SCENA QUARTA.
Una prigione. Attraverso l'inferriata qualche stella.
TRISTANO.
Sono giunto al porto, qui?
Ho tanto navigato per questo?
No: ancora non è la morte vera.
Buio, sì, ma qualche stella vive, lassù:
nero, nero voglio: lutto sovrano.
(Togliendosi la maschera).
Mio viso ti sbendo: l'infinito sole
è presente, e l'infinito è lei: mia signora
che spia: la sento qui, là:
Isotta, mi maledici? No, non devi,
nessun bacio ha cancellato i tuoi baci:
tra qualunque creatura di carne e me,
sempre tu, ombra, ho veduto e vedo,
ed a questo carcere tu mi condanni!
Perchè dovrei, spietata, maledirti,
ma folle di sentirmi così tuo,
ti dono invece questo viso nudo
come un cadavere risorto, e godo
delle tue ineffabili carezze e spasmo
verso questa tua divina oscurità.
(Entrano dall'inferriata le voci dei briganti).
La voce di Oninoni.
Oh, capitano, è vero che sei lì dentro?
La voce di Eliner.
Non risponde!
La voce di Oninoni.
Siamo venuti via: che si poteva fare più. San Giuda benedetto?
La voce di Cariado.
Anche i re muoiono, e re Languis è morto...
La voce di Oninoni.
Il popolo allora ti ha fabbricato qualcosa come una repubblica...
La voce di Eliner.
E siamo venuti qui, da te.
La voce di Oninoni.
Ci vuoi non ci vuoi?
La voce di Cariado.
Si torna a fare il brigantaggio.
(La faccia di Oninoni appare all'inferriata).
ONINONI.
Silenzio!... Oh, olà! Sacripante, è morto anche lui!
(Oninoni sparisce, le voci si perdono).
La voce di Eliner.
Era un po' strambo, poveretto!
La voce di Oninoni.
Ma tutto cuore!
La voce di Cariado.
Amen!
TRISTANO.
Resterò dunque solo? Ma se il mondo
mi crollasse intorno ed io sopravvivessi,
unico, non mi lasceresti ancòra, Isotta,
ma dentro me sempre rimani,
a divorarmi come fai!
(Una pausa).
C'è un grillo, nella notte.
Per tre volte un usignolo era venuto
a farmi tacere, poi silenzio.
Ora i grilli. Domani i vermi,
Tristano, ti sei chiuso, ma cammini,
cammini verso di lei
e l'ombra ti segue, fedele.
(Due mani bianchissime appaiono tra i ferri della finestrella; e Tristano le vede).
Chi m'offre questi grandi fiori bianchi,
virginali? Oh fiori di gelo e di giglio!
Mani! O mani senza persona,
mani recise. Di chi siete?
Mie, mie, e del sogno! No, sue.
Mani, mani che hanno più forza
che non la fede, che non la fame!
Mani esangui e capaci di tanto delitto
su me, che m'abbandono!
O mani di regina, sì,
ma dei burattini!
Io mi muovo secondo che voi mi guidate,
e io sono il vostro pagliaccio,
e mi fate saltare, danzare, giacere,
e vi faccio la mia reverenza!
E cerco i fili colle dita: e non ci sono...
Perchè siete due ragni mostruosi,
che avete tessuto la mia perdizione!
Ragni: ed io credo... No, vedo...
Isotta, sei tu morta? E vieni a darmi l'addio?
Devo morire anch'io? Mi chiami? Mi vuoi?
Prendimi. Oh sì, donami questa grazia.
Ah, immobili siete, quasi spente,
ma io sento che voi sentite.
E se vi pungessi, nascerebbe il sangue.
Coi denti, coi denti!... Ah, delizia...
Baci... baci... Che volete? L'anima?
Ahi mute e tenaci come due pensieri, lì,
come due chiodi. No!
Andate via! Via! Sparite!
Siete nebbia, lo so. Siete sogno, lo so.
Debbo destarmi; voglio destarmi, su,
sono in piedi. Vivo. Vedo.
E sono lì, bianche come due peccati bianchi!
Isotta, sei tu... Che mi asciugavi le lacrime,
buona ti conosco. No, tragica,
feroce. Rivuoi l'anello? Ah, sì! Ecco!
L'anello! Perduto! Annegato!
Come una persona viva... Perdona,
perdona. Guarda, congiungo le mie mani,
e tu perdona! Ah, maledetta!
Basta: le prendo, le spezzo... le adoro!
Dietro queste mani, nella notte, vive
Isotta, la mia divina, e queste, sì,
mi portano le più silenziose carezze
nate dalla sua pena...
O dita fredde qui sulla mia faccia
rovente... Adoro le immagini sacre,
l'incubo mio,
le due lampade bianche per la mia tomba,
le due anime vive e disgiunte e gemelle
come le nostre due, Isotta, Isotta!...
Tu sei qui... È vero? Ah meraviglia,
tu sei vera, tu sei viva, tu sei mia!
Isotta, lasciami morire, e chiudimi gli occhi
tu, divinamente muta, così...
Fine del secondo atto.