II.

Di sei anni, Alessandro fu affidato ai padri Somaschi del collegio di Morate: un ridente paese anche questo, in collina, a poca distanza dall'Adda; ma vi manca il lago, e i monti son lontani. Nell'aprile del 1796 mutò collegio, e fu rinchiuso in quel di Lugano; dove insegnava il padre Soave, un instancabile imbastitore di libri scolastici d'ogni genere e novellatore a tempo perso. Il Manzoni non lo ebbe effettivamente a maestro che un giorno solo, in luogo del professore di matematica, infermo; pure, da vecchio narrava: «Io volevo bene al padre Soave, e mi pareva di vedergli intorno al capo un'aureola di gloria[1]». Agli altri padri però non gli riusciva davvero di voler bene: eran tutti un po' maneschi, screanzati, ignoranti, venali. Che noia e che stizza vedersi costretto a quella educazione collegialesca e fratesca; a quegli studi tutto meccanici, arretrati, insipidi! Ed egli s'atteggiava a ribelle.

...............Nodrito
In sozzo ovil di mercenario armento,
Gli aridi bronchi fastidendo, e il pasto
De l'insipida stoppia, il viso torsi
Da la fetente mangiatoia; e franco
M'addussi al sorso de l'Ascrea fontana.

Si sente aria di temporale; e si capisce che anche nel collegio di Merate e in quel di Lugano era penetrato di contrabbando qualche volumetto del Rousseau o qualche volume dell'Alfieri. A buon conto, quel giovanotto era nipote di Cesare Beccaria, e pel grande nonno aveva imparato dalla madre ad avere una venerazione oltre che filiale. Non lo aveva visto che una volta sola: la signora Giulia lo aveva condotto nella casa di via Brera, prima di metterlo in collegio. E il marchese, che non avrà certo indovinato in quel bambino il più insigne scrittore del secolo prossimo a cominciare, s'era accostato a un armadio, per prendere dei cioccolatini e donarglieli. Non ricordava se non questo solo aneddoto, il Manzoni, ma si sentiva fiero del cognome materno. Da giovanotto, nelle lettere agli amici o già compagni di collegio, si compiaceva di aggiungerlo al paterno.

Anzichè, dunque, mortificar il suo spirito in quegli esercizi facchineschi di memoria, il giovanetto si chiudeva, quando nessuno avrebbe potuto impedirglielo, in una stanza remota, e lì leggeva i suoi poeti o invocava per suo conto la Musa. Per buona fortuna, un di quei Padri, più umano cultore delle lettere umane, «invece di darmi le busse come i Prefetti»—narrava il Manzoni,—«vedendo questa mia facilità a compor versi, mi dava le chicche». Un giorno, soggiungeva, «sento bussare all'uscio dai miei compagni, che mi dicono: Apri, camerata; vieni fuori, che abbiamo stabilito di tagliarci le code. Io dapprima risposi: Lasciatemi star quieto. Ma poi ho ceduto, ho aperto, e mi sono lasciato tagliare il codino. È stato un gran delitto, perchè era segno d'idee liberali; e molti anni dopo, morto mio padre, tra le sue lettere ne ho trovata una del Padre rettore del mio Collegio, la quale diceva: «Questa volta la camerata dei mezzanelli me ne ha fatta una di grossa: si son tagliate le code! E quello che più mi dispiace si è di doverle dire, signor Manzoni, che suo figlio è stato uno dei caporioni[2]».—Un altro giorno, dell'agosto (1799), mentre usciva dal solitario ripostiglio, dove era stato a quattr'occhi con la Musa e le aveva recitata a voce alta La caduta pariniana, s'incontrò in un compagno che gli diede la notizia, giunta fresca fresca da Milano, che il Parini era morto. Ne ebbi, ricordava da vecchio il poeta, «una delle più forti e dolorose impressioni della mia vita[3]».

Il Parini, l'abate, il professor Parini: oh questi sì ch'era «scola e palestra di virtù»! Peccato non averlo potuto neanche una volta veder di persona, l'austero vate della cara Brianza, degno, per le sue virtù cittadine e l'alto ideale dell'arte, di stare accanto al fiero Allobrogo,

......che ne le reggie primo
L'orma stampò de l'italo coturno;
E l'aureo manto lacerato ai grandi,
Mostrò lor piaghe, e vendicò gli umili!

E invece, uscito dalle mani di quei Somaschi luganesi, il piccolo ribelle era cascato, alla fine dello stesso anno, in quelle, che non pare sapessero star meglio a posto, dei Barnabiti, che allora tenevano, qui in Milano, il collegio dei Nobili, poi detto Longone, sul Naviglio di Porta Nuova (a pochi passi da quella piazza di San Marco e da quel ponte Marcellino, che aveva traversato, in mezzo alla desolazione della peste, il povero Renzo). Vedendosi «discepolo di tale» cui gli sarebbe parso vergogna esser maestro, egli si volse «ai prischi sommi»;

........o ne fui preso
Di tanto amor, che mi parea vederli
Veracemente, e ragionar con loro.

E, insieme coi prischi, i sommi moderni, che ad essi s'erano ispirati, e ne continuavano l'opera magnanima col «chiaro esemplo» e con le «veraci carte». Quale e quanto «sdegno», invece, per quei «mille» che usurpavano «il nome che più dura e più onora», portando «in Pindo l'immondizia del trivio, e l'arroganza, e i vizii lor!»