SCENA PRIMA.

L'interno di un casolare, nudo, da pescatori.

HUBBO.

(Entrando).

Ecco il frutto della mattinata:

due scombri-cavalli, carne dura

per i tuoi denti di neve, ma di meglio non c'è.

Poi tre uova di gabbiano.

ISOTTA.

Siamo poveri poveri.

E noi che ti possiamo dare?

HUBBO.

Niente!... È mio dovere.

Puoi usarmi come arnese di cucina

come cane, come coltello,

ma solo non mi buttare via, signora.

ISOTTA.

Triste un buffone, in tanta nudità!

Ma egli è malato, io donna: ci puoi servire.

HUBBO.

Grazie.

(Tra sè).

Idolo bianco,

ti ha difesa perchè sei bella e sua,

Hubbo, lo scorpione. E non t'abbandona.

Ma pazzo, anzi meschino, lotta,

con quel pazzo vero e nero, che ti fiuti,

sì, ma non ti morda.

E Hubbo vincerà.

Qui c'è il suo veleno

che una goccia sola potrà fare giustizia.

(Rimescola un barattolo e lo ripone).

ISOTTA.

(Fra sè).

Quanta luce in questo casolare

e non ci libera dall'ombra.

(Hubbo exit).

La trasparenza delle cose, ahimè, avvilisce le nostre anime opache!

TRISTANO.

(Entrando cauto).

Non c'è nessuno? Tu? Ssst! Un segreto...

Non lo dire poi. Vieni qui.

In punta di piedi. Piano. E... grazie!

Io credo di non essere più io.

Siamo tanto soli qui... taci,

non ti muovere, non respirare,

penso che lei non sappia il luogo,

questo luogo. Sfuggiti le siamo!

E starà frugando ancòra, nei palazzi,

chissà dove... Gliel'abbiamo fatta!

Qui, dove si potrebbe nascondere, l'ombra?

Non c'è ombra. Tutto sole. Intendi?

E credo che ti posso baciare finalmente

senza che lei...

ISOTTA.

Non far peccato contro il tuo Dio.

TRISTANO.

Dio? Quale? L'abbiamo perduto.

Siamo in esilio, in libertà.

Il mare solo colle sue bianche braccia

e il suo fragore copre le nostre parole.

Grazie, mare, anche a te.

ISOTTA.

Ed hai paura, se parli piano.

TRISTANO.

Sono stato in agonia... Non oso

sventolare la salute, ma la fascio,

la carezzo... Per essere diverso

e non più riconoscibile, ho seppellito

là, nella sabbia, la maschera, stanotte.

Neanche la luna mi ha veduto.

Ora sono bianco, un altro sono!

Mi siedo e chiamo: Psst, psst, i miei pensieri

che mi vengono a dormire stanchi nel cuore,

dopo tante corse, e me li sento, un po' sudati,

amici, respirare...

ISOTTA.

I tuoi pensieri,

rondini, un attimo ferme,

son pronte a ripigliar volo e garrito.

TRISTANO.

No, mentre dormono, tu li ucciderai.

Ti spaventa? Cattivi pensieri,

mi hanno fatto soffrire tanto!

ISOTTA.

Se io sapessi, come si può fare!

TRISTANO.

Guarda. Sì. Sì. Così. Buona...

Poi ti siederai qui, e filerai.

Come una moglie di pescatori!

Eh, non siamo più niente...

Dobbiamo guadagnarci la vita.

Ecco: filare. E io farò il falegname.

Un onorevole mestiere. Anche il padre di Gesù

non se ne vergognava, ed il figlio era re.

Noi avemmo il padre re.

E qui legheremo un cane

che abbaierà alla sua ombra...

No; niente ombra, niente cane. Silenzio!

Un gatto grigio. Ed il buffone

ci farà da sguattero, e Giuseppe

lo chiameremo. Sì, sì,

una vita come gli altri, nascosta,

ogni giorno monotona, eguale

e lei forse non ci troverà più,

e noi moriremo, colla barba bianca,

tu con cento rughe... Isotta...

Ma perchè ti chiami... Isotta?

Cambia nome: vuoi che seppelliamo

anche il tuo nome, sotto la sabbia?

ISOTTA.

È l'unico dono che m'è rimasto

di mio padre, il nome.

TRISTANO.

Beato, in pace con sè stesso!

ISOTTA.

Non mi ha giovato il voto...

TRISTANO.

E perchè non te ne sciogli?

Se tu m'aiuti...

Posso io?

ISOTTA.

Ma devi me cercare dentro le mie braccia,

non l'assente: solo me,

e mi conoscerai allora, se pallida,

marmo no, malata di languore,

come notte di maggio e di luna,

e s'aprirà la mia chiusa forza,

come un altro mare...

TRISTANO.

Chi sei? Guardo la tua bocca

dir queste parole, e guardo

la tua gola vivere, e queste mani...

Le mani... Erano tue?

ISOTTA.

Le riconosci vive, qui?

TRISTANO.

Le tue! Dunque sei tu? Tu!

Ecco: ti accarezzo... E ti abbraccio...

Nessun velo fra te e me...

Nessun'ombra! Posso... Sì.

Posso dire forte, Isotta!

Più forte, Isotta... Più forte, Isotta!

Libero sono... Salvo per queste mani

mie, che erano te,

che sono te, Isotta cara...

(Entra Hubbo con in mano la maschera di Tristano).

ISOTTA.

Che c'è?

HUBBO.

Questo, c'è...

TRISTANO.

(Cupo tra sè).

L'ombra?...

HUBBO.

Il mare ha scavato la sabbia

ed è venuta su questa pezzuola

del signor Tristano...

TRISTANO.

(Delirando).

L'ombra!

M'ha ritrovato! Ecco: sorridevo!

Ho parlato forte... troppo forte...

M'ha udito... M'ha ripreso, è qui...

ISOTTA.

No... Non è che la tua maschera...

TRISTANO.

Ma lei me la rimanda!

Oh, conosco i suoi segni...

i suoi gesti senza parole...

le sue pause d'agonia... e d'ironia!

Mi dice: ricopri quel viso ch'è mio.

Tuo? Perchè? Ti rispondo: no!

E guarda... le calpesto la maschera...

le sputo su... le ballo su... ballo...

HUBBO.

Signor mio...

TRISTANO.

Ballo... ballo...

HUBBO.

Dentro un barcone ora approdato

c'è un prete, barba così,

che racconta d'Isotta...

TRISTANO.

Di chi?

HUBBO.

Racconta che Isotta regina,

la moglie di re Marco,

è stata da re Marco ferita

per furore, ed essa langue ora,

e par che dica: Muoio... Tristano...

TRISTANO.

Maledetto! Tu muori... tu!

No. Hai ragione... Per questo

la maschera m'ha spedito... La bacio.

Sa di sale! Sì. È come

un'anima avvilita e lagrimosa.

Ma lei ferita hai detto? E muore?

Per furore... per gelosia!

Isotta, hai capito? Ebbene

voglio essere ferito anch'io.

ISOTTA.

Non divagare... Ritorna

alla tua vita nuova...

TRISTANO.

Al gatto?... Al falegname?

Come lei, sempre come lei,

per morire come lei, almeno questo!

Provoco e chiedo ciò alla tua gelosia.

Hai detto d'aver cuore e sangue...

Su, su. Ferisci! Dove vuoi...

Nel mio cuore... nel mio sangue...

Voglio, intendi? voglio essere ferito.

(Hubbo spalma dell'unguento del barattolo un coltello e lo pone sul tavolo).

ISOTTA.

Non essere crudele con te e con me!

TRISTANO.

Un coltello!

(Brandisce il coltello ch'è sul tavolo).

O mi ferisci,

o mi scanno. Isotta mia, ti sento,

e ti obbedisco! So quello che vuoi...

ISOTTA.

Chi può sapere? Interroga quel frate...

TRISTANO.

Sangue! Il mio bel sangue nero!

Ecco: non colpisci? Io, allora io...

ISOTTA.

No...

TRISTANO.

Taglia... taglia... un po' di carne

lacerata mi salverà dall'ascoltare

l'anima mia... e i ricordi... su... taglia!

ISOTTA.

(Pungendogli il collo).

Ecco: una goccia di sangue...

TRISTANO.

(Subitamente calmo).

Una gemma. Fermi! Devo morire.

Sono sulla soglia del palazzo eterno...

Sì, povera vita mia, ti lascio... Una gemma:

di questo rubino fatti l'anello di nozze

che non t'ho dato ancòra... Pace.

Non urlo più. Non tremo più.

Vedo la morte che mi viene incontro.

Quanto tempo?

(Una pausa).

Sì? Grazie,

anche a te, morte. Posso vederla, ancòra!

Hubbo, sali sul barcone ch'è approdato,

riprendi il mare, vola, e va dalla regina ferita,

laggiù, di' che Tristano muore,

e che insieme, insieme si ha da morire,

e portala qui. Se torni con lei,

alza vele bianche, senza, vele nere.

Aspetterò, tenendomi la vita colle mani.

Va!

ISOTTA.

Va!

(Hubbo exit).

TRISTANO.

Ed ora comincio ad aspettare.

Guardo. Un po' d'acqua... Ho sete...

Grazie... E lasciami solo... Va via: solo:...

Voglio pregare, se ripesco qualche parola

nella mia memoria...

ISOTTA.

Ti posso insegnare...

TRISTANO.

Tu?

ISOTTA.

Io prego sempre. Ripeti:

O voi che proteggete chi patisce...

TRISTANO.

O voi che proteggete chi patisce...

ISOTTA.

Fate che Isotta mi venga ridata...

TRISTANO.

Fate che Isotta...