SCENA V

Pilastrino si viene a rallegrare con Crisaulo e mostrali un sacchetto di scudi; e poi si parte da lui per andargli a sotterrare.

PILASTRINO, CRISAULO.

PILASTRINO. Addio. Rallegrati
meco, Crisaulo.

CRISAULO. Di cotesti panni
a la civile?

PILASTRINO. Appunto! C'è ancor meglio.
Voglio che noi ridiam, se mi prometti
di tacer sempre.

CRISAULO. Cosí ti prometto.

PILASTRINO. È fatto il becco a l'oca. Oh! co! co! co!
Son pure allegro.

CRISAULO. Tu puoi sí crepare,
ch'io non ti intendo.

PILASTRINO. Quello innamorato, quel nostro amico, mentre che aspettava che gli fosse portato la sua dea, la sera, a letto, per negromanzia, i diavol l'han portato. Ed io l'ho fatto, al forzier de' danari… Oh! co! co! co!…

CRISAULO. Oh! Dillo, un tratto.

PILASTRINO. … la barba di stoppa.
Fatti in qua. Che son questi? M'è ingrossato
la maestra e' testicoli.

CRISAULO. Ed è vero?
Come non è crepato di passione,
il poverino?

PILASTRINO. Se è morto, suo danno!
Io so ben che sta mal, se non ha tratto
le loffe al vento.

CRISAULO. L'ho pensato sempre, in questa intrinsichezza, che a la fine li mostreresti quel ch'è l'impacciarsi con Pilastrini. Io so che, questa volta, tu l'hai saputa far senza mollette. Ma, a dire il ver, la ladroncellaria è troppa grande.

PILASTRINO. Sí! L'hai bello e detto! Chi non gli avesse fatto un tale scherzo, non avria mai imparato in questo mondo come si vive, quell'uomo di legno. Ed or, chi sa? potrebbe ravedersi; ch'era cosí in amore omai perduto che facilmente, un tratto, da se stesso si sarebbe appiccato. Or io l'ho tratto di tutti questi affanni; perché penso che questo sará stato medicina a farli uscir l'amor da le calcagna. Cosí non sentirá l'amare pene che lo facevan talor dare al diavolo. E non saria gran cosa che morisse da buon cristiano, un giorno, a lo spedale; onde sarebbe stato co' danari sempre un giudeo. Poi, par che tu non sappi quel che dice 'l diverbio che «de rebus que male diviserunt non gaudebis tertius heredes».

CRISAULO. Va'; sta' pur discosto: meco non partirai.

PILASTRINO. Oh che dolcezza a maneggiar queste patacche gialle! Ne giova piú che del fuoco l'inverno e del fresco l'estate e d'un buon greco quando son riscaldato nel parlare. Oro, piú dolce che 'l zuccaro e 'l mele e piú assai che 'l mangiare a la taverna e poi dormire! perché, senza questi, quel paradiso è chiuso e ne intraviene com'a' viandanti, ne' tempi di peste, senza la fede. Io non vorrei qui, ora, il piú bel cul che mai mostrasse augello pelato ne lo spiedi o ver di donna vergine abbracciamenti. Questo è degno piú d'ogni cosa e tanto dolce e amabile che mi fa tutto qui struggere in oglio. Or non mi meraviglio se quel vecchio tanto è vivuto piú che non deveva senza mangiare o ber; perché mi penso che si pascesse d'esta dolcitudine, come farebbe ognun.

CRISAULO. Guarda che in te non facciano il contrario; che, anzi 'l tempo, non ti faccin morir con un capestro: ché sai ben che a la fin…

PILASTRINO. Tu hai poco ingegno. Deh! Non mi ricordare i morti, a tavola. Or credo ben che quel Giupiter, Giove, quando s'innamorò, si rivolgesse in questa forma. Guarda gran fatica ch'ebbe, a far ch'una donna l'abbracciasse! ché, se fosse la Morte inorpellata con questo, gli anderia dietro ciascuno né sarebbe secura nel suo regno. Ch'altro è vedere una gran verga d'oro che 'l viso d'una donna! E questo il pruova: che veggiamo adornarne un lucernaio e parere una sposa.

CRISAULO. Altro non s'ama, oggi, altro non s'onora; e saria degno di tanto onor, se non avesse seco sempre tanto di amaro e tante pene e tante passioni.

PILASTRINO. Io voglio ire ora a sotterrargli, che non veggian mai piú l'aria: perché gli è d'una natura che a chi non l'ama sbudellatamente s'ingegna di fuggire, e in questo ha l'ale; al ritornar, di poi, ne vien gottoso, vecchio e sí lento che, 'l piú de le volte, siam morti prima che di nuovo a noi sia ritornato.

CRISAULO. Non è giá possibile che 'nsieme con amor non venga a pari la gelosia. Chi l'avria mai creduto che, a questo modo, in fine a Pilastrino, sol per aver danar, divenga avaro? Oh! Va' pur lá.