SCENA VI

Crisaulo, avendo parlato con Calonide, le promette ultimamente di sposar la figliuola e si fa conceder da lei di dirle duo parole: le quali, come poi si vedrá, fûrno di sorte che egli ottenne per quelle, la sera medesima, quanto desiderava.

CRISAULO, CALONIDE.

CRISAULO. Io ti ringrazio de l'affezion. Ma vegnamo a la fine. Piú volte abbiam parlato; e cosí Artemona t'ha detto la mia mente. Or ti concludo, e dico espresso, se ne sei contenta, ch'io sono in ogni modo risoluto di tôrla per mia donna e di sposarla: ché altro non truovo, al fine, in questo mondo che contentarsi; e so che può di lei contentarsi ciascuno.

CALONIDE. Io t'avea dato, figliuol, tempo tre giorni, ché potessi pensarvi bene; perché queste cose so come vanno e questo grande amore non dura sempre. Ma, poi ch'in te veggio cosí gran desiderio, non mi pare di poterti mancar; ma ben cognosco quanto sconvenga a te tôrre una donna sí poverina.

CRISAULO. Queste son parole. Piú robba o manco, non ne faccio stima; ché le ricchezze e i ben de la fortuna, per se istessi, non dan nobiltá. Cerco una donna che sia ricca e nobile di costumi e virtú; di che son certo quant'ella è ben dotata. Ma vo' prima che mi conceda (pure in tua presenza) ch'or io le dica qui sol duo parole; perché voglio saper ben la sua mente prima ch'altro si faccia.

CALONIDE. È bene onesto.

CRISAULO. Potrai star tu da canto; ed io da lei vo' quest'ultimo sí: poi, fra duo giorni, farem le nozze.

CALONIDE. Ti vo' contentare.
Ma promettimi, prima, non dire altro
che cosa onesta.

CRISAULO. Hai in me sí poca fede?

CALONIDE. Orsú! Entra in casa.