SCENA IV
Filocrate viene a parlare a Calonide; e riman seco di
sposar Lúcia di corto.
CALONIDE madre, FILOCRATE giovane,
LÚCIA figliuola, GIRIFALCO.
CALONIDE. Chi è giú?
FILOCRATE. Io sono. Aprite.
CALONIDE. Aspettami, figliuolo.
FILOCRATE. Non mi par giá cangiata. Oh! Dio volesse che non ci avesse visto! Iddio ti guardi, madre. Quanto m'allegro di vederti cosí di buona voglia! ch'istanotte non ho dormito mai, del dispiacere ch'ebbi, perché pensai che ci vedesse Demofilo, iersera.
CALONIDE. Anzi, ci vide: e me ne dimandò; ma tanto seppi bene acconciarla che poi non disse altro. E di qui presi occasion d'entrare ne' fatti tuoi; e, per fartela breve, tanto ho saputo ben dir mal di te che, d'uomo che ci fu giá sí ritroso, or n'è contento e l'ha rimessa in me. Che faremo ora?
FILOCRATE. E che! Va' che n'usciamo. Questo è stato ben fatto: aver disposto la cosa seco. Orsú, madre! Ora è fatta. Porgimi qui la man; ti do mia fede di non mancare; e cosí fa' tu a me. Quando farem le nozze?
CALONIDE. Ora, a tua posta: ché a me non manca se non provedere a certe cosarelle; poi, del resto, possiam farlo istasera. Ma indugiamo ancor duo giorni perché a lui non paia che siam corrivi. E tu fa' che non manchi. A te ne sto.
FILOCRATE. Perché? non è giá fatta?
CALONIDE. È fatta, sí, ma vo' veder le nozze: ché non vo' star piú in questo struggimento, ché importa troppo; e lo starne sospesa non è sicuro.
FILOCRATE. Io sono a le tuoi voglie; altro non bramo. Ma vorrei che anch'ella mi toccasse la mano.
CALONIDE. Oh! S'è per questo,
anco s'ha da far ben. Dálli la mano.
Orsú! A chi dico?
FILOCRATE. Quando fia mai l'ora per me tanto felice che, legati d'eterno nodo, di tante fatiche e tanti stenti al fin mi sia concesso cogliere i dolci frutti? Aimè! ch'io temo, sí come mi cognosco al tutto indegno d'un tal tesor, che non mi sia negato da la mia sorte.
CALONIDE. Lascia andar da canto queste tuoi leggerezze. Ora attendiamo che si dia fine. E poi vo' che tu pigli, figliuolo, per potervi mantenere sempre nel grado vostro con onore, qualche onesto esercizio; ed io giá mai non ti son per mancar.
FILOCRATE. Lo voglio fare. E son restato in fine a questo giorno perché, mercé di lei, cosí inquieto era di mente che ad altro pensare non mi poteva dar che a dimostrarle quanto fosse 'l mio amore. E ancor la veggio tanto esser de le suoi rare bellezze superba e altera che non par si degni accettarmi per suo.
CALONIDE. Taci, figliuolo. Or non vo' dir piú in lá: ché, se sapessi gl'intrinsechi di lei, forse altrimenti ti parrebbe col ver; ché tutta notte m'abbraccia e bascia e spesso ancor, se 'l giorno non ci sei stato. In fine, ancora in sogno ti chiama e piange e meco si lamenta con dir che tu non l'ami; e ben talora c'è che fare appagarla.
LÚCIA. Oh che bugie!
Non è giá vero.
CALONIDE. Cosí fosse manco in tuo servigio come è da vantaggio di quel ch'io dico. Ma ben sai che poi non staria bene a lei essere ardita e parlar come me. Ma sia pur certo che d'affezion ti avanza.
FILOCRATE. Lúcia, è vero?
LÚCIA. Che cosa?
FILOCRATE. Quanto ha detto, qui, tua madre.
LÚCIA. Ha detto cose assai.
FILOCRATE. Non ti ricordi?
Che tu ami tanto me quant'amo io te.
Ma non lo credo.
LÚCIA. Tu non sei cristiano,
se tu credi sí poco. E perché questo
non creder, sí?
FILOCRATE. Perché vedrei gli effetti,
se cosí fosse. Or che rispondi a questo?
Non ti fare insegnar.
LÚCIA. Faccia mia scusa
la fanciullezza mia, ché inver non so
darti risposta.
CALONIDE. E che vuoi che risponda? che non ha mai parlato con alcuno quanto or con te. Ve', ve'! Dimmi, Filocrate. Chi è quel vecchio? che ogni dí lo veggio passar di qua.
FILOCRATE. Piú presto di', ci impazza: ché, secondo che ho inteso, è innamorato costí di Lúcia e la torria per moglie. Guardalo, un tratto. Oh! gli è 'l buon capitale! Felice quella donna che l'avrá! ché è tutto robba.
CALONIDE. Oibbò! ibbò! ibbò!
Che è quel ch'io sento? E quel vecchio pelato
e gottoso vuol tôr donna ancor egli?
Si li vuol dar. Te ne contenti, Lúcia?
Guarda che bella cera!
LÚCIA. Par lo sposo
de la madre de' vecchi.
CALONIDE. Io dico il padre
de' guattari che sono innamorati.
Non si può bussicar, tanto è pasciuto!
M'ha cosí cera che debbe esser nato
a la luna mancante.
FILOCRATE. Eh! Il poverino non fu mai savio. Oh! Senti che si spurga. Gli è caduto il cimurro: avria bisogno de la scuffia de l'asino. Ah! ca! ca! Bella cosa ch'è un pazzo!
CALONIDE. Orsú! Va' via, ché non pensasse mal: ché sai com'oggi si vive al mondo.
GIRIFALCO. Io son mezzo aggirato. Mi parve pur veder lá non so chi; ed or si fugge; e sento in qua romore. Qualche quistione è nata. Meglio è ch'io ritorni in dietro, che non ritrovassi quel che non vo cercando.