SCENA VII
Timaro va a dimandar Pilastrino a casa sua per farlo venir da Crisaulo; e lo truova dormendo ed, a la fine, lo mena. E Crisaulo li ordina che debbi render la robba sua a Girifalco: il che egli, per non poter fare altro, dopo alcune contese, pur si dispuone a fare.
TIMARO, PILASTRINO, CRISAULO, FILENO.
TIMARO. Olá! Non c'è nessuno?
So ch'io gli sveglierò o che la porta
anderá in terra.
PILASTRINO. Chi è giú? Corri al fuoco,
impazzato! Son fatte le limosine.
Che cerchi tu?
TIMARO. Non gridar di lí, boia!
Deh! scendi a basso.
PILASTRINO. Tu vuoi pur la baia!
Che dimandi? ché vo' tornare al letto.
Che discrezione!
TIMARO. Vedi u' son condotto!
Cerco di Pilastrin.
PILASTRINO. Mi par che uccelli
la fava. Non mi batter piú la porta.
Debbi essere ubbriaco.
TIMARO. Apri qui, fiera!
Ti taglierò un'orecchia.
PILASTRINO. Questa volta, voglio che tenga di mula di medico cosí come sei bravo.
TIMARO. Quello è desso; è Pilastrin. Parti che ha scelto l'ora di andare al letto? Mi bisogna averlo con le buone. Odi, o Pilastrin: ti prego; fatti fuori.
PILASTRINO. Tu m'hai rotto la testa.
TIMARO. Ascoltami. Crisaulo…
PILASTRINO. Io non vi sono.
TIMARO. … ora t'aspetta a far colazion seco
e ti vorria parlar.
PILASTRINO. Sí, sí: è Timaro.
Non t'aveva pur anco cognosciuto.
Eccomi a te.
TIMARO. Credo che, questa volta,
ti parrá forse amara.
PILASTRINO. Andiam pur via.
TIMARO. Che cosa è di te tanto? Non possiamo giá piú vederti.
PILASTRINO. Queste ghiottoncelle m'han cavato 'l cervel de la memoria in modo ch'io non posso piú, senz'esse, vivere un'ora.
TIMARO. E che! Sei innamorato?
Di' il vero.
PILASTRINO. Se sapessi come m'hanno concio! Non posso piú mangiare o bere, quand'io dormo; o dormir né chiuder occhi, mentre ch'io beo, se prima non è vòto il fiasco. E sento spesso tante pene che mi stempero tutto; e, in quel, talora vado al luogo comune. E degli affanni non ti dico; perché ne porto addosso quanto un somaro, di quegli degli altri. Pensa de' miei!
TIMARO. Anche ti venga il grosso!
Non puoi giá uscir di quello.
PILASTRINO. Tu non credi,
che abbi una innamorata?
TIMARO. Sí, lo credo, ch'abbi una sfondorata, ché pur una n'è la tua Gnesa; ché, in tutte le parti che fanno una plus quam perfetta lorda, port'essa la corona e non li manca se non esser fregiata in sul mostaccio. Ma a te piace cosí.
PILASTRINO. Sí! L'ho piú a noia… Ma ti ricordo che 'l venirmi incontra con le man piene…
TIMARO. E che! Di palafreni?
PILASTRINO. Di tanto, forse, che non hai nessuna che porga tanto a te.
TIMARO. Gli è ragionevole
che i belli sempre si faccin pagare.
L'ordine è questo.
PILASTRINO. Ma per te si guasta; ché sei sí bello e non v'è forse alcuna che ti voglia pagar!
TIMARO. Bel non son io.
PILASTRINO. Almanco tu ti tieni. E forse in modo che, qualche volta, se tu fossi appunto come ti tieni, faresti vergogna a Narciso; e per te morria, ogni giorno, un migliaio di donne; e si farebbe forse, ai lor prieghi, che fossi dannato a vita nel torrone.
TIMARO. Cianciatore!
Di' pur, ch'è l'arte tua. Ecco Crisaulo
che torna anch'egli a casa.
PILASTRINO. Ci ha veduti.
Andiam da lui, ché aspetta.
CRISAULO. Ben venuto.
PILASTRINO. Ben ti venga, poi c'hai per me mandato perché merendi teco.
CRISAULO. Ascolta, prima, quello che t'ho da dir: poi, se vorrai, potrai mangiare.
PILASTRINO. Oh! Se bevessi prima, t'ascolterei pur troppo volentieri e con pazienza.
CRISAULO. Orsú! Non mel far dire duo volte o tre.
PILASTRINO. Di' presto quel che vuoi.
CRISAULO. Tu ti sei governato in un tal modo di quel tuo tradimento che potresti essern'ancor pentito; e giá, fin ora, saresti forse in man de la giustizia, se non fosse che t'hanno riguardato sol per mio amore. Or lascia andar le ciance e fa' che la sua robba torni a casa. Altrimenti ti dico che 'l maggiore nimico ch'abbi a aver voglio esser io. Ma non penso che manchi.
PILASTRINO. Hai detto assai: ma non t'intendo.
CRISAULO. Ti farò sturare gli orecchi, per mia fé. Dico che omai le tuoi ghiottonarie sono scoperte e che, se tu non rendi a Girifalco la robba sua, ti vo' far pigliar io e darti a l'auditore.
PILASTRINO. Oimè meschino! Questa è la colazion che mi volevi dare? Oh che nuova acerba! Ma fa' pure quel che ti par; ché tu predichi, appunto come facea quell'altro, nel diserto. Ché anzi voglio morir: ch'è meglio assai morir ricco che viver poi stentando in povertá. Non ne farem niente. Guarda la gamba, che mi lasci mettere nel giubbon del comune!
CRISAULO. Tienlo! piglia!
Pigliatel presto, ché 'l vo' fare or ora
appicar, cosí caldo, per la gola.
È cotto, e vuol fuggire! È dato giú.
Rimenatel pur qua.
FILENO. La lepre è giunta.
E che volevi far cosí a fuggire?
Sta' pur, ch'io t'ho.
CRISAULO. Va'; corri al capitano, Timaro, da mia parte; e fa' che mandi qui dieci sbirri, ché li voglio dare uno assassino.
PILASTRINO. Oimè! Misericordia!
CRISAULO. Usarla in te sarebbe cosa iniqua:
ché sei un ladrone e non vuoi ravederti.
Sarai pagato adesso.
PILASTRINO. Odi, Fileno?
Dice che tu mi lasci. Non hai inteso?
Lasciami, dico: sono ancor digiuno;
voglio ire a casa.
FILENO. Anca a digiun potresti
dar con le scarpe la benedizione.
Sta' pur qui fermo.
PILASTRINO. Ti prego, Crisaulo.
Deh! Non mi lasciar metter piú paura,
ché mi sento venir la febbre fredda.
Manda a dir che non venga il capitano.
Ne li vo' render parte.
CRISAULO. Tutti, tutti. Pensa se piacque a lui l'essergli tolti, quando è si grave a te, che gli hai rubbati, restituirgli!
PILASTRINO. Mi farai morire com'un uom disperato. Se fai questo, non camperò duo dí.
CRISAULO. Va'. Son contento. Porta qui tutto quello c'hai del suo. Ed io, perché non mora, ti prometto di lasciartene il terzo; gli altri voglio rendergliel'io.
PILASTRINO. Lo voglio fare, orsú! Ché pure, in vero, non potrei tenergli senza peccato; e forse ancora, un tratto, glieli rendeva io istesso.
CRISAULO. Mal per lui, se stava a questo!