SCENA SECONDA.

Una sala nel palazzo di re Languis. Entrano Isotta, e il duca Erasmo.

ERASMO.

Il re si va spegnendo, alfine stanco

d'errare per le vie della pazzia;

Non vive più, vaneggia e si allontana.

Se cieco, egli non vede il precipizio,

tu lo devi salvare, con il regno.

Ecco: t'offro domani la corona

ed essere regina dove sei

ancora figlia taciturna, ed oggi

t'offro la mano mia, ed il mio petto.

Dentro questa saldezza la tua bianca

fragilità ripari come in torre

sicura. Non tacere, chè mi piaci,

nipote, ed io ti parlo con negli occhi

la verità che vuole la sua preda.

Ti spiace questo mio perduto fiore

di giovinezza? I frutti di più sugo

maturano di su tronchi rugosi.

E gli anni a me, m'han dato gagliardia.

Guardami. So volere, eppur domando.

Vuoi che per farti più sdegnosa, appenda

sempre le mie parole al tuo silenzio?

ISOTTA.

Nobile zio, questa notte nel mio silenzio

ho fatto voto di castità.

ERASMO.

Per andar salva di quei tre briganti?

ISOTTA.

Solo per consiglio delle stelle.

ERASMO.

Mi beffi. E se davvero hai fatto voto,

non è per chiuder la tua porta a' miei

desiderî?

ISOTTA.

Non è stata aperta mai.

ERASMO.

Tu infili parole come al gioco

delle perle. Ma ventitrè baroni

con tutti i loro vassalli sono mia

gente giurata: e se non regno ancora

è per mia viltà e della sorte.

ISOTTA.

Iddio è con mio padre.

ERASMO.

Iddio non vale il ferro d'una lama!

Ed in ogni guerra Iddio contro tuo padre

ha combattuto!

ISOTTA.

No. Dio è sempre col vinto.

La sconfitta è una divina prova

e dentro a chi la sopporti nascono alti pensieri.

ERASMO.

Sei sulla via del chiostro, mia nipote!!

Ma non voglio: sei più bella che santa,

e calpesto i tuoi voti col mio piede...

ISOTTA.

Bada zio, che sapranno di veleno.

ERASMO.

Queste mani, le tue candide mani...

ISOTTA.

Il re.

(Squilli. Entra il re Languis, Arden ed alcuni baroni).

ERASMO.

Bel Sire, la salute rifiorisce

oggi, per queste sale, e vien con voi.

LANGUIS.

No. Sentiamo noi la vita andarsene come la sabbia che si spande via da un sacco bucato, piano piano. Voi credevate che fosse pieno di pietre preziose il sacco. No, sudditi nostri; non era che sabbia. Noi la vediamo, anche se ciechi, perdersi nel gran turbine della morte dove danzano tutte le sabbie dell'eternità, come pulviscoli nel sole.

ARDEN.

Sacra Maestà, ricordatevi di essere re.

LANGUIS.

Noi, sovrano sfiorito di questa fiorente contrada, vogliamo secondo le nostre cadenti forze donare quella felicità ch'è possibile ai popoli che ce la domandano. Poichè non siamo seduti su questa sedia che ha nome trono, per nostro piacere, ma per il servizio di tutti. Al timone della nave non sta che un marinaio, di mano franca e d'occhio acuto. Ma la nave non è sua. È del mare. E il mare è di Dio. Or noi non abbiamo più occhi, e la mano trema. Però dobbiamo credere che sia giunta alfine l'ora di guardare al contenuto della nave, poichè, per grazia divina, siamo in tempo di bonaccia. Ma sanguinose guerre hanno devastato questo nostro povero paese, e i nostri anni. Noi vogliamo che il popolo ci perdoni tali guerre, sopportate per la traboccante prepotenza dei vicini, e perdute, come Iddio ha voluto, senza che perduto fosse l'onore. Anche i vincitori s'avvedono, ma tardi, a che poco concluda la favola rossa. La guerra, gente nostra, è un'infelice strada che sembra tutta archi di trionfo, perchè vegliata di cipressi e coronata di stelle, ma non conduce che a un cimitero!...

ARDEN.

Sacra Maestà, ricordatevi di essere re.

LANGUIS.

Sì, perdono di tutti i vostri passati mali, popolo, non perchè noi ne siamo la causa, ma perchè non vi abbiamo salvato da tutti. Ed ora godiamo una vecchiaia onestamente povera. Siamo un re che per sua guardia tiene solo un guerriero vecchio quanto lui. Siamo un re che in elemosina ha speso il suo e quel degli avi, e d'oro gli è rimasta quest'unica corona... E si è donata a quei briganti che stanotte, ci ha detto nostra figlia, avevano fame, e quindi tramavano il male.

ERASMO.

Sire, re...

LANGUIS.

Ordiniamo e vogliamo che così sia. E la terra del nostro regno vada interamente divisa e in parti uguali fra tutti gli uomini cittadini nostri sudditi dai venticinque ai sessant'anni, con l'obbligo ciascuno di lavorare alla coltivazione del proprio avere. Nella terra e nell'amor della terra è la via del cielo. Non avranno diritto a questa legge tutti coloro che sian cresciuti senza voler famiglia nè figli, rinnegando così la posterità ch'è sacra. Costoro potranno essere giustamente mendicanti!

ARDEN.

Sacra Maestà...

LANGUIS.

Lo siamo, re. E crediamo di saggiamente ancorare in porto la nave dello Stato così facendo, e di raccomandare onestamente a Dio il gregge di cui siamo stati per tanti anni il pastore. Pertanto ordiniamo e vogliamo che così sia. Sian bandite queste ultime nostre leggi, come d'usanza, dal balcone al popolo.

ERASMO.

(Dal balcone).

Cittadini, per ordine e volontà del re Languis,

queste sono le sue ultime leggi.

Il re fa dono della sua corona

ai briganti!

(Mormorìo di dentro).

E dona tutta la terra del regno

ai contadini!

(Mormorìo di dentro).

LANGUIS.

Che risponde, il popolo, laggiù?

ERASMO.

Che la vostra saggezza, Maestà,

i limiti oltrepassa dell'umano

onde non è compresa e non ne siete lodato.

LANGUIS.

Non è lodi che aspettiamo.

E aggiunto sia che a nostro successore designamo, non te, od altri di sangue nostro. Ma dalla voce del popolo sia scelto, e vorremmo un popolano. Conoscerebbe meglio il cuore de' suoi compagni. Così, Erasmo, ti salviamo dal peso di regnare, ed è il solo dono paterno che ti possiamo largire... Ordiniamo e vogliamo che così sia.

(Il Re, Isotta e Arden exeunt).

ERASMO.

La sua demenza è tanto manifesta

che, avete udito? il popolo gli grida

ch'è pazzo ed alle leggi si ribella...

I BARONI.

Le sue parole tradiscono il regno!

La patria ne pericola!

C'è più veleno ne' suoi pazzi sogni

che nelle spade de' nostri nemici!

ERASMO.

Voglio dimenticar ch'è mio fratello

ed agire o morire.

(Entrano altri baroni).

Ebbene, il popolo?

I BARONI.

Borbotta e maledice.

La vecchiaia

solo difende ancora il re...

Ma troppo

si lamenta il buon senso della gente!

ERASMO.

Ma della terra data ai contadini,

che dicono?

I BARONI.

Diffidano.

Non è

beneficio, ma trappola, commentano

i saputi.

E costui, dicono tutti,

è un re che non è re.

ERASMO.

L'avranno, il re.

Voi, propagate, intanto, la mia causa

fra la gente. Ma è buona, e basteranno

poche parole. E voi, con me, vicini.

(Qualche barone exit. Il duca Erasmo va al balcone).

Cittadini, il re Languis troppo d'anni

carico e di follie, come vedeste,

lascia il governo della patria a me,

che accetto, se vi piace, di salire

al trono, e giuro con più sacre leggi

di rimediare a' suoi senili errori,

e di risollevare l'avvilita

gloria delle armi nostre. Rispondete!

VOCI.

Evviva Erasmo re!

Evviva Erasmo!

ERASMO.

Noi vi benediciamo, figli nostri,

e vi invitiamo all'incoronazione,

domani, qui.

(Venendo in scena).

L'esilio per il vecchio!

Non per le colpe sue che perdoniamo;

ma il popolo potrebbe, è come il vento,

ripentirsi di noi, e rivolerlo.

(Rientra Isotta).

ISOTTA.

Il re...

ERASMO.

Non è più quello, principessa!

Il popolo ha saputo usar la legge

proclamata dal nostro pio fratello.

Ed ha scelto che noi fossimo re.

ISOTTA.

E mio padre?

ERASMO.

La sicurezza e l'ordine del regno

ci forzano ch'ei parta per l'esilio.

ISOTTA.

Questo comanda il popolo e lo Stato?

ERASMO.

Ed ora vuoi dividere non più

le speranze ma il regno, principessa?

ISOTTA.

Voglio col mio padre e re dividere l'esilio,

se qui nessuno sorge a dire che tal legge è menzogna.

ERASMO.

Avrete buona scorta ed un palazzo

per dimora.

ISOTTA.

(Dopo una pausa).

Una grazia vi domando,

e se anche figlia di re scacciato,

conto mi sia concessa.

Il mio padre nulla sappia della verità,

che me stupisce, ma poco,

lui, avvelenerebbe.

Possa, egli ancora essere illuso,

credere buona la gente,

fedele il popolo, giusto il fratello,

saggio il destino.

È cieco. Ed è sereno.

Se intorno regni il silenzio,

egli riposerà beato.

(Tutti chinano i volti, intorno, silenziosi.

Entra il re Languis con Arden).

LANGUIS.

Abbiamo inteso come un clamor di festa, su cui galleggiava il grido di re. È forse il popolo che si rallegra del nostro paterno amore? Non c'è nessuno qui?

ISOTTA.

Sì, padre: io.

LANGUIS.

Ed era la gioia del popolo, è vero?

ISOTTA.

Sì, padre.

LANGUIS.

Figlia nostra, quant'è buona la gente! È tutta una famiglia l'umanità. Ed è come la terra, il cuore... Se bene semini, bene ti rende...

ISOTTA.

Sì, padre: ti rende...

LANGUIS.

Oh, il nostro povero merito non vuole tante lodi, ma ci è pur di conforto la riconoscenza: è come il tepore di una primavera sulla stanchezza del nostro inverno. Ahimè, non possiamo vedere i volti beneficati dalla nostra umile saggezza, ma sentiamo intorno sorridere le anime...

ISOTTA.

Sì, padre... intorno a voi

c'è solo amore e fede...

LANGUIS.

L'aver creduto, in ogni ora, in ogni evento, nella bontà del mondo, questa lieta conferma ci dona suggello della nostra vita d'uomo e di re.

ISOTTA.

Sì, padre...

LANGUIS.

Ma tu sembri, lontana da noi, tremare. E ti conosciamo ferma e forte.

ISOTTA.

Di commozione, tremo.

LANGUIS.

Ah, la felicità degli altri, se ha le radici in noi, è come un premio dolce e caro... Ne piangiamo anche noi... Sono le sole luci de' nostri occhi, queste lacrime calde... popolo nostro, per te...

ISOTTA.

Padre... se le cure del regno oramai

lasciate a chi il popolo vuole suo capo...

LANGUIS.

Non gli sarà fatto violenza, al popolo nostro?

ISOTTA.

No, padre. Si prenderà

chi gli somigli e chi gli convenga.

LANGUIS.

È ingenuo come un bambino, facile ad essere ingannato.

ISOTTA.

Ora, padre, vorrei condurvi

e condurvi via nel verde della campagna

o presso il buono azzurro del mare.

LANGUIS.

Non ti piacciono più le dolci cose, che la gente dice, se ti vede?

ISOTTA.

No.

LANGUIS.

Ma qui abbiamo i nostri fedeli baroni e il nostro pio fratello, tante care persone che amiamo.

ISOTTA.

Meglio il silenzio e le dolci cose

delle cicale e degli usignoli.

LANGUIS.

Come ti piace: viviamo nella tua giovinezza e non in noi.

ISOTTA.

Andiamo, padre: ho fretta.

E il vostro pio fratello ci prepara

una quieta dimora, lontano.

LANGUIS.

Egli ci vuole bene... E viene con noi?

ISOTTA.

Rimane senza di noi.

Arden, sarete la nostra sola compagnia.

(Fanno per andare).

LANGUIS.

Dimenticavamo... questa corona...: per i briganti.

(Isotta prende la corona del Re e la dà silenziosamente a un barone. Quindi re Languis, Arden e Isotta exeunt).

IL BARONE.

(Porgendo la corona al re Erasmo).

Per voi, Sire!