XI.
Ortensia non osava più, adesso, varcare il limite del cancello senza avvertirmene.
Risento il piacere di quando, o dalla sala a terreno o dalla terrazza, l'udivo chiedere alla madre o ad altri: — Dov'è Sivori? —. Impaziente gridava forte: — Sivori! —, come chiamando Mino; come si chiama un fratello. E se non mi trovava a terreno saliva di corsa alla mia camera.
Toc toc.
— Che c'è?
— Mi accompagna alla bottega? — Era una botteguccia sulla via maestra, in cui vendevano un po' di tutto. — Andiamo a comperar aghi e cotone....
Oppure: — Vado all'orto per la frutta. Chi mi accompagna, lei o Mino?
— Tutt'e due!
Con maggiore attraenza andavamo alla cascina, non solo perchè c'era il lattonzolo da riverire, le faraone e le anitre in attesa di becchime e la massaia ridanciana; ma perchè la viottola che vi conduceva, al di là dell'antico convento, era deliziosa per querce e per radure che svelavano a tratti cielo e terra.
Quando poi aveva da cucire, Ortensia non restava più chiusa nella sua stanza; cercava ne ammirassi ora la voglia di lavorare, la pazienza fin a proseguire il ricamo di Marcella. Spesso diceva:
— Sono buona?
Buona, compiacevasi di udirselo ripetere, appunto perchè consapevole della energia di volontà che, come le faceva parer bella talvolta la ribellione, ora la conteneva in tanta sommissione con me.
Ripeteva: — Non mi sgriderà più: è vero? Mai più!
Per poco io non rimproveravo me stesso dell'aver dato soverchia importanza a scappatelle; e pur temendo il malesempio di Anna, ripensavo di Ortensia: «Il male è giunto al suo orecchio e alla sua mente, ma senza contaminarla».
E pareva che questo pensiero mi facesse bene.
Anche con Mino, che avevo indegnamente tradito andando alle Grotte senza di lui, avevo fatto la pace; ed egli interveniva ai miei colloqui con la sorella, e pretendeva lo aiutassi a incollare o ingommare. Saldo su le gambe, sicuro nel grembialone come in una corazza, col pennello in resta, guai a non ubbidirgli!
Ma pur troppo io ero solo con me la mattina presto, allorchè mi pareva più difficile riprendere la vita.
— Poltrone! — dicevo a Mino. — Ed egli:
— Più poltrona Ortensia! Diglielo a lei, che si alzi prima; lei è più grande.
Non glielo dissi a Ortensia; ma essa ci udì, e diventò mattiniera.
Ai primi albori, dalla finestra spalancata della mia camera, io vedevo ogni giorno un chiarore tenue, come di neve lontana nella notte profonda. E più sollecita di ogni altro alato, una capinera mandava il primo richiamo da lungi. Di dove mai? Nessuno rispondeva: essa ripeteva più forte. Nessuno; e ripeteva più forte, approssimando. D'improvviso, dal tetto o da un abete, sorgeva nitida, vigorosa, breve, la risposta.
Si ritrovavano così le piccole creature, e sol due, risvegliate nel mondo immenso quando ancora tutti dormivano e tutto dormiva, e forse rabbrividendo alla frescura sogguardavano con gli occhietti pavidi al cielo, fuorchè da una parte, ancora notturno. Nelle loro voci era un'ansietà di letizia non consentita a pieno, una trepidazione, uno smarrimento quasi di paura. Piccole, innocenti creature, sol due nel mondo immenso! Il giorno volevano; la luce, il sole! Quanto tardava!
Ma ecco il suono delle campane mattutine.... Nell'aria quieta e densa i rintocchi suscitavan copiose onde vibranti, sì che tutta l'aria sembrava agitata da un tremito metallico.... Poi il sole sormontando suscitava innumerevoli specchi dalle foglie del platano e del cedro aperte a rifletterlo, e crivellava di punti vividi i sempreverdi, e indorava le ragnatele tra gli aghi degli abeti. Un brivido scorreva per tutte le fronde, e tutte le piante parevano adergersi in una nuova intensione di vita verso il cielo e verso il sole.
Infine, i rumori della strada....
Io risentivo fuori di me, per tal modo, l'armonia del giorno; ma tuttavia mi chiedevo che cosa me ne avesse escluso, m'impedisse ancora di parteciparvi con tutta l'anima. Quale colpa? qual destino?
A lungo attendevo, così. Quindi mi richiamava la bella voce: — Buon giorno, Sivori!
Appena alzata Ortensia veniva sotto la mia finestra a salutarmi con un lieve inchino, sorridente, il sole nei capelli.
«Dimenticare me stesso!» E scendevo.
.... Nè tacerò di un altro conforto che ebbi in quei giorni.
Pieruccio Fulgosi, dopo la gita alle Grotte, spasimò a dirittura e visibilmente per Ortensia. Alle canzonature di Anna, alle contraffazioni di Guido, ai miei sorrisi pietosi, agl'incitamenti di Roveni, che battendogli una mano sulla spalla gli diceva: — Coraggio, giovinotto! —, e sopra tutto all'incuranza di Ortensia, egli la sera, durante i ballonzoli e i giochi, opponeva una faccia patibolare, un silenzio patetico, un colletto sempre più angusto.
Quando, un pomeriggio, la signora Fulgosi, adducendo con Eugenia non so che pretesto, venne da me per parlarmi in segreto. Aveva gli occhi fuor del capo, come spesso; il viso pallido come sempre, e più del solito il tic delle palpebre e le raggricciature del naso. Sobbalzando con le parole dietro le idee precipitose, quelle sue smorfie rappresentavano gli sforzi per trattenere il filo delle idee e la furia delle parole, mentre accrescevano l'espressione dell'aspetto tragico.
— Ah dottore, dottore! — cominciò affannosa e tremando —. Mi aiuti lei! mi consigli!
Dubitai che in un accesso isterico avesse sofferto di qualche nuovo malanno, e stavo per ricordarle che non esercitavo la medicina. Ma ella esclamò: — Pieruccio! —; e recò le mani alla fronte, contro i capelli, disperatamente.
— Che passione! Il mio Pieruccio..., questa notte.... — proseguiva piano per aumentar l'enormità del fatto —, questa notte è uscito di casa! Fuori di casa, la notte! Me ne sono accorta io!... Mi son gettato uno scialle indosso e l'ho seguito. Immagini una povera madre, di notte, per la strada, a quel modo, rasentando la siepe per non esser vista.... Si è fermato qua, di fronte alla villa, proprio dove sta Giovannin il cieco, e pareva aspettasse.... Immagini, dottore, immagini la mia angustia! Pensavo che la finestra s'aprisse; che Ortensia gettasse le chiavi del cancello.... Che scandalo! Sarebbe stata una sciagura per tutti!...
— Ma la finestra è rimasta chiusa, — feci io sorridendo, certo.
— Sì.... Avrò avuto torto di pensar male della ragazza.... Ma troppa libertà! troppa libertà, dottore! Le ragazze in Inghilterra godono di molta libertà, ma si educano in altro modo.... E intanto Ortensia mi ha innamorato Pieruccio.... Capisce? Per esserle più vicino col pensiero viene qua di notte! Poverino! È una passione terribile! A diciassette anni.... Che passione!
Io contenevo a stento un commento sarcastico. Ella proseguiva:
— A vederlo immobile là, sotto la finestra di Ortensia, non mi è rimasta una goccia di sangue nelle vene. Meditava il suicidio?... Gli ho detto, accostandomi a poco a poco: «Torna a casa con la tua mamma»; e lui, poverino, mi ha seguita come un agnello.
Colsi la pausa, che la commozione imponeva, per suggerire:
— Lo allontani.... Guarirà presto.
Ma la signora m'investì quasi a un affronto:
— Guarirà presto?! Presto?! Ah lei non sa che cosa ha fatto appena a casa!... Una frenesia! un orrore! È nervoso come me.... Improperii, bestemmie, maledizioni: anche a lei, dottore!...
(.... Poco male!)
—.... Maledizioni a tutti: Anna, Roveni, Guido, Moser. Non riuscivo a quetarlo! Ha fracassato le seggiole, ha rovesciato il tavolino, ed è andato in terra, in frantumi, il portafiori!: un portafiori di Boemia, stupendo, magnifico!, dono di mia zia, la De Mol... Ha minacciato fin suo padre, che è accorso....; e anche la cameriera!
(.... Come non ridere?)
— Allontanarlo, lei dice? È la mia idea. Subito! Domani! Lo manderò da suo zio, mio fratello, il colonnello De Mol, a Varezze.... Bel sito, Varezze! Ci son molti villeggianti e ci si divertono. Ma mandarlo con chi, Pieruccio? Con suo padre?
— Con suo padre.
Non l'avessi mai detto! La signora gridò:
— Il cavaliere...., mio marito, a Varezze, in mezzo alla società, alle donne? Non tornerebbe più a casa! — E spalancò le braccia come se il cavaliere le fosse fuggito allora di seno. —.... Ah dottore!, i misteri delle famiglie! Mio marito ha colpa di tutto! È lui la pietra dello scandalo! Fulgosi è un uomo.... che non invecchia, un seduttore, un gentleman traviato che non esiterebbe, se potesse, se io non tenessi sopra tutto al mio decoro...., non esiterebbe a disonorarmi, a tradirmi fin con donne vili! Ma io sono una gentildonna, una De Mol, parente dei De Mol che han la villa a Rivalta! Maria, la povera Maria, che morì etica — un angiolo! — era mia seconda cugina....
— L'accompagni lei, Pieruccio....
— Peggio! Lasciarlo a casa con la cameriera, mio marito?... Non mi fido! Capisce?
— Capisco.... — (Il cavaliere cominciava a diventarmi simpatico). — Dunque, lo lasci andar solo, Pieruccio....
— Solo, no. Temo, dottore.... L'avesse visto ierisera! Oggi dorme: gli ho data tanta camomilla! Ma la passione.... Se si getta sotto il treno?
A queste parole la povera donna contrasse la faccia in modo da far rabbrividire. Se non che io ero sordo e cieco alla pietà, anche perchè avevo compreso ch'essa voleva l'accompagnassi io, il suo Pieruccio, a quel paese.
Spietato a dirittura mormorai: — Se l'accompagnasse la cameriera?
— Oooh! — La signora non dubitò che io scherzassi, ma si meravigliò non tenessi suo figlio per più che un ragazzo. La passione lo ingigantiva agli occhi materni; la passione.... e la lettura dei giornali.
— Sempre suicidi d'amore! Per me, io non voglio armi in casa. Pieruccio desiderava lo schioppo per andar a caccia con Guido Learchi. Niente! Gli ho regalato invece il binocolo....
Ah! il binocolo fu la mia salvezza.
— Stupendo binocolo! — esclamai; e assunta tutta la gravità possibile parlai a lungo, da sapiente consigliero. — Nei giovani, signora, l'ambizione di primeggiare supera ogni altra passione; vince, se soddisfatta, ogni altro desiderio, ogni male. Il binocolo che lei ha regalato al suo figliolo è davvero invidiabile in un luogo come Varezze per scrutar il mare, la riviera, l'orizzonte, le signore e le signorine. I giovinotti invidieranno Pieruccio. Le signore e le signorine se lo contenderanno.... — (il binocolo se non Pieruccio) — Ed è questo il mio consiglio: che lei lasci travedere al suo figliolo il piacere che troverà laggiù; l'invidia che vi susciterà. Conosco i giovani: son certo ch'egli partirà volentieri....
Io avevo corso il rischio d'infuriare la gentildonna e d'esser assalito come capitava al cavaliere. Ma per fortuna anche stavolta la mia serietà non la lasciò nel dubbio di una canzonatura; e la mia esperienza nella medicina delle passioni dovè convincerla.
Infatti il giorno dopo Pieruccio partiva, accompagnato dal binocolo invece che da me o dalla cameriera.
Anna Melvi ne fu dolente, chè perdeva chi le serviva da contraccolpo alle chiassose lusinghe con cui tentava Roveni. Quanto a Ortensia, ella trasse un sospiro di soddisfazione; disse: — buon viaggio! — e non ne parlò più.
Ma chi lo crederebbe? La mia soddisfazione fu assai più grande!
Già più volte io avevo chiesto a me stesso: «Se il mio affetto non è assurdo e insano, che farò quando, presto o tardi, saprò Ortensia fidanzata? quando andrà sposa?» E avevo risposto con animo tranquillo: «Farò come un fratello. Ne godrò».
Ebbene, il godimento che provavo per l'allontanamento di Pieruccio non era forse quello di una gelosia cessata? Non avrei osato confessarlo, ma mi aveva tenuto inquieto a lungo quello scimunito, che ricercava invano lo sguardo di Ortensia; mi aveva turbato quel meschino ragazzo che si era ridotto a vagheggiare il suo amore di notte, attraverso la finestra chiusa e dal sito ove Giovannin il cieco stirava dall'organetto l'«addio mia bella, addio»! Senza mai confessarlo a me stesso, io avevo temuto che vagheggiata da Pieruccio Fulgosi, Ortensia riflettesse come ella poteva già essere amata, più virilmente, da altri; oscuramente io avevo temuto che questo solo pensiero in Ortensia mi carpisse parte del suo affetto per me!
.... Fu dopo la partenza di Pieruccio che Eugenia, a vedermi la fronte sempre più schiarita, si compiacque del mio miglioramento.
— Merito vostro, di voi tutti — io le dissi. — Sento il bene che mi volete e non me ne sento più indegno. Come ricambiarvi?
— Restate qua con noi sino all'inverno.
— Impossibile!
Pur troppo il tempo volava e presto dovrei abbandonare Valdigorgo per cercar lavoro, sebbene non sapessi nè dove nè come. Io non ero tal possidente da vivere di sola rendita; nè speravo più rendite dagli studi, a cui avevo rinunciato per sempre.
Eugenia riprese:
— Non parliamo di partenza adesso; ve ne prego anche per Claudio. Per Claudio? — aggiunse sorridendo. — E Mino? E Ortensia?
Allora io le dissi: — Sapete che mi par d'avere una sorella in Ortensia?
— Fosse davvero! Anzi; trattatela proprio da sorella; correggetela de' suoi difetti.
— Sono così bei difetti!
— No, Sivori. Ortensia mi dà molto pensiero per il suo carattere. È eccessiva in tutto. A vederla, sembra sicura, sicurissima di esser felice per tutta la vita e si direbbe che non si preoccupi di nulla, ma poi, di tratto in tratto, senza che se ne sappia il perchè, ha certe malinconie...; i famosi capricci. Ve ne sarete accorto anche voi, benchè da poi che siete qui voi questo sia accaduto più di rado. Ma vi ricorderete delle bizze che faceva da bambina a contrariarla. Adesso per lei è una contrarietà intollerabile ogni volta che s'accorge che la vita non possiam farcela noi a nostro modo. E a questo mondo bisogna invece sopportare, soffrire. Ci son tanti doveri da compiere!; e la nostra volontà non val nulla in quello che non dipende da noi. Vorrei vederla persuasa di queste cose, per risparmiarle dolori più grandi in avvenire. Ho torto?
— No — risposi.
— Per darvi un'idea del suo carattere: quando ero malata diceva con ira al medico: «Voglio che la mamma guarisca». Voglio! Il medico e la malattia dovevano ubbidire a lei. Io peggiorai; e allora fu per parecchi giorni una disperazione muta, continua. Non mangiava, non dormiva più, sempre al mio letto, e guai se il medico o Claudio o Marcella tentavano di confortarla. Ma se io morivo?
Il discorso fu interrotto dal sopravvenire di Ortensia....