SCENA V
Artemona, trovato Crisaulo, li narra quello che è seguito de la sua imbasciata e lo lascia mentre egli si lamenta d'Amore: in che poi forte crescendo, preso da uno accidente di cuore, si vien meno; e, per una orazione di Fileno suo servo fedele, ritorna.
ARTEMONA, CRISAULO, FILENO.
ARTEMONA. Io non pensava piú di trovarti.
CRISAULO. Eccomi qui. Che nuove?
ARTEMONA. Cattive e dolorose.
CRISAULO. Aimè! Son morto.
Contami il tutto.
ARTEMONA. Eh! Non cosí cattive che nochin con effetto, ché vedrai che te la vo' domar; ma, per adesso, si mostra aspretta.
CRISAULO. Sará tanto, al fine, ch'io ne morrò. Dimmi come è passata, di punto in punto.
ARTEMONA. Oggi vi sono stata: e la fante mi la ha fatto parlare, sotto quelle camicie; ed io da lunge mi mossi per ordir la buona tela. Ma costei se n'accorse nel principio: onde mi colse ben, ché è gran ventura ch'io ne sia ritornata senza offesa. Ma ancor, per questo, non aver pensieri; ché, anco che crepi, le vo' trar del capo la bizzarria.
CRISAULO. Ben l'avev'io pensato: ché la cognosco per la piú crudele, la piú ingrata e scortese che nascesse mai sotto il cielo. Ahi lasso sfortunato! Questo è 'l buon guidardon di tanta fede? Deh non foss'io mai nato!
ARTEMONA. Taci, dico.
Ascolta.
CRISAULO. Sí, s'io posso: ch'io mi sento mancar l'anima dentro. Ma che fia? Dopo tanta miseria, al fine, un giorno verrá pur lieto e, dopo tante morti, una che mi trarrá di questi affanni. Questo s'acquista.
ARTEMONA. E va'; riserba altrove tanta disperazion: ché, se sapessi il lor cervello come è dentro fatto, com'io so giá per mille, non potresti se non sperar. Ti giuro, sopra questa anima peccatrice, ch'io la tengo piú sicura che s'io l'avessi in casa. Ché, a dire il vero, non è cosa al mondo sí varia e ad ogni vento tanto mobile quanto è la mente lor. Nulla è si stabile in lor che non si muti poi col tempo e con ingegno ed arte.
CRISAULO. Io ben lo provo. Orsú! Vo' che mi dica che ti pare che abbiamo a fare; e cosí governarmi, se per me si potrá.
ARTEMONA. Non ho tempo ora, ché ti direi una mia fantasia sopra di questo; ma ci voglio meglio pensar. Lascia, ch'io vengo infra duo giorni con qualche aiuto. Fa' che, in questo mezzo, tu non ti pigli affanno.
CRISAULO. Iddio volesse che lo potessi far!
ARTEMONA. Fa' di sforzarti.
CRISAULO. Deh! Perché non poss'io tante parole formar col pianto o, co' sospiri ardenti, dar tanto di valore a questi venti che al cielo ancor de l'acerbe mie pene giunga pietade? Ché giá qui mi pare ch'ogni cosa mortal meco s'attristi, meco pianga e sospiri e mostri in vista di compassion sembiante; se non quella che sol desia vedere in mezzo agli anni quest'alma spenta. E giá condotta è a tale che poco manca che sí dura vita non abbandoni e si ritorni ignuda al suo Fattor.
FILENO. Caro padrone, affrena questi tuoi pianti. Tu vuoi pur far lieti i tuoi nimici e noi sempre tenere, miseri, in duolo. Se non vuoi aver cura a te medesmo, abbi almanco rispetto a noi; che piú t'amiamo e piú nel cuore abbiam le tuoi passion, gli affanni e pene che piú ci affliggon che le nostre istesse. Prendi questo leuto; e, per uscire di tanto duolo, fa' che suoni e canti qualche canzone allegra.
CRISAULO. Altro non posso cantar se non di quel che dentro il cuore mi muoverá.
FILENO. Sú! Non star piú; ch'io senta.
CRISAULO.
MADRIGALE
Non vedrá mai queste mie luci asciutte, in alcun tempo, il cielo né l'alma de le dolci fiamme spenta per fin ch'ella si spogli, lieta, del mortal velo, lasciando il corpo e l'amorose lutte. Alta luce, che accogli l'anima ch'è contenta in cosí dolce foco arder mai sempre, con meno amare tempre scorgi l'alma che è giunta all'ultim'ora; poi che, morendo, ancor t'ama ed onora.
FILENO. Ah! Tu sei pur di bello in su la grossa! Oh! Che canzone è quella, da cantare il dí de' morti!
CRISAULO. Ahi! Luce di mia vita, che al cor lasso di sí dolci pensieri fosti esca un tempo, altro or da me non vuoi che pianto e morte. È venuto omai l'ora. La ti do volentieri.
FILENO. Aimè, padrone!
CRISAULO. Io passo. Potrai dirle tu con vero ch'io son morto per lei.
FILENO. Timaro, corri; porta aceto rosato e malvagía e confessioni. Aimè! ch'io tremo tutto, ché 'l padron si vien meno. O sommo Iddio, chiunque puoi col sol benigno sguardo al mio caro signor porgere aita, deh! muovati pietá, se quella solo ne gli spirti celesti vive e alberga; né vogli di sí cruda e acerba morte di chi piú che sé t'ama e sopra a tutti li iddii t'onora esser cosí cagione. Ma, se pur questo fosse in suo destino e 'l ciel cosí dispuon che Amor questi occhi lassi chiuda piangendo, a te mi volgo (se feci mai perché benignamente merti d'essere udito) che nel cielo sei piú potente, Amore; e sol ti priego che pria mi facci de la morte dono (ch'io te la chieggio in grazia) che ciò segua: ché assai piú amara e piena di spavento questa mi fòra e quella men dogliosa, lasciando in vita lui.
CRISAULO. Che fai, Fileno? Mi pare aver sentito apparir, dentro ne le tenebre mie dell'intelletto, luce d'immortal guardo che gli oscuri e dogliosi pensieri in parte m'abbia riconfortato. E m'è venuto in mente, quando si truova un poverino ignudo, nel tempo de le nevi, essere, in luogo diserto, sí aggelato che giá l'alma si sia partita, pur restando alquanto nel cuore ancor del caldo naturale, che, venuto un allegro e ardente sole, li porta, insieme con un dolce caldo, la vita giá perduta.
FILENO. I caldi prieghi sono stati, signor, che ho qui, piangendo, porti a quel Sol che col suo divin raggio sempre ti può far vivo.
CRISAULO. Non fia mai in me dimenticato tanto amore. Anzi, per fin che sará questa vita meco, l'avrò con gli altri tuoi infiniti buoni uffici nel cuore.