VI.

Quel triste giorno di febbraio era sull'imbrunire quando io sonavo all'uscio del dottor Guido Learchi, in via Manzoni, a Milano. Una voce di donna e una voce infantile dicevano forte: — Il babbo! — Ba-bo! — e la cameriera, aprendo, rimase stupita come il bambino che aveva in braccio a veder me invece del padrone.

— Il signor dottore?

— Tarderà poco....

— La signora...?

La signora mi corse incontro, sorpresa e commossa

— Sivori! che miracolo! che fortuna!

— Marcella.... — Anch'io non trovavo parole.

—.... E Guido?

— Tarderà poco. Come resterà a vederla!

Eravamo appena nella linda cameretta da desinare (ove già dalla tavola fumava la zuppiera) che Guido arrivava tutto rubicondo, con tale confusione di piacere che si dimenticò di darmi del tu.

— Lei!... Sivori! — Ci gettammo l'uno nelle braccia dell'altro.

— Hai fatto benissimo, Sivori, a arrivarci addosso così all'improvviso! — proseguì Guido rimettendosi. — Io l'ho sempre pensato che se non cascava il mondo tu, un giorno o l'altro, ci avresti sorpresi, me e Marcella, con un rampollo degno di noi, proprio a quest'ora: all'ora di desinare! — Egli rideva di gran gusto; e mi obbligò a sedere a tavola. — Ci racconterai poi della tua vita a Berlino.... Prima mangia, mangia come me.... Io non ho nessuna vittima su la coscienza, oggi! — E aggiunse facendo boccaccia: — Purtroppo!

Si sarebbe detto l'uomo più contento del mondo se tra l'una e l'altra delle prime cucchiaiate non mi avesse fatto un furtivo cenno d'occhio e di bocca che significava: «brutta storia!» Io, per non lasciar scorgere a Marcella tutta la mia ansietà, accarezzavo il bambinone, che mi guardava torvo dalle braccia della madre.

— Su! da bravo! — l'esortava Marcella. — Non guardarlo in questo modo.... È l'amico dello zio Mino!

— Un amico ormai vecchio — dissi.

— Ma stai bene — Guido osservava.

— E tu che omone! I baffi però non sono troppo folti! (non erano più visibili d'una volta nella faccia canonicale) E voi, Marcella, che bella mamma!

Dalla maternità aveva acquistato una più bella pienezza di forme. Ma i suoi occhi miti non celavano l'intima cura.

— Ah sì! — ella mormorò. — Saremmo felici, se.... Lei sa, è vero?

Assentii senza dir nulla. Guido interloquì di corsa:

— Abbiamo la nostra croce, ora; ma ce la leveremo presto d'addosso! Diavolo! Mio suocero non è uomo da avvilirsi se la macchina gli è uscita all'improvviso di rotaia! Riparerà; rimedierà.... — E vòlto alla moglie: — Le notizie sono buone, sta tranquilla! Vogliamo desinare in pace e quiete.

— Ma il babbo oggi non è venuto da noi, come aveva detto.

— Eh! Se non è venuto oggi, verrà dimani! Benedette donne! Sempre pensare al peggio.... Per fortuna, Bebe somiglia a me! Guarda, Sivori, come ride.... — Bòoo! — gli faceva il padre; e il bimbo si mise a ridere d'un riso istantaneo, quasi d'un tratto gli cadesse ogni diffidenza e la mia immagine gli divenisse gioconda a udire il mio nome.

Ti.... vovi — si provò a dire.

— Bevi, Tivovi, e raccontaci qualche cosa di Berlino — disse Guido. Ma anch'egli mangiando e bevendo in fretta e tirandosi i baffi, che non aveva, non dissimulava abbastanza il desiderio di trovarsi solo con me.

Poichè io ebbi date mie notizie e trovato un pretesto alla mia partenza da Berlino, Guido cominciò a scimiottare il cavalier Fulgosi e a inventar su di lui aneddoti scandalosetti.

— Ma Guido! ma Guido! — Invano Marcella cercava trattenere il narratore per la lubrica china.

A un certo punto, chiesi:

— Che fa Anna Melvi?

— Anna studia il canto e impara dal cavaliere le regole dell'alta coquetterie, perchè il cavaliere vuol lanciarla lui, tra le quinte. Le irregolarità Anna le sa da un pezzo: gliele insegnarono Roveni e Minguzzi.

Fu la sola volta che, presente la moglie, a Guido scappò di bocca il nome di Roveni; a udir il quale apparve una fugace impressione avversa nel soave volto di Marcella.

Essa intanto ripeteva: — Non gli dia retta! non è vero niente!

— È verissimo! Il cavaliere dava lezioni a Anna in casa sua, in casa della sua signora. Ma l'altro giorno egli osò.... permettere ad Anna di stirargli un baffo, e apriti Cielo! La signora Fulgosi (Guido ne imitava le smorfie) giurò che se Anna tornava in casa sua, d'una gentildonna come lei, la lancerebbe anche lei: ma dalla finestra!

— E Pieruccio?

— Tra pochi mesi Milano lo vedrà ufficiale. Sarà uno spavento in Galleria!

Guido s'alzò per contraffare il tenente Fulgosi a passeggio in Galleria.

E il marmocchio faceva risatine e si provava di nuovo a dire: — Tivovi. — Finchè egli cominciò a nicchiare; eppoi, a pena in braccio alla cameriera, a piangere.

Marcella si alzò per portarlo a dormire.

— Dunque Moser?... — chiesi subito a Guido.

— Non c'è che dire! Moser è in cattive acque! — Ma scorgendomi addolorato. Guidò cercò attenuare: — Io però domando e dico: c'è proprio da disperarsi? da avvilirsi? da sospirare come fa Marcella? piangere? Benedetta donna! Non capisce che i lagni e i sospiri a me mi vanno alla testa, e che se debbo pensare sempre a lei non posso, di coscienza, esercitare la professione!

Una risata; indi riprese:

— Siamo giusti! Quanti non sono gl'industriali che falliscono? Invece son pochi quelli che, come Moser, offrono il 60 per cento ai creditori. Mio suocero sarà stato un pasticcione....

Volli protestare.

— Galantuomo sì; ma pasticcione! Galantuomo sì; ma minchione! Un altro avrebbe intestato i beni nella moglie per mettersi al sicuro.... Lui, no. Così tutto andrà venduto....

— Tutto? — esclamai a questo, ch'era il colpo più forte.

Guido, indovinando il mio pensiero recondito, confermò:

— Anche la villa....; per dare il 60 per cento ai creditori.

Anche la villa! Impossibile! Perdere il luogo di dove egli, Claudio, attingeva l'energia della sua vita? dove soltanto egli trovava conforto e riposo? E Ortensia? Staccarla di là, Ortensia!...

— Il guaio più grande non è questo — proseguì l'amico, che nel suo egoismo e ottimismo pensava prima di tutto a sè stesso. — Il guaio più grande sai qual è? Mio padre è rimasto scottato più di tutti ed è feroce anche contro di me e Marcella. Ne abbiamo una bella colpa noi se Moser l'ha ingannato!

— Moser — protestai di nuovo — ingannare? Eh via! La buona fede di Claudio è al di sopra d'ogni sospetto.

— Concedo — rispose Guido. — Ma con l'affare di Novara, l'anno scorso, mio suocero lusingò troppo mio padre; e mio padre ha fatto la figura d'imbecille a credergli. L'affare invece era magro; e crac!... Dicono che si sarebbe potuto aggiustare ogni cosa con la società....

A questo punto l'amico ristette d'improvviso, come chi s'accorge di correre a un inciampo.

— Perchè non si è fatto la società?

— Eh! i creditori ne son stati dissuasi da Roveni, sembra.... Dico sembra, perchè è tutto un pasticcio! Roveni sarebbe creditore anche lui di Moser, ma, viceversa, avrebbe cercato lui il suo proprio danno.... Perchè? Ci capisci niente, tu?

— Forse.... per vendicarsi di Ortensia?

Allora Guido non si sforzò più a dissimulare.

— Uhm!; forse il no di Ortensia gli brucia più del danno. Punf! paf! Ortensia ha fatto male a urtarlo, il padrone del mondo!

Io tacevo. Pensavo se mi fossi ingannato interamente a giudicar bene Roveni, o se piuttosto un uomo di tal tempra si fosse mutato di bene in male per l'ostacolo che aveva incontrato, più forte della sua volontà e della sua forza.

Guido continuò:

— Basta! Speriamo ancora che i creditori si accomodino; che Roveni non s'opponga....; ma per me, io vorrei prima di tutto che Marcella rassomigliasse un po' meno a.... sua madre; prendesse un po' il mondo come viene.... Bevi, Sivori!

— E Ortensia?

Avevo compreso nel pensiero di Learchi che il termine di confronto a Marcella era stato Ortensia, non la madre.

Ortensia, venuta pochi dì innanzi a Milano con Claudio, aveva rimproverato Marcella di non saper piegare il suocero al concordato dei creditori....

(Anche Learchi padre, dunque, ci si opponeva!)

— Una scena, mio caro! Marcella ha pianto tanto! Ma, francamente, quella ragazza è così apprensiva, così.... fantastica! Esagera tutto.... Uf! Non nego, io, che debban essere in angustie, lassù! Ma.... Siam sempre lì; che ci si guadagna ad angustiarsi?... Bevi, Sivori!

Invece di bere io chiedevo altre spiegazioni.

— Se andassi tu a Valdigorgo? — disse Guido. — Ti chiariresti di tutto; faresti bene; li consoleresti.

Marcella rientrava; e il marito, a voce alta, perchè ella non si adombrasse, die' una svolta al discorso.

— Anche in commercio ci vuol fortuna! Ecco tutto! Come in medicina. Vedi? io non conosco medico più sfortunato di me! I miei clienti si spiccian tutti in pochi giorni: o di là, o di qua; a gran velocità guariscono o muoiono. Merito mio? Ma che! Io anzi avrei bisogno di quei bei casi che durano mesi e mesi; non tanto per imparare, s'intende, quanto per diminuire i sospiri e i vaglia di mia madre. Eppure, sfortunato come sono, non mi dispero io!

.... Esortai Marcella ad ascoltare la sana filosofia di suo marito e le promisi che l'indomani sarei andato a Valdigorgo. Marcella mi ringraziò più con gli occhi che con le parole.