi

D'umani succhi turgide e superbe;

E nel verde dei mirti e dei cipressi,

Ne l'umidor dell'erbe,

Ne l'innocente palpitar dell'ale.

Ne l'ampia folla libera e serena

L'onda rifluirà calda e vitale

De la gioia terrena.

.... Ma i figliuoli dei morti, oh, triste, inane

Gente!... cresciuti a stenti ed a squallori,

Diventeranno per un soldo e un pane

Anch'essi minatori.

E ad uno ad uno scenderan nell'ombra:

E forse un giorno, dentro i negri scavi

Ne la caverna smisurata e ingombra.

Al suon di colpi gravi,

Inciamperan ne l'ossa d'un parente.

Al subito tremor d'intima guerra

Si curveran le fronti, e sordamente

Cadran le picche a terra.

.... O razza, o razza conculcata e ignava;

Cui nulla giova l'esser bella e forte,

Se null'altro sai far che darti schiava.

Meglio per te la morte!...

Viva l'incendio che bruciando annienta

Le tue lacere vesti e la tua fame,

Viva l'incendio che all'ignoto avventa

Le tue viscere grame;

Che, per un'ora almen, su te raccende

La sterile pietà di chi non soffre,

Che fatica e dolor, tutto ti prende,

E pace e sonno t'offre!...

Viva l'incendio che al felice, assiso

Di fronte al sole, urlando va: Ti desta:

De' tuoi sogni d'amor lascia il sorriso,

Lascia le sale in festa:

Scopriti il capo: al suolo, al suol reclina

Le tremanti ginocchia e il volto smorto:

Sul lavor, tra le fiamme e la ruina,

Il tuo fratello è morto!...

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[LETTERA]

Lettera bianca con suggello nero

Venuta da lontano,

Le cittadi attraversa e l'Oceàno.

Fatta d'ali così, come il pensiero.

Le bisbigliano i flutti ampii del mare

«Forse a un amor distrutto

È velo e tomba il tuo suggel di lutto?»

.... Ella tace e prosegue il muto errare.

Le ripeton le voci alte dei venti:

«Rechi gioia o sconforto,

Bacio di vivo o tetro odor di morto?...»

Ella risa non ha, non ha lamenti.

E via e via, per monte e per pianura,

Vïaggia notte e giorno,

Fatato augel che non avrà ritorno,

Brano d'alma lanciato a la ventura:

Ma niun le invola il suo mister profondo.

Chi sa?... forse è l'orrore

D'un addio: l'affannoso urlo d'un core,

Il soave pallor d'un riccio biondo:

Goccia di sangue giovane, stillato

Da una ferita aperta:

Pianto o preghiera d'anima diserta

Che soffre e sconta senza aver peccato.

.... E va, e va, e giunge.—Ne la bruma,

Col freddo, su la sera,

Giunge in silenzio a la stanzetta austera

D'una donna che amor tutta consuma.

Brilla il guardo: un rossor la fronte accende:

Batte a schiantarsi il core:

La cerea mano convulsa d'amore

Esitando a la busta, ecco, si stende....

.... No.—Cerea mano piccola e tremante.

E minacciosa l'ora.

Un sol minuto, un sol minuto ancora,

Avida mano piccola e tremante.

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[TERRA]

A Donna Emilia Peruzzi

Dammi una zappa, un erpice o un rastrello

A me non cale che l'estate avvampi.

Sotto il bacio del sol vivido e bello

Vo' lavorar ne' campi.

Così, discinta, con le braccia nude

Le vesti rialzate a la cintura!

La campestre fatica umile e rude

Lo sai?... non m'impaura.

E voglio qui le stanche, le pallenti

Gracili dame da la man di cera.

Fronde di salcio abbandonate ai venti

Steli fioriti a sera.

Gli ammalati di sogno e di nevrosi,

I parassiti inutili e belanti,

Gialli d'ozio, di spleen e di clorosi,

Fantasmi in tuba e guanti.

Giù cravatte e gioielli!... al foco il vano

Busto ove il petto sta qual fior di serra!...

Chiediam la luce e il solco, e l'aer sano:

Alla terra!... alla terra!...

Qual pienezza di vita entro la bruna

Zolla che s'apre de la vanga al morso,

E insetti e semi e caldi amori aduna!...

Come in eterno corso

Van le linfe gioiose, risucchiate

Con eterno desìo da la radice,

Dai tronchi e da le foglie al vento alate,

Qual latte di nutrice!...

È il baccanal del verde e del frumento,

Del buon frumento da le spighe d'oro,

Maturanti in silenzio a cento a cento

Nel Sol di Messidoro:

Lieti fiori di porpora fra il grano

Respiran largo, trionfanti e belli.

Il riso slancia da l'acquoso piano

Gli steli verdi e snelli,

Sorgon bianche ninfee da le paludi,

Variopinte corolle in mezzo ai prati,

Ovunque i soffii ravvivanti e crudi

Son dei fieni falciati;

Un'alma vive in ogni filo d'erba.

Un'alma vive in ogni atomo errante.

Tutto, con franca voluttà superba,

Si bacia al sol fiammante.

Alla terra!... alla terra!... Laceriamo

Il seno e i fianchi de la Madre antica:

Il tesoro dei frutti a lei strappiamo

E de la gonfia spica:

Vogliam nembi di rose e vogliam pane

E dolci vini dal sorriso biondo!...

Libera scorra la dovizia immane

A rotoli pel mondo,

E ovunque arrida: a la soffitta oscura,

Al palagio sorgente in mezzo ai fiori:

Tutti figli siam noi de la Natura,

Tutti lavoratori.

Qui, sotto i cieli, nella luce.—Avanti,

Con macchine e forconi e vanghe e scuri,

Noi sacerdoti de la forza e amanti

Del Sol, noi, belli e puri!...

Già il petto, ecco, s'allarga e rifiorisce:

Già le vene s'inturgidan, bollenti:

Nova fiumana al cerebro fluisce

D'alate idee fulgenti:

Più tristezza non v'ha, non v'ha più noia:

Più miseria non v'ha, non v'ha più guerra:

Tutto è moto, è salute, è speme, è gioia....

Alla terra!... alla terra!...

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[I SACRIFICI]

I

La Maestra

È una maestra.—Ha ne lo sguardo buono

La rassegnata calma pazïente

Di chi sa il vuoto, il pianto ed il perdono.

Con lungo amore, faticosamente,

I figli d'altri a l'avvenir prepara;

Insegna con austere voci e lente.

Ne la sua stanza fredda come bara

Ove mai riscaldò fiamma d'ebbrezza

La sconosciuta povertade amara,

Ove non fulse mai la giovinezza

D'un lieto sogno, morrà un giorno, sola,

Composta il volto a stanca tenerezza;

E su l'algide labbra di vïola

E nel vago stupor de gli occhi spenti

Morrà con essa l'ultima parola

Del suo delirio: «O bimbi, o bimbi.... attenti....»

II

La Madre

Vedova, lavorò senza riposo

Per la bambina sua, per quel suo bene

Unico, da lo sguardo luminoso;

Per essa sopportò tutte le pene,

Per darle il pan si logorò la vita,

Per darle il sangue si vuotò le vene.—

La bimba crebbe, come una fiorita

Di rose a Maggio, come una sovrana,

Da la dolce materna alma blandita;

E così piacque a un uom quella sultana

Beltà, che al suo desìo la volle avvinta,

E sposa e amante la portò lontana!...

.... Batte or la pioggia dal rovaio spinta

Ai vetri de la stanza solitaria

Ove la madre sta, tacita, vinta:

Schiude essa i labbri, quasi in cerca d'aria;

Ma pensa: la Diletta ora è felice....—

E, bianca al par di statua funeraria,

Quella sparita forma benedice.

III

La Fidanzata

Egli le disse: «I monti e l'oceàno

Frapporre io devo fra il tuo bacio e il mio;

Oh, pensami, mentr'io sarò lontano.

Oh, attendimi!... Giammai sonno d'oblìo

Col tempo graverà sul nostro amore:

Serberà la distanza alto il desìo.»

.... Ed ella attese.—Ed i minuti e l'ore

E i mesi e gli anni, i lunghi anni glaciali,

Passaron senza un raggio e senza un fiore

Su quei densi capelli verginali;

E quando cadder dal suo volto smorto

Le primavere e dal suo passo l'ali,

E una ruga ghignò sovra quel morto

Fascino (lenta pioggia il marmo scava)

Ei rïapparve alfin, come risorto.

Ma non confuser l'infocata lava

De' baci; non l'ebbrezze desïate;

Ella il padrone, egli guardò la schiava,

Per ritrovar le forme un giorno amate.

Per ritrovarle....—e poi stettero, fisso

Lo sguardo al suolo, querce fulminate;

E fra di lor si risquarciò l'abisso.

[pg!41]

[TEMPIO ANTICO]

(Chiesa di San Francesco, in Lodi.)

Antico tempio maestoso e nero

Ov'io, pensosa adolescente, orai,

Te grave d'anni e d'ombra e di mistero

Antico tempio, io non iscordo mai.

Sorridean le Madonne del trecento

Miti ed ingenue, sui giallastri muri.

Qualche prete sbucava a passo lento

Come una larva, dagli sfondi oscuri.

V'era come un odor di vecchie rose,

Un odore di mammole appassite;

V'era il silenzio de le antiche cose

Nel tramonto dei secoli sopite.

V'era una lampa giorno e notte accesa

Come un triste desìo, sopra un altar,

E a me là giù, sul bianco marmo stesa,

Parea dolce il pregare ed il sognar.

*

Ore inspirate, quando a me fanciulla

L'organo ripetea sacra un'istoria,

E m'assopiva come in una culla

Un'ebbrezza fatidica di gloria;

Ore inspirate, quando in me, bollente,

Spumeggiò l'onda de le strofe prime,

E mi travolse appassionatamente

La vertigine azzurra del sublime;

Ore perdute fra le nebbie d'oro

Di quel che non ritorna aulente Maggio,

Come di rondinelle agili un coro

Sciolto a volo pel ciel fra raggio e raggio;

Ore di sogno e d'ideale incanto,

Io vi ricordo, io vi ricordo ancor;

E mi strazia per voi sordo il rimpianto

Di chi rimembra un soffocato amor.

*

Avanti, avanti.—Il tempo mi sospinse

senza riposo, sul cammino incolto:

Una rete di fili aspri m'avvinse,

Ma lo sguardo a l'azzurro è ancor rivolto.

Avanti....—ma al passato un dolce, intenso

Desìo la torturata alma rimena.

.... O profumi di gigli e vecchio incenso,

Nel grave tempio ov'io pregai serena!...

O ceri, o arcate, o pace di convento,

O larve erranti negli sfondi oscuri,

O gracili Madonne del trecento

Che impallidite sui giallastri muri;

Tutto il mal ch'io commisi e ch'io soffersi

Fra voi, fra voi vorrei dimenticar;

Fra voi, sui marmi benedetti e tersi,

Le preci dei sereni anni cantar.

[pg!47]

[LA «FIGLIA DELL'ARIA»]

Il circo tace.—Ogni sorriso muore,

È pallida ogni faccia,

Mozzo ogni fiato; e un gel d'ansia e d'orrore

La chiusa folla agghiaccia.

Come candida nube o cosa alata,

Da l'alto Ella s'avanza:

Su i trapezii lucenti, aerea fata,

Ride, volteggia, danza,

Si slancia e si contorce flessüosa

A spire di serpente,

Scioglie i veli ed il crin, lancia una rosa

A la turba silente,

Scherza col vuoto, provoca l'abisso

De le pupille assorte

Col nero guardo ammalïante e fisso

Vince periglio e morte.

Non forse par che la sua chioma avvampi,

E che nel fulvo ardore

Tutti chiuda in un fascio i raggi, i lampi

De le tropiche aurore?...

Sotto la breve tunica stellata

In guizzi sapïenti

Snodasi l'esil forma delicata,

Che dai primi dolenti

Anni, fra i salti e gli urli de' buffoni,

Fra i lazzi osceni e i rôchi

Accenti de le bacchiche canzoni,

Nuda s'offerse ai giochi

Perigliosi, a le danze agili, ai voli:

È bella, è ancor bambina

Quasi, e par che ne l'aria ella s'involi,

Soffio e luce divina!...

.... O bimba, o vecchia bimba, a cui fu muta

L'infanzia di dolcezza;

O vecchia bimba al pubblico venduta,

Che la feroce ebbrezza

Di vederti scherzar con l'agonia

Paga, e al tuo corpo ha dritto,

Che l'acre gioia di chiamarti «Iddia»

Paga, e paga un delitto;

O vecchia bimba già prostituita,

Danza, danza nel vuoto:

A gli spirti de l'aria offri la vita.

Duella con l'ignoto,

Getta a la folla che guatando trema

Baci, sorrisi, fiori:

Poi concedi un'orrenda orgia suprema.

L'ultima, a' tuoi signori:

Dal sommo ove folleggi, ebbra, tradita

Da una superba mossa,

Vittima ne le bianche ali ferita,

Cadi—e schiàntati l'ossa.

[pg!53]

[DISOCCUPATO]

Alto, lacero, bruno, scamiciato,

Con un erculeo torso

Di facchino, di fabbro o di soldato

Egli aperse la porta impallidendo

Era un disoccupato.

Disse: Chiedo lavor, son forte e sano

Resisto a la fatica,

Ho due braccia di ferro.—Da lontano

Vengo: e, son già due mesi, ad ogni porta

Batto, pregando invano!...—

Chi gli rispose allora, io non rammento

Fu un no secco e reciso.

Gli contrasse la faccia uno sgomento

Cupo: dal petto uscì rauca la voce

Come un singhiozzo lento.

E disse: Per l'amor dei vostri estinti,

Non mi lasciate andare.

È una cosa tremenda esser respinti

Quando si ha fame.—Oh, per pietà, nel nome

Dei vostri cari estinti!...—

E disse ancora: Se credete in Dio,

Non mi lasciate andare.

Sacro diritto a la fatica ho anch'io:

È una bestemmia abbandonar chi cade.

Quando si crede in Dio!...—

Chi gli rispose allora, io non rammento:

Fu un no timido e fioco.

Parve ch'ei barcollasse in quel momento:

Poi partì, senza un motto, a capo chino,

Trascinandosi a stento.

Affascinata, io lo seguii col guardo;

E allontanarsi il vidi

Lungo la via sassosa, a passo tardo.

Su la testa il colpìa del Sol di giugno

L'arroventato dardo.

Sparì—ma, come in sogno, il disperato

Corso seguir lo vidi,

Inutil forza, braccio dispregiato:

E avanti, avanti, sudicio, ramingo,

Febbril, dilanïato,

Per città, per villaggi, per cascine,

Mendicante superbo,

Mostrando invan le stimmate e le spine

Di sua miseria!... e poi cadere, affranto.

Invocando la fine!...

E, curvo il capo, smorta di dolore,

Mormorando: perdono,—

Sentii di tutti i secoli l'errore

E il rimorso del mondo e la vergogna

Pesar sovra il mio cuore.

[pg!59]

[ISTINTO MATERNO]

Non un bimbo da me!...—l'appassionata

Mia giovinezza si dilegua sola:

E d'un trepido olezzo di vïola

Profuma l'erba non ancor falciata.

O baci de la culla!... o immensurata

Gioia che d'ogni lutto il cor consola,

O prima soavissima parola

A una boccuccia d'angelo insegnata!

Io questa invoco dignità feconda

Che dal mister de l'anima sprigiona

Larga d'affetto inestinguibil onda:

Questa rosa divina al Sol fiorita,

Questo schianto di viscere che dona

Tutta la vita nostra a un'altra vita.

[pg!63]

[IL FIGLIO]

I

E penso: Egli verrà.—Da le sorgenti

De la mia balda e vincitrice essenza,

Dal fluttüar de le mie linfe ardenti,

Egli i germi trarrà de l'esistenza.

Tutto mi prenderà, l'ansie irrompenti,

La sanguigna del cerebro potenza,

Il pugnace desìo de' sommi eventi,

De l'infinito amor la coscïenza.

E sarà grande come io mi giurai

D'essere, e non divenni; e quelle eccelse

Vette soggiogherà, ch'io non toccai;

E felice io vedrò lo spirto mio,

Vedrò le forze ch'ei da me divelse

Rinnovellarsi in lui, come in un Dio.

II

Ah!... troppo t'amerei.—Come un'immensa

Nube carca d'elettriche scintille

Sarebbe l'amor mio; con mille e mille

Forme di vita impetüosa e densa.

O tu che dormi ne la notte fonda

De l'increato e nel mister del sogno,

Per questo ben che sovra gli altri agogno,

Per questa mia di te sete profonda,

Svèlati!—al bacio e al frutto anela il fiore

Quando a la terra Primavera scende,

In un'ansia di te l'alma s'accende

Gridando ai fati: amore, amore, amore.

[pg!67]

[ARRIVO]

Batto: l'ampia Città schiude le porte.

—Chi t'ha cresciuta?...—Il campo e la radura.—

—Chi ti condusse?...—L'ala della sorte

E un vento d'uragano.

De le mie selve i canti e la frescura

Ti porto da lontano.

Vissi tra i verdi muschi e i pruni incolti,

Tra le spire dell'èdere tenaci,

Fra il nereggiar dei pini agili e folti.

Del pieno aer conosco

Le rabbie tempestose e i dolci baci:

Fui zingara del bosco.

La libertà, la libertà sfrenata

Fu mia, fu mia!... Se tu sapessi come

È bello irromper sola e scapigliata

Tra le foreste e i campi;

Senza rigidi lacci e senza nome,

Pieno l'occhio di lampi!

Se tu sapessi che ridente cosa

Esser nato da un bacio de la terra:

Esser l'erba sottil, la pampinosa

Vite, la spica bionda,

Il fior che un seme di dovizia serra

Il Dio che lo feconda!...

Giunse a me da le vèrtebre del suolo

Dai bisbigli de' germi a primavera,

Da le nozze de i pòllini, dal volo

Magnifico de i venti,

Da la fumida corsa battagliera

De' cavalli nitrenti,

Un rigoglio di vita, un soffio, un'onda

Di vigore, una febbre di vittoria,

Come di fiume che abbatta la sponda,

E sul domato piano

Si dilaghi rombando, in una gloria

Torbida d'oceàno!...

.... Ora a te vengo, o Fulgida, o Vetusta,

Marra e zappa lasciando a le pendici

Patrie.—Mi vuoi?... son giovane e robusta:

Da l'umide risaie

Vengo al sordo clamor de gli opifici

E a le case operaie.

Lancio un raggio di sol negli angiporti,

Reco il vivo color de la salute

Ai volti de' tuoi bimbi esili e smorti;

Un profumo di fieno,

Un cinguettìo di rondini sperdute

Nel meriggio sereno.

E a la folla che intorno mi respira,

In giacchetta, in gonnella, in cenci, in guanti,

Che m'urta, che m'assorda, che m'attira,

Che passa e non mi guarda,

Che si rinnova per le vie sonanti,

Affannosa, gagliarda,

Grido il saluto libero e fraterno,

L'inno augural che avvince cuore a cuore,

Inno di speme e di giustizia: eterno

Come i mari e i deserti,

Come i germi de' solchi e lo splendore

De' glauchi cieli aperti.

[pg!73]

[A L'OSPEDALE MAGGIORE]

A Donna Emilia Peruzzi.

Corsia di San Giuseppe, a destra, in fondo,

Numero venti.—Il letto è vuoto, adesso.—

Or son tant'anni, sul guanciale istesso,

Mio padre moribondo

Giacque, e spirò.—Gracile bimba in culla

Ero; e di lui, di lui che m'adorava,

Che, per me lacrimando, agonizzava,

Nulla ricordo—nulla.—

O padre mio ch'io non conobbi, senti

La mia voce ora tu?... La creatura

Che abbandonasti ai geli, a la sciagura,

A gli schiaffi dei venti

E cresciuta, ha sofferto, ha lavorato,

Ti piange: su le punte dei coltelli

Passò, ma nei pensosi occhi ribelli

Rise un sogno inspirato,

Rise il fulgor d'una possente fede:

Ed ella vinse; ed or, fiera qual giglio,

Armata in campo, intrepida al periglio,

Ama, combatte, crede.—

Mentr'io ti parlo, in una queta stanza

La dolce madre, sorridendo, posa:

A lei dintorno, come aulir di rosa,

Ondeggia una speranza:

Nel lacerato cor che vinse il male,

Che sfidò per vent'anni ombra e tempeste,

Un'altra gioventù quasi celeste

Batte le fulgid'ale.

Ma tu non sai. Tu i detti miei non senti

Forse!... per ritrovarti io son venuta,

Ma la pallida coltre è diaccia e muta

A le lacrime ardenti!...

Tu qui spirasti, e mia madre non v'era:

Tu qui spirasti, desolato, solo:

Su te una suora arrovesciò il lenzuolo

E disse una preghiera:

Poscia, a notte, giacesti su le pietre

De la brugna[1], gelata acqua stillanti:

E quelle gocce a te parvero i pianti

De' figliuoli: e, le tetre

Paventando solenni ombre, qualcuno

Chiamasti, che de' folli, ultimi baci

Ti coprisse e de l'ultime, tenaci,

Avide strette....—ah!... niuno.—

.... O care ossa disperse, o mite volto,

O viscere pulsanti, o largo cuore,

O polve di mio padre, o sacro amore

In atomi dissolto!...

Qui, dal tragico orror de l'ospedale,

Nel nome vostro un voto al mondo io grido:

Quanti ha figli la terra abbiano un nido

Pieno di canti e d'ale:

Quanti ha figli la terra benedire

Possan la dolce casa ove son nati,

E in essa, calmi sorridendo ai fati,

Di fronte al Sol morire.

[pg!79]

[PICCOLA MANO]

Piccola mano bianca ed affilata,

Piccola mano gracile e nervosa

Che un dì la giovanil penna infocata

Reggesti senza tema e senza posa,

Essa—ricordi?...—ne le ardenti sere

Battagliando correa fra le tue dita;

Tinte in rosso, le strofe alte e sincere

Involavano a me brani di vita.

Ma in quel tempo ero sola.—Ora qualcuno

Che vide e vinse, presso m'è venuto:

Quand'ei m'affisa col suo sguardo bruno

Batte il core a schiantarsi, e il labbro è muto.

Per lui, per lui ne l'anima inspirata

Or palpitan gli alati inni supremi....

E tu intanto, manina innamorata,

Entro le sue timidamente tremi.

[pg!83]

[«TU PUR VERRAI»]

Tu mi dicesti: O smorta innamorata

Che a me ti stringi e taci,

Perchè su la tua bocca appassionata

Sembran singhiozzi i baci?

I tuoi sguardi profondi come notte

Inseguono nel vuoto

Dei fantasmi fuggevoli le frotte

Che sorgon dall'ignoto.

Del nostro fido amor la gioia istessa

In te stride e non canta;

Nel tuo cor v'è una lacrima repressa,

Geme una corda infranta.

Presso il mio petto qual folle paura

Il grande occhio t'accende?...

Qual lontano spavento di sventura

L'anima ti sorprende?...—

Io ti risposi: Quando, a te vicina,

Tutta pallida in faccia,

Sento il mio gracil corpo di bambina

Svenir fra le tue braccia,

Cupe larve di donna a me davanti

Passan ne la penombra.

Son larve di fanciulle in voti e in pianti

Consumate nell'ombra:

Ed eran belle, e avean del Sol l'ardore

Ne l'auree trecce folte;

E non ebbero baci, e senz'amore

Fûr ne l'oblìo sepolte.

Sono donne che, presso il capezzale

De lo sposo o del figlio,

Vider lenta calar l'ora mortale

De l'ultimo periglio:

E davanti a lo spirto che salìa

Con maestoso volo,

Si contorser ne l'orrida agonia

Del cor rimasto solo:

E il sogno ormai di non terreno loco

Han ne lo sguardo assorto:

Le avvelena in silenzio, a poco a poco,

La nostalgia d'un morto.

Arse di desiderio insazïato,

Distrutte da la tisi,

Singhiozzanti sul feretro velato

Dei loro affetti uccisi,

Passano, curve, barcollanti, stanche.

Tragiche ne l'aspetto,

Con veli neri su le carni bianche,

Con un teschio sul petto:

E mi guardano.—È allor, sai, che m'assale,

Che m'agghiaccia il terrore,

E dentro il petto, sino a farmi male,

Batte a martello il core:

È allor che ne le mie strette tenaci

Senti uno spasmo occulto,

E ne l'acuta, strana ansia dei baci

La scossa d'un singulto....

Il bieco occhio geloso in me fisando

Passan fra sterpi e guai

Esse, un'orrenda profezia lanciando:

«Tu pur, tu pur verrai.»

[pg!89]

[UN ANNO DOPO]

Quando, ne l'ora oscura,

Penso che sei da me così lontano,

E mi striscia ne l'anima

Il sinistro timor ch'io t'amo invano,

E questo amor mi porterà sciagura;

Quando in petto mi trema

Il pensiero che tu non tornerai

Forse, e che tutto ha un termine,

E che t'ho amato per non esser mai

Tua, credi, allora una pietà suprema

Di me, di te m'aggrava:

Sento il bisogno di tornar bambina

Per ripeter l'ingenua

Preghiera che in soffitta, a me vicina,

La mia pallida madre m'insegnava:

E, in ginocchio fra i veli

Del letto freddo come vuoto nido,

Singhiozzo nelle tenebre,

Perdutamente a Dio gettando il grido;

«O Padre nostro, che siete nei cieli!...»

[pg!93]

[IMMORTALE]

Io voglio, io voglio vivere, e aver sempre vent'anni,

Sfiorar tutti gli spazii col vol di tutti i vanni,

Rider, gioire, amar;

Vo' inebbriar di raggi la gioventù superba,

Lieve siccome un'ala, fresca qual filo d'erba,

Limpida come il mar!...

Io ti ripudio, o Morte.—Amo la fiamma e l'onda,

Amo la terra sana che ai baci si feconda

Del Sole ammaliator;

Titanica fucina ove i magli giganti

S'abbatton senza posa d'innumeri braccianti

Con epico fragor!

Pel labbro mio che beve le dolci aure serene,

Pel vigoroso sangue che m'arde ne le vene,

Pel bacio e pel desir,

Pel folle riso ingenuo che scopre i bianchi denti,

Per quest'intima forza che m'anima ai possenti

Sogni de l'avvenir,

Per tutto ciò che nasce, per tutto ciò che spera,

Che fra le nubi e l'alme solleva una bandiera,

Che ride a un ideal,

Che su la terra come foco d'incendio splende,

Che pugna e che trionfa, si spegne e si raccende,

Fato, mi vo' immortal!

Alla salute, ai muscoli, ai sensi, a l'opre umane,

Ai cerebri assetati di verità sovrane,

Ai più felici amor,

A le madri che allattano, ai padri affaticati,

A le cittadi, ai monti, ai boschi, ai solchi, ai prati,

Al buon frumento d'ôr,

Ai sacrifici occulti e ai magnifici errori,

A l'energie del genio e ai palpiti de' cuori,

Al moto, al suono, al vol,

Io sciolgo, io sciolgo un inno irrefrenato, indomo;

Semplice come spica, robusto come l'uomo,

Eterno come il Sol!...

Soffrir?... soffrire è vivere: è la vertigin muta,

La voluttà tremenda, cieca de la caduta.

Giù, sino al fondo, giù:

Udir del precipizio la soffocata voce,

Dissetarsi di fiele, piegar sotto la croce,

Singhiozzare: mai più....—

Poi scorgere ad un tratto nel buio un tenue raggio.

Rinascere a la speme, a la luce, al coraggio,

All'amore, a la fè:

Aggrapparsi a una corda, sentir nel corpo esangue

Scorrere a fiotti, a gorghi un rinnovato sangue,

E rïalzarsi re!

Per chi teme la lotta, si spalanchi un Taigete;

I deboli travolga la gialla onda di Lete,

Fredda come un avel:

Maledetto chi trema e si rivolge indietro,

Chi sta qual ombra nera di fluttüante spetro

Stesa fra l'uomo e il ciel!

Io salgo.—Dei fidenti, dei liberi, dei forti

Su pei dirupi alpestri mi seguon le coorti

Sacrate a l'avvenir;

E del meriggio innanzi a la dorata gloria

Io l'orifiamma sventolo e canto la vittoria

Di chi non può morir!...

[pg!99]

[RISVEGLIO]

Talor m'avvolge il cerebro profondo

Nebbia pesante, accidïosa oscura.

Come vinta da sonno o da paura

L'anima tace de l'abisso in fondo.

Nulla vive: non palpito, non grido,

Non sogno o lotta.—Triste e indifferente

Io mi smarrisco tra la folta gente,

E vo' come l'augel che non ha nido.

E vo' senza battaglia e senza gloria,

E più non mi sorride il Dio d'un giorno:

Dentro è gelo e infinita ombra dintorno,

E sopita dei cieli è la memoria.

Ad un tratto, da l'imo, in un minuto

Di risveglio, di gioia o di pazzia,

S'agita e vibra ne l'essenza mia

Un'altra anima, un'altra.... e tosto il muto

Cerebro scoppia in magiche parole,

Germinando qual zolla a primavera,

Alto assurgendo, da la notte nera,

A la divina maestà del Sole;

E mentre la raggiante visïone

Sfolgora a me dal nudo del sereno,

Mi scote e m'apre trionfando il seno

Il ruggito selvaggio del leone.

[pg!103]

[SCIOPERO]

Non più, sotto il gran Sol che scalda e alluma

Le sue grigiastre forme

L'opificio respira e romba e fuma.

Alto è il meriggio, e l'opificio dorme.

Stagna dovunque la tristezza morta

Del lavoro spezzato.

Non voci, non tumulti il giorno porta:

V'è un silenzio sinistro e disperato.

Qual mai, qual mai fatidica bandiera

Sventola al Sol?...—Cencioso

Sciopero, benvenuto.—Osa!...—La nera

Fabbrica, nel terribile riposo

Ruina pare; e un vel di polve giace

Sovra i telai deserti;

E s'abbarbica ai muri un motto audace:

—O più giusto compenso, o braccia inerti.—

Osa e spera!...—Ogni macchina è sopita;

Ma i ben limati denti

Che forse stritolâr più d'una vita,

Digrignan gl'ingranaggi rilucenti.

Immobili le cinghie, un giorno sciolte

Ad incessante giro,

Cupamente ristanno, al par di scòlte

In vedetta, così, senza respiro.

Tutto è spento: cilindri e morse e spole:

Non fuoco a la fucina.

Non acqua a le caldaie.—E splende il Sole

Con baleno irrisor, su l'officina;

Ma per gli androni bui, sotto le vôlte

Striscian fantasmi oscuri.

Strisciano larve di minaccia avvolte

Lungo il viscido e freddo orror de' muri:

E s'anima ad un tratto, ecco, ogni cosa,

E umana forma prende,

E sobbalza, gigante e maestosa:

Viva una fiamma qua e là s'accende:

Ogni macchina assume il divo aspetto

Di vindice profeta:

Rugge de la motrice il vasto petto,

Ogni sbarra si fa gladio d'atleta:

E tutto grida: O luminosa aurora,

Non sei, non sei lontana.

Per te chi or sotto sferza empia lavora

Potenza avrà di creatura umana:

Per te giustizia, non pietà, nel mondo;

Tutti per te gli sguardi

Volti a un novo ideal santo e giocondo:

Per te gioie sui bimbi e sui vegliardi!...

O fiumana d'amor, scendi, schiumante!

E un popol di risorti

Ne la tua benedetta onda scrosciante

Le labbra dolorose, arse, conforti!...

Già splende a l'orïente il sogno d'oro

De l'avvenire: il maggio

Dei redenti e del libero lavoro,

Lembo di cielo, sfavillio di raggio:

Maggio d'ali e di sol, maggio di fiori,

Di baci, di canzoni:

Che vinti non avrà nè vincitori,

Che non avrà nè servi nè padroni.

[pg!109]

[FINE DI SCIOPERO]

Si fissarono in volto, emunti, lividi

Per insonnia, per fame e per dolore,

Stanchi di lotta.—E l'uno disse, torbido:

—A che scopo?... si muore.—

E un altro disse: I miei bambini languono

Di stenti.—E un altro: Inferma a l'ospedale

È la mia donna.—Su le teste un brivido

Passò, nero, glaciale.

Bracia e favilla il guardo, irruppe un Ercole

Di vent'anni: No: mai!—Tutti dobbiamo

Sino all'ultimo dì, tutti, resistere....

Non bruti, uomini siamo!...—

.... Si fissarono in volto, emunti, lividi

Per insonnia, per fame e per dolore.

Un pensiero tremò nel gran silenzio:

—A che scopo?... si muore.—

E, maestosi ne le vesti lacere,

Singhiozzi di vergogna in cor frenando,

Severe e desolate ombre, tornarono

A l'opre.—Fino a quando?

[pg!113]

[PER LA BARA]

A tramonto salìa

Breve schiera di femmine pallenti,

Chino lo sguardo, a passi gravi e lenti,

Su per montana via.

Tornavan da la valle.

Ombrate il volto da una triste idea:

E ciascuna una lunga asse tenea

Sopra le curve spalle.

Io chiesi: «Che portate,

Donne, al paese vostro, e qual pensiero

Vi cruccia, che pel brullo, erto sentiero

Fra pianti e preci andate?...»—

Ed elle, a voce bassa:

«Del curato è doman la sepoltura.

Poi che mancan, rechiam da la pianura

I legni per la cassa.

Egli era buono.—Oh, quanta,

Quanta dolcezza ne le sue parole!...

Quasi parea fiorissero vïole

Da quella bocca santa:

Per ogni afflitto cuore,

Per ogni piaga un balsamo egli avea,

E compatire e perdonar sapea,

Ed insegnò l'amore!...»

.... Dissero: e, miti orando,

Le gentili sparir dietro gli abeti,

De la montagna pei recessi queti

Funèbri echi destando.

«De profundis clamavi....»

.... Pace a l'anima tua, pace, o vegliardo,

Che Dio portasti nel clemente sguardo

E nei detti soavi

Che ai solitari, ai mesti,

Ai deboli, ai fanciulli eri sostegno

Che, molto amando, lo spregiato regno

De gli umili scegliesti!...

«De profundis...» Le cime

L'ultimo sole illuminò di rosa.

Palpitò nel silenzio d'ogni cosa

Una pietà sublime;

E tutto in alto parve

Raccogliersi in un pio senso di morte:

Poi da le cime inesplorate, assorte

Luce e pensiero sparve.

[pg!119]

[NATIVITÀ]

Egli aperse l'azzurro occhio innocente

Ne l'ospedal d'un carcere.—Le mura

D'una casa d'infamia e di sventura

Udiron prime il suo vagir dolente.

Dibattè, dibattè le membra stente

Il bimbo, come avesse onta o paura:

Forse comprese.—E abbrividì l'impura

Beffarda ombra su lui, sinistramente;

Ma a sè lo strinse con gelose braccia

La madre: labbro a labbro, core a core

Stettero, ne la notte algida e muta.

Quando il giorno spuntò, la macra faccia

Di lei, chinata sul dormente amore,

Parve di santa e non d'una perduta.

[pg!123]

[VIOLA DEL PENSIERO]

Da l'agile coppa ove i petali

Di giallo velluto carnoso

Dischiude in silenzio, una pallida

Vïola mi fissa con guardo pensoso.

Io vidi altre volte due supplici

Cari occhi guardarmi così:

Quegli occhi per sempre si chiusero,

Con essi un amore nel vuoto sparì.

Se è vero che i morti risorgono

Dei tronchi nei vividi umori,

Nei fili dell'erba, nei pòllini.

Nei calici freschi, ridenti dei fiori,

Vïola che triste mi affascini

Col supplice sguardo ch'io so,

In te vive un brano dell'anima

Di chi nel lontano passato mi amò!...

[pg!127]

[L'ORA]

Cala qual nembo sul mio cor di vergine

L'ora sacrata de la passïone:

È notte e ne la tenebra

Cova un incanto di perdizione:

È notte e tu non sai,

Tu che dormi da me così lontano,

Ch'io, bianca in volto e con le mani in croce,

Chiedo il tuo bacio in vano.

Mai più, mai più ne' miei grand'occhi il raggio

Di questa prorompente giovinezza

Sorriderà sì fulgido,

E le mie labbra avran questa dolcezza:

Mai più l'acceso spirto

A te verrà con vïolento grido,

Come augel che trillando ai boschi, ai cieli,

Ebbro si slancia al nido.

Il desiderio mio ne l'ombre tacite,

Rogo e martirio, lampeggiando avvampa:

Ma l'ora passa—e spegnesi,

A poco a poco, la solinga vampa.

L'alba, triste nei veli,

In un pallore di sudario spunta:

Perduta è l'ora de la nostra ebbrezza:

Essa morì consunta.

[pg!131]

[È MALATO]

È malato, è malato, e a sè mi chiama

Forse, laggiù, su l'inclemente suolo.

Il tetro annuncio il mar passò di volo,

E mi s'infisse in cor come una lama.

Ne le notti di febbre insonni e lente

Forse ei mi cerca presso il capezzale,

E grida fra gli spasimi del male

Il mio nome, il mio nome, infantilmente.

Oh, s'io potessi corrergli d'accanto;

S'io gli posassi la mia pura mano

Un sol minuto, su la fronte, piano,

Guarirebbe, lo so!... come d'incanto.

E pur qui resto, fiacca, immota, inerte:

Non ho coraggio di lasciar la mia

Casa, la madre veneranda e pia,

Per affrontar le strade erme ed incerte,

Il procelloso mare e le mugghianti

Città, folle, sublime, a l'avventura,

Fra nove razze, per monte e radura,

Su treni scatenati e sibilanti,

Fino al letto ov'ei giace!...—E il pianto ingoio

Perchè la madre mia dal suo riposo

Non si desti, il tumulto angoscïoso

Degli urli miei, de' miei singhiozzi ingoio.

E, il corpo su la terra arida prono,

Giunte le mani sul petto fremente,

A lui mormoro, a lui che non mi sente,

Che non vedrò più mai, forse: Perdono.—

[pg!135]

[TI VIDI IN SOGNO]

In sogno ti vidi.—La plaga

Ov'io t'incontrai m'era ignota:

Gravavan su l'aria silente ed immota

Le nubi d'un rosso di piaga.

Un'ansia mortale, un mortale

Dolore pei cieli passava.

Un'eco di squilla lontana oscillava,

Qual fioco lamento spettrale.

A me tu venivi.—Volea

Io moverti incontro, ma invano:

Un peso insoffribile, un incubo strano

Avvincermi al suolo parea.

E dirti io voleva: Tornato

Qui presso il mio cor, finalmente,

Sei tu dal solingo vïaggio dolente?...—

Ma il labbro rimase serrato.

Tu m'eri lontano e vicino

A un tempo.—Te quasi toccavo;

E pure, stendendo le braccia, tremavo

Di stringere un'ombra.—Il divino,

Dolcissimo sogno nudrito

Tant'anni, tant'anni nel core,

Svaniva in un senso di vago terrore,

Svania ne l'affanno infinito.

E tu di baciarmi tentasti;

Ma sopra la squallida plaga

Le nubi d'un rosso di labbro e di piaga

S'avvolsero in nembi nefasti:

Parea che un divieto solenne

Partisse dai campi infecondi,

Da l'algida angoscia dei cieli e dei mondi....

E il bacio, il tuo bacio, ah!...—non venne.—

[pg!139]

[NON TORNARE]

Non ritornar mai più.—Resta oltre i mari,

Resta oltre i monti.—Il nostro amor, l'ho ucciso.—

Troppo mi torturava.—-E l'ho calpesto,

L'ho sfigurato in viso,

L'ho morso, l'ho ridotto in cento brani,

L'ho ucciso, ecco!—Ora tace, finalmente.—

Tace.—Più lento per le vene scorre

Il sangue prepotente:

Posso dormir, la notte; e più non piango.

Te chiamando, affannosa.—Oh, quanta calma!...

Ne la penombra senza fine, senza

Moto, riposa l'alma;

E tesse, tesse le oblïose fila

D'un sogno di rinuncia.—Non tornare.—

Io, cieca e fredda, voglio odiarti, come

Ti seppi un giorno amare:

Odiarti pe' miei freschi anni fiorenti

Che immolai, dolorando, a te lontano;

Povera gioventù senza carezze,

Sacrificata invano!...

Ma nell'odio si soffre; ma si piange

Nell'odio.... ed io t'avrei sempre davanti

Anche imprecando a te.—Non ho più forza

Di lotta o di rimpianti;

Voglio silenzio—un gran silenzio!...—Fate

Tacer quel fioco gemito, là in fondo.—

C'è qualcuno che lagnasi, un nemico,

Un malato, là in fondo:

Qualcuno oppresso da un immenso male,

Da un peso immenso a cui non può sfuggire;

Qualcuno che agonizza e chiede aiuto.

E non vuole morire.

[pg!143]

[EGO SUM]

Perduta?... no.—Sorgendo come Iddia

Su la gioia sepolta,

La mia superbia e la potenza mia

Io voglio dirti.—Ascolta:

Io voglio dirti come s'abbandoni

L'alma al santo peccato,

E pianga, invochi, spasimi, perdoni,

E in crollo disperato

Si sfasci, così, guarda, a brano a brano,

Miserabile, vinta:

E poi risorga, da un desìo sovrano

Di luce ancor sospinta.

Io voglio dirti che nel cor giammai

Havvi sconfitta intera;

Che, pur gridando al bacio e al Sol: più mai,—

Inconsci, ancor si spera;

Che, quando tutto fugge e si disperde,

Pur resta in noi qualcosa

Di fido e vivo, un sogno, un filo verde,

Una foglia di rosa,

Un germe che s'allarga e si feconda

Entro l'anima oscura,

Nova promessa de la gloria bionda

D'una messe futura.

Io voglio dirti che si può cadere

Con la mota alla gola,

E non aver più amici, e non avere

Più una sola, una sola

Creatura che in noi creda, o qualcuno

Che ci aiuti la croce

A portare: esser nudo, ed esser uno

Davanti a la feroce

Ignoranza dei tempi e de le genti,

A lo scherno dei vili,

A lo spietato insulto dei potenti,

Degl'invidi agli stili

Avvelenati: e pur sentirci in core,

Sentirci nel profondo

Cerebro lo splendor di mille aurore,

L'idea che muta un mondo,

La fede che trasporta e che rischiara;

E vivere; e qual tuono

Ruggire al gregge de la folla ignara

O scellerata: Io sono.—

[pg!149]

[CANTO NOTTURNO]

Palpita una canzone in lontananza:

Voce è di donna, calda, appassionata:

A me giunge un po' fioca, un po' velata

—Tra i melagrani in fior—da la distanza.

Come sacri turiboli d'incenso

Olezzan gli orti ove il tuo canto va,

O sconosciuta sotto il cielo immenso,

O cor che parli ne l'oscurità!...

Chi sei dunque? hai tu errato?... hai tu sofferto?...

Hai tu pianto giammai presso un morente?...

Su le macerie de le gioie spente

Non t'infiammò la sete del deserto?...

E quale a te mi lega arcano senso

Di fraterna dolcezza e di pietà,

O sconosciuta sotto il cielo immenso,

O cor che parli ne l'oscurità?...

[pg!153]

[FANCIULLO]

A Sofia Bisi.

Irrequïeto, scarno, adolescente:

Nato da un fabbro e da una tessitrice:

Fior di plebe cresciuto a la severa

Ombra d'una motrice:

Scalzo, in blusa stracciata e collo ignudo

Era bello nei fieri occhi selvaggi.

Irrideva col fischio del monello

Ai lucidi ingranaggi:

Genio infantil perduto in un inferno,

Correa fra casse e sbarre audacemente,

E ogni cinghia parea che l'afferrasse

Qual spira di serpente;

Ed ogni morsa lacerar parea

Volesse le sue carni a brano a brano,

Ed ogni uncino conficcar la punta

In quell'esile mano.

Pur, tra il buio, il periglio e la minaccia,

Vittorïoso e bello egli passava:

Fra le turpi bestemmie e l'ignominia,

Innocente, passava.

Quando, a tramonto, una pesante calma

Il lanificio torbido invadea,

E una stanchezza senza nome i petti

De le donne opprimea,

Quando, lividi in viso, i tessitori

Finivan l'opre senza una parola,

Trillava fra le macchine pulsanti

Una voce, una sola:

Egli cantava!... del severo loco

Egli, alato ed indomito folletto,

Colle mani a la spola, un inno in bocca,

E la tisi nel petto.

.... A poco a poco indebolì.—Funesta

È pei fanciulli l'aria greve e scarsa

Che corrotti miasmi e polve infiltra

Ne la gola riarsa.

.... A poco a poco s'accasciò.—Funesta

È pei fanciulli la fatica:—irosa

Preme sui corpi e ne risucchia il sangue

Senza pietà nè posa.

Ai piè de la motrice che ruggìa

Da disperata, ei cadde un dì, svenuto

Lo portarono via due forti braccia,

Oh, così inerte e muto!...

E la motrice continuò, nel buio,

Il suo rombo terribile ed alterno—

Pareva stanca.—In quel fragor tremava

Un singhiozzo materno.

*

.... In fondo alla corsia v'è un letto bianco:

Vi posa un volto dolce di pallore.

Il folletto gentil de l'officina

In quel lettuccio muore.

Muore di tisi—gli dilania il petto

Tosse implacata, e il corpo è già spettrale.

Crebbe nel chiuso orror d'un opificio:

Finisce a l'ospedale.

.... Datemi sole dunque, un po' di sole

Per questo bimbo che nol vide mai,

Che mai non bevve il gaudio de la vita

Ne' suoi torridi rai!...

Datemi libertà: l'allegra, sana,

Garrula libertà de la foresta,

Per questo bimbo che non seppe giochi,

Che non conobbe festa!...

Datemi l'aria, l'aria!... avean bisogno

D'aria questi polmoni egri e corrosi!

Chi gli negò la luce, i campi verdi,

I sogni luminosi,

I fiori, i nidi, le corse a l'aperto,

De l'aurea fanciullezza il folle riso?...

Chi l'uom temprato a le titanie lotte

In questo bimbo ha ucciso?...

.... Silenzio.—Passa il brivido dell'ombra

Per la crociera.—Nel lettuccio bianco

Giaccion le membra immobili, tranquille.

Silenzio....—egli è sì stanco!...

Geme: trasale.—Sogna forse i rombi

Sinistri de le macchine: i rotanti

Cilindri: il volo rapido e gagliardo

De le cinghie giganti:

E, spaventate, l'ossa moribonde

Ricordan l'opra antica e dolorosa.

Fanciullo, non temer—troppo hai sofferto,

Or finisti.—Riposa.—

[pg!161]

[RISVEGLIO FRA I MONTI]

De l'alba al mite brivido

Il paesello s'è destato or ora.

Il sol non fulge ancora

Di sopra a le montagne alte e sognanti.

Di sopra a le montagne alte e sognanti

Nel ciel si perde e sfuma

L'ultima trasparenza de la bruma:

Anime e cose salgono.

*

De le casette rustiche

Disperse a gruppi sul montano fianco

Narra il profilo bianco

Tutto un passato di squisita pace:

Tutto un presente di squisita pace

L'acqua d'una fontana

Gorgogliando laggiù, garrula e piana,

Nel silenzio, bisbiglia.

*

Io sogno una biondissima

Rosea fanciulla che dal monte scende,

Mentre le vette accende

La prima luce.—Ella è serena e canta.

Ella è serena e al dì che sorge canta:

L'acqua de la fontana

Le risponde quaggiù, garrula e piana,

E i tersi cieli arridono.

[pg!165]

[VECCHI LIBRI]

Ho freddo, ho freddo in mezzo a voi, severi

Libri che antiche pugne a me narrate!

Che m'importa di ciò?...—fossili austeri,

Il Sol di maggio batte a le vetrate.

Gonfaloni, castelli, glorïose

Follie di prenci e papi e imperador,

Io vo' l'olezzo de le nuove rose,

Io vo' tuffarmi nel meriggio d'or!...

O pali, o mummie, o blocchi di granito,

Il fragor de la via non vi ridesta?...

Titanico fragor che par muggito,

Fischio di vento, rombo di tempesta?...

Larve d'anni e di secoli travolti,

Vizze foglie del tempo che fiorì,

Filosofi, tiranni, eroi sepolti,

L'eco non giunse a voi de' nostri dì?...

Viveste un giorno, o scheletri: morgana

Fata arridente al cupido pensiero,

Voi pur tradì la multiforme e vana

Illusïon che l'uomo appella il Vero.

Pace ai morti!... ma l'attimo fuggente

È troppo breve pel nostro gioir:

A che arrestarci su le vite spente,

Quando il fato ne incalza a l'avvenir?...

Oh, lasciatemi andar dove la nova

Scïenza sboccia come al Sole il fiore:

Dove brilla, spumeggia e si rinnova

L'onda rossa del gaudio e de l'amore.

Ch'io fugga tra i braccianti infaticati,

Tra colpi d'ascia e colpi di martel,

Ch'io m'involi su i treni scatenati,

Sibili e fumo vomitanti al ciel!

Oh, lasciatemi andar per le boscaglie,

Fra i sorrisi de l'alte erbe e del grano:

Il sangue sparso, o innumeri battaglie,

Gioiosamente ora feconda il piano.

E mi chiama la zolla che riverde,

E mi chiamano l'ali aperte al vol....

.... Fossili, addio!... Mi salvo in mezzo al verde,

Con fiori nei capelli e in faccia il Sol!...

[pg!171]

[AMOR NOVO]

Se m'ami, guarda: mi balena in fronte

L'intima vïolenza del pensiero.

Giunsi in alto per ripido sentiero,

E grigio ancor sul capo ho l'orizzonte.

So dei roveti le mordenti spine,

So l'arida tristezza dai deserti:

Non rispecchio il seren dei cieli aperti,

Ma porto il lutto nel guardo e nel crine.

Linatori sbucanti da la terra,

Vittime scarne e intrepidi ribelli

Dal labbro audace e dai grand'occhi belli

Ove raggia un desìo di santa guerra,

Come a quest'ora tu mi gridi: Io t'amo,

Dissero un giorno a me: Pietà di noi!

Dissero tutti, martiri ed eroi:

—«O fanciulla, sei nostra e ti vogliamo

Ne le viscere tue passi e riviva

Ogni duolo, ogni spasmo, ogni singulto

Tutto il dolor che ci dilania occulto

Trabocchi in te, perchè di noi tu viva:

Perchè da l'alma tua scossa e sconvolta

Prorompa il canto che sia noi!... Cammina

Per sassosa e dirupata china

De la giustizia, o solitaria scôlta:

Inciampa, cadi e ti raddrizza ancora

Sovra il corpo d'un morto o d'un morente,

Con infinite lacrime piangente

Per l'ansia e la pietà che ti divora:

E quando, arse le vene e stanche l'ossa,

La tua vita ai fratelli avrai donato,

E su tutte le piaghe avrà tuonato

La profetica tua voce commossa,

Fra noi, per noi ne l'ultima tempesta,

Musa del novo amor, cadrai!...»—L'immensa

Turba così parlò.—Guardami e pensa!...

Fino a la tomba la mia strada è questa.

*

Per ciò forse tu m'ami?... Oh, vieni allora,

Vieni con me nel nome del dolore,

Serbo per te voluttüoso un fiore

Sorto di notte da selvaggia flora.

Vieni, vieni con me!... La nostra eletta

Casa sarà dovunque un vinto gema:

Ove l'infanzia abbandonata trema,

Ove fermenta la miseria infetta.

De gl'infelici i miseri giacigli

Saranno il nostro letto nuziale;

Gl'innominati e gli orfani, cui l'ale

Tarpò il dolor, saranno i nostri figli.

La mia bocca di vergine ti serba

Teneri baci, noti a lei soltanto.

Sono i baci che sbocciano dal pianto

Come anèmoni tristi in mezzo a l'erba;

Baci che sanno il torbido mistero

Aleggiante sul capo ai moribondi,

Baci che sanno i palpiti fecondi

De gl'istanti di lotta e di pensiero;

Del precipizio la vertigin muta,

Del sacrificio l'agonia sublime,

Il desìo degli abissi e de le cime,

La dolcezza del cor che non si muta.

Vieni, vieni con me!... Ti benedico

Perciò che in nome del mio amor farai,

Pel sangue tuo che non per me darai

Fratello d'ideal, ti benedico.

Vieni, vieni con me!... Soccomberemo,

Forse, prima d'aver tutto compito.

Che importa?... nel fulgor de l'infinito

In un raggio di sol risorgeremo:

E il nostro amplesso arriderà sovrano

Su le gioie de 'l mondo rinnovato:

Fiorirà sotto a noi, giglio invocato,

Quell'avvenir che non sognammo invano.

[pg!177]

[ALL'ASILO NOTTURNO]

Attraverso la nebbia e il tenebrore,

Stringendo a l'ammalato

Petto, con senso di mortal timore,

Il bimbo assiderato,

Tutta ravvolta ne lo scialle stinto,

Dolorosa di fame,

Giunse al Notturno Asil, bruto sospinto

Da l'ansia d'uno strame:

E per la carità di quella notte,

Curva tremando, come

Colpevole alla gogna, a voci rotte

Disse la patria, il nome,

La strazïante istoria del passato,

De l'improvviso lutto,

Lo schianto de lo sgombero forzato,

L'urto nel fango, tutto:

E sol quand'ebbe, vergognando, messo

A nudo il rimordente

Cancro de la sua vita, a lei concesso

Fu un letto....—finalmente.—

*

Ella dorme d'un sonno alto, oblïoso.

Col suo bambino a lato.

Su lei, su l'altre che a l'asil pietoso

Scaraventò il selciato,

Casta raccoglie le grand'ali bianche

La breve ora di pace;

Nei franti cuori, ne le membra stanche

Ogni spasimo tace.

.... Ella sogna.—S'allarga sul guanciale

Il denso crine attorto,

E sembra la coperta glacïale

D'una cassa da morto.

Ella sognando va ch'ora e per sempre

È suo quel caldo letto.

.... O riposo, o dolcezza!... ora e per sempre

È suo quel caldo letto!...

E la tranquilla visïon le arride

D'una stanza ove cuce

Essa cantando, mentre il bimbo ride

Del foco a l'area luce:

Imbianca i vetri l'ultima carezza

Del giorno in agonia,

E al nido porta l'alitante brezza

Le voci de la via....

*

.... Stride una squilla: al dormitorio austero

S'affaccia e ghigna l'alba.

Balza la Triste dal letto straniero

Ne la penombra scialba:

Rimette cenci su la carne ignuda:

Torna col figlio al noto

Orror de l'abbandono, a l'aria cruda,

Ai perigli, a l'ignoto,

A la caccia del pane!... Avida mira

L'ampia città che fuma,

Che da le ansanti fabbriche respira

E fischia tra la bruma,

A la forza inneggiando e a la fatica

Con tumulto canoro....

.... Avida mira, come una nemica:

Essa non ha lavoro.

[pg!183]

[SULLA VIA]

La via s'allunga, tacita, deserta,

Sotto gli occhi dei fieri astri immortali.

Infinito è il silenzio.—Dei fanali

Le fiamme rosse come rosse piaghe

Sembrano austere sentinelle a l'erta.

Sfiora lieve il selciato una figura

Di donna.—Senza posa, lentamente,

S'aggira per la via che vede e sente:

E l'ombra sua, riflessa ne le zone

Di luce, ondeggia come biscia impura.

Il corpo così bianco sotto il nero

Vestito, è terra senza spirito.—Tutto,

Fuor che la cieca fame è in lei distrutto:

Niuna miseria è più cinica e ignava

Di quella forma che non ha pensiero.

Chi mai la coscïenza le divelse?...

Che lungo dramma la gettò sul vuoto

Lastrico, a notte, in caccia d'un ignoto?...

Un'occulta pietà trema e s'effonde

Su su dei cieli per le vôlte eccelse.

Pietà!... La notte tragica s'imbruna

Più e più, senza luna e senza vento,

D'angosciosa tristezza e di sgomento

Piena.—E sotto la gogna dei fanali

Passa e ripassa la figura bruna....

[pg!187]

[GLI ULTIMI SARANNO I PRIMI]

Egli lo disse.—Giù verso ponente

Il magnifico ciel di Palestina

In sangue si tingea:

Corruscava di faccia al sol morente

Un ammasso di nubi—e la ruina

Di turrite cittadi arse parea.

Nel solenne tramonto anche la veste

E il peplo candidissimo del Dio

Parean di fiamme cinti:

Sul deserto, sul mar, su le foreste,

Sui pargoli curvati in atto pio,

Sui ceppi e sulle lacrime dei vinti,

La Sua voce tuonò. (Silenzio intorno,

Vasto silenzio) «Chi ne l'ombra visse

Luce domani avrà:

Schiuderà il cieco le pupille al giorno;

Chi fu solo, chi pianse e maledisse

Domani esulterà!...

Chi di freddo tremò nè fu scaldato,

Chi di fame languì nè fu soccorso,

Chi ebbe sete d'amor,

E d'amor si consunse e non fu amato,

Chi, vergine di colpe, al crudo morso

Giacque del disonor,

Domani coglierà mirti e vïole

Per le boscose vie piene d'incanti,

Ove messe è il desir:

Ebbro di libertade, ebbro di sole,

Tra gli ulivi movendo a le raggianti

Porte de l'avvenir!...

In alto, in alto i miseri, gli schiavi:

In alto, in alto gli umili, i reietti:

L'ora sacrata è là.

Sorgi in nome di Dio, popol d'ignavi,

Fa del nome di Dio scudo a' tuoi petti,

Vinci, perdona, e va!...»—

*

Questo Egli disse.—I popoli ed i cieli

E le immobili palme e i campi e l'onde

Ascoltavan.—Le meste

Donne ravvolte in fluttüanti veli

Seguian con le pupille umide e fonde

Il sogno d'un doman senza tempeste.

Sotto la terra, in grembo al mar sonante,

Trasalivan dei secoli futuri

I germi, a quella voce.

Sciogliendo a l'aure il divo inno squillante

L'universo abbracciava Egli coi puri

Sguardi....—e, ne l'ombra, l'attendea la Croce.

[pg!193]

[ORA DI CALMA]

Questa notte dal ciel scendono baci

Come fiocchi di neve calmi e lenti;

Scendon baci dolcissimi

Dai tersi cieli aperti e sorridenti.

Piovon sugli occhi che nel buio inseguono

Larve d'amore non raggiunte mai,

Supplici, dolorosi occhi, ove accendesi

Una speranza non distrutta ancor;

Piovon sui corpi che l'amplesso attendono

Del Diletto che Iddio non manda mai.

Fragili corpi, solitarie lampade,

Gigli morenti di strano languor.

Piovon sui cuori palpitanti d'ansia,

Che ne la febbre non guarita mai,

Nel desiderio dei negati gaudii

Singhiozzano all'ignoto: Amore, amor!...

*

Questa notte dal ciel scendono baci:

Silenzïosi, benedetti, lenti.

Calman sospiri ed incubi:

Succhian le vane lagrime cocenti.

[pg!197]

[BACIO MORTO]

Fra l'erba, in una triste primavera,

Una precoce mammola fiorì.

Fredda era l'aria.—Prima ancor di vivere,

L'esile fior morì.

Su la mia bocca, in una triste sera,

Un bacio dal mio cor per te fiorì.—

Volgesti il capo....—prima ancor di vivere,

Il bacio mio morì.—

[pg!201]

[L'ULTIMO DUCA]

Fra i veli nivei

De la sua culla

Il bimbo posa.

I sogni sfiorano

La delicata

Fronte di rosa.

Niuno lo vigila:

Sua madre è al ballo,

Suo padre al gioco.

Nessuno palpita

Al suo respiro

Soave e fioco.

Erran per l'aere

Lievi, invisibili

Battiti d'ale,

Soffii, bisbigli....

Passano larve

Presso il guanciale.

—Da un molle bacio

Dentro un'alcòva

Venuto al mondo,

Di', che t'aspetta,

Figlio di duca,

Pargolo biondo?...

Bollori ed impeti

Non ha il tuo sangue

Smorto e languente:

Ultima goccia

D'una superba

Razza morente.

Che avrai?... Le splendide

Feste e i conforti

Di laute cene:

Spumanti calici

Che gettan fiamme

Dentro le vene:

Tumulti d'orgie,

Notti di baci

Bassi e sapienti:

Lunghe ore d'ozio,

Corse di fieri

Cavalli ardenti:

Di fibra e d'anima

Il raffinato

Delirio intenso:

Labbra d'etèrie,

Larve d'amore,

Spasmo di senso.

Non tue le fervide

De la scïenza

Lotte severe:

Non per te i palpiti,

Non per te i sogni

Di fedi austere:

Non per te l'utili

Opre del braccio....

Ma, solo, fiacco,

Sfibrato, inutile,

Pel nulla nato,

Del nulla stracco,

L'ultimo soffio

De la tua vita

Sterile e vana

Darai a un gelido,

Venale amplesso

Di cortigiana.

[pg!207]

[L'EREDE]

(dal quadro di T. Pattini).

Di fuori è tènebra:

Dentro il tugurio

Freddo e deserto

Trema il lucignolo

D'una candela

Con guizzo incerto.

A terra è il rigido

Corpo d'un morto.—

Non sa, non sente;

Riposa.—Il copre

Nero un sudario:

Sembra un dormente.

La salma squallida

È d'un robusto

Lavoratore,

Strappato al vomero,

Strappato al suolo

Fecondatore;

Ai campi fertili,

A l'auree vigne,

Ai fieni aulenti;

A le boscaglie

Folli di sole,

Nel sol fiorenti.

Prona in un angolo

Giace una donna

Muta nel duolo.

Più lunge, un roseo

Fanciullo gioca

Sul nudo suolo.

Non sa di triboli,

Non sa d'orrori,

Non sa di morte.

Ei gioca, ingenuo,

Biondo, ridente,

Tranquillo e forte.

Su lui la tènebra

Tutta s'affisa

Con occhio strano.

Ha voci e brividi,

Pensieri e pianti

L'intento vano.

—Da un rozzo bacio

Dentro una stalla

Venuto al mondo,

Di', che t'aspetta.

Figlio di plebe.

Pargolo biondo?...

La zappa ruvida

Corrusca al sole:

L'aratro lento:

Meriggi torridi,

Furia di piogge,

Furia di vento:

De la malaria,

De la risaia

La febbre impura:

Fatiche innumeri,

Pan bruno e scarso,

Stamberga oscura.

Chi sarai?... Debole

Corpo impossente

Di mal nudrito,

In buia, torpida,

Rude ignoranza

Inebetito?...

Chi sarai?... Libera

Alma selvaggia

Di lottatore,

De l'imo popolo,

Del solco vergine

Sôrto dal cuore?...

Tu giochi, ingenuo;

Ma l'aria e l'ombra

San di tempesta.

Su l'ala rapida

Te invola il tempo

Che non s'arresta:

Te, forse milite

D'aspri e bollenti

Conflitti umani:

Forse una vittima,

Forse un ribelle

De l'indomani.

[pg!215]

[SORRISI]

Te divina di forme, un dì vedea

Bianca qual giglio e bionda come Dea

Egli, la prima volta:

Avevi un fior di prato a la cintura,

E parevi, così ridente e pura,

Tutta di sole avvolta.

E s'accese ne l'alma il sognatore,

E ti serrò nel laccio d'un amore

Geloso e vïolento:

Tu lietamente lo seguisti sposa,

Come la nube va tinta di rosa

Ove la porta il vento.

E poi ti nacque un bimbo.—Oh, la profonda

Gioia d'accarezzar la testa bionda

D'un bimbo tuo; la sola

Gioia che al mondo sia senza rimpianti;

Viver de' baci suoi, dei dolci canti,

De l'incerta parola!...

Ride tra il verde la tua giovin casa

Da gaie torme di trastulli invasa

Dispersi sui tappeti:

I tuoi balconi sono aperti al sole,

E vi penètran sogni di vïole,

Effluvii di roseti:

Il bimbo corre per le chiare stanze,

Tu il miri e tessi de le tue speranze

Gli azzurri e tenui fili:

L'anima esulta, si dilata e sale

Come salgon danzanti atomi ed ale

Nel ciel dei freschi aprili.

Ridi....—sei così semplice e secura!...

Un inganno, uno schianto, una sciagura

Ti spezzerebbe.—Oh, ridi.—

Son così pochi al mondo i fortunati!...

Io, te guardando, penso ai baci alati

De le allodole, ai nidi;

Ai nidi fatti di musco e di amore,

Palpitanti tra i folti alberi in fiore,

Pieni di trilli, pieni

D'infanzia e d'innocenza;—a le scorrenti

Acque dei fiumi; a l'albe trasparenti,

Ai meriggi sereni;

A le pianure fertili di grano

Sacro e dorato; al verdeggiar lontano

Dei pascoli in pendìo,

Ove l'alma a sorsate ampie respira

Con l'acre essenza che da l'erbe spira

L'ebbrezza de l'oblìo.

[pg!221]

[NOTA DI CRONACA]

Lessi:

La plebe intera e ammutinata:

Fiera e compatta ingombra piazze e strade:

Gli urli «Pane e lavor» son le sue spade,

Di mille petti a sè fa barricata.

Lessi:

Caffè, palagi han vetri infranti:

Chiusi i balconi e chiuse son le porte:

Passan per la cittade armate scôrte,

Lutti s'apprestan per le donne e pianti.

Un battaglion di pallidi soldati

O miseria!... sparò contro i ribelli:

E questi cadder, minacciosi e belli:

Morser la polve, e niun li ha vendicati.

Avean fame: avean figli: intimo istinto

Di giustizia gli spinse a la sommossa:

Caddero....

.... Sorsi, in mezzo al cor percossa,

Da un orrore improvviso il sangue vinto.

—Di chi la colpa?...—con gran voce dissi.

E in nome degli insorti e dei venduti,

Dei fratricidi in nome e dei caduti

Qualche cosa ne l'ombra io maledissi.

[pg!225]

[FRATERNITÀ]

Mendicante che vai sotto la pioggia

E mi stendi la man,

Con lungo sguardo e con lamento supplice

Chiedendo un soldo e un pan,

Ingiusta al pari de la tua miseria

È la miseria mia:

Mi trascina con te l'Ineluttabile

A una stessa agonia:

Sol tu, cui fame insazïata strazia,

Lo gridi, il tuo dolor:

Io, pianti e febbri soffocando, muoio

Per nostalgia d'amor!...

[pg!229]

[CASETTE BIANCHE]

Casette bianche sfavillanti al sole

Con le finestre aperte e ai piedi il verde,

Come lento su voi l'occhio si perde,

Casette bianche sfavillanti al sole!...

Passando innanzi a voi (non lo sapete?)

Chiusa in dolce pensier, guardo e sorrido:

La vostra pace garrula di nido

Oh, narratela a me, casette liete.

Entro le stanze tiepide e raccolte,

Nel cristal de le coppe trasparenti,

Appassiscono gigli e thee morenti,

E lievi gruppi di cardenie sciolte?

V'è un bizzarro cestello da lavoro,

Ove, tra gli aghi e tra le matassine,

Un biglietto si celi intimo e fine,

Un nastro azzurro, un braccialetto d'oro?...

Vi son ninnoli e libri civettuoli,

Fantastici pastelli a le pareti,

Bambole e carrettini sui tappeti,

Cinguettii di fanciulli e d'usignoli?

V'è una placida nonna cogli occhiali,

Che, seduta in antica, ampia poltrona,

Con la sua voce di vecchietta buona

Narri d'un rosso demone dall'ali

Fiammanti i casi orrendi e battaglieri

A una turba di bimbi estasïata?...

V'è una snella mammina affaccendata,

V'è un babbo serio dai gran baffi neri?...

.... Dite, ditelo a me!... Stretta s'allaccia

L'edera appassionata ai vostri muri:

Traversa i cieli radïosi e puri

Un'allodola, ed io tendo le braccia;

Tendo le braccia al sole e a la gaiezza:

M'entra ne l'imo cor la nostalgia

D'un volto amato, d'una mano pia

Che mi sfiori con trepida carezza:

D'un profumo svanente di vïole,

D'un nido ove s'effonda alta quïete:

La nostalgia di voi, casette liete,

Casette bianche sfavillanti al sole.

[pg!235]

[INVANO]

Ne l'abituro ove morì stanotte

Il vecchio pellagroso,

Veglia sul freddo, altissimo riposo

La vanga sola, viva ne la notte:

Guatando il letto che somiglia un trono,

In suo linguaggio prega.

E prece è questa che singhiozza e nega:

Che di fede non è—non di perdono.

E dice: Vecchio, hai lavorato indarno:

Indarno il sangue hai dato:

E piangesti e non fosti consolato,

E dolcezze non ebbe il corpo scarno.

E dice: L'implacabil malattia

Che infesta la risaia,

Che nei tugurî senza sol si sdraia,

Mista d'odio, di fame e di pazzia,

L'implacabile e scialba malattia

Ti prese, ebete, nudo,

Affranto; e nel rigor d'un verno crudo

Ti condusse a la morte.—Così sia.—

Spiran con te, dovunque, a mille a mille,

I tuoi compagni.—Intanto

Commove l'aria, da lontano, un canto

Di guerra, e squarcian l'ombre auree faville:

È un grido a l'avvenir d'appassionate

Coscïenze in tumulto,

È un affannoso accorrere, un singulto

Fierissimo d'elette alme inspirate:

A colpi d'ascia ogni menzogna è spenta:

Splenderà il Sol domane

Sovra le gioie e le grandezze umane,

Sovra la terra da l'amor redenta!...

.... Ma tu, vecchio, non odi.—È la tua salma

Rigida come pietra:

Fra i cenci e l'abbandono, ignuda, tetra,

S'agghiaccia in atto di sdegnosa calma.

Niun può ridar lo spento soffio a questa

Materia tua!... la bella

Di giustizia e d'amore opra novella

Che le infamie del secolo calpesta,

Che i brandi spezza e infrange le catene,

Del sangue tuo succhiato

Goccia a goccia dal solco derubato

Non renderà una stilla a le tue vene;

Non una sola ai venerandi e forti

Compagni tuoi, traditi

Da la terra e sotterra seppelliti.

Ora e in eterno.—Chi risveglia i morti?...

[pg!241]

[PAX]

Io vidi in sogno, come vanni d'aquila

Belle, giganti e fiere,

Elevarsi del Sol fra i lampi torridi

Più di mille bandiere.

Mai non arrise ai verdi campi e a l'aure

Più luminosa aurora:

Cielo e mare avvolgean fiamme d'incendio

Nel delirio de l'ora:

Salia dai boschi e da le zolle un palpito

Di forza germinale,

E largo il vento, come il sogno a l'anima,

Dava a le fronde l'ale

E i lucenti vessilli in alto ascendere

Come trofei di gloria

Io vidi, e ognun parea cantare a l'aura

D'un popolo l'istoria.

Crivellati di palle erano, e laceri,

Con l'aste mutilate,

Come trafitti da pugnali innumeri

In mischie disperate;

Chiazze nere e vermiglie e fumo e polvere

Ne copriano i colori:

Polve di schioppo o di mitraglia, e giovane

Sangue di gladiatori;

E molti d'essi, a l'orïente roseo

Assurgendo giganti,

Nel maestoso volo avean terribili

Suoni di ceppi infranti.

Ad un tratto (era sogno) da un magnetico

Soffio d'amor sospinti,

Dimentichi de l'epiche battaglie,

Dimentichi dei vinti,

Tutti si strinser quei vessilli in crocco,

In universo abbraccio,

E fu di pianti, di memorie, d'anime,

Di spemi e forze un laccio;

E non rimase ne gli azzurri spazii,

Vivido al par di fiamma,

Sciolto a le brezze come velo d'angelo,

Che un unico orifiamma;

E a lui, balzando da gli antichi ruderi,

Da le pianure intrise

Di sangue, da l'orror dei morti secoli,

L'umanità sorrise.

[pg!247]

[EPPUR TI TRADIRÒ....]

Eppur ti tradirò.—Verrà ne l'ora

Che di mistero avvolge e terra e mar,

Un demone dal vasto occhio di fiamma

La mia fronte a baciar.

Ed io, tutta vibrante e tutta bianca,

Tremando scenderò da l'origlier;

E seguirò ne l'ombra il maestoso

Passo di quell'altier.

Egli susurrerà sul labbro mio

Cose sublimi che l'ignoto sa.—

E dal mio petto e dal mio cor, dinanzi

A l'âtra immensità,

Liberamente sgorgheranno i canti

Di quel dèmone al soffio avvivator:

I canti che singhiozzan ne la morte,

Che ridon ne l'amor:

Che sul tumulto dei dolori umani

Parlano di speranza e di pietà,

Schiudendo l'invocata e folgorante

Porta dell'al di là;

Che san tutte le colpe e tutti i sogni,

Che squarcian d'ogni frode il bieco vel:

Che son fatti dei gorghi d'ogni abisso,

Degli astri d'ogni ciel!...

Oh, non esser geloso.—Oh, non strapparmi

A quell'ora d'ardente voluttà:

A quell'ora di gioia e di follìa

Che solo il genio dà!...

Come prima, sommessa e innamorata

A le tue braccia mi vedrai tornar:

Smorta nel velo dei capelli sciolti

Il tuo bacio implorar.

E la mia fronte candida, che solo

Sfiorò de l'estro il labbro vincitor,

Come timida fronte di bambina

Ti dormirà sul cor!...

[pg!253]

[IL PASSAGGIO DEI FERETRI.]

Commemorazione delle Cinque

Giornate, avvenuta in Milano

il 18 marzo 1895.

Folla e tumulto.—Spingesi

E s'accavalla al par d'onda sovr'onda,

Torrente irrefrenabile

Che abbatte con gigante urto la sponda:

Mare in tempesta, unanime

Fiorir di sogni e battere di cuori

Affratellati: bacio

Di cruente memorie e di dolori

In una sola, trepida

Gioia che accende i petti e le pupille;

Che lancia ai glauchi spazii

Risa, speranze, cantici, faville;

Che va fra cielo e popolo

Su l'ali di magnetiche parole:

Che sfolgora per l'aere

Coi fulvi raggi del novello Sole.

.... Silenzio.... è l'ora.—Scindesi

La folla in due compatte ali frementi:

Serpe nei cori un brivido:

Tra il solenne sfilar dei reggimenti,

Tra l'ondeggiar dei candidi

Vessilli ai venti radïosi e puri,

Tra il suon degl'inni e l'epico

Clangor dei bronzi e il rullo dei tamburi,

—O Eroi di Marzo, o fumida

Ancor di sangue patria visïone!...—

Lento un corteo di feretri

S'avanza su gli affusti di cannone.

E in un con le reliquie

Da la notte di lunghi anni redente,

Alta ne la memoria,

Viva nel cuore de le turbe intente,

Passa l'Iddia terribile,

L'Iddia vermiglia de le barricate,

Che, inerme ed indomabile,

Per vie ruggenti e piazze disselciate,

Al lampo degli incendii,

Ebbra di sangue e polve e fumo e schianti,

D'un avvilito popolo

Fece ad un tratto un popol di giganti;

E il quinto giorno un magico

Grido innalzò di gioia e di vittoria:

—Qui comincia l'Italia!...

E un'ampia le rispose eco di gloria!

.... Silenzio.—I morti sognano:

Ne le bare che passan lentamente

Un riso erra, dolcissimo,

E culla e bacia quelle forme spente.

—Per Essi ora la patria

A l'aulente suo crin tesse ghirlande:

Per Essi da' suoi fertili

Giardini al mondo arride, onusta e grande:

Per Essi, per le lacrime

Degli occhi loro, pel sangue che i forti

Lor petti a rivi sparsero.

Per quell'immenso amor!...—Sognate, o morti.—

*

La patria è grande.—Imperano

Sovra l'umido pian di Lombardia,

Furie dal negro artiglio,

La fame, la pellagra e l'anemia.

Da le brumose e fetide

Maremme, da l'incolto Agro Romano,

Da le ruine càlabre

Prorompe, disperato, un pianto umano.

A cento a cento, i siculi

Schiavi, nei pozzi de la zolfatara,

Trovan fra le venefiche

Aure il pane, l'ergastolo e la bara.

Mentre, fidando, partono

Da le materne vacillanti braccia

Baldi e robusti militi

Di novi servi e d'afri allori in traccia,

Là fra le accese sabbie

Dei deserti, a dar morte ed a morire,

Là su le terre sterili

Il vessillo a piantar de l'avvenire,

Languono ovunque l'itale

Plebi, ed ovunque la miseria piange:

«Pane, pane» singhiozzano

Donne e bimbi; ma a scoglio erto si frange

Come spuma d'Oceano

Che rimbalzando su di sè ripiomba,

La strazïata e supplice

Prece dei vinti, ed a sè stessa è tomba.

In basso e in alto sfasciansi

Le fedi e van le coscïenze infrante:

Taccion nei fiacchi spiriti

I santi affetti e le collere sante

Ma, come invitta quercia,

Libera Italia sta!...—Non vi svegliate,

O Morti.—Ora e nei secoli

Il vostro sogno trïonfal sognate,

Che ne la rossa mischia

A voi mordenti il fango de la via,

In canto di letizia

Il rantolo mutò de l'agonia.

[pg!261]

[SULLA FOSSA DI GIUSEPPE GRANDI]

in Val Ganna

Senza gloria di marmi e senza croce,

Qui ove giunge al tuo cor, lieve su i venti,

De l'alpine freschissime sorgenti

L'eterna voce;

Qui fra i macigni ruïnosi e foschi

Guatanti dal silenzio de le alture

I vellutati pascoli e le oscure

Linee de' boschi;

Qui, solingo, sdegnoso, abbandonato,

Dormi in eccelso oblìo presso le stelle,

Ferreo Titano de l'idea, ribelle

Come sei nato!...

Errar ti vider queste vette e queste

Boscaglie, un giorno: quando a le tue nude

Tempie battea lo spirto audace e rude

De le tempeste;

E il sangue acceso fumido ondeggiante

In larghe ondate al cerebro fluiva,

Pòlline sacro a fecondar la diva

Idea balzante.

A l'opra, in lotta con l'informe creta,

Ti vider questi cieli e queste valli,

Del marmo e degli ignivomi metalli

Sire e poeta;

E gli aquiloni che da l'erme creste

E dai vergini ghiacci immoti e soli

Piomban, rotando in procellosi voli

Per le foreste,

Mugghiando a fascio ne la valle e intorno

A la povera casa orribilmente,

Salutarono, o Grande, il tuo fuggente

Ultimo giorno.

Qui dunque resta, o Grande, ora e per sempre

Lungi da i molli rètori bugiardi.

Larvàti in fronte e nel ferir codardi!...

Ora e per sempre

Sotto i baci dell'èriche il profondo

Tumulo giaccia senza cippo o nome!...

Tutta Val Ganna il glorïoso nome

Singhiozza al mondo.

Passino sul tuo capo albe e tramonti,

I sogni e gli astri de le calme sere,

E le battaglie de le nubi nere

In groppa ai monti;

Passin gli spirti de le rocce, i canti

De la luce, i letarghi de le nevi,

I rimbombi de l'alte acque e de' grevi

Massi frananti:

Assorba, assorba il tuo vigor d'Iddio,

E in raggio lo trasmuti, in tronco e in fiore

Questa che t'arse d'indomato amore

Terra d'oblìo.

—— Val Ganna, settembre 1893.

[pg!267]

[MATTINATA INVERNALE]

Ricordo.—Era il Dicembre:

La campagna apparìa smorta di neve,

Irta di ghiacci.—L'alba tersa e lieve

Animava il silenzio.

A l'orïente gelido

Il sol rifulse: e allor, trasfigurata,

La neve palpitò come baciata,

E si fè tutta rosea:

Sovra le rame squallide,

Su l'erbe vive ancor, su le brughiere

Palpitò di dolcezza e di piacere

Nel mattino purissimo.

[pg!271]

[LA VEDOVA]

Io la vidi.—Sul volto estenüato

L'insonnia tormentosa

Un sudario di tomba avea calato.

Era scalza, disfatta.—Sui ginocchi

Tenea l'ultimo nato.

I suoi capelli, un dì sì neri e folti,

M'apparver tutti grigi.

Cadeano a ciocche, ruvidi, disciolti,

Irritati.—Nessuno ella guardava

Coi folli occhi stravolti;

Nemmeno i figli.—Intorno, a bassa voce,

Si parlava del morto.

Inghiottito l'avea, presso la foce

Del tristo fiume, a l'improvviso, un gorgo....

Dio! che agonia feroce!...

Bello: trent'anni: i muscoli possenti,

Come sculti nel bronzo.

L'avean cresciuto i balsami tepenti

De le patrie boscaglie, i nembi, il sole,

I lieti inni de' venti!...

Ed or?...—Certo ei, sott'acqua, avea lottato

Con furore d'istinto,

Palmo per palmo, oncia per oncia.—E urlato

Certo avea, con demente urlo d'angoscia....

Poi più nulla.—Annegato.—

.... Ella non ascoltava.—Un fisso, acuto

Pensier la rimordea:

Per sè, pei figli il queto pan perduto,

Il forte braccio inerte, il focolare

Spento ed il letto muto;

E la miseria, la miseria!...—Ai campi

Dunque, gracile donna,

O fischi il vento o sia che l'aura avvampi,

Alla zappa, alla vanga.—Ora sei sola,

Niuno v'ha che ti scampi!...

Alla risaia dunque, alla risaia,

Ove il capo percote

Il sol piombante come una mannaia,

Ed il mïasmo fetido s'infiltra:

Penoso non ti paia

Il sacrificio.—La fatica immane

Tu sempre sosterrai,

Dal rodente pensier de la dimane

Spinta—pei figli, per la rozza casa,

Per un tozzo di pane!...

*

Già la sera calava a poco a poco:

E le donne pensose

Accosciate per terra e intorno al foco,

Pïamente intonarono il rosario

Con un bisbiglio rôco.

Ella tacque—distratta e come stanca

Spogliò l'ultimo nato.

Mormoravan le donne a destra, a manca,

«Ave....» e lei cadde, rigida, a ginocchi,

Presso la culla bianca.

[pg!277]

[IL SOGNO]

E d'inseguirti io non mi stanco mai,

O sogno ammaliator de la mia vita:

Tutto già mi prendesti e tutto avrai,

La giovinezza ardita,

I tumulti del sangue e i desiderî,

L'ansie, le veglie, le preci, le lotte,

Il battagliar dei vividi pensieri

Che riddan ne la notte.

Tutto ciò che sorride e che non mente,

Tutto ciò che s'eleva e non dispera,

E de l'ingegno mio triste e fremente

La luce e la bufera.

E tu lasci ch'io levi a te la faccia,

Ma distogli i raggianti occhi fatali:

E tu lasci ch'io stenda a te le braccia,

Ma non raccogli l'ali:

E, attirandomi, fuggi.... e forse, quando,

Bellissima di gioia e di desìo,

T'afferrerò, da l'imo cor sclamando:

—Ho vinto e tu sei mio,—

Sazie le brame, tisica la fede,

Spenta l'illusïon, rotto l'incanto.

Cadrai, rovina inutile, al mio piede,

Come un balocco infranto.

[pg!281]

[OPERAIO]

A me dintorno la città sorgea,

Desta a la prima aurora.

La gran città che nutre e che lavora

Nel sole a le giganti opre movea.

Era un gridìo di chiare voci ignote,

Un fluttuar di suoni,

Un aprirsi di porte e di balconi,

Fischi di treni, turbinar di rôte:

Era l'accorrer gaio e vïolento

Di mille forze umane

Verso il lavor che dà salute e pane

E innumeri vessilli affida al vento.

Tutto avea luce, palpiti, sorrisi

Di festa mattinale,

Ogni cosa parca sciogliesse l'ale,

Speme e gioia ridean su tutti i visi,

Quand'io lo scôrsi.—Era possente.—Il volto

Pallido di pensiero

Nobilmente s'ergea con atto fiero

Sul bronzeo collo da ogni fren disciolto:

Collo di tauro, petto di selvaggio,

Guardo e parola ardita:

In quelle vene un rifluir di vita,

Vampe d'amore e vampe di coraggio!...

Sonante il passo, come un vincitore,

S'avanzò, nella luce.

E a me disse il mio cor: Non forse è un duce?...

Non forse, in mezzo a l'infernal clamore

D'un'officina, splendido nel saio,

Egli soggioga i mostri

Ch'ebber dal genio umano artigli e rostri,

Alma di fuoco e muscoli d'acciaio?...

Non forse in lui la fonte d'energia

Zampilla, prepotente,

Che riviver farà questa languente

Êra, gialla di vizio e d'anemia?...

Oh, dolce, dolce esser la sua diletta....

Attenderlo, la sera,

Presso il desco frugal, con la sincera

Ansia gentile di chi amando aspetta:

Dolce coglier da lui, siccome il giglio

Bianco da l'ape d'oro,

Il bacio di chi sa lotta e lavoro.

Esser tutto il suo bene, e dargli un figlio:

E in questo figlio bello ed innocente

Che la virtù paterna

Possegga, un voto, una speranza eterna

Riporre, e i gaudii de l'età cadente:

E sognare per lui continüata.

Ne i secoli venturi

La razza degli indòmiti, dei puri,

A luminosi dì predestinata

La schietta razza dei redenti schiavi

Che mieterà fra i canti

Messi di libertà nate da i pianti,

Dal sangue e dalle viscere de gli avi.

[pg!287]

[ETERNO IDILLIO]

Mentre del Sol di giugno i raggi effusi

Con infrenata voluttà d'amore

Baciano i fiori largamente schiusi;

Mentre da l'aure in fiamme e dal fulgore

Dei sommi cieli a le campagne piove

Di giovinezza un trionfal vigore,

Il contadin ne la sua terra smove

L'ardue zolle col nitido strumento,

E a pacata canzone il labbro move;

E va de la canzone il ritmo lento

Col pispiglio dei passeri e l'olezzo

Dei fieni, su l'errante ala del vento.

Di fianco a l'uscio de la casa, al rezzo,

La tranquilla compagna offre il bel seno

Al suo lattante, con materno vezzo:

Sgorga, fonte purissima, dal pieno

Petto, la vita: succhia avidamente

Il fanciullo: fiorisce al ciel sereno,

Nel meriggio, dinanzi a l'innocente

Letizia de le cose e a la vittrice

Opra dell'Uomo, il gruppo, santamente:

Ride Natura intorno, e benedice.

[pg!291]

[SENZA RITMO.]

A Nice Turri.

Clair de Lune

di Beethoven.

Passa pel chiuso salotto

il brivido cupo dell'ombra:

i tasti animati singhiozzano

sotto le dita tue bianche, o Nice,

e tu sei vestita di bianco

come un fantasma.—Suona.—

*

O Pallida, o Pallida, io so che ben presto morrai,

che quando la tosse t'affanna

ritiri dal labbro la tela macchiata di rosa.

Tu non mi parli, suoni:

non vedo il tuo volto, non vedo

gli occhi sognanti ove langue un desìo di carezze

ove par che una lagrima tremi

sempre:

vedo l'abito bianco,

vedo i lunghi capelli di seta,

e sento l'anima, l'anima,

l'anima tua, Nice!... vibrar ne le note.

*

È Beethoven.—Quand'egli creava

la solenne armonia,

tu non vivevi, Nice, io non vivevo:

ma ciò che l'artista crea

tutto il mondo lo beve,

lo fa sua carne e suo sangue:

ed ora, più di qualunque parola,

questa musica dice

ciò che tu senti, ciò che io sento.—Suona.

*

Narran gli accordi gravi

l'occulta rovina del corpo tuo così bello,

minato dal male:

narran la tua gioventù che non vuole morire,

narran che tu sei sposa,

narran che tu sei madre,

che il bimbo tuo balbetta le prime vezzose parole,

e che per lui, per lui

t'aggrappi alla vita!...

*

Narran gli accordi gravi

che mentre tu passi lasciando nel mondo l'amore

io vivrò disamata.

O Nice, ancora vent'anni, ancora trent'anni

dovrò trascinare nel mondo,

sola!...

Poi che amore ti chiama

vivi, e lascia ch'io, non rimpianta, muoia!...

*

Tu non volgi la testa:

non vedo il tuo volto, non vedo

i tuoi occhi sognanti ove langue

un desìo di carezze,

ove par che una lacrima tremi

sempre.—

A terra mi prostro e bacio l'abito bianco

io umana a te divina,

a te che domani morrai.

E dicon gli accordi gravi:

Tu che resti nel mondo, tu che invochi l'amore,

non perder tempo, non perder tempo, ama:

ama chi soffre e non spera:

tu debole e sola

pei deboli e i soli diventa robusta e possente:

fa che la gelida morte

dischiuda al tuo corpo la fossa

quando l'anima

divisa in frementi brandelli,

sciolta in milioni d'atomi luminosi,

abbia già baciate

le dolci anime sole, piangenti su la terra:

ama, l'amore è infinito

poi che infinito è il dolore.

[pg!297]

[SCONFORTO]

S'io potessi per sempre soffocare

Questa voce che sorge dal profondo,

E piange, piange senza mai cessare:

Oh, s'io potessi soffocar nel fondo

De la coscienza e non udir più mai

Questa voce che sorge dal profondo!...

Però ch'essa mi dice: No, giammai:

Non vedi che cammini ne la notte?...

Chi ti schiara la via?... Bada, cadrai:

Sei sola, sola ed hai le membra rotte,

E niuno ha fede in te: non vincerai,

Non vedi che cammini ne la notte?...—

[pg!301]

[ADDIO]

Va dunque, o libro austero,

Di rogo eterno luminosa fiamma,

Ch'io m'illusi, in un sogno battagliero,

Di regger alto come un orifiamma!...

Va.—Tu mi porti via

L'anima a brani.—Ora che tu sei nato,

Sento il peso glacial de l'agonia

Sul cerebro e sul cor.—Vissi—ho creato.—

È la fine del dramma,

È il vuoto, è la rinuncia ultima, oscura.

O libro nero a lettere di fiamma

Un suggello sei tu di sepoltura.

[pg!305]

[I GRANDI]

Ammiro i Forti che, baciati in fronte

Da bocca sovrumana,

Anelanti a più fulgido orizzonte,

A un'altezza sovrana,

I sorrisi del genio, i lampi, i canti

Ebbero e le follìe,

E sepper tutti i voli e tutti i pianti

E tutte le armonie;

E lanciaron dal culmine a l'intento

Mondo sacre parole;

E moriron fra un sogno ed un concento

Circonfusi di sole.

Amo i Ribelli che, morsi nel cuore

Da un'angoscia suprema,

Avvinti da un divin laccio d'amore

A chi piange, a chi trema,

Ai maledetti che Gesù redense

E i fratelli han tradito,

Per terra e mare fra le turbe immense

Nova legge han bandito;

E disser l'inno delle età venture,

Sublimi nel delirio

De l'ideale; e, ceppi o corda o scure,

Sorrisero al martirio....

... Ma piango il sangue del mio cor sui Grandi

De la tenèbra.—Sono

Gli Affamati, gli Oppressi, i Venerandi,

Che tregua nè perdono

Ebber da la natura empia e nemica,

E pur non hanno odiato:

Che per altri fiorir vider la spica,

E non hanno rubato:

Che bevver fiele e lacrime, vilmente

Frustati in pieno viso

Da l'ingiustizia cieca e prepotente,

E pur non hanno ucciso:

Che passaron fra i geli e le tempeste,

In basso, ne l'oblìo,

Senza sol, senza pane, senza veste,

Ed han creduto in Dio:

Che uno strato di paglia per dormire

Infetto e miserando

Ebbero, e un ospedale ove morire,

E sono morti amando.—

[pg!311]

[LA FIUMANA]

.... E sale, e sale.—Con sinistro rombo

S'accavalla nel buio onda sovr'onda:

Qual torrente d'inchiostro urge a la sponda,

E trema l'aria, pavida, al rimbombo.

È la fiumana dei pezzenti.—E sale,—

Son cenci e piaghe, son facce scarnate,

Braccia senza lavor, bocche affamate,

Cuori gonfi d'angoscia.—E sale, e sale,

E con sè porta un greve tanfo umano,

Il tanfo dei tuguri umidi, infetti;

E un grido erompe dai dolenti petti:

«Dateci il nostro pane quotidiano.»—

Ma ognuno a la gran voce è sordo e cieco.—

L'immota calma che precede i lampi

Del tonante uragan pesa su i campi,

E il fiume ingrossa, il fiume avanza, bieco:

I granitici, immensi argini atterra,

Lordo di sangue, livido di pianto:

Domani, in nome d'un diritto santo,

Mugghiando allagherà tutta la terra....

.... Ah!... l'ora è sacra.—Una virtù d'amore

Infinita, immortal come il Creato,

O forti, può guarir quel disperato

Cumulo di miserie e di dolore:

Basterebbe che incontro a le diserte

Anime singhiozzanti i vincitori

Movessero fra siepi alte di fiori,

Benedicendo con le braccia aperte.

Fine