V.

Amando Ortensia di tanta passione avrei dovuto correr subito a lei, dopo la notizia che essa aveva respinto Roveni?

Sì, fu un errore non dar retta al consiglio che la passione mi dava; ma questo fu conseguenza di un errore più grande: il più grande errore della mia vita; un errore enorme, che solo una mente ottenebrata da pregiudizi più dannosi di qualsiasi malattia poteva commettere.

Nel concetto che m'ero fatto di Roveni avevo errato ed erravo così! E per me allora erravano invece tutti gli altri: Guido, Marcella, Eugenia.

Guido si meravigliava che l'ingegnere restasse a Valdigorgo dopo lo scacco che gli era toccato e non ci scorgeva altra ragione che l'interesse: io credei fermamente che Roveni non fosse rassegnato, come diceva Eugenia, e che respinto da Ortensia, non si tenesse ancora per sconfitto e sperasse ancora di piegarla restando a Valdigorgo per altri otto mesi.

Marcella non si meravigliava del no di Ortensia, perchè l'ingegnere, secondo lei, l'aveva sdegnata con i suoi modi; perchè egli non aveva saputo usar le affettature e le delicature di una educazione molle, o gl'inchini, i complimenti, le adulazioni dei frivoli corteggiatori: io pensavo che sotto la scorza dell'uomo positivo Ortensia avesse ben inteso un amore forte e tenace e che con le mezze parole, le espressioni rudi, le occhiate e i silenzi, Roveni le si fosse manifestato meglio che con i sospiri e i languidi discorsi. Non perciò le era divenuto antipatico! Essa non aveva ancor potuto dimenticarmi del tutto e forse si attendeva di rivedermi nel prossimo estate: da ciò la sua ripulsa.

Ma io non andrei; non dovevo tornare a Valdigorgo prima della fine dell'anno, se davvero temevo ch'ella perdesse per causa mia un felice avvenire! E che accadrebbe? Forse Ortensia farebbe tra me e Roveni un nuovo confronto: io dimostravo di averla abbandonata per sempre; egli, il rude e freddo Roveni, non si rassegnava ad abbandonarla: sperava di superar la volontà di lei e di meritar affetto e gratitudine per tanta costanza. Le nature volontarie amano le nature volontarie. Forse Roveni vincerebbe.

Se poi tornasse vero quel che pensava Eugenia: «Quando Ortensia ha detto no, è no»...., oh allora!... Allora ogni ritegno cederebbe alla volontà di Ortensia e il nostro amore basterebbe alla sua e alla mia vita!

Vedete se speravo anch'io! Era una speranza che mi pareva or ragionevole, or folle; un'ansietà che durerebbe mesi e mesi, sino alla fine dell'anno.

A un nuovo invito di Claudio, nel giugno, risposi che non potevo allontanarmi da Berlino, perchè mi ero messo a esercitar la medicina. Ed era vero; e faticavo non senza fortuna. Ma chi osservando con quale intensità e alacrità partecipavo ora alla vita, avrebbe mai immaginato quanto io ero stato infermo un tempo e quanto affanno avevo nel cuore?

Amavo la vita, ora; ne compiangevo le sofferenze; in esse mi ritempravo. Speravo.

Venne finalmente il termine imposto alla lunga perplessità e alla liberazione — quale si fosse — della schiavitù di me a me stesso.

Ma alla fine dell'anno non ebbi alcuna notizia; solo un biglietto di Eugenia, col solo nome: muto. Perchè mai? Scrissi a Guido; nessuna risposta. Che era successo? Pazientai per tutto il gennaio.

Quando un giorno, gettando a caso lo sguardo su la rubrica finanziaria di un giornale italiano — un giornale di parecchi dì innanzi....

Che freddo mi corse per tutti i nervi!: come a un colpo mortale! Rimasi un istante stordito, con lo smarrimento in cui la mente cade alla rivelazione di un fatto terribile che si sarebbe dovuto prevedere. Poi rilessi: C. Moser, fabbrica di laterizi, Valdigorgo. — Ha chiesto la moratoria.

Ma era una grande sventura! Claudio era rovinato! Un presentimento certo rispondeva adesso in me al presentimento oscuro di due anni e mezzo avanti, quando avevo detto a Ortensia: «Se mai la sventura passerà sul tuo capo....» Claudio, i suoi, pativan già tutte le angosce di un rovescio di fortuna!

Che potevo, dovevo fare? Quel che Claudio avrebbe fatto per me se mi avesse saputo in disgrazia. Oh! forse già Ortensia aveva pensato: — Sivori ci abbandonerà anche lui! —; forse aveva già detto alla, madre: — Sivori vi abbandonerà anche voi!

Partire, subito!

Partii, infatti, quella sera stessa, perchè a casa trovai una lettera di Guido che accresceva i miei timori: Moser invano aveva chiesto la moratoria; era stato inevitabile il fallimento.

Ma perchè solo allora, mentre rileggevo la lettera di Guido, sembrò squarciarsi il velo che mi aveva ottenebrata la conoscenza? Perchè Roveni ricorse al mio pensiero e la figura di lui vi balzò, da un repentino sospetto, in una realtà che lo trasformava?

Lo vidi innanzi a me saldo nella persona: ma era saldezza ostentata; con gli occhi bianchi e freddi intenti a uno scopo: ma eran pieni di simulazione e falso ne era lo scopo; serio: ma non rideva, essendo tristi coloro che non ridono o ridon male.

Lo rividi, allora soltanto, nell'attitudine sospettosa del dì che andammo alle Grotte; nella franchezza equivoca dell'ultimo giorno che gli parlai alla fabbrica....

Perchè solo a legger quella lettera di Guido, e solo allora dubitai di essermi ingannato intorno a quell'uomo? M'ero ingannato davvero?

Mi parve di veder anche Ortensia. Chinava il capo sul petto della madre e ne confortava il dolore con un male in sè, nel suo cuore, più grande del male che confortava: il male che le avevo fatto io.