XV.

— Il signor Oliviero mi piace! mi piace molto! — disse Ortensia riprendendo il romanzo e rimettendosi al solito posto, contro alla porta della terrazza.

Ancora su la soglia di quella io le voltavo le spalle, impietrato sotto il peso della cosa enorme: l'amavo!

— Dove siamo rimasti, Sivori?... Prego! Stia attento qui, adesso. Il mondo non casca più e il cavaliere, grazie al Cielo, se ne è andato!... Au revoir!... Ah! ecco dove eravamo.... Senta dunque.

Riprese a leggere. Io non osavo riguardarla. D'un tratto, la guardai...., in piena luce; nella luce d'una beltà divina. E non era più come una sorella.... Destinata in moglie a Roveni.... L'amavo! io l'amavo!

Tumultuarono in me, sotto il peso della cosa enorme, in quella luce di rivelazione, sentimenti mal definiti e violenti: gelosia; rabbia quasi per una sanguinosa offesa; dolore quale di chi patisce il furto di ciò che ha più caro....; strazio: Ortensia mi aveva ingannato! Tutto quel tumulto, tutto quel peso enorme mi travolse come nella rovina estrema della mia esistenza; mi sconvolse e mi oscurò il pensiero intorno a un'idea sola, superstite, viva e fugace come un lampo: ucciderla! Con una mano afferrai la porta della terrazza, mi trattenni colla sensazione di chi si afferra a uno sterpo sul lembo di un precipizio, con la sensazione che avevo provata un'altra volta, al folgorare nella mia mente di quella stessa idea; ma il mio terrore fu vinto da quello sforzo, fu convertito quasi in una muta ilarità, che mi si agghiacciò in faccia.

Ortensia, al volger d'una pagina, disse:

— Basta, signor Oliviero!; sono stanca. — Poi: — Che è stato? — esclamò balzando in piedi. — Il sorriso brutto! Perchè?

Proruppi:

— A questo mondo tutto è possibile! Ogni errore, ogni colpa, ogni vigliaccheria, ogni infamia! È fin possibile che tu m'inganni; che tu sia falsa!...

Alle mie parole subito il volto di lei dimostrò uno stupore così doloroso, un'angoscia tale di ingiusta accusa, che fui costretto a contenermi, pentito, dall'eccesso della passione. Ella domandava:

— Perchè mi dice così?

Era atterrita

— Non spaventarti — risposi con viso diverso ma con sorriso sempre ironico. — Una nuvola che passa.... Ho appreso una bella notizia.... Solo, mi è spiaciuto apprenderla da altri, non da te.

— Quale notizia?

— Che l'ingegner Roveni...., forse o senza forse....

— Anche lei! — m'interruppe riavendosi e tendendomi un dito agli occhi, al modo di Mino quando incolpava qualcuno. — Anche lei?! Da lei, questa, non me l'aspettavo! No, no! non me l'aspettavo! — essa ripeteva sdegnata.

Triste io, e incauto, procedetti al solo rimprovero che potevo muoverle:

— Però tu hai detto: «anche lei!» Dunque molti lo dicono, e io non lo sapevo! Io non sapevo quel che sa il cavalier Fulgosi!

— Non è vero! Non è vero! — esclamò battendo i piedi.

Ed io a insistere, immiserendomi nel mio stesso affanno.

— Vero o non vero, io non lo sapevo!

Stette zitta un po', e poi disse:

— Senta: lei mi rimprovera che non rifletto, che sono sventata.... Ha ragione. Ma lei di me ha molta stima; ha molta fiducia in me; ne sono sicura! Non sono come Anna io, per lei!... Bene! A venirle a dire: Sa? Dicono che Roveni vuol sposarmi....; non è vero ma lo dicono....; a venirle a dir questo, mi sembra anche adesso che sarei stata come Anna. Anna avrebbe potuto dirle così, e ridere. Io no; io non ho potuto! Mi crede? Non ho potuto! Non so spiegarmi, ma mi pareva una cosa sconveniente. Ah se fosse vero quel che dicono; se Roveni mi facesse la corte (nella frase di prammatica arrossì, rivelandomi in quel pudore gentile forse la miglior ragione del suo silenzio).... se fosse vero, gliel'avrei detto subito. Ma non è vero! — ripeteva alzando ogni volta più il tono della voce —; non è vero! non è vero! E vuol sapere il perchè non è vero?

Io non avevo ancora assentito che già ella si correggeva:

— Non posso dirglielo, il perchè; è un segreto.

— Un altro segreto — mormorai.

— Non mio: della mamma. Ma via! a lei si può confidare. — Susurrava:

— Presto, quest'altr'anno forse, Roveni se ne andrà. Capisce? Il babbo non deve saperlo; almeno per ora....

C'era tanta sicurezza, franchezza e sincerità nelle sue parole! Tanta ingenuità! Ed io, che potevo far io se non sforzarmi a dissimulare, a mentire?

— E se tornasse? — domandai, comprimendomi dentro il peso dell'infingimento in cui mi avvilivo. — Potrei io desiderarti un giorno, se tornasse, sposo più degno?

Allora essa volse in burla la domanda patetica.

— Oh no! Un buon giovane! un bravo giovane! un bel giovane!... Che partito invidiabile! Tornare, chi sa di dove, a Valdigorgo per sposar me! E quanti confetti! ma pare di vederli, di mangiarli!

— Io non scherzo!

— Io sì.

Ella aveva assunto qualche cosa della mia amara ironia. Ma diceva la verità.... E che bene mi voleva!

Rasserenata, proseguiva:

— Lei, quando è di cattivo umore, va a cercare con la lanterna tutte le ragioni per far inquietare anche me. Basta! basta! non ne parliamo più! Le perdòno. E che ne dice di Roveni? Andarsene; lasciare il babbo.... Me ne dispiace molto per il babbo. Per me, stia pur certo Roveni che non piangerò quando partirà. Avrò dispiacere, ma piangere!... Anna piangerà; che ne è innamorata cotta!

Era sincera. Ella non amava Roveni e voleva un gran bene a me. Ma a me tanto bene non bastava più!

Che giorno fu quello! Appena fui solo, mi parve ancora di precipitare nel considerar di nuovo la cosa incredibile e vera, ridicola e tremenda. O meglio, mi vidi in un labirinto angoscioso e senza uscita; mi vidi goffa vittima d'un mio proprio inganno e miserevole vittima d'inganni altrui; vidi come io — che odiavo la menzogna — d'allora in poi avrei dovuto mentire e come a me, stanco d'ogni finzione, sarebbe stato necessario nascondere segretamente, per tutti e per sempre, il mio errore, la mia colpa, la mia vergogna; vidi che per guarire d'un male, per cui non avevo cercato e trovato a rimedio la morte, ero caduto in un maggior male, onde avrei dovuto essere più forte e sarei stato più vile! Io l'amavo!: questa la verità rivelata d'improvviso, a me stesso, quasi per uno strappo, dalla notizia che già Ortensia poteva essere amata da un altro; e non più da un ragazzo: da un uomo quale Roveni. Io avevo trentasette anni ormai; Ortensia diciassette; e l'amavo! Io avevo desiderato la morte, desideravo la morte; e amavo, io, Ortensia! L'amavo come non avevo mai amato. E la coscienza del mio amore, della mia colpa, della mia demenza, del mio tradimento, della mia vergogna m'era venuta dal più torbido fondo della passione: la gelosia. Poteva esser vero che Roveni non l'amasse; ma, ad ogni modo, ella non avrebbe dovuto essere amata da nessun altro che da me! Io già ingelosivo del suo avvenire!

E che sarebbe di me se io non sapessi mentire e fingere? In che condizione mi mettevo con Claudio? con Eugenia? con la mia coscienza? Avvertendo la mia follia, avvertivo l'oscuro presentimento d'un delitto o di una tragica catastrofe, inevitabile. Comprendevo fin d'allora che sarei dovuto fuggire subito, anche per pietà di me. Fuggire? Ma io non scorgevo più che due termini a un imminente, lungo, incommensurabile, sconosciuto soffrire: o la felicità o la morte! E la felicità non era assurdo pensarla? Il cavalier Fulgosi non sapeva che non solo la differenza di età mi divideva da Ortensia. Non avevo una fede, io! Non avevo fede in me; e l'amore non basta alla felicità; e renderei infelice Ortensia perchè sarei sempre un uomo infelice! Dunque: fuggire! Non udir più la sua bella voce; non rivederla mai più! Andrebbe sposa.... E perchè non a Roveni?

Possibile che in quel che si diceva non ci fosse nulla affatto di vero? Ma Eugenia non me ne avrebbe detto nulla? Mi sembrava che io e Ortensia fossimo avvolti in un mistero; e poichè nei frangenti della passione anche ciò che accrescerà il male assume spesso l'illusione di un bene, mi parve che chiarir il mistero potesse alleviarmi il nuovo tormento. Ma perciò dovevo dissimulare, fare il disinvolto, osservare freddamente.... Non ci riuscii.

La sera Roveni, entrando, guardò al solito modo; ma Ortensia non era vicina a me. Tentava di persuader Mino a ubbidire. Oh come ho viva nella memoria questa scena!

Quando aveva più sonno Mino si ostinava a star alzato, e la vecchia cameriera lo chiamava invano. Quella sera egli pretendeva che l'accompagnasse Ortensia. Nascondeva il viso nella poltrona piagnucolando e sgambettando contro tutte le sollecitazioni del pubblico; anche contro di me.

— Voglio Ortensia!

Finalmente Eugenia, stanca, minacciò di chiamare il padre.

Presto!...; il babbo arrivava; su, Mino: eccolo!

Tacque un po' e quindi, forse più per il rimorso che per il timore d'un castigo, si gettò al collo della sorella rompendo in un pianto ch'era invocazione di pietà. E Ortensia impietosita se lo caricò in braccio.

Ah io vidi lo sguardo che Roveni posò su di lei, mentre ella usciva col fratellino in braccio! Era vero! Ah come dileguò allora l'ombra che già avevo notata nel suo sguardo! Come l'amava! Cieco io ero stato, cieco a non accorgermene prima! Io vidi e invidiai come l'amava: d'un amore sano, perfettamente umano, anticipandone a sè stesso le migliori gioie. Aveva guardata in lei la sua donna; la moglie che portava in braccio così un loro figliolo. Quanto affrettava nella sua speranza quel giorno! Quanto gli rincresceva che per la sua stessa felicità avvenire, per prudenza e sagacia, non potesse comunicare quel suo gioioso pensiero a Ortensia! Con che cuore accresceva di due anni, di un anno la giovinezza di Ortensia! Non farneticavo; comprendevo tutto, ora.... Certo a Roveni doleva di abbandonar Moser per cercare la sua fortuna, che poteva mancargli. Che azione avrebbe dunque commessa innamorando di sè e abbandonando la figlia del suo benefattore? Ah, costui che dominava in sè, così, le due più forti passioni umane: l'ambizione e l'amore, costui era un uomo! Io non ero stato cieco ma egli, egli usava di una meravigliosa forza a dissimulare; e chi dissimulava così doveva esser capace di una passione grande! L'ammiravo e l'odiavo. Era il nemico che mi feriva a morte, e l'ammiravo e sentivo, più virile, la bramosia di misurare la mia forza con la sua in un contrasto violento. Ma non dovevo; egli doveva restare il più forte! Pure, potevo dirgli: «Voi credete che io non abbia gli occhi? Gli altri per pettegolezzo, sapendovi nelle grazie di Moser, han conchiuso nella loro fantasia il vostro matrimonio, senza saper nulla in realtà. Io so, io ho visto quanto l'amate! Non dissimulate almeno con me: voi!»

E mi accostai sorridendo, coll'intenzione di domandargli:

— Dunque, è vero?

Ma subito, presso a lui, mi sentii a disagio.

Con tanta tranquillità mi guardava; era così fermo il suo volto, così saldo l'animo in quel volto, che la simulazione mi sembrò onesta in lui e disonesta, vergognosa, in me. Inoltre, di subito, giudicai inopportuna la dimanda che stavo per fare. Venendogli da me, la richiesta acquisterebbe troppa gravità e precipiterebbe l'evento temuto; la risoluzione che egli, per sue buone ragioni, ritardava.

Mi aspettò tranquillo dicendomi, quasi per risalutarmi:

— Dottore....

E dietro di me una voce, in tono di canzonatura, imitò quel saluto: — Dottore....; ingegnere....

Uno sdegno più forte di quello suscitato in me dal cavalier Fulgosi provai allora contro la Melvi; una smania di vendetta quasi fosse lei e lei sola colpevole del mio soffrire. Le chiesi, tra ironico e minaccioso:

— Ha bisogno della mia compagnia o di quella dell'ingegnere?

Anna si era appoggiata a un tavolino, su cui ardeva una lampada, e dava la caccia a una farfalletta che svolazzava intorno al lume.

Rispose arditamente: — La sua compagnia è troppo seria, per me!

Roveni fece: — Oh oh!

Io mi accostai alla Melvi; e mentre ella bruciava la farfalla alla lampada, dissi per provocarla:

— Essere troppo serio per lei non significa che io sia molto serio!

— E questo vuol dire che io sono così allegra.... che non dovrei prendere sul serio nemmeno lei? nemmeno un poco?

— Un poco, via! Se non per altro, per la mia abitudine di indagare nell'animo della gente, di scrutare i cuori umani.

— Indaghi, dottore; ma badi che i medici van soggetti a sbagliare. Fan certi spropositi!... Per esempio, lei, che legge nei cuori, non si è ancora convinto che dovremmo essere amici noi due e non nemici! Gliel'ho detto un'altra volta.

Già: me l'aveva detto di ritorno dalle Grotte; e allora aveva data spiegazione diversa da quella che era stata per dire.

— Si spieghi meglio! Perchè dovremmo essere amici?

— Indovinala grillo!

E fuggì dalla porta della terrazza, da cui si scendeva nel giardino, evidentemente per attirarmi là a discorrere. Non la seguii; vidi Ortensia rientrare dalla porta opposta: Roveni, che stava ciarlando con la Fulgosi e la vecchia Melvi, si voltò di scatto. Un altro non si sarebbe voltato. Ma ecco Anna rientrare anch'essa, di corsa, trafelata e ridente perchè inseguita da Guido. Entrò nel salotto attiguo; ove si abbandonò su di una seggiola.

— Lasciala stare! — dissi a Guido. — Ho da parlarle.

Andai risoluto, chiudendo l'uscio dietro di me.

— Voglio sapere chiaramente perchè io e lei dovremmo essere amici!

Ella attese un poco, eppoi agitò incontro a me le mani strette a palma a palma, come per preghiera ed esclamò:

— Ma insomma! sono io che non capisco niente, o è lei? Ha piacere lei che Roveni sia innamorato di Ortensia? No, a quel che pare! Ebbene (e allargava le braccia alla spiegazione che mi concedeva): lei dovrebbe essermi grato se io cerco distrarre Roveni e di liberargliela, la sua Ortensia!

Insolenza, disprezzo, livore, erano in essa.

Il cavaliere mi aveva adirato soltanto; costei sommoveva in me l'astio profondo dell'uomo svergognato, dell'uomo messo alla gogna; addensavo la mia rabbia, la mia bile per una pronta vendetta che, fosse pure indegna, mi riscuotesse subito da una umiliazione intollerabile.

Tesi il braccio e la mano verso la ragazza, quasi ad arrestarla perchè il colpo non fallisse.

— Chi non capisce niente è proprio lei, signorina Melvi! Lei, che non capisce di poter dire a me «la sua Ortensia» senza ferirmi. Sì: Ortensia è mia; ma in un senso che sfugge alla intelligenza della malignità!

— Malignità? Poverino! Dal modo con cui lei or ora guardava a Roveni....

— E chi invece capisce qualche cosa sono io, proprio io! — proseguii interrompendola: — Io, che ho capito il suo gioco!

— Ah sì? Quale?

— Questo: Roveni è un uomo leale, ma confinato a Valdigorgo, lontano dagli svaghi che calmano il sangue. Che importa se è innamorato di un'altra? Per lei basta che egli abbia uno smarrimento istantaneo...., quando va a trovarlo alla fabbrica! Roveni è onesto: dopo, sarà costretto a riparare! Ecco perchè io e lei siamo nemici!

Anna si era alzata in piedi con la veemenza di una fiera frustata. Dubitai m'affrontasse rabbiosa. Ma la fiamma delle guance e degli occhi si spense d'un tratto; e rimase bianca, con le labbra tremule. Indi sorrise, scosse le spalle dicendo:

— Me ne infischio!... — Ma aggiunse con un'occhiata di ricuperata energia e di minaccia: — Per ora!...