SCENA III
Crisaulo batte il servitore e biasma forte con
Pilastrino l'avarizia; e, incominciandosi a doler d'Amore,
Pilastrino lo lascia.
CRISAULO nobile, FILENO, TIMARO servi, PILASTRINO.
CRISAULO. Basta. Ho inteso.
Ma parti che ci torni?
FILENO. Eccol, per Dio.
Contava i passi; or corre.
CRISAULO. Io son disposto…
A che sei stato tanto, manigoldo?
Ho voglia di…
TIMARO. Signore, ho corso sempre.
Questo è 'l resto di tutto il fornimento,
d'infuor la sella che non è fornita.
S'avrá stasera.
CRISAULO. Hai piú tu di bisogno del baston che non ha di te la stalla. Canaglie! ché non passa per la strada civette o olocchi o per l'aere augelli che non voglin vederli.
TIMARO. È pure stato il maestro che m'ha fatto indugiare questo poco: ché non voleva darmi quegli avanzi del drappo e stava a dire che non è usanza e che none sta bene a un vostro pari; e quasi bastemmiava. Son ladri: sempre voglion sopra i pregi di quel d'altrui.
CRISAULO. Ah vigliacco, poltrone! Questi sono gli onor? Vo' che tu impari per l'altre volte.
TIMARO. Oimei, padron! Son morto.
CRISAULO. Ti vo' spezzar quella testa balorda.
Chi te l'avea commesso?
TIMARO. Oh gramo a me!
CRISAULO. S'io vi ritorno…
TIMARO. Oimei, che ho rotto gli ossi!
Morrò in duo dí.
PILASTRINO. Oh! co! Non piú, Crisaulo. Oh! co! Crepo di rise. Gli farai smaltire i sughi, con quelle sopposte che gli hai fatto nel viso da sedere. Cosí si smuove il corpo ai manigoldi che vogliono, a dispetto del padrone, far massarizia: ma la medicina non val niente, se non si continova piú d'una volta il giorno. To', poltrone! Come fa il morto!
CRISAULO. Corre e va' riportali. E di tua bocca di' che t'ho punito di tanta villania: se non, con altro la farem che con calci.
TIMARO. Ben, messere. Che ti possa esser mozza quella gamba, prima ch'io ti riveggia!
PILASTRINO. O va' pur via. So che ti sentirai di quelli schiaffi, per otto giorni almeno, a cavalcare. Se avessi istaman fatto colazione, non avrei sí goduto. O guarda dove si truova esser condotto un gentiluomo! Ché lasci ogni anno cento pezzi d'oro per non dar luogo agli spirti che sempre biasmano altrui; ed or, per quattro soldi, avrá dato da dire a tutta piazza, quest'ignorante. Ma che! Non importa: perché sei cognosciuto da ciascuno per l'uom che sei.
CRISAULO. Ho sempre da natura avuto questo, che d'alcuna cosa non mi son dilettato quanto avere il mondo tutto e, se fosse possibile, l'inferno amico. E quegli che altra via tengono, essendo nobili di sangue e di gran facultá, debbiam chiamargli animai brutti. Avarizia malnata, d'ogni altro mal radice! O pien d'inganni, fraudi, ruine e morti, oro, tiranno fatto di quello a cui ti fe' suggetto chi tutto fe'! Come può tanto errore fermarsi in noi? poi che veggiamo espresso che chi piú n'ha piú stenta e manco gode. Ché nol fuggiamo?
PILASTRINO. Ogni uom sa predicare; e tanto piú di quel che poi non crede. Certo è che l'oro è cosí maladetto che alcuno esser non può mai, in fin che n'ha, contento o riposato. Ma vorrei veder pigliare, un tratto, a chi 'l cognosce qualche rimedio.
CRISAULO. E questo è 'l colmo appunto del nostro errar: ché lo veggiamo aperto; né in alcun modo ne vogliamo uscire o rimanerne.
PILASTRINO. Tu non neghi, adunque, essere in grande errore?
CRISAULO. Errore. Ah quanto fòra 'l meglio esser nato in vil capanne, talora, e in boschi che ne l'alte case! Chi nol pruova nol sa.
PILASTRINO. Cosí sarebbe piú felice 'l mio stato assai che 'l tuo; ché non mi truovo un soldo.
CRISAULO. Senza dubbio.
PILASTRINO. È meglio, adunque, che cangiam gli stati e le fortune. E tu sarai contento sempre nel mio: e sí lieto e felice e senza alcun pensier che non vorresti, quando lo provi poi, per tutto il mondo non l'aver fatto. Ed io, in cambio tuo, torrò questi tuoi affanni.
CRISAULO. E che potresti cangiar se non que' panni e quella pelle? o 'l vizio orrendo che non potrá mai mancare in te? poi sai che non possiamo, per noi stessi, cangiar stato e fortuna: ché s'appartiene al ciel.
PILASTRINO. Ti vo' insegnare. Avremmo prima a tramutar la robba: verbi gratia, la tua fa' che sia mia. Tu voglio che ti chiami Pilastrino; ed io sarei Crisaulo. E, in questo modo, non sol muterai nome, ma costumi, stato e natura; e forse ancor la mente. Proviam, se tu nol credi.
CRISAULO. Io ti ringrazio; ché è buono il tuo consiglio: ma non voglio ch'oggi ne venda a me.
PILASTRINO. Ah! ca! ca! ca!
Non ti si può appicare oggi niente
di questa mia dottrina. Io me ne vado.
Qui non si busca.
CRISAULO. Sta', non ti partire;
fermati un poco.
PILASTRINO. Non posso indugiare.
CRISAULO. E che buona facenda?
PILASTRINO. Un'altra volta, se riesce, tel dirò; ché penso, un tratto, uscir d'esti pedocchi. Non dir nulla, ché vo' ch'abbiam da rider per cent'anni, se mi vien fatta.
CRISAULO. Non vo' sapere altro. Guarda pur di non far qualche trabalzo che te n'abbi a pentir. Di poi quel giorno, non mi sai dir niente di colei? Tu sei pur negligente!
PILASTRINO. Ora non posso
dirt'altro, c'ho da fare in fine a sera.
Ma vo' che sappi la piú bella berta
ch'io tramo adesso.
CRISAULO. Non lo vo' sapere.
Attende ad altro, e forse ti fia 'l meglio.
Ier la vidi duo volte a la fenestra.
Felice giorno!
PILASTRINO. Ed io piú di sei volte
la vidi, dopo bere; e l'abbracciai.
Chi è piú felice?
CRISAULO. Aimè! Vita infelice, quando fia 'l dí che fuor di tanti affanni ti scorga Amor, che giá condotta a tale t'ha in poco tempo ch'altro omai non resta in tuo conforto che la morte istessa o di lei la speranza?
PILASTRINO. Oh! co! T'ho inteso. Addio; fa' pur da te. Questi incomincia, pur come suole, a noverar le stelle e gli animali e le donne e le piante; i sassi e i monti e l'acque e 'l cielo e l'aere dimanderá crudeli; e la fortuna e la sua sorte iniqua e ingiuriosa; troverá tutti i santi, al fine, in fraude; e vorrá far vendetta. Io voglio andare a comprar, prima, e, poi, in qualche taverna, fin che giunga la sera, anch'io a gridare con le mezzette.
CRISAULO. Aimè! Dolce mia luce, quando mai resterai di tôrti in gioco questa mia miser'alma? e quando avranno mai fin tante passioni? e le cocenti fiamme fian spente? e quando fia mai vinta da pietá cosí dura altera mente? o di me sazia quella cruda voglia? Certo, non mai; ché la mia sorte è tale ch'io sempre peni. Ma lascia, ché, in breve, forse questa mia man ti fará lieta di tanto desiderio e fia disciolta l'alma d'esta prigion.
FILENO. Fornisce, un tratto. Che cosa è questa, tanto lamentarsi e rinnegar la fé? che tanti stinchi? tante prigion? Chi ti sentisse, certo, giudicherebbe ch'aspettassi or ora acerba morte. Hai pur questo tuo pecco, come le donne, di voler morire d'ogni picciola cosa e avere in cima, come lo sputo, il pianto. Se non fosse ch'io troppo t'amo e del tuo mal m'incresce, in fine al cuore avrei or con fatica ritenuto le risa. È pur vergogna tanta viltá.
CRISAULO. Dico che n'ho per sette de' buon consigli. Ma questo non basta: ché bisogna pazienza; di che i santi mancan talora.
FILENO. Eh! va': l'hai per costume questo voler morire. E poi per chi? Una fraschetta, che, chi la strizzasse tutta, non n'usciria tanto di buono che te n'ungessi un'unghia.