III.

Il Parini era morto, e l'Alfieri «errava muto ov'Arno è più deserto», avendo «sul volto il pallor della morte e la speranza». Rimaneva il Monti; la cui Basvilliana era stata, per mano del boia e per la boriosa insania dei demagoghi, bruciata nella piazza del Duomo. Il giovanotto Manzoni, come farà qualche anno dopo il giovanetto Leopardi, prese a venerarlo.

Il Monti frequentava, con Pietro Verri ed altri egregi, la casa di don Pietro Manzoni; e dicono che un giorno il poeta già celebre andasse a visitare, nel collegio milanese, il novizio che moveva i primi passi. Ad ogni modo, la benevolenza dimostratagli in quei primi passi, rese poi sempre assai indulgente il caposcuola dei romantici italiani verso l'ultimo paladino del classicismo. Riconosceva, sì, con l'usato acume, come al poeta ferrarese mancasse l'arte di sottintendere incitando così la fantasia dei lettori: «aveva bisogno di dir tutto», osservava. Ne ricordava la senile vanità d'infliggere ai visitatori della sua casa la recitazione dei «versi che aveva composti nel giorno», aspettando che glieli lodassero. Ma, povero vecchio, gli voleva bene! Una volta gli manifestò l'intenzione di voler dedicare alla Giulia—la primogenita del Manzoni: «une Juliette», scriveva questi al Fauriel nell'estate del 1819, «dont vous verrez que tout le sérieux se trouve dans le portrait»—la Feroniade. «Oh povera Giulia!», esclamò il Manzoni; «lasciala nella sua oscurità!»—E a proposito della volubilità del pensiero politico dell'autore dei poemetti rivoluzionarii, di quelli napoleonici, e del Ritorno d'Astrea, il Manzoni narrava ai suoi intimi quest'aneddoto. Il Monti «aveva fatto un'istanza all'imperatore Francesco, perchè gli continuasse la pensione che gli aveva assegnata Napoleone; ma di lì a qualche mese se la vide tornar indietro, ed a tergo era scritto, di proprio carattere dell'imperatore: Si rimanda inesaudita la presente istanza, perchè, dalle informazioni prese, questo individuo disse sempre bene di tutti i governi che vi furono nel suo paese». Il povero Monti ingoiò amaro. «E quando, sul finire della sua vita, io andai a trovarlo a Monza, dove allora soggiornava infermiccio, egli mi parlò della sua speranza nella misericordia di Dio; e io gli dissi: Senti, Monti; quello che a te deve aprire le porte del Cielo, è lo smettere quell'odio che porti all'imperatore Francesco[4]».

Alessandro Manzoni a 17 anni.—Disegno del pittore Bordiga.

Ma a quindici anni, quando non si è ancora abbastanza esperti «del mondo e degli vizii umani e del valore» e si pretende invece d'insegnare agli altri, non si peritava, nelle note al poemetto in terzine Il trionfo della Libertà, di chiamarlo «il più gran poeta dei nostri tempi». È vero che più tardi s'affrettò a correggere: «un gran poeta dei nostri tempi»; ma non corresse, in quelle note medesime, l'altra espressione: «il grande emulatore» di Dante. E non lo avrebbe, anche volendo, potuto; giacchè nel testo del poemetto stesso aveva affermato che non solo l'emulo raggiungeva l'atleta, ma talora l'avanzava! Si capisce che fin d'allora la mente del Manzoni—che, in fatto di giudizi letterarii, ebbe sempre i suoi capricci—veniva cedendo alle seduzioni di quel bizzarro ravvicinamento del poeta cuor di leone col rimatore cuor di coniglio, che lo trascinò poi a quell'infelice e ingiustificabile epigramma che tutti ricordano, di parecchi anni dopo[5].

Quel poemetto—che ha bensì titolo e metro, e qua e là, immaginazioni petrarchesche, ma si chiarisce subito esemplato sulla Basvilliana e sulla Mascheroniana, ricordate pur nelle note—si chiude anzi con un inno baldo e generoso al cigno di Ferrara.

O Pïeride Dea,.................

Tu l'ali impenni al Ferrarese ingegno,
Tu co' tuoi divi carmi il vizio fiedi,
E volgi l'alme a glorïoso segno.

Salve, o Cigno divin, che acuti spiedi
Fai de' tuoi carmi, e trapassando pungi
La vil ciurmaglia che ti striscia ai piedi.

Tu il gran cantor di Beätrice aggiungi,
E l'avanzi talor
; d'invidia piene
Ti rimiran le felle alme da lungi,

Che non bagnar le labbia in Ippocrene,
Ma le tuffar ne le Stinfalie fogne,
Onde tal puzzo da' lor carmi viene.

Oh limacciosi vermi! Oh rie vergogne
De l'arte sacra! Augei palustri e bassi;
Cigni non già, ma corvi da carogne.

Ma tu l'invida turba addietro lassi,
E le robuste penne ergendo come
Aquila altera, li compiangi e passi.

Invano atro velen sopra il tuo nome
Sparge l'Invidia, al proprio danno industre,
Da le inquiete sibilanti chiome.

Ed io puranco, ed io Vate trilustre,
Io ti seguo da lungo, e il tuo gran lume
A me fo scorta no l'arringo illustre.

E te veggendo su l'erto cacume
Ascender di Parnaso, alma spedita,
Già sento al volo mio crescer le piume.

Meno enfatici, di fattura più schiettamente neoclassica, sono gli altri versi che tre anni dopo, il 15 settembre 1803, il poeta diciottenne dirigeva al tanto ammirato «canoro spirto». Parla l'Adda, «diva di fonte umil», e invita l'illustre «nato a le grandi de l'Eridano sponde» a venire per qualche giorno agli «ameni cheti recessi» e alle «tacite ombre» della villa del Galeotto. Essa non può vantare «pompa d'infinito flutto o di abitati pin»;

Ma verdi colli e biancheggianti ville
E lieti colti in mio cammin vagheggio,
E tenaci boscaglie a cui commisi,
Contro i villani d'Aquilone insulti,
Servar la pace del mio picciol regno,
E con Febo alternar l'ombre salubri.

È mite e amabile, l'Adda; e non si diletta di «rapir l'ostello e i lavorati campi» agl'industri villani,

nè udir le preci
Inesaudite e gl'imprecanti voti
De le madri che seguono da lungo
Con l'umid'occhio o con le strida il caro
Fan destinato a la lame de' figli,
E la sacra dimora e il dolce letto.
Sol talor godo con l'innocua mano
Piegar l'erbe cedenti, e da le rive
Sveller fioretti per ornarmi il seno
E le trecce stillanti.

Umile sì; pure, «con l'irta alga natía» le splende in fronte il lauro.

................Salve,
Vocal colle Eupilino: a te mai sempre
Rida Bacco vermiglio o Cerer bionda;
Salve, onor di mia riva! A te sovente
Scendean Febo e le Muse eliconìadi,
Scordato il rezzo de l'Ascrea fontana.
Quivi sovente il buon cantor vid'io
Venir trattando con la man secura
Il plettro di Venosa e il suo flagello;
O, traendo l'inerte fianco a stento,
Invocar la salute e la ritrosa
Erato bella; che di lui temea
L'irato ciglio e il satiresco ghigno,
Ma alfin seguìalo e su le tempie antiche
Fea di sua mano rinverdire il mirto.
Qui spesso udíilo rammentar piangendo,
Come si fa di cosa amata e tolta,
Il dolce tempo de la prima etade,
O de' potenti maledir l'orgoglio,
Come il genio natio movèalo al canto
E l'indomata gioventù de l'alma.
Or tace il plettro arguto; e ne' miei boschi
È silenzio ed orror!

Chi non ricorda il leggiadro episodio della Mascheroniana (1801; canto IV), in cui l'ombra di Pietro Verri, alla vista dei «placidi colli felici»,

Che con dolce pendio cingon le liete
Dell'Eupili lagune irrigataci,

esclama:

Salvete,
Piagge diletto al Ciel, che al mio Parini
Foste cortesi di vostr'ombre quete,

Quando ei, fabbro di numeri divini,
L'acre bile fe' dolce, e la vestia
Di tebani concenti e venosini?

Invano il futuro narratore dei Promessi sposi cercava, in quei cari luoghi, di risentire la cara voce del poeta eupilino: «le commosse reliquie sotto la terra argute sibilar»; il «plettro arguto» taceva, e negli amati boschi fiancheggianti l'Adda era «silenzio ed orror».Venga dunque lui, il Ferrarese, «a risvegliar, col canto, novo romor Cirreo»:

............A te concesse
Euterpe il cinto, ove gli eletti sensi
E le immagini e l'estro e il furor sacro
E l'estasi soavi e l'auree voci
Già di sua man rinchiuse.