XII.
Però quelle parole di Eugenia m'impensierirono. Per la prima volta, dopo, esaminai la mia condotta, meditai sugli obblighi che m'imponeva l'amicizia, dubitai che uno squallido e sordido egoismo mi trascinasse a colpa di cui un giorno la coscienza mi rimorderebbe. Egoista, io cercavo dall'affetto di Ortensia un benefizio assecondando in lei quelle tendenze che a giudicarle con senno e con lume d'esperienza erano dannose. Volendo dimenticar me stesso cercavo di veder lei spensierata, e volendo reprimere dentro di me un pessimismo mortale cercavo quella sua serenità a cui tutto appariva bello e buono. Infelice, io traevo rimedio da lei consentendo a una felicità fuori della vita reale. Ma se io volevo bene davvero a Ortensia dovevo esentarla dai pericoli di una infelicità futura; dovevo predisporla agli urti della realtà, armarla contro le violenze del destino.
Eugenia aveva ragione. Il compito che la madre mi affidava, di contenere nella figliola le facoltà e le illusioni pericolose, diveniva per me un imperioso dovere per lo stesso affetto che mi ricambiava Ortensia.
Come chi si rassegna a cosa inevitabile, deliberai dunque di ubbidire alla mia coscienza, che ora mi pareva del tutto ridesta.... Oh la coscienza! Perchè non mi avvertì dell'errore in cui cadevo? Che precettore della vita potevo essere io che non avevo una fede? Senza il conforto di una fede, a qual concetto e a qual sentimento della vita potevo ammonire che non esprimesse il veleno di un pessimismo mortale?
A compier tale dovere temetti da prima di nuocere a me medesimo, ora che mi sentivo ravvivare; poi (lo confesso come si confessa un delitto), provai la soddisfazione appunto dell'adempiere un dovere grave, e avrei detto che anche in ciò si rinforzassero in me le energie dell'animo.
Se non che la fatica della mia volontà era poca.
È così facile intorbidare un'acqua limpida! M'era così facile, appena succedevano in me rivolgimenti di malumore, ripetere a voce alta note voci di pessimismo e di duolo, che ricorrevano per abitudine alla mia memoria!
Oh come orribil sei — mondo gentil!
Oppure:
Ascolta, Azzarellina:
La scïenza è dolore,
La speranza è ruina,
La gloria è roseo nugolo,
La bellezza è divina — ombra d'un fiore.
O peggio:
.... Amaro e noia
La vita: altro mai nulla, e fango è il mondo!
Ortensia protestava:
— Vede se ho ragione io di non volerne sapere dei poeti? Noiosi! Han sempre da lamentarsi!
— Essi però han più ragione di te: essi han vissuto e guardato nella vita.
— No! no! han torto! Non posso credere! Noiosi!...
Protestava, batteva i piedi, ma come chi s'impazienta a udire ciò che potrebbe esser vero.
E le ripetevo:
— Tu vedi tutto bello e tutto buono. Presto imparerai che al mondo c'è più cattiveria che bontà e che il brutto supera il bello.
— Dio! Dio! che uomo! — esclamava; e rimaneva sopra pensiero un istante, guardandomi quasi mi ricercasse nel cuore quanto dolore e quanta sciagura m'avessero condotto a creder così. Le restava come un timor panico negli occhi.
Anche le dicevo:
— Tu sei facile alle impressioni, ma rifletti poco. Comincia dunque dal riflettere su le impressioni degli altri: leggi.
— Leggeremo! purchè non sgridi, non rimproveri....
Ma di leggere non avrebbe trovata opportunità se non si fosse mutato il tempo.
Al principio di settembre piovve alcuni giorni di seguito, con autunnale ostinazione; e poichè non bastava cucire o ricamare a sbalzi per passar la giornata, Ortensia dovè prendere un libro. Avevo vinto. E qual migliore consigliere di un buon libro? Io ne sceglievo di quelli che rappresentassero la vita qual è. Potevo così interrompere il triste ufficio di ammonitore e quietarmi nella consuetudine che il maltempo rendeva più raccolta e più cara, costringendoci a restar quasi sempre in casa.
Però anche lei, la sorellina, aveva vinto oramai. Era così ubbidiente, paziente, affettuosa! Io per lei sentivo rifluirmi nelle vene il sangue della salute, nè mi bisognava più uno sforzo di volontà a bandire dalla mente i pensieri maligni.
Mentre la pioggia or bruiva a pena a pena or squassava a dirotto, dalla poltrona ov'ero adagiato io sogguardavo, con le palpebre un po' chine, alla cupa linea boschiva, in fondo, tutta velata sotto il cielo piovoso, e dinanzi, giù nel giardino, agli abeti densi, dall'innumeri braccia ad arco e dalle esili vette immote a ricever l'acqua come Dio la mandava.
Ortensia leggeva. Non leggeva male; rilevava anzi agevolmente il senso e variava senza leziosaggine la bella voce, e di tratto in tratto s'arrestava, colpita.
— To'! Questo è vero! Questo è bello!
Ma talvolta non coglieva giusta la pronuncia di parole, o non poneva giusto l'accento tonico. Correggerla era tempo perduto.
— Si dice così — avvertiva io. — E lei:
— Si dice così, ma io dico a mio modo; mi piace di più!
E avanti impavida.
Sopravveniva Eugenia.
— Cerca Ortensia; cerca Ortensia.... Dov'è? con Sivori! Sempre con Sivori! Ma non vi stanca?
— Voi vedete.... Mi mette di buon umore.
— Non ditelo a lei, che è capace di vantarsene, la cervellina!
— Sì, mamma, che me ne vanto!
Quando non avevo voglia d'ascoltare, abbassavo del tutto le palpebre. Sognavo? No. Avevo in quest'affetto un legame alla vita; non era più un'illusione: per quest'affetto muterei in una operosità determinata e proficua l'attività del pensiero che male avevo usata in difficoltà insuperabili, rodenti ed estenuanti. La vita non sarebbe più per me una condanna; la morte non mi darebbe più un'apprensione continua; l'avvenire non m'era più pauroso, perchè non avevo più da sopportare danni e sventure senza che una voce mi dicesse: «sopporta se non per te, per me!» E mi sembrava che nel mio avvenire sorgesse, con novella aurora, il sole.
Intanto pioveva. Quando però la pioggia scemava, quasi snebbiasse, Ortensia correva a prendere l'immane preistorico ombrello di tela cerata verde, che sudavo a portare, e via, qua e là, quasi sempre non dove la strada era buona, ma per strade fangose.
Immaginarsi la fatica! Le scarpe caricandosi di fango, diventavano grandi e pesanti come case; nondimeno bisognava ubbidire alla signorina.
Al terzo o quarto giorno di quel bel tempo, l'acqua cessò quasi per uno stacco improvviso; cadde un fascio di raggi tra il nuvolo. Ortensia gridò felice:
— Non piove più! Andiamo al Ponte del Crocefisso, a vedere la piena?
Io astrologavo.
— Tra poco ricomincia.
— No. Lei non se ne intende! Non vede che Monfalco è scoperto? «Monfalco senza cappello, fa bello, fa bello»!
— Ma l'ombrello non farà male.
— Le dico che non piove più! Sono pratica io!
Via dunque senza ombrello, alla volta del Ponte.
Ella provava la stessa gioia che traeva i passeri di sotto il tetto a litigare, a garrire e a bagnarsi, o forse delle piante e delle erbe che si asciugavano ricreate. Cadeva una luce pallida, che si sarebbe detta umida anch'essa a vederla sull'erboso velluto del clivo; finchè a levante trasparve, si colorì, si delineò, s'avvivò a un tratto, andò attenuandosi e scomparve, l'arcobaleno.
— L'iride! — aveva esclamato Ortensia. — Glielo dicevo? Non pioverà più!
— È già sparito. Noi torneremo a casa molli fracidi.
Infatti da mezzodì avanzava una schiera d'altri nuvoloni, più neri, che avrebbero persuaso un eroe romano a tornare indietro e che invece attraevano alla meta la mia compagna. Ci arrivammo, come Dio volle, a osservar l'acqua torbida che passava gemebonda sotto il ponte, superava enormi massi alle rive, piegava i giunchi e le canne da cui l'oscura vôlta era invasa. Da lato, più gaia, chiara e spumeggiante, precipitava nel torrente l'acqua che un canaletto formato d'asse riceveva da un serbatoio in alto. La chiesuola a capo del ponte e a ridosso del monte, usciva candida dal verde folto e cupo, e dinanzi alla porta, più bassa, aveva un piccolo portico.
— È uno spettacolo stupendo! un paesaggio stupendo! — Ortensia ripeteva.
Io guardavo il cielo livido, plumbeo.
— Ortensia, ci siamo!
— Uhm! Comincio a crederlo anch'io! M'è caduto un gocciolone sul naso!
Ci rifugiammo, di corsa, là sotto il piccolo portico.
Ora quasi mani invisibili con infantile divino sollazzo rovesciavano dal cielo secchie a furia; fitta fitta, grossa grossa, scrosciava la pioggia: precipitava; piegava ramoscelli e rami; penetrava tutto, si raccoglieva in rigagnoli, correva, allagava; e sotto quel chiasso il rombo sinistro del fiume e il fragor della cascata.
La breve zona asciutta, ove eravamo, assumeva in tale diluvio, in tale violenza, un'apparenza di protezione miracolosa; e a guardar per la grata nell'oratorio, veniva da quel silenzio di là dentro, da quel senso di chiuso, da quella penombra in cui giaceva il Cristo di rozza pietà, una promessa di pace contro tanto fracasso.
Ortensia guardò là dentro anche lei; poi sorrise a riveder l'intemperie.
— Come si sta bene qui! — Ascoltava.
A me una voce diceva: «Per due anime concordi c'è sempre un asilo».
E il giorno dopo:
— Che piova un poco, pazienza! Ma così! — Ortensia batteva i piedi per l'ira. Soggiunse:
— È ora di finirla! Non ha desiderio d'un po' di sole anche lei?
Ebbene, sì, anch'io desideravo il sole! Con un piacere, con una letizia lo desideravo, quale non avevo provata forse mai in mia vita.
Oh il sole! il sole!
Comprendevo la gioia che del sole avrebbe Ortensia; e dal medesimo nostro desiderio apprendevo che la nostra consuetudine era divenuta l'affinità spirituale da me voluta; io sentivo che finalmente godrei del sole come Ortensia, con Ortensia.