V.
Gaspare Bicci non si era mai proposto il pericoloso mestiere del conquistatore: nè mai si sarebbe imaginato di navigare per il mare della colpa a vele così gonfie, con tanto vento in poppa e a sì grande velocità. Troppa grazia! Perchè una mattina Silvia gli gettò le braccia al collo in un impeto d'allegrezza annunciando: — Siamo liberi!
C'era da spaventarsi. Liberi?... come?
— Sì. Lui va in montagna per un ponte che s'è rotto, non so dove. Resterà fuori un mese e mezzo!
La libertà inattesa, per la quale si sottraeva all'usato giogo, la inebbriava, l'ammattiva.
— Ne vogliam fare di tutte le sorta! — ella esclamò. Pensò Gaspare che quand'anche proseguissero a farne di una sorta sola, bastava.
E Silvia, ridendo, soggiungeva:
— Figurati che lassù c'è solo una lurida osteria! Dormirà male, mangerà male, etc.: astinenza in tutto. Che castigo!
Ancora una volta la fortuna, per favorire un uomo, ne costringeva un altro — povero diavolo! — a disagi e a danni, e un po' ripugnava a Gaspare la soverchia letizia della bella. Tradire il marito poteva essere, sì e no, una perdonabile colpa; ma deriderlo e compiacersi del suo malanno, era davvero mancanza di generosità. E se dopo appena un mese che aveva il merito di confortare la signora Silvia, Gaspare Bicci teneva l'ingegner Tredòzi per un «povero diavolo» e l'ingannarlo giudicava una colpa, per quanto perdonabile, Gaspare Bicci non poteva dunque più negare a sè stesso che già gli sbollivano i primi ardori. Anzi, al sentimento della cattiva azione che commetteva, a un senso di profanazione che per quella tresca faceva al recente lutto, e all'amarezza del possesso diviso, gli si aggiungeva il timore d'un vincolo indissolubile. Silvia non dubitava neppure d'un lontano abbandono. «Ci ameremo anche quando saremo vecchi, per l'amore d'adesso» — ripeteva. Vecchi?
Egli contava i suoi anni: ventitrè; e gli anni di lei: ventotto o ventinove o trenta; e della differenza misurava l'entità nell'avvenire; e in proposito all'amore eterno si chiedeva se, caso mai, non fosse predisposto da natura ad amar eternamente una bionda piuttosto che una bruna, quale la signora Silvia.
Però a riflessioni più gravi lo condusse l'assenza dell'ingegnere. Silvia, da amante saggia che era, diventava pericolosa.
Strana donna! Prima, piangeva il suo fallo; temeva l'onta; raccomandava cautele.
— È geloso? — domandava Gaspare.
— Non so; non gliene ho mai data occasione. Ma so che non mi stima e io voglio che mi stimi a suo dispetto.
Onesta per dispetto!
— E tu — chiedeva lei — mi stimi?
Meno dell'altro; sebbene sentisse il dovere di rispondere: — Sì.
— Io tradisco un uomo — mormorava lei.
E lui:
— E io non t'aiuto forse a tradirlo? — Ciò che significava chiaramente: «dimandami se io stimo me stesso, e ti dirò la verità anche per te».
Ora, questa donna che pretendeva stima fin dall'amante, lontano che fu il marito volle a ogni costo informare il mondo che aveva un amante lei pure. Non solo lo traeva a gite in campagna, all'uso (secondo i romanzi) di Parigi: l'obbligava ad accompagnarla nei luoghi cittadini più frequenti; ivi gli dava del tu non a bassa voce o a voce troppo bassa; ivi pareva cercare le amiche perchè la vedessero. Inutilmente Gaspare l'ammoniva: — Giudizio! Qualcuno ne parlerà a tuo marito; qualche voce gli arriverà all'orecchio. — Silvia scrollava le spalle: — Ti amo! Alla peggio, mi ammazzerà, o io fuggirò con te. — Due cose da mettere i brividi solo a pensarle; e nè l'una nè l'altra sembrava la peggiore di tutte: la peggiore, la più probabile, era per Gaspare una terza: una revolverata a lui, Gaspare!
Bicci pertanto cominciava a stancarsi di quel fortunato amore; già desiderava, invocava il ritorno di Tredòzi, affinchè Silvia rientrasse nei limiti della discretezza.
*
Quando mai Gaspare Bicci ebbe un desiderio che, pur senza sua grande intenzione, non gli fosse esaudito?
Egli e Silvia una mattina, soli (la serva era uscita per le spese), stavano discorrendo del più e del meno e non attendevano al mal tempo e alla pioggia dirotta, allorchè un'improvvisa tremenda scampanellata li interruppe.
— Lui!
Gaspare non disse nulla: trovò; si mise il cappello in testa.
— Che sia proprio lui? Una seconda scampanellata.
— Dio!... Nasconditi; subito!
— Dove?
— Sotto il letto;
Già egli era ginocchioni, col cappello in testa.
— No! Meglio nell'armadio! — Mentre ve lo spingeva e ve lo rinchiudeva, Gaspare sentì di odiare quella donna.... E una terza scampanellata, lunga, atroce.... Poscia, dall'armadio, si udirono avanzare le voci; bestiale l'una; fioca l'altra.
— Corpo di...! Son bagnato da capo a piedi, e tu mi lasci fuori al fresco!
— Non avevo sentito; soffro tanto, oggi!
— Si vede: sei gialla. Cos'hai?
— Vertigini.
— E io? Almeno almeno mi sarò presa una polmonite, causa tua! — Tossiva. — Maledetto il tempo, il ponte, la Provincia, il Governo! Auf...! — Sbuffava. — Presto! una camicia; un paio di mutande.... Alle dieci debbo essere in prefettura! — Gridava. — Camicia! Mutande!
E quindi la voce fioca:
— Ecco la camicia; ecco le mutande.
Due tonfi: di scarpe che cadevano sull'impiantito.
— Presto: le altre scarpe! l'abito nero! il cappello sodo!
E Silvia, dopo un poco; dopo un'eternità per Bicci, là dentro:
— Ecco le scarpe; ecco il cappello.
— L'abito!
— Lo cerco.
— Dove lo cerchi? nel comò? È nell'armadio!
— Credo d'averlo messo io nel comò, l'altro ieri.
— Spicciati!
Ma:
— Non c'è.
Allora il marito cadenzando la parola con ira:
— È nell'armadiooo!
— No, ti dico!
— Sì, ti dico!
Due passi di lui a quella volta..., alla volta dell'armadio. La vita di Gaspare Bicci s'atteneva a un ultimo filo di speranza: Se il marito tradito era in mutande, non poteva avere indosso il revolver; a prenderlo occorrerebbe un certo tempo.... Ma uno strido modificò la catastrofe.
— Oh Dio! Muoio! Un po' d'acqua!... Presto!... Dell'aceto! Muoio!
Il marito esclamò, più forte della moglie:
— Sei matta?
— Per carità!... Aceto!... Muoio, muoio!...
— Io non ho tempo da perdere!... Cristo!... Dov'è ora l'aceto?
— In cucina; corri!... Oh Dio!... Ah....
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Gaspare spingeva. Ella aperse.
— Scappa — disse — e chiudi l'uscio!