SCENA IV

Filocrate, cognosciuto il suo errore, esce vestito di sacco predicando ed, in penitenza del suo fallo, dilibera andare a San Iacopo di Galizia; ed è da Pilastrino e Fileno beffato e straziato.

FILOCRATE vestito di sacco, PILASTRINO, FILENO.

FILOCRATE. Troppo tardi, lasso! sí grande errore ho cognosciuto. Noi, che siam nati a la gloria del cielo, lasciarsi al senso, che è de la ragione nimico, involgere in sí brutta vita! Divota gente, anime benedette, populo eletto, in fin che Dio ne lascia il tempo a farlo, tornate, vi priego, a penitenza. Riguardate tutte le cose inferiori; e troverete esser la corruzione e annullazione il fin di loro. Volgetevi poi a le parti de l'anima; e vedrete, con ragioni e per pruova, essere eterna fatta da Dio sol perché fosse erede del ben suo eterno.

PILASTRINO. Ecco! Ve' un nuovo pazzo!

FILENO. Da poi che 'l mondo fu, fu pien di matti, da que' duo primi matti. Or tutti quanti par che d'ogni paese piovin qui per influsso di cieli.

PILASTRINO. Quanta gente li corre dietro! Mi fa ricordare quando la Mannarona uscia di casa. Deh! che possiate diventar civette! Guarda che furia!

FILENO. Mi par di cognoscerlo: e non so dove mi possa aver visto questo birbon.

FILOCRATE. Miseri a voi! Che vale a tal felicitade esser chiamati, se, a forza poi de lo stimul migliore, fate insieme mortal l'anima e 'l corpo come le bestie?

FILENO. Certo, io lo cognosco; e non saprei dir come.

PILASTRINO. Potria stare. È un di questi che, con bullettini ed altre truffarie c'han sempre seco, cercan del mondo. Oh! Se non par Filocrate! Guardalo ben. Quel che toglieva Lúcia. Che ti par? non è desso? Io ho a morire, tanto ne godo!

FILENO. Non può anch'essere altri.
Oh pazzarone! E che è stato questo?
Accostiamci ancor noi.

FILOCRATE. Io non posso altro se non, andando per il mondo a sempre sopportar caldo, freddo, fame e sete e fatiche e passar tra gl'infideli predicando la fede e sol per zelo di caritá morir, pregar per voi il Signore ed ancor per ciascun altro che è fuor di strada.

PILASTRINO. E che! Non è gran cosa!
Questi non fu mai savio. Oh! co! ahuè!
Sta' fermo qui.

FILENO. Che porchitá è la tua?
Che aspetti? Tu lo guardi cosí forte,
o Pilastrin?

PILASTRINO. Lo voglio affigurare. Li vo' toccar la man, ché siam parenti. Filocrate crestoso, hai pur rubbato la spoglia d'un saccone? e t'hai con essa vestito? A questo estremo di prudenza t'han pur condotto i tuoi ruvidi amori? Guarda che cera! Non pare il legato de la peste e la fame?

FILOCRATE. Va', fratello, a la tua via: se pur non vuoi venire di compagnia a visitare il corpo del baron di Galizia.

PILASTRINO. Oh spennacchiato! Chi vuol venire a venderci cristei! Di', malandrino! E che non t'ha voluto aprir la porta, a quel che t'è incontrato cosí brutto accidente? Oh! Sta'! Sí, sí. Or mi ricordo: l'ha giá rotta seco. Non li vòlse rispondere. A la fede, che de' volere andare al prete Ianni, per intronato, in su quella galea che s'ha da armar di frati, artieri e pazzi. E debbe anco aver buona provigione, per portar la semente degli sciochi che a lor parrá gran cosa: ché la nostra nasce di qua, senza esser coltivata, ne le case, ne' muri e ne la rena, come fa la bacicchia. Toh poltrone! Ve' se non fa 'l piagnon, che sia scannato da le zenzale! Non so che mi tiene che non ti peli quella barba schifa e lorda.

FILOCRATE. Dio ti dia cognoscimento, pazienza a me; poi che m'ha fatto degno de la sua grazia.

PILASTRINO. Dio ti dia 'l mal anno e la pasqua peggior, ladroncellaccio! Son piú omo da ben che non sei tu. Che sí, se m'accaneggi, ciarlatano, la farem con le pugna!

FILENO. Ah! Discrizione!
È troppo, Pilastrin: lascialo stare.
Togliamcene, piú presto, un poco spasso.

FILOCRATE. «Apparecchiate la strada al Signore»,
diceva il gran Battista nel diserto,
per convertire ogni selvaggio core
e, con la penitenza, farne aperto
il buon sentier che giá l'antica gente
chiuso n'avea facendol duro ed erto.
Quale è donna di voi che non si pente
e non rompe nel cor durezza tanta
ch'altrui in vecchiezza poi suol far dolente?
Rompete il ghiaccio che d'intorno ammanta
i freddi petti; e di pietá s'accenda
l'alma, ch'Amor vi faccia lieta e santa.
Ma veggio che convien che altra via prenda;
ché 'l predicar fra duri sassi e tigre
non è possibil che mai frutto renda.
Alme gentil, non siate al ben far pigre.

PILASTRINO. Guarda se 'l cielo è giusto! Io so che questi, tra 'l non aver danari e tra l'amore, si trova fatto, e in cosí poco tempo, uomo da ben. Ghiottone, scelerato, c'hai qui gabbato il boia che a la forca t'aspettava col diavolo! Or vuoi andare per il mondo e gabbar Domeneddio e gli uomini?

FILENO. Troppo è; lascialo andare.
Che pensi guadagnar da un simil pazzo?
Torniamo in piazza.

PILASTRINO. Non ti potrei dire che voglia m'è venuto in cima a l'unghie di dare a sto poltron pien di peccati una man di punzoni! Ma non voglio, ora che sono acconcio, ruinarmi. Vedi Amoraccio! Parti che sia un putto o pure un gran signor? Parti che sappia, quando ci ha sotto i piedi, arragazzarci e farci gioco al vulgo? I premi, poi, son le crocce, la paglia e 'l boccalone. Ecco Artemona. Addio.

FILENO. Va' pure. Amore? Certo, non veggio in questa nostra vita pazzia piú chiara o vergogna e ruina piú evidente. E, per gli uomini savi, s'avria solo a fuggir la dolce entrata: ché, come ci siam dentro, è poi l'uscita assai piú stretta ed erta che non fu quella del laberinto. Ché di questo alcun non n'uscí mai per forza o ingegno di filo o di spaghetti.