X.

— Ho promesso e mantengo! — proclamò l'ingegner Roveni. — Domani si va alle Grotte.

Lo ricompensò un clamore di grida gioiose; e subito le ragazze furono intorno a me per costringermi ad andar con loro.

Anna Melvi urlava:

— Chi fa l'istanza? chi ci è più interessata? — e sospingeva Marcella, timida e ridente in quel suo modo per cui stringeva un po' le ciglia e velava con le palpebre gli occhi soavi.

Inanimita, Marcella pregò:

— Andiamo, Sivori!: sia buono! Se non verrà anche lei, la mamma non ci lascerà andare.

E la Melvi:

— Dovremmo rivolgerci al cavaliere. Francamente, tra i due, preferiamo ancora lei!

Io tacevo con un sorriso incerto.

— Non capite che Sivori non ne ha voglia? — esclamò Ortensia dopo avermi fissato a lungo, in silenzio.

— Si annoierà più a restare in casa — ribattevan le altre.

— No, no! Si vede! È inutile: non-ne-ha-voglia!

Pronunciando in cadenza l'ultima affermazione Ortensia manifestava malcontento e nello stesso tempo minaccia di abbandonarmi alla mia svogliatezza.

Io le dissi:

— A quel che pare, tu sei disposta a andar senza di me. Mi vuoi o non mi vuoi?

Rispose forte e soltanto:

— Sì!

— E io ci verrò!

Il dì dopo andammo dunque noi sette — io, i tre giovani e le tre ragazze — a far colazione alle Grotte.

Se durante quella gita io avessi potuto o saputo conoscere a dentro l'animo d'alcuni della compagnia; se avessi potuto scorgere i motivi reconditi di atti in apparenza quasi involontari e di parole in apparenza leggere; se quel giorno avessi pensato un po' meno a me stesso, quanto dolore sarebbe stato evitato?

Per andare da villa Moser alle Grotte si teneva prima il sentiero che guidava al piccolo oratorio del Crocifisso; ivi si passava per il ponte di legno e si prendeva la strada, la quale or costeggia la destra del fiume, ora se ne allontana; ora aperta, ora chiusa in lembi di bosco o solo ombreggiata da noci e da querce, finchè si arriva all'aspra montagna che la via mulattiera assale fra i castagni frondosi e bistorti.

L'ingegnere s'accompagnò subito a me, ed Anna, chiassosa fin nella veste rossa, fu costretta a correre innanzi con Ortensia e con Pieruccio, la vittima, schiamazzando. Dietro andavano Guido e Marcella nella lor piena felicità. Roveni, fatti pochi passi, respirò ampiamente come chi si solleva dalle spalle un peso enorme e come dicesse: «il mondo è mio», disse:

— Questa giornata di svago mi voleva e me la prendo! Moser è rimasto lui alla fabbrica, oggi; ma senza bisogno: ho predisposto tutto io stanotte.

Era la prima volta che discorrevamo insieme liberamente noi due soli, e colsi l'occasione per dirgli:

— Moser prevede che lei, che gli è così utile, lo abbandonerà.

Senza guardarmi l'ingegnere mormorò:

— Vedremo.

—.... Però le dà ragione. Lei può pretendere migliore impiego.

— Davvero? Moser non me ne vorrà male, se mi converrà lasciarlo?

Era grato anche a me, che l'accertavo di no.

Io pensavo intanto: «Ecco un uomo! Abbastanza di sentimento; ma finchè non gliene venga danno». Pensai pure: «Se Ortensia avesse qualche anno di più....» Ma guardando il giovane respinsi subito quel pensiero. «Una moglie a costui sarebbe d'impaccio. Per andar lontano, vuol essere libero. Costui è un uomo!»

Egli proseguiva:

— Certo, Moser non potrà dire che gli do il calcio dell'asino. Avrei potuto andarmene già l'anno scorso. È vero che.... Basta! La vita è lotta. Io, dottore, ho lottato sempre dai quindici anni in poi.

Era rimasto orfano giovanetto; a prezzo di stenti e di fatiche aveva compiuti gli studi.... Poi ripetè che a Moser egli era tanto affezionato....

Avrei dovuto supporre qualche cosa di dubbio e di segreto nelle sue parole, e in quella reticenza: «È vero che....», per cui si era trattenuto da una confidenza inopportuna?

Non so. Anche ora rivedendo Roveni nella mia memoria qual egli era quel giorno mentre mi camminava accanto — più alto e più robusto di me; energico in tutta la persona che indossava il solito vestito bigio, col cappellone a larga tesa; i grossi baffi arditamente eretti, lo sguardo sicuro come il passo — anche ora mi sembra naturale che allora io soggiacessi alla simpatia di quell'uomo. Notai, sì, ch'egli mi guardava di rado e che tendeva gli occhi innanzi a sè; ma perciò vedevo in lui l'abitudine di chi guarda a un suo scopo, lontano. Notai pure che nella sua fisionomia prevalevano la volontà fredda e l'ambizione; ma la stessa durezza di lineamenti non aveva per me nulla di oscuro.

Proseguiva:

— Ho lottato sempre e non dispero di vincere. — Aggiunse: — Lei è di quelli che credono vile la conquista del denaro? Non credono che il denaro, la ricchezza sia un elemento di felicità?

— Felicità è possedere la forza di volontà che lei dimostra — risposi.

— La forza di volontà non basta! — ripigliò il giovane. — Bisogna ben determinare il campo d'azione; saper limitarlo secondo le proprie forze; segnarvi la via diritta da percorrere, e correre, correre, correre! La vita moderna è una corsa. Ma non basta. Vede? Moser corre. Però dissipa qua e là le sue forze: architetto, costruttore, appaltatore e fabbricatore di laterizi. Troppo! Ma criticare è facile. Io riuscirò dove voglio?

Interrogava l'avvenire.

— Lei riuscirà — dissi con amarezza, pensando a me stesso più che a Moser, quantunque la parte del discorso che gli si riferiva avrebbe dovuto raccogliere la mia attenzione. — Lei sa misurare gli ostacoli e li abbatterà.

— Non basta! non basta! La vita moderna pretende che abbattiamo anche intorno a noi, non solo davanti a noi! I concorrenti bisogna abbattere che mirano al nostro scopo e al nostro posto, e son tanti! Ma non è facile. Mai come in questi tempi bisognò armarsi di prudenza per colpire poi a spada tratta....

Mentre Roveni diceva così io ripensavo a me; già mi sentivo ricadere in me stesso.

E gli altri, tutti insieme, ci affrontarono rimproverando la gravità dei nostri discorsi e la lentezza dei nostri passi.

— Oggi non rideremo come l'anno scorso, quando andammo a Monfalco — disse Ortensia.

Presero a raccontarmi della gita dell'anno innanzi, ch'era stata interrotta da un nebbione formidabile.

— Dovemmo pernottare in una capanna.

— Merito tuo e del babbo, che vi ostinaste a salire — disse Marcella a Ortensia.

Pieruccio affermò:

— Ma io e Roveni ci arrivammo, alla vetta!

— Non è vero! — gridò Guido. — Vi nascondeste nella nebbia, vicino alla capanna, per paura di perdervi.

— Ci arrivammo!

— Storie!

Roveni taceva quasi non valesse la pena di sostenere la verità di così piccola impresa.

— Oh che notte, là dentro! Che notte! — ripeteva Marcella. Raccontava Ortensia:

— Immagini che fummo costretti a gettarci nella paglia per riposare un poco. Che freddo!... Io e la signora Fulgosi avevamo uno scialle in due! Bene: stavamo tutti zitti, e il cavaliere sospirò e si lamentò che non ci fosse nemmeno un po' di tè. Allora chi si mise a sospirare perchè non aveva la cuffia da notte; chi brontolava perchè non aveva le pantofole; chi voleva l'acqua di Vichy. Anna piangeva perchè non le portavano due guanciali!

Ma Anna, sogguardando a Roveni come per un richiamo a un loro particolare ricordo:

— Nemmeno l'ingegnere chiuse occhio in tutta notte.

L'ingegner Roveni sorrise appena e disse: — Lei non dovrebbe saperlo se io chiusi o non chiusi gli occhi. Eravamo al buio.

Ortensia sola rideva ingenuamente e con più vivacità di ogni altro, perchè aveva più viva degli altri nella memoria la rappresentazione del fatto e la comicità delle persone. Però quella sua giocondità, alla quale io non partecipavo, e quelle rimembranze estranee alla mia memoria aumentavano il mio turbamento. Avevo nell'anima il crollo di una grande speranza. Ora, come l'anno prima nell'altra gita, Ortensia era lontana da me, lieta senza di me.

Correva innanzi, adesso, a chiamare il cane di Guido, che impazzava a levar passeri, o ristava per dire qualche cosa a ragazzi o a vecchi che vedeva nei campi o nella strada, o ascoltava me e Roveni e borbottava: — Noiosi! —, e s'accompagnava per breve tratto a Pieruccio e ad Anna.

Per divertirsi di più, ottenne da Guido, il quale aveva una naturale attitudine a contraffar il prossimo, che imitasse Roveni: persona eretta, mosse risolute, passi lunghi, gambe svelte e solide. Poi, la studiata andatura di Pieruccio. Risate. Quindi imitazione della mia voce e alcune attitudini mie. E applausi. Ancora: gallicinii e qua qua. Gli disse Pieruccio:

— Fa l'asino, che ci riesci così bene!

Tranquillamente Guido si mise a ragliare; e da una cascina un cane accorse abbaiando; e il cane di Guido gli s'avventò contro: ne nacque una zuffa, aizzata dal terzo cane, ch'era Guido, e dalle grida delle ragazze.

Tra queste pur Marcella mi spiaceva e mi pareva perdesse quella soavità di spirito che le dava una beltà così gentile; ma per Ortensia sempre più provavo il senso doloroso di un intimo distacco e lo strappo di un'illusione necessaria.

Ahimè! bastavano quelle poche distrazioni, cui ella acconsentiva, per persuadermi che l'affezione di lei, per quanto sincera, scemerebbe a poco a poco nel mutare delle circostanze della nostra vita.

Mi chiedevo ora se avrei osato confessare ad altri, pur ad Eugenia, che io avevo creduto sul serio di sopperire a un affetto naturale con un affetto che non doveva in realtà superare i limiti dell'amicizia.

Non mi riderebbero in viso gl'innamorati (Guido e Marcella); i desiderosi d'amore (Pieruccio e Anna); la gente positiva (Roveni), se io chiamassi Ortensia, per uso, col nome di sorella? Dunque la mia speranza era insana! Ortensia stessa doveva comprendere d'aver ceduto a un'ingenuità puerile promettendomi il suo affetto, se una breve interruzione della nostra consuetudine quotidiana e l'uscir fuori dei soliti luoghi, in cui restavamo insieme, potevano così distoglierla da me.

Intanto Anna, indispettita perchè l'ingegnere rimaneva al mio fianco, sfogava il suo rovello impedendo a Pieruccio di rimaner con Ortensia. Chi più disgraziato dei due: io o Pieruccio? Chi più ridicolo?

Povero ragazzo, che forse aveva riposte tante speranze anche lui in quella passeggiata!

Aveva il binocolo a tracolla, e poichè non poteva servirsene a mirar Ortensia o ad ammirar sè stesso, come suo padre faceva con lo specchietto, ogni punto di vista gli era buono perchè traesse l'arnese dalla busta e ristesse a osservare il paesaggio.

— Signor dottore: vuole? — mi chiedeva con un inchino. Ma Ortensia e Anna accorrevano.

Ortensia, che poco prima aveva rifiutato il binocolo, ora insisteva:

— Voglio veder io! voglio vedere!

Ma da Ortensia il cannocchiale passava ad Anna; e cominciava la guerra per ricuperarlo. Anna fuggiva ridendo e sperando d'esser rincorsa anche da Roveni. E risate e grida.

Io mi servii di Pieruccio per sfogare il mio tedio.

— Oh l'infelicità del primo amore! — dissi con l'ingegnere. — Che fatiche! che sacrifizi! L'adolescente innamorato patisce un appetito formidabile e rifiuta il cibo; casca di sonno e si sforza a vegliare; con tutto il pensiero cerca l'immagine adorata, che dovrebbe specchiarsi chiara e netta alla sua mente, ma col naso divino, gli occhi divini, la bocca divina, che la mente gli delinea, non riesce mai a comporre la faccia divina, e invece gli balzan dinanzi le facce più estranee e più antipatiche. E questo è nulla! Vagheggiare qualche eroica impresa; o salvar da un pericolo mortale la bella per meritarne l'amore, o sfidare e ferire a morte il rivale, e sudar intanto nelle scarpe troppo strette o troppo larghe, e fare e rifare il nodo della cravatta, or sperando or disperando che parta da essa il colpo della vittoria! E questo è nulla! Proporsi di esser spiritoso e irresistibile, e non riuscir a trovar motto che non sia stupido e a trovar un gesto che non sia goffo.

Questa volta Roveni rise sgangheratamente; troppo. Non rise Ortensia; mi fissò e disse:

— Brutto giorno, oggi! — e via!

A un punto la perdei di vista; finchè, ella ricomparve con Anna, su di un poggiòlo in mezzo a una fratta. Di là ci chiamavano, urlavano i nostri nomi.

Disse Roveni: — Che bella voce ha Anna! — E forte: — Canti, signorina Melvi!

Allora la monellaccia, con voce squillante:

L'amore è una catena!

L'amore è una catena

che non si spezza....

.... Quando arrivammo a Rivalta, il villaggio dei tagliapietra, a più che due terzi del cammino,, era già tardi, e noi assetati e affamati. Or mentre io guardavo ai tagliapietre e agli scalpellini che quadravano e appianavano i massi — e schegge e lapilli balzavano diffusi ai colpi dei martelli, e i birocciai davano voce ai muli, e rintronavano da lungi le mine — le ragazze avvertirono, entro una porta, un magnifico cesto di pere, e si misero a mangiarne ingorde, invitando noi a pagarne il prezzo.

Allora, nel veder mordere i grossi frutti dalle polpe succose, come io invidiai la gioia di vivere!

Non bastavano quelle belle frutta a dimostrare la provvidenziale disposizione della natura alla gioia umana? Non erano destinate a gioie umane quelle labbra rosse, che sui pericarpi color d'oro secondavano il taglio avido dei denti?

E mi volsi a cominciar solo la salita dell'ardua costa montana.

Da un lato s'ergeva la costa a perpendicolo, tutta di massi grigi e neri sovrapposti come per un gigantesco assalto alla vetta; dall'altro lato precipitava la rovina sino al fiume, sul greto del quale il sole batteva irradiato dalla scarsa corrente.

Io non guardavo là dove il sole splendeva: a un passo più scosceso una nera croce di legno ammoniva che di là un viandante era precipitato e morto. Morire così!

Ma mi raggiunsero i giovani; mi raggiunse la vita, e sempre più incresciosa. Anche ora risento di quell'uggia; e non riferirei più oltre di quella gita se non fossero state gravi le conseguenze che ebbe.

.... Come entrammo nelle grotte, avanzarono per primi Ortensia, Marcella e Guido; seguimmo io e Pieruccio e gli altri due. Roveni, senza opposizione, reggeva la candela rifiutata da Pieruccio.

Intanto il cane si precipitava fin dove giungeva l'ultimo riverbero e s'arrestava abbaiando alle tenebre; poi facendo l'occhio all'oscurità, o scorgendo altro barlume, procedeva ancora e si perdeva, e impaurito a non udir le nostre voci o a udirle lontane, latrava e guaiva, finchè riusciva a trovarci, per riprendere quel nuovo sollazzo subito dopo. Acute strida seguivano a fremiti veri o immaginari di pipistrelli. E veramente ogni volta che si rinnovava l'oscurità, perchè o aria o ala di pipistrello od altro spegnesse la candela, la tenebra gravava su di noi; il freddo umido penetrava le ossa e l'attesa della nuova luce pareva eterna a chi frattanto non facesse qualche cosa.

Che facesse Anna non sapevo; ma insospettito, quando la candela fu riaccesa la quarta o quinta volta, mi ritrassi da parte per lasciar l'adito a lei e Roveni; e sorpresi Anna nell'atto di soffiare alla fiammella.

Finalmente usciti di là e superata l'ultima costa, tornammo nel prato, a far la colazione che un servo aveva predisposta.

Di lassù spaziava la vista della valle, ove le case apparivano frequenti come un gregge bianco in parte diffuso e in altre parti raccolto: verdi di boschi erano i monti prossimi, e tra il verde, or cupo or diverso per mezzi toni o sfumature ai riflessi di luce, casupole e ville; giù, candido il fiume, e i monti anteriori eran brulli e scuri, e azzurrine o già nebulose le estreme vette.

D'improvviso un suono di campane, multiplo e confuso dagli echi, ruppe quel sensibile silenzio; il silenzio quasi fervido della conca sonora: l'Angelus vibrò nell'aria.

Esultavano i miei compagni, mangiando, senza badare a quei rintocchi tardi e fiochi. Stranamente, dall'immagine ancor viva dei tagliapietre, che mi pareva veder deporre martelli e scalpelli ed entrare alle case per la zuppa fumante, ma non lieti e stancati dai duri macigni, io corsi all'immagine dell'operaio al mio paese: deponeva la vanga e traeva dalla bisaccia pane e cipolla; questa schiacciava col pugno e ogni scoglio, che toccava al cartoccio del sale, accompagnava di un morso di pan nero. Non gli zampillava vicina alcuna sorgente giuliva e fresca.... Infelici i poveri!

Ma forse la felicità era in quelle ville di contro a noi?

— Qual è la villa De Mol? — chiesi. Me l'accennarono.

— Perchè? — mi domandò Ortensia, quasi indovinasse il mio pensiero.

Non risposi. Sapevo che là era morta anni addietro una giovinetta.... Come dovè esser bello a vederlo, di là dove eravamo, il corteo funebre!

Morì etica. Bella, dicevano, anche morta. Ricchissima, la portarono giù di giorno, in una carrozza nera; e una fila lunga lunga di bambine e ragazze vestite di bianco l'accompagnava; e gli alberi del viale, per cui ella aveva corso fanciulletta, tagliavano a tratti la vista del corteo. O la felicità era d'intorno a me?

Che cosa dicevano i miei compagni? perchè ridevano?

Ascoltai.... Anna e Ortensia, alla fabbrica Moser, erano entrate furtivamente nella dimora, nella camera di Roveni.

— Quando? — chiesi.

— L'altro ieri.

— A far che?

— Non ha sentito? — Ortensia proseguiva. — Tutto sossopra! Abiti, biancheria, cravatte.... Ma Anna non ha fatto in tempo, come me, a scappar via, e Roveni s'è vendicato!

— In che modo?

— A pizzicotti.

Io guardavo, stupito, l'ingegnere. Egli, indifferente, corresse:

— Non è stata vendetta, ma legittima difesa.... Ecco la vita! Quei due avevan già forse contaminata l'anima d'Ortensia!

Dissi aspramente: — Ogni malesempio vien da Anna.

Ma senza temere e ridente Anna mi chiese:

— Cosa può dire, lei, di me?

Risposi: — Niente, io....

Ella si alzò, mi si avvicinò minacciosa tendendo le mani:

— Se lei pensa male di me le cavo gli occhi!

— Troppo! — le susurrai —: basta spegnere la candela.

— Ah infame! — Dica subito cosa ha pensato.... Subito!

All'orecchio le dissi (ecco la vita!):

— Ho pensato che si può spegnere una candela per infiammare un uomo.

La ragazzaccia protestò:

— Maligno! Perfido! Non è vero!... —; poi, a vedermi un sincero disprezzo negli occhi, mi volse le spalle mentre diceva forte: — Me ne infischio!


.... E il ritorno fu triste. Roveni, silenzioso e come dolente del tempo perduto, andava innanzi tagliando a colpi di giunco le vette che sopravvanzavano alla siepe; Marcella e Guido, a braccetto, procedevano poco loquaci, come marito e moglie; Anna conversava sul serio con Pieruccio, forse perchè discorreva di me; e Ortensia mi faceva indugiare a nominarle piante e fiori, per affrettarmi dopo. Ma anche lei era molto diversa del mattino; era stanca, si vedeva, di sè stessa. Mormorò:

— Povero Sivori! S'è annoiato, eh?

Invece di rispondere le domandai:

— Dov'ero io, l'altro ieri, quando siete andate da Roveni?

Non si confuse.

— Dov'era? E chi lo sa? Lo cercammo da per tutto; in casa; nel giardino.... Anna diceva che si era nascosto per non accompagnarci. Ma dopo me ne dispiacque, davvero! E quando tornammo a casa non le dissi della scappata: se no, guai! Non voglio rimproveri, io, da lei!

— Oh — feci scotendo le spalle —: per me, che tu vada a raccoglier ciclami con Mino o accompagni Anna a prender pizzicotti, dovrebbe essere lo stesso: non deve importarmene; nè forse importerà a te che io abbia molta stima dell'ingegner Roveni e nessuna stima di Anna Melvi. Tu non sai ancora che un uomo non ci perde se una donna leggera si contiene con lui come fa Anna....

Non badò nemmeno a quest'ultime parole.

— Non ci andrò più con Anna — disse d'impeto, per togliermi subito il rammarico. — Glielo prometto!

Poi, riflettendo alle ragioni della promessa, ripetè:

— Ha ragione. Non ci andrò più!

La Melvi, ci avesse o no uditi, venne a noi e pregò Ortensia di lasciarla sola meco.

— Debbo parlare al dottor Sivori.

Fu allora, per quel solo tratto, che Ortensia si accompagnò a Roveni; e nel mentre discorrevamo io e la Melvi, li guardavo; e respingevo ancora l'idea che l'ingegnere e Ortensia fossero adatti ad amarsi, sebbene a vederli sparisse ogni ripugnanza di persona e di età.

Anna diceva:

— Lei, signor dottore, mi giudica troppo male; lei dà troppo peso a cose innocenti.

— Forse.

— Non me ne rincresce per me: me ne rincresce per lei.

— Per me?

— Un uomo come lei preoccuparsi delle nostre ragazzate! Eppoi, io e lei dovremmo essere amici; e non so perchè siamo nemici.

— Perchè dovremmo essere amici?

La mia domanda fu così pacata, mi dimostrò così indifferente, che vidi Anna abbandonare la risposta che le correva alle labbra. Ebbene: se adesso non mi meraviglio che al mattino io non avvertissi in Roveni la sagacia di sospendere e nascondere un pensiero improvviso, mi meraviglio che avvertendo una dissimulazione in Anna, non cercassi di scoprirla. Non solo! Io non attesi affatto alle parole che ella sostituì al primo pensiero.

Io ascoltai come fossero dette candidamente queste parole:

— Dovremmo essere amici — disse Anna —, se non per altro, perchè ci conosciamo da tanto tempo!

Tacque un istante, per riprendere con disinvoltura:

— Che pelle buggerona ero io a sei o sette anni! Ricorda? Io mi ricordo quando lei venne la prima volta quassù. E mi par di vedere Ortensia piccola piccola in braccio a sua madre. Che bellezza era allora la signora Eugenia! Una Madonna! Bambina com'ero, la paragonavo a una Madonna. Mi ricordo anche che quando lei e la signora Eugenia andavano incontro a Moser, io e Marcella correvamo innanzi; e se qualcuno ci domandava chi era lei, non sapevamo cosa rispondere: rispondevamo: — Un signore tanto bravo.... — quando ci dava dei dolci!

Avrebbe forse detto di più se il solito Pieruccio non fosse sopravvenuto col solito cannocchiale. Guardassi di là alla fabbrica Moser: si scorgevano gli operai. Io scorsi invece l'espressione di malcontento con cui Roveni, restituendo a sua volta il cannocchiale, scosse il capo.

Quasi a un presentimento istantaneo di un lontano soffrire, mi tornò a mente il giudizio che la mattina l'ingegnere mi aveva dato di Moser; e non badai più affatto alla Melvi. Mi distolsi da Anna per interrogar Roveni senza essere udito.

— Ingegnere — gli chiesi —, lei è malcontento della fabbrica? Forse Moser per attendere a troppe cose non se ne cura abbastanza?

— Tutt'altro! Se ne cura troppo. Oramai gli converrebbe diminuire la produzione.

— Come? Ma non è stata la fabbrica la fortuna di Claudio? Non gli rende molto?

— In altri tempi. Oggi la bontà del materiale non basta più a vincere la concorrenza; e aumenta ogni giorno il prezzo della mano d'opera. Moser dovrebbe almeno licenziare degli operai; ma è troppo buono, e ostinato.

Dunque la fortuna di Claudio non era quella che io mi credevo?

.... Dopo Rivalta, Ortensia, sempre più quieta, si riaccompagnò a me. Disse:

— Sarebbe state meglio che noi due ce ne fossimo restati a casa. Adesso non la vedrei così. Non voglio vederla così!

Anche per Ortensia il ritorno era triste. Sola Anna Melvi rideva forte, perchè, finalmente, poteva parlare a Roveni, sottovoce.