XVI.
Risi della minaccia di Anna perchè dalla scienza non avevo imparato a temere la vendetta delle donnicciole, nè mi dolsi d'aver inveito in tal modo contro di lei perchè l'odiavo: l'odiavo per la sua condotta equivoca, per essere stato accertato da lei dell'amore di Roveni, per essere stato ferito da lei, nonostante il mio diniego, nel mio amore. Ma se mentre vegliavo, nella notte, non mi agitava più il pensare ad Anna, mi travagliava il pensiero che altri sguardi d'amore si fossero posati su di Ortensia prima de' miei: questo il mio dolore, il mio sdegno, la mia rabbia, come per una violazione patita, per un furto crudele! — L'anima d'Ortensia — mi dicevo durante l'ambascia — deve essere mia, divenire interamente mia: a ogni costo!
Non era giusto che fossi io la vittima; che per tutto trovassi dolore, io; che dal destino fossero contaminate le mie intenzioni più pure, i miei affetti più semplici, innocui, generosi!
Ah io avevo errato a credere in un affetto di misura e di natura fraterno? In me, in un uomo della mia età quel concetto e quella fede di un affetto fuori dell'ordine umano meritavano rimprovero o scherno? Io meritavo compianto! E se Ortensia, non esperta del cuore umano, aveva consentito ingenuamente a quell'affetto semplice e naturale, ebbene io sapendo che il suo affetto era già teso all'estremo grado, non esiterei...: ancora un passo, una parola sola, e io farei vibrare d'amore quell'anima! Perchè ristare? Non era una colpa che io avessi vent'anni più di lei, e a nessuno, non al Fulgosi e nemmeno ad Anna, pareva inverosimile che io l'amassi e ne fossi amato. Io potevo contare ancora quattordici o quindici anni di forte virilità. Sano, ero. Quante infermità psichiche sono generate da cause che non toccano gli organi essenziali? In una appunto, per cause estranee alla fisiologia, era pur io caduto; ma già me ne sentivo risollevato.
Non mi temevo più in preda d'un misterioso male, io, che altro malanno non avevo avuto se non il mio pensiero; io che un semplice affetto era bastato a guarire! Del resto, mi sarebbe facile accertarmi della mia valida costituzione recandomi da qualche insigne collega, di cui indovinavo il responso, dopo l'ascoltazione e la percussione: «Cuore sano; polmoni sani; cervello sano....; nessuna lesione nel cerebro»: di questo potevo star certo! Nessun ostacolo nell'età o nella salute fisica. Non ero ricco; nè uomo da affidare la mia famiglia e la felicità famigliare alla dote di mia moglie. Ma troverei senza dubbio un buon impiego; tranquillo; di lavoro materiale e agevole....
Esagerando, per la rivelazione improvvisa del mio amore, avevo accusato in me quale fonte d'infelicità la mancanza di una fede. Ma alla fede perduta sostituirei la fede in Ortensia e l'amore della famiglia. Dalla fredda ragione il mio amore non ripugnava dunque più come un'enormità; io potevo dunque conchiudere che per nessuno al mondo sarebbe inverosimile, anormale, enorme, un mio colloquio con Moser press'a poco in questi termini:
— Moser, sono innamorato.
— Bene!
—.... d'una ragazza di diciassette anni!
— Di una ragazza di diciassette anni? tu?
— Sì!
— Annegati, caro amico!
— Ma bada...: la ragazza è Ortensia.
Un istante di stupore; di silenzio; uno scoppio d'ira.
— Ortensia è una bambina!
— Ha diciassette anni.
E la risoluzione:
— Ortensia è tua moglie!
Sarei felice!
Già m'immaginavo il delizioso turbamento di Ortensia, quando chiederei la sua mano.... E mi smarrivo così nell'ebbrezza della felicità, nel sogno. Per quanto?... Viva, imperiosa, sicura, mi si affacciava d'un tratto la persona di Roveni. E balzavo, d'un tratto, nel confronto di me con Roveni; poichè dovevo anteporre, alla mia, la felicità d'Ortensia; considerare, come un fratello, s'essa sarebbe più felice o meno infelice sposando me o lui.... Che differenza! Egli era un forte, un conquistatore della vita, un uomo a cui la fede di sè e l'equilibrio di tutte le facoltà, davano in pugno l'avvenire. Io invece....: un caduto a stento risorto; un debole imbaldanzito dalla speranza e nel sogno; un infermo che a mala pena aveva ricuperato la salute.
Sì? Ero guarito? io? un uomo di trentasette anni che amava perdutamente una giovinetta minore di vent'anni?
Del tutto dissennato, piuttosto! Ridicola vittima di un amore quasi senile in confronto all'amore di Roveni; ridicolo più di un ragazzo....
Eccomi, dinanzi agli occhi, anche Pieruccio Fulgosi: magro e pallido, soffocato dal colletto e dall'amore e impalato a contemplar Ortensia; con quegli occhi imbambolati e il sorriso ebete allorchè io lo deridevo, o quando egli s'accostava timidamente a me per ingraziarsi: «Permette»; «scusi».... Egli soffriva, chè aveva tutti ostili, e l'incuranza di Ortensia gli acuiva lo spasimo di un amore senza speranza; dell'amore sublime che accende l'animo quando, nell'adolescenza, la vita conserva tuttavia il velo di un divino mistero e la lusinga di una felicità fatale; dell'amore che io avevo schernito vilmente. Ma io soffrivo più di lui perchè ero più ridicolo di lui; pativo in me, più dura, dell'irrisione altrui, la mia propria irrisione; avevo più angosciosa che l'indifferenza d'Ortensia, la necessità di nascondere a Ortensia il mio amore quasi una colpa. Questo dunque era il benefizio atteso dal proposito di impicciolirmi e di ricuperare in me, da tenui fonti, la vita? Ma non stavo meglio quando dall'apprensione dell'immensità ero precipitato in un morboso annientamento, a non sentir più nulla? Qual destino, qual maledizione m'aveva risospinto a giocare e raccontar favole con Mino, a riconoscere la gioia dell'esistenza nell'anima fervida di Ortensia, a ricercare il sole?
Il sole! Oh il sublime ristoro del dì che avevo sentito il sole innondare tutto il mio essere, penetrarmi in ogni vena, riscaldarmi le vene e rischiararmi la mente perchè nella sua luce io vedessi la luce di Dio, che la scienza mi aveva contesa, negata! Dio! Era Dio forse a volere che io amassi così? Amassi Ortensia perchè amassi la vita? Dio forse mi chiamava alla felicità, o mi puniva al punto che non mi comprendessi in balia di una frenesia morbosa?
Fra questi estremi mi dibattevo: o credermi pazzo, o credermi risollevato pienamente, con l'amore e per l'amore, alla norma più umana della vita, e alla più alta intenzione dello spirito!
Amavo e non avevo amato mai in tal modo. Così si ama una volta sola; e quanti erano al mondo che potessero dire d'aver amato in tal modo? Poteva dirlo Roveni? Impossibile!
Ma egli era un forte! Dunque la mia passione era debolezza!... Tra questi estremi mi dibattevo! E Anna Melvi ghignava alla mia fantasia, nelle tenebre.... Poi: Eugenia; il resto del mistero. Dubitavo che Eugenia m'avesse taciuto per secondo fine quel che si diceva di Roveni e d'Ortensia; pensavo anche che per pietà di me mi avesse nascosto il proposito dell'ingegnere, a lei già noto! E la rimproveravo per la libertà che lasciava alle figliole, sicchè Learchi e Roveni avevan potuto innamorarsene a sua insaputa....
Rimproveravo fin Claudio perchè riteneva ancora bambine le sue figliole!
Insomma, ero proprio come Pieruccio nell'ora, del parossismo e della maledizione!
E la voce di scherno m'arrovellava dentro: dissennato!
.... Mi tranquillai verso l'alba, convincendomi, al cessar delle tenebre, che Eugenia interrogata non potrebbe nascondermi la verità. E se mi rispondesse: — Per la felicità di Ortensia si farà questo matrimonio; — e se veramente ella desiderasse d'avere in Roveni il marito della sua figliola, ebbene.... io, a qualunque costo, io rispetterei il suo desiderio; vorrei io pure, come un fratello, la felicità di Ortensia. Non debole; non un ragazzo! Ero un uomo capace di una folle passione; ma sarei un amico leale.