III.
La prima domenica di maggio vidi la Ca' Rossa nella realtà, priva della poesia con cui me l'aveva descritta Moser. Di lontano, dalla strada, appariva quale una vecchia casa di campagna messa a uso di villeggiatura e ritinta, se non di rosso, di gialliccio. Vi piombai inatteso durante l'intervallo fra due corse del tram a vapore. A scorgermi dal cancello — un cancello di legno — Mino, che giuocava alle bocce con un operaio, gridò: — C'è Sivori! c'è Sivori! —; e Claudio, che assisteva alla partita, fumando, mi corse incontro anche lui; mi furono addosso, con abbracci soffocanti.
— Un saluto in fretta.... — rispondevo a quell'aggressione gioiosa. — Ho un malato grave laggiù.... Non posso trattenermi....
— Eugenia! Ortensia! Correte!; se no, scappa! — urlava Claudio.
— C'è Sivori! Sivori! — urlava Mino correndo intorno e tornando ad abbracciarmi.
Non ci eravamo visti da tanto tempo, noi due! Com'era cresciuto, il piccolo Mino! La commozione della nostra amicizia scusava il turbamento con cui mi presentavo a Eugenia ed Ortensia.
Erano uscite per la loggia, da una camera a terreno, ove scorgevasi della biancheria distesa su una tavola: Eugenia con un oh! di grata meraviglia; Ortensia pallida.... Nulla dell'impeto mal represso con cui era venuta a me a Valdigorgo; era pallida, quasi stanca, e mesto il sorriso.
— Come state, Sivori?
— Sapete che non vuol restar da noi oggi? — riprendeva Claudio. Ed Eugenia e Ortensia a una voce:
— Perchè?
— Perchè, perchè un povero diavolo laggiù ha bisogno del suo permesso per andare all'altro mondo! Gli credete? a costui?
— Sì — rispose, naturalmente, Ortensia.
— Non insistiamo — disse Eugenia —, se ci promettete di tornar presto.
Avrei voluto indugiarmi a discorrere con le signore; ma Claudio mi trascinò seco.
— Andiamo dunque! presto! a dare il tuo giudizio della Ca' Rossa, che ho scoperta io e non tu! Cominciamo, signor critico, dall'esterno.
Intanto Mino aveva ripresa la partita; e madre e figlia ci accompagnarono un tratto ma ristettero dinanzi a pochi meschini vasi di gerani al sole.
— Il panorama non è molto vario — ammetteva Claudio. A levante erano la strada e l'ingresso; a mezzodì, di là dal prato, che una siepe di biancospino in fiore limitava, si estendeva la vigna: tra questa e l'orto, spaziante a ponente e a settentrione, scendeva una carraia....
— La carraia passa da quella casupola laggiù, dove sta l'ortolano vignaiuolo: colui, là, che gioca con Mino. E la carraia prosegue sino al fiume, e di là un sentiero lungo la riva mi conduce, in due passi, alla fabbrica. Potevo essere più fortunato di così?
Io osservavo il solo albero del prato: un lazzeruolo a rami nodosi e involti.
— Fronte indietro!
Claudio ora m'indicava la disposizione degli ambienti.
— A terreno, loggia, salotto, camera da desinare, cucina; di sopra, a mezzogiorno, la camera di noi vecchi; quella di Mino, a ponente; quella di Ortensia, a levante; quella dei forestieri, a nord. Va bene? Passiamo all'interno!
Su la porta l'ortolano trattenne Claudio per avvertirlo di non so che cosa, ed Eugenia, ch'era rientrata con Ortensia a continuar la faccenda della biancheria, colse il momento e mi disse, con commozione:
— Sivori: non ci siamo più riveduti dopo quanto faceste per noi....
— Non ne parliamo! — risposi io, mentre lo sguardo di Ortensia mi avvolgeva.
— Ma — ribattè Eugenia — noi dobbiamo dirvi anche a voce come vi siamo grati, tutti. — E si volse alla figlia quasi meravigliata del suo silenzio.
— Tutti; per sempre! — Ortensia disse con voce viva e forte.
Gratitudine viva nel cuore per sempre: così disse; così vedevo; ma nei begli occhi non era più l'anima di una volta.
— Non è uno scalone — disse Moser entrando, in fretta come era solito, e precedendomi per la piccola scala.
Appena di sopra entrammo nella camera matrimoniale.
— Il letto, vedi, è un documento storico. Però io ci sto da papa. Anche il comò era massiccio e meschino....
— Quelle, guarda, con le quattro stagioni.
Alludeva alle oleografie appese alle pareti. Dalla finestra si scorgevano, oltre la vigna, filari d'alberi e campi uguali sparsi di case e le torri e le cupole della città. Invece dalla camera di Mino non si scorgeva che un lungo camino a fuso sorgente tra il verde: era quello della fabbrica.
— Mio figlio ogni mattina potrà vedermi andare al lavoro e potrà pensare che lavorare non basta.... Via, via! — aggiunse Claudio rivelandomi, se già non me ne fossi avveduto, quant'era sforzata tutta quella vivacità di parole e di umore. — Via!: ecco la camera di Ortensia.
Su la soglia, ristetti; ero trattenuto da un panico segreto e indefinibile.
— Ho fatto quel che ho potuto, per accontentarla.
Il letto in ferro, nuovo: bello il comò....
Una titubanza strana mi aveva trattenuto, quasi da una violazione. A Valdigorgo non ero entrato mai nella sua camera.... E mi affacciai anche là alla finestra, che aveva di contro lo squallido lazzeruolo.
Per la strada polverosa transitavano birocce e buoi condotti al macello, che mugghiavano.
.... A Valdigorgo la sua finestra vedeva nel giardino le opulenti magnolie, gli abeti snelli dai rami digradanti e copiosi, dalle molli frange ondulanti, e i vividi colori delle aiuole penetravano tutto quel verde: s'apriva la cerchia dei monti a concedere, nella bella conca, frescura di estate e tepore in primavera e in autunno: dal cielo puro, intensamente azzurro, e da oltre quei monti chiamava un'ignota, immensa felicità....
— Ah! Non è la sua camera di una volta! — disse il padre chinando il capo sul petto; abbattuto a un tratto dal pensiero della felicità sognata un tempo per la sua figliola.
— Andiamo! — feci io. Ma nel passare dinanzi al comò guardai alla fotografia che vi stava sorretta da un'umile cornice e il cuore mi palpitò. Era una piccola fotografia di Valdigorgo, e sotto al cristallo aderiva, nel mezzo, una fogliolina di trifoglio.... Quella? Quella che avevamo raccolta insieme, un giorno, al fosso delle lavandaie?
Il puerile segno di memoria imperitura indicava forse un'illusione non perita del tutto?
— Andiamo! andiamo! — ripetei vivamente.
Nella loggia c'imbattemmo in Ortensia che usciva dall'altra camera, ove portava la biancheria. Ella ristette con noi alla ringhiera e forse avvertì che io aveva avuta un'impressione gradevole.
— Bisognerà aumentare i vasi del giardino — le dissi —; mi permetterete, Ortensia, di mandarvi dei garofani della mia massaia.
E Moser:
— Sono straordinari i garofani della Pulicreta; rossi come i bargigli di suo marito!
— Qui la massaia sono io e faremo giardiniera la mamma. Vita nuova! — mormorò Ortensia con sorriso amaro. Mentre il padre entrava nella camera di Mino, ella aggiunse: — Vita di pianura.
— Ma non vita bassa. Anche qui proverete gioie; forse quali non avete provate mai!
Lo sguardo di Ortensia m'interrogò profondamente per interpretare tutto il mio pensiero; poi, come non mi credesse, volse gli occhi altrove. Accanto a me, così, mi pareva bella di fierezza: l'esile ma alta e proporzionata persona aveva la nobiltà del portamento che è dono divino della natura; nè alcun poeta avrebbe potuto desiderare più bella fronte e più bei capelli per far di una strofa una corona.
La fierezza che un tempo era fugace ne' suoi occhi e ne' suoi «voglio», pareva in lei esser divenuta, ora, abituale.
— Dev'esser molto triste la vostra pianura, laggiù!
— Triste — risposi —; ma d'una tristezza pacata e dolce.
Passava in quel punto il fragore di un treno: ansioso, rapido, forte, violento, e scemava; poi, subito dopo, riprendeva intenso, più veloce, e ancora diminuiva, si perdeva; eppoi ancora, per un istante, un fondo e uguale roteare metallico, e più nulla. Dall'orto venivan voci di donne, invisibili.
— È un'impressione curiosai — disse Ortensia. — Qui, a me, mi sembra di udire la vita come se fosse lontana, lontana, fuori di me.... Non so spiegarmi!...
Indugiò prima di aggiungere:
— Mi sembra di udirla da una tomba. Claudio tornava; e Ortensia, chiamata dalla madre, ridiscese.
— Che te ne pare di quella bambina? A vederla così pallida mi strozzerei — disse Moser, in cui era cessato l'impeto di pocanzi. — Ma qui avrà del sole, dell'aria, del verde.... Purchè non le dispiacciano questi luoghi! Tu credi che non le dispiaceranno? che tornerà bianca e rossa..... come lassù?
— Certo!
— Falle un po' di predica. Voglio vederla correre; sentirla cantare....
Infatti egli mi lasciò ancora solo con lei alla ringhiera, appena essa ebbe riposta nella camera della madre la roba portata di sopra.
— Ortensia — le dissi francamente. — Bisogna dimenticare e riamare la vita!
Esclamò:
— Dimenticare? Ma la mia vita è nei ricordi! Voglio ricordare tutto il bene che ho perduto, tutto il male che ho imparato! Quando non comprendevo nulla, quand'ero una ragazza senza giudizio, godevo di essere così; ora godo d'aver sofferto e di soffrire! Non c'è anche la voluttà del dolore? Io almeno, la provo. Voi, no?
E sorrise diversamente, cercando invano di mitigare quell'acerbezza. Proseguì:
— Sivori adesso mi consiglia una cosa da nulla: amare la vita! Andiamo! ditemi voi come si fa.... Che cosa si deve fare per mettere in pratica il vostro consiglio?
— Amare! — risposi. Non avevo trovata altra risposta; e il rossore che mi corse al viso e il tremito della mia voce le dissero quanto io l'amavo ancora.
Mi fissò; vedendo che non s'ingannava chinò gli occhi. Indi riprese:
— Sarà un destino anche questo: che non s'intendano fra loro neppure le persone più affezionate. O la colpa è sol mia? Certe volte non comprendo nemmeno mio padre. Sono cattiva! Non comprendo come mio padre possa scherzare, fingersi allegro. E la fede della mamma, la sua rassegnazione, la sua religione mi fa dispetto, alle volte!... Dunque sono cattiva! Ma lasciatemi come sono; non mi inasprite di più se non potete comprendere il veleno che ho nel cuore, nel sangue!
— Tu hai sofferto molto — ribattei con fermezza —; ma il bene che noi ti vogliamo è più grande d'ogni male che hai patito; il nostro affetto ti guarirà!
Mi fissò di nuovo per un istante. Quella mia fermezza le significava, più che speranza, una fede sicura; e la meravigliava, la stupiva.
— Non ci comprendiamo più — mormorò.
— Perchè? — le chiesi con forza.
— Oh Sivori; una spiegazione ci farebbe tanto male!
— È necessaria!
— Non ora! non ora! — ripetè con voce dolente, quasi pregando.
E si mosse.
Scendemmo.
A basso, sul punto di partire, volli che Claudio mi promettesse di venire a Molinella.
— Vi voglio là tutti, un giorno.
— Te lo promettiamo — ripeteva Claudio. — Credi non abbia voglia, io, di far un'improvvisata al Biondo e alla sua signora?
Eugenia sorrideva; per lei, che ci verrebbe, garantiva Mino saltandomi al collo.
E Ortensia mi diè la mano. Fredda!... Ma nei suoi occhi non era più asprezza; la sua voce fu dolce salutandomi:
— A rivederci, Sivori!