SCENA V

Pilastrino porta a Orgilla da cena abbondantissimamente e commette che ordini per la sera; e, volendo ella saper la cagion di ciò, si parte. Ed ella chiama Eparo lavoratore ivi a caso per farsi aiutare: il che dimostra l'avarizia di Girifalco che non teneva famigli.

PILASTRINO, ORGILLA, EPARO villano.

PILASTRINO. Orgilla! o Orgilla!

ORGILLA. E che vuoi, Pilastrin?

PILASTRINO. To' questa robba.
Non morrem giá di fame.

ORGILLA. Oh! Oh! Puon mente. Ve' quanta robba! Oimè! Mi faccio il segno. Che vòl dir questo? È forse dodici anni che sono in questa casa e sí ti giuro che non ne ho visto mai per la metá. Dimmi, di grazia.

PILASTRINO. Non è tempo, adesso.
Fa' d'aver cura a questo, che stasera
ogni cosa sia cotto.

ORGILLA. Oh! S'io gli cuoco,
ch'io caschi morta, se prima non dici
la cosa come sta.

PILASTRINO. Tu vuoi ch'io 'l dica?
In casa s'ha da fare un par di nozze.
Bastiti questo.

ORGILLA. Seheh! Dimmi il vero.

PILASTRINO. Attende qui.

ORGILLA. Di grazia, dimmi il tutto.

PILASTRINO. Nol saperai, se non m'attendi prima.
Incomincia qui. Sú!

ORGILLA. Mezzi i pollastri arrosti e mezzi lessi e questa carne a l'ordinario e mezzi anco i pipioni faremo arrosto e gli altri in un tegame, da far solo a l'odor levare i morti, come so fare.

PILASTRINO. Iddio ti benedica. Tu sei saccente piú de la metá ch'io non pensava. L'altre cose tutte rimetto in te.

ORGILLA. Che vuoi far lí da canto di quel fagian?

PILASTRINO. Lo voglio di mia mano governare istasera: e imparerai un modo onde potrai fare al messere mangiarsi, un tratto, in cambio di lasagne, i suoi stivali. Come torna, digli che aspetti in casa; ché avrò il negromante stasera meco.

ORGILLA. E tu vai, Pilastrino?
Che m'hai promesso?

PILASTRINO. Nulla.

ORGILLA. Ah sciagurato! Tornaci pure a cena. O vecchio matto, dove hai lasciato andare il tuo cervello? dove è 'l tuo senno? Ho visto cento pazzi da incatenar che non farian mai quello che fai or tu in vecchiezza. Ma Dio voglia che non sia qualche tratto di costoro di mala sorte. Eparo! o Eparo!

EPARO. Ben?

ORGILLA. Ben fostú mézzo, sciocco!

EPARO. Ben, madonna:
che ti manca?

ORGILLA. Non altro se non quello
che hai tu e non ho io.

EPARO. Non so che m'av'é che questi pagni frusti qui di nogona ed una capannuccia a ca' e l'asina di mia moiera. Egghi negotta ancora che sia per ti?

ORGILLA. Sí ben che c'è; quell'asina di tua mogliera.

EPARO. Mò non g'ho di quella a far negotta é, ché l'è del suoccio. Li faccio ben le spese e la somezo e la governo ancor; ma l'è di lui. Maidò, non g'ho da fare é.

ORGILLA. O cappachione, si vede pur che sei nato villano, c'hai piú dura la pelle de la testa e de la fronte che non han le bestie. Vo' farti scorto.

EPARO. E perché? Non ti intendo, se Dio m'aida.

ORGILLA. Perché spuntar fuora non ti posson le corna de la testa. E pur sei becco.

EPARO. Parla ch'io t'intenda; ché non son becchi ne' nossi paesi, se non quegghi che ammontan le bestiuole. I galli e le galline ancora l'hanno; ma non l'ho é.

ORGILLA. Ascolta, anima mia.
Che vuol dir che tu sei sí grossolano?
Vo' che tu venga a girarmi l'arrosto
di qua in cucina.

EPARO. E che tanto cianciare
e berlingar? Dimmi se vuoi covelle,
ché vo' spazzar la ca'.

ORGILLA. Possi morire,
se tu vedesti mai camicia a donna.
Bufalo, e 'n questo mondo a che sei buono?
Va', sta pur con le capre.

EPARO. Vagghi ti; ché non sei buona se non da sbelare e non sai che ti voglia.

ORGILLA. Guarda razza di matto scempio! Vorrei venir teco ad esser tua mogliera a casa tua. Te ne contenti?

EPARO. N'ho d'avanzo n'una é. Che credi, se ben siam grossi di pagni, che siam poi asen? ché non è bastante ad una donna sol tutto un comuno di nossi pari; e tu vuoi ch'in mia parte n'ava dò o tre! La non ti verrá fatta, Orgilla me.

ORGILLA. Orsú! Va' tra' de l'acqua; e porta sú tutt'oggi de le legna; tramuta quei pietron che sono a basso; e fa' netto il terrestre e la cantina com'uno specchio. Or vanne, bufalaccio! Si voglion gli animali adoperare solo a quel che son buoni.

EPARO. Ben, madonna.