SCENA V
Artemona, parlando con Pilastrino, mostra averli racconto l'offizio che ha fatto per Crisaulo e quello che ha pensato perché egli fra poco ottenga, come si vedrá. E, in questo, Pilastrino le narra tutti li accidenti del suo amore che sono circa il mangiare e il bere.
PILASTRINO, ARTEMONA.
PILASTRINO. Sai per sette.
Sempre ho sperato in te.
ARTEMONA. Omai la cosa
passa per suoi piè.
PILASTRINO. Saresti donna da governare Stati. Ma vorrei, quand'hai guarito tutti gli altri amori, che dessi ancor qualche rimedio al mio a cui fei don di me fin ne le fasce; ed è quel che mi strugge e fa beato solo a pensarvi.
ARTEMONA. Fa' ch'io sappia il tutto e lascia fare a me.
PILASTRINO. È un gran signore: ch'altro che di pensier la vita nostra nutrisce; ed a sua posta la dilegua, mal grado nostro.
ARTEMONA. Séguita, ch'io t'ho…
PILASTRINO. Non è 'l mio, come il loro, una fraschetta che non vede e non ode e porta l'ali per fuggirli di man, quando gli ha dato qualche percossa; né porta saette o dardi da impiagar; né a' suoi suggetti porge se no piacere; e dentro ai petti non mette fuochi o fiamme; anzi, egli stesso le vuol soffrir, per non le dare a noi. Cosí le morti, i martíri e i dolori, per dar vita a noi altri, egli sopporta: onde, s'io l'amo!
ARTEMONA. Non dir piú: t'ho inteso.
Il tuo amore è 'l boccale.
PILASTRINO. Tu l'hai detto: con la minestra e la carne e la torta e tutti gli animai, gli uccelli e pesci e ancor con tutte le manifatture de l'arte di cucina. Parti ch'abbia perduto il senno, come soglion gli altri innamorati?
ARTEMONA. Tu sei troppo savio.
Ne son teco, di questo. A dire il vero,
io truovo un gran piacere nel mangiare
e nel ber ben.
PILASTRINO. Perché tu hai cervello.
Uno ignorante non sappria parlarne.
Questo è l'amor divino che i dottori
dicon ch'è cosí santo.
ARTEMONA. Di', di grazia:
ché, se fosse cosí, vorrei provare
a fargli qualche voto.
PILASTRINO. Vorrei dirti
prima l'antica sua genealogia.
Ma saria cosa lunga.
ARTEMONA. E come è fatto?
di cera?
PILASTRINO. Non ne vidi mai ritratto: come intraviene ancor di molti idii che fanno il grande e non si mostran mai in forma alcuna. Ma, se noi vogliamo far giudizio di lui come si debbe, lo trovarem cosí dolce e soave e sí perfetto che giudicherai ch'in ciel sia la sua sedia sopra Giove, non che a quel loro, ch'è lá sú un ragazzo, uno schiavetto.
ARTEMONA. Non si può dir contra.
PILASTRINO. Se non fosse un noioso, un fottivento, non faria quel che fa. Se fosse grande nel ciel, com'essi dicon, non sarebbe ingiusto, instabil, fraudulente, iniquo, micidial. Ma fa un ritratto a punto da quel ch'egli è. Non troverai solo uno che si doglia del nostro e si lamenti ch'egli li strazi: come sempre loro, con tanti pianti.
ARTEMONA. Sí; ma quando, poi, siam ben pasciuti, in noi manca l'amore e 'l desiderio de la cosa amata. Ed in loro è il contrario.
PILASTRINO. E cosí in me: perché son com'un sacco senza fondo; ché, se 'l Ren fosse vino o ver minestra, io mi torrei a sorbirlo tutto a un fiato a la tedesca.
ARTEMONA. E come a la tedesca?
PILASTRINO. Non m'hai veduto mai bere a la botte, pisciando a un tempo? ché, in un sesto d'ora, ne bevrò tanto che a l'uscir lo vedi negro come a l'entrare. A queste sere, con un soldato che m'alloggia in casa vinsi, giuocando a questo, dieci corbe d'un buon trebbian.
ARTEMONA. Debbe essere un bel giuoco.
Ma 'l vino è troppo caro. Oh bella cosa!
Almen non s'ha passioni, in questo amore,
né pianti né sospiri.
PILASTRINO. Sento tutto
appunto come loro: benché mai
non abbia aúto voglia di morire,
com'ogni or dicon essi.
ARTEMONA. Di': in che modo?
PILASTRINO. Prima, non è mai stato al mondo alcuno verso l'amata sua sí forte acceso quanto son io: perché, se è il lor d'un mese, d'un anno o dieci, io giá son quaranta anni che lo portai del corpo di mia madre; perché nacqui con esso e i nostri antichi tutti, in millanta gradi, sono stati perduti in questo.
ARTEMONA. Questo omai si sa.
PILASTRINO. E benché, qualche volta, di goderla abbia qualche contento, provo spesso l'amare pene, gli affanni, i martíri, i travagli e l'angosce, che, non solo non prova innamorato, ma pur donna, s'è sopra a parto, non gli sente tali, quando ne sto, da poi ch'è giorno, un'ora senza entrare in cantina.
ARTEMONA. Io te lo credo.
PILASTRINO. Le contentezze, le beatitudini e le gioie e i piacer gusto ne l'anima, e nel corpo a un tempo, quand'io vado a mangiar con qualcuno ove si trovi la mia padrona.
ARTEMONA. Questi son buon punti. Mi pari un Salamon. Saresti buono a leggerne in iscranna.
PILASTRINO. E poi le fiamme ardenti, che loro han sempre nel cuore, sent'io spesso per tutto e, qualche volta, in modo ch'io ne sudo e bagno tutta la camiscia e le brache, quando posso pigliar, sotto le volte, al magazzino, la grazia di san Paulo con quel greco ch'io bevvi l'altra sera.
ARTEMONA. E, per ventura, debbi veder tutti quegli animali, aspiti, bisce, tarantole e serpi, come se fossi in banco.
PILASTRINO. Bene spesso. M'agghiaccio, poi, e m'affreddo e mi risolvo come la neve al foco e al vento nebbia, s'io sto, l'inverno, che non magni sempre e mi scaldi col vino.
ARTEMONA. Siam piú d'uno.
PILASTRINO. Io, finalmente, come fanno loro, esco di me, divento furioso, divento povero e cosí ridiculo. Ed in questo ho avantaggio: ch'essi cercano, con ogni studio, per la cosa amata (il che il piú de le volte gli intraviene), venir mendíci; io sono stato sempre e, s'io non era savio, sarei ancora per l'avenire. E in tutte queste cose sento dolcezza. E tanto piú, se sono in quelle fiamme, in quei caldi che pare che 'l mondo giri. E talor veggio i cieli aperti tutti, com'un frate santo, e gli angeli suonare. Io canto e ballo. E poi mi par ch'io cado giú a ruina in un rio fresco fresco che talvolta (ti dico il ver) mi fa di contentezza pisciarmi sotto.
ARTEMONA. Questo l'ho provato piú d'una volta anch'io; ma non vien da altro che bere il vin senz'acqua.
PILASTRINO. Non fa male a chi v'è usato. Non vo' dir de' sogni, ché ne potrei contar piú di trecento millia novanta dodici. E ben spesso mi sogno: e poi, svegliato, mi ritrovo sotto una scala o in cánova o in cucina o sotto un desco; e poi non mi ricordo se andai la sera al letto o se vi fui portato da qualcuno. E sí mi pare aver sognato le piú nuove cose del mondo! Cosí loro ancora abbracciano il loro amore in sogno e di poi, desti, non fan che lamentarsi. Dice l'uno: —Beato insogno!—e, di languir contento, d'abbracciar l'ombre e imbrattar le lenzuola d'un dolce pianto…
ARTEMONA. Ah! ca! A quanti intraviene!
PILASTRINO. Dunque non mento. L'altro chiama il cielo crudel che in quella tanta dolcitudine non l'ha fatto morire o ver concesso di non destarsi mai. Cosí facc'io, se mi truovo, in quel sogno, ben pasciuto. Allor vorrei che 'l mondo stesse sempre in quello stato. Ma poi, come indugio ogni poco, incomincio a sentir dentro gli asprissimi dolori de la fame: ond'io mi adiro e squarto e maledico; e, se pur sono in luogo che non possa farlo forte a mio modo, da me dico la messa piana, come ne l'incanto faceva Girifalco. Ma vo' dirti. Sento un sonno assalirmi che non posso tener piú gli occhi aperti.
ARTEMONA. Sí: t'ho inteso. Va' dormi; n'hai bisogno. Io 'l vidi al primo, ch'era cotto a l'usato.