SCENA TERZA.
Un viottolo di campagna. Alberi. Nel fondo una torre, con una finestra chiusa da inferriate, all'altezza di un uomo. Ai piedi della torre uno stagno ed erbacce.
(Eliner, Oninoni e Cariado stanno giocando a carte, seduti su di un sasso, e vociano).
ELINER.
Come rispondi a questa mazzata?
ONINONI.
Ecco, la paro. E ti frantumo. A te!
ELINER.
Un basilisco. E sei morto e putrefatto.
CARIADO.
Ragazzi, fermi. Un omiciattolo vien dalla città. Porta un sacco: forse c'è dentro pane per i nostri denti.
ONINONI.
Ma il capitano non vuole, senza suo comando.
CARIADO.
Poi gli diremo tutto: questo è un colpo che s'è buono, non ritorna.
ONINONI.
Be', vediamo.
(S'appiattano. Entra il vecchio avaro Gerusalisto; si ferma).
GERUSALISTO.
Tremila seicento a casa... E settecento, fanno quattro mila trecento...
ELINER.
. . . . giorni che passerai in purgatorio, a cominciare da domani, per ivi scontare i tuoi peccati!
GERUSALISTO
Ahi... me misero! Ah, chi siete? No. Aiuto, aiuto!
ONINONI.
Silenzio. La vedi quell'acqua verde? Se non ti taci, dentro a dormire!
GERUSALISTO.
Ma... per carità!
CARIADO.
Quel sacco a noi.
GERUSALISTO.
No... Non fatemi questo delitto... È tutta la mia vita... Ho tredici figliuoli...
ONINONI.
Donde vieni?
CARIADO.
(Che ha aperto il sacco).
Eh... oh... ah...
ELINER.
Oro!
GERUSALISTO.
Sì... ma... oro non mio... dei miei quindici figliuoli...
ONINONI.
Come ti chiami?
GERUSALISTO.
Sono il povero Gerusalisto... ho a casa venti figliuoli...
ONINONI.
Per la coda di Sant'Anna, hai cambiato faccia!
GERUSALISTO.
Mi son lasciato crescere la barba.
ONINONI.
Dieci anni fa eri usuraio, mi ricordo.
GERUSALISTO.
No... così... aiutavo gli amici con qualche soldarello, per grazia di Dio.
ONINONI.
E facevi la spia...
GERUSALISTO.
Oh... calunnie... calunnie...
ONINONI.
E vendevi di nascosto veleni che non lasciavano traccia.
GERUSALISTO.
Calunnie, calunnie.
ELINER.
E quest'oro, chi te l'ha dato?
GERUSALISTO.
La giustizia, brav'uomo. Ieri è finita una lite che il giudice ha concluso a mio favore. Oh, c'era un coniglietto senza denti, un tal Crisauro che pretendeva di non darmi quest'oro... Ma c'erano carte scritte. E si è fatta giustizia. È frutto di giustizia, brava gente. Volete che vi doni un ducato per l'anima dei poveri defunti?
CARIADO.
Tu ci lasci il sacco.
GERUSALISTO.
Ah no... Le leggi lo vieteranno... Il cielo! I miei venticinque figli!
ONINONI.
Troppi. Mettetelo nel fosso!
GERUSALISTO.
No. No. Per Giacobbe e Geremia!
ONINONI.
E allora vattene a piangere altrove i tuoi ducati.
GERUSALISTO.
Ma reclamerò alla nazione, alla giustizia...
CARIADO.
Nel fosso!
GERUSALISTO.
No. Non reclamerò... ma...
ELINER.
Via.
GERUSALISTO.
Vado... vado... Oh disgraziato me... oh infelice me... o tapino me...
(Exit).
CARIADO.
Un sacco d'oro... Un sacco...
ELINER.
E il capitano che dirà?
ONINONI.
Che siamo furfanti, per la croce di Dio. Ma quel vecchio è più furfante di noi. Quindi non ho rimorsi.
(Entra Crisauro, giovane triste).
ELINER.
Oh... siamo spiati!
ONINONI.
Dove vai, compagno?
CRISAURO.
Per il mondo!
ONINONI.
E, così solo, non hai paura dei briganti?
CRISAURO.
Non saranno mai peggio di quelli di città, che han nome di giudici, e di gente onesta.
ELINER.
Che t'hanno rubato, passerotto?
CRISAURO.
Il mio. Quattr'anni fa avevo fatto un debituccio con un vecchio avaro. Oh, pochi ducati per mio padre ch'era povero e malato, e poi è morto. Non ho potuto pagare il debito, ma l'ho rinnovato, moltiplicato, ingigantito. Tre mesi fa, l'usuraio viene ed esige la somma che non avevo. S'infuria, mi minaccia. Alfine vuole ch'io gli firmi una carta, l'aveva pronta, per cui gli cedevo l'eredità d'uno zio, se mi fosse toccata. Muore lo zio, sono l'erede di settecento ducati, che la giustizia mi condanna a pagare a quel Gerusalisto per un debito di tre ducati. Ora andrò per l'elemosina, finchè non trovo lavoro.
ONINONI.
Ti chiami Crisauro, tu?
CRISAURO.
Sì, Crisauro.
ONINONI.
Ah!!
CARIADO.
Eh?
ELINER.
Ma!
ONINONI.
Compagni... avete inteso?
CARIADO.
Abbiamo inteso.
ELINER.
Sono dei porci, in città.
ONINONI.
E che si fa?
CARIADO.
Aspettiamo il capitano.
ONINONI.
Io, credo che il capitano farebbe così, e faccio così, corpo del diavolo! Passerotto, vien qua: eccoti i tuoi seicento ducati.
CRISAURO.
Come?
ONINONI.
Ssst! Noi siamo un'altra giustizia vagabonda e senza parole nè avvocati. Piglia e va. Solo non dire d'aver avuto quest'oro da noi, nè da nessuno. Quell'altra giustizia potrebbe venire e ripigliarsi il tuo.
CRISAURO.
Oh... ma... voi siete gente di Dio.
ONINONI.
Siamo...
CARIADO.
. . . . . disgraziati. Ecco, cosa siamo!
CRISAURO.
(Offrendo dell'oro).
Per voi, non volete?
CARIADO.
Eh...
CRISAURO.
Prendete!
ONINONI.
No... Così, basta... Tre ducati: il tuo debito vero. Per mangiare oggi, domani, e forse anche doman l'altro. Grazie, coniglietto. Buona fortuna.
(Crisauro exit).
CARIADO.
Però... sempre così. Siamo dei poveri briganti!
ONINONI.
Ricchissimi, ed abbiamo fatto quel che doveva fare il re, sangue di Giuda!
CARIADO.
Dunque siamo come il re, amen!
(Entra Tristano mascherato).
TRISTANO.
Ho lasciato di là quattro salici ed il vento,
abbiamo lungamente sussurrato insieme
e lacrimato.
ONINONI.
Male: Hubbo, lo stregone, m'ha detto che il pianto è l'essenza della vita, e noi la sciupiamo troppo. Ma chi non piange, non muore, ha detto.
TRISTANO.
Chi non piange, non vive.
Ma voi che facevate, intanto?
ELINER.
T'aspettavamo, pescando la fortuna a caso.
ONINONI.
Di qua, prendere, di là dare. C'è rimasto tal piccolo rimedio, per la fame.
TRISTANO.
Avete rubato con onestà?
ONINONI.
Per l'anima di San Bartolomeo, con piena onestà!
TRISTANO.
Vi credo: non voglio sapere.
ELINER.
Che uomo, eh! Di noi, si fida!
CARIADO.
Ma ora si vorrebbe, in premio di virtù...
ONINONI.
Una storiella: Lo sai, compagno: viviamo delle tue favole, da quando ci hai vietato il solo mestiere che sapessimo: briganteggiare!
TRISTANO.
Ed io ve la dico, una storiella d'amore e di peccato. Sedete, brava gente, ed ascoltate.
C'era una volta un re
che volea prender moglie
ed un nipote manda
a scegliere la sposa.
Biondi i capelli e fini come quelli
che volando una rondine al castello
avea recato un dì.
Ei la voleva così.
La trova e la conduce
il cavaliere al re.
Ma navigando insieme
la sposa ed il nipote,
un filtro gli vien dato di magìa
e dissennati non san più che sia
dovere e fede e Dio;
bevuto hanno l'oblìo.
Si bevono la bocca,
veleno e voluttà,
e il mare non li annega,
oh, mar senza pietà!
Il re sospetta, spia l'anime mute
di quelle due creature perdute.
Alfine triste il sire
piange del suo soffrire.
Ed il nipote allora
quel pianto non sopporta
ma dice, e sa volere,
che andar bisogna in bando.
Ma prima veder vuole il suo peccato
e mormorare l'ultimo commiato.
Amore, io parto. Taci.
Ci resteranno i baci
che il vento piglia e porta.
La vita ci divise:
la morte ci unirà.
Guardate gli occhi e il pianto,
Anima bella, così è di noi,
nè voi senza di me,
nè io senza di voi.
E fugge e piange e va
e sempre piangerà.
Amici, questo è tutto quel che so.
ONINONI.
Nè voi senza di me
nè io senza di voi...
ELINER.
Ma questa è la regina Isotta e il cavalier Tristano...
TRISTANO.
Ssst: quel nome è maledetto.
La voce d'Isotta.
(Cantando).
Nè voi senza di me
nè io senza di voi!
TRISTANO.
Dentro quella torre, chi c'è?
ONINONI.
Tristezze, tristezze, capitano. C'è... la figlia del re, col suo padre. C'è stata la rivoluzione nel palazzo. E l'usurpatore li ha chiusi là dentro, ad aspettar la morte. Questa, capitano, è la giustizia degli uomini.
TRISTANO.
Allora, la principessa Isotta...
ELINER.
Canta, come me, per malinconia. Oh, non ha perduto il suo Tristano, come l'altra, ma, peggio, ha perduto quella libertà che almeno, noi, l'abbiamo e la godiamo.
ONINONI.
Capitano, hai sentito? Pareva che ti rispondesse.
TRISTANO.
Su quanti uomini sicuri
potete voi contare, nel paese?
ONINONI.
Eh, bisogna far la lista e far la somma.
(Oninoni, Eliner e Cariado rimangono a ragionar contando, mentre Tristano si avvicina alla torre).
La voce d'Isotta.
La vita ci divise
La morte ci unirà.
(Quando Tristano è vicino alla torre, Hubbo salta fuori dalle erbacce, minacciosamente).
HUBBO.
Non si passa, non si passa per di qua.
Hubbo veglia giorno e notte.
TRISTANO.
So che nessuno passerà...
HUBBO.
Neanche tu.
TRISTANO.
O piccolo guardiano d'un tesoro,
hai sentito, tremavo
raccontando una mia canzone
e da questa torre m'è venuta
la risposta d'un tremito gemello
d'un dolore simile al mio.
Lascia ch'io lo veda.
HUBBO.
E non vedrai.
TRISTANO.
Ma è un dolore che ha nome Isotta!
HUBBO.
Non è la Isotta tua,
non è la bionda, la spergiura,
è la mia, è la mia!
TRISTANO.
Maledetto... non bestemmiare!
HUBBO.
Sì... cavaliere senza fede... Hubbo dirà...
TRISTANO.
(Soffocando quasi, mentre i briganti ascoltano, incuriositi).
Niente. Non è degna la tua bocca.
HUBBO.
(Balbettando).
No. Va via.
Hubbo ha paura, ha paura di te.
TRISTANO.
Sì. Porto sventura.
Ma tu, là dentro, rinchiusa,
anima che non conosco,
ma che nome hai d'Isotta,
non mi temere.
Ma credi che il tuo soffrire
sarà redento da un altro soffrire,
poichè nella notte del mondo
i vagabondi si dicono una parola sola
quando al lume della luna
s'incontrano spauriti.
E quella parola è il nome.
Il tuo, donna, fa ch'io ti consacri
questa nuda mia disperazione.
E per il mio viso ch'è già sepolto
ti giuro...
La voce d'Isotta.
(Cantando).
E fugge e piange e va
e sempre piangerà.
TRISTANO.
Sì... Piango e vivo
e m'inginocchio ai miei ricordi...
Ah Isotta... mia vera Isotta!
(Rialzandosi, risoluto, ai briganti).
Dunque, siete?
ONINONI.
Più di mille, capitano!
TRISTANO.
Comando il convegno di tutti.
Ragazzi, e volete anche il mio nome?
Tristano.
ONINONI.
Il cavaliere?
TRISTANO.
No. L'ombra.
ELINER.
Ti bacio le mani.
ONINONI.
Sei davvero un principe nel sangue e nel cuore, per San Luca e San Matteo. E noi ti siamo fedeli. E lo saremo, oggi, domani, e fin che stiamo in piedi.
CARIADO.
Amen.
Fine del primo atto.