IV.
Anche a lui adolescente Euterpe aveva fatto qualche carezza:
Me dalla palla spesso e dalle noci
Chiamava Euterpe al pollice percosso
Undici volte.
E appunto, in uno di quei momenti in cui si sentì infiammato dal «furor sacro» o «furor santo» che quella Musa suol destare nel seno de' suoi devoti, il Manzoni scrisse il poemetto, di titolo e forma petrarchesca, Il trionfo della Libertà. Il 20 piovoso, o, per parlare un linguaggio meno repubblicano, il 9 febbraio 1801, era stata firmata la pace di Luneville. Insieme con tutto il mondo liberale, applaudì anche il quindicenne Manzoni, scrivendo quel poemetto. V'inneggia all'aurora d'un'êra novella: son finite le guerre, la Superstizione è stata finalmente sbandita dal mondo, la Libertà procede trionfatrice.
Coronata, di rose e di vïole,
Scendea di Giano a rinserrar le porte
La bella Pace pel cammin del Sole;
E le spade stringea d'aspre ritorte,
E cancellava con l'orme divine
I luridi vestigi de la Morte;
E la canizie de le pigre brine
Scotean dal dorso, e de le verdi chiome
Si rivestian le valli e le colline....
Son mosse e colori montiani. Il novizio cerca la sua forma, ma per ora non sa che calcar le orme altrui. Il modello prossimo è la Mascheroniana; ma ogni tanto spunta il ricordo pur della Basvilliana o degli altri poemetti del fecondo e facondo Ferrarese. La dea Libertà v'è raffigurata
Umilemente altera, ed il decenne
Berretto il crine affrena;
com'è appunto nel Pericolo:
E di Bruto l'insegna è il suo cappello.
E oltre alla forma in generale, e ai tanti particolari d'invenzione e di stile, è montiana perfino l'idea prima, di celebrare in versi quella pace, e di celebrarla a guisa d'un Trionfo. Non so che altri ci abbia pensato; e, per esempio, il Petrocchi non ha rammentato, su quell'avvenimento, se non una lirica del Ceroni. Altro che Ceroni! Quella pace fu cantata dal Monti in persona, in un'ode a strofi saffiche (il metro della pariniana Alla Musa), che ha ispirazione moderna e gusto classico. Di sotto alla patina caduca del frasario mitologico e alle incrostazioni parassitarie della rettorica giacobina, quanta freschezza di sentimento in quest'ode, che fa non a caso ripensare ai Cori manzoniani e a taluna delle più belle poesie del Carducci!
Voi che dell'armi al suono impaurite
Pace invocaste su le patrie arene,
Tenere madri, ardenti spose, uscite:
La dea già viene.
De' suoi bianchi corsieri odo il nitrito,
Sotto l'asse tremar sento la riva.
Fuori uscite: ogni pianto è già finito:
Ecco la diva.
Lungi il loto, o fanciulle, ed il narciso,
Ch'ella non ama delle Parche i fiori:
Date rose e mortelle, e al fiordaliso
Misti gli allori....
Alate strofette; che fan meglio comprendere il paterno compiacimento del provetto poeta, quando, nel lodare i primi tentativi dell'amato novizio, gli scriveva: «I versi che m'hai mandati son belli: io li trovo respiranti quel molle atque facetum virgiliano, che a pochi dettano gaudentes rure camoenae.....; e se al bello e vigoroso colorito che già possiedi, mischierai un po' più di virgiliana mollezza, parmi che il tuo stile acquisterà tutti i caratteri originali».
Quanto a sentimento e impeto patriottico, il figliuolo della Giulia Beccarla non aveva certo bisogno che altri venisse ad insegnarglieli: le idee nuove ed innovatrici, e le dottrine umanitarie e sociali che avevano scosso e scotevano l'antico assetto, eran roba di casa. Il fiero imberbe dubita persino che l'uomo abbia un'anima (c. I):
........s'egli è ver che in noi s'annidi
Parte miglior che de le membra è donna;
e ha sobbalzi e scatti d'un paganesimo così vivace, da fare al libire l'autore degl'Inni e della Morale cattolica (c. II):
Che il celibe Levita ti governa
Con le venali chiavi, ond'ei si vanta
Chiuder la porta e disserrar superna.
E i Druidi porporati: oh casta, oh santa
Turba di Lupi mansueti in mostra,
Che de la spoglia de l'agnel s'ammanta!
E il popol reverente a lor si prostra
In vile atto sommesso, e quasi Dii
Gli adora e cole: oh sua vergogna e nostra!
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Questi i diletti de l'Eterno sono?
Questi i ministri del divin volere?
E questi è un Dio di pace e di perdono?
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
O degenere figlia di Quirino,
Che i tuoi prodi oblïando, al Galileo
Cedesti i fasci del valor latino!
Codeste note antipapali e peggio avevano nutrita e infiammata la letteratura transalpina e cisalpina di prima e dopo la Rivoluzione, dal Voltaire all'Alfieri, dal Montesquieu al Monti. E con quella letteratura il Manzoni era più che affiatato. Il Foscolo, che lo conobbe di quegli anni appunto, lo proclamava «nato alle lettere e caldo d'amor patrio».Ma certi bollori tra giacobini e tribunizii, gorgoglianti qua e colà nel poemetto, tradiscono un fuoco che non è nativo. Sta bene che, negli anni più maturi, il Manzoni dichiari d'avere scritto quei versi «nell'anno quindicesimo» dell'età sua, «non senza compiacenza e presunzione di nome di poeta», e di rifiutarli perchè troppo primaticci; «ma», soggiungeva, «veggendo non menzogna, non laude vile, non cosa di me indegna esservi alcuna, i sentimenti riconosco per miei». Ripudiava i versi, «come follia di giovanile ingegno»; legittimava i sentimenti, «come dote di puro e virile animo». Oh, non tutti i sentimenti! Questo, per esempio, che ha suggerito di raffigurare la Libertà con le mani tutte e due ingombre: la destra dal brando, la sinistra dalla scure che troncò il capo di re Luigi (c. I):
Stringe la manca la fatal bipenne,
E l'altra il brando scotitor de' troni....
(imitazione un po' goffa della figurazione montiana, dei due Cherubini sospesi su le penne, ai fianchi del trono dell'Eterno: «Quegli d'olivo un ramoscel tenea, Questi un brando rovente»; nella Mascheroniana, c. II). O quest'altro, che ha consigliato di rappresentar così la Giustizia:
Quinci è Colei, che del comun diritto
Vindice, a l'ima plebe i grandi agguaglia,
Sol disuguai per merto o per delitto;
E se vede che un capo in alto saglia,
E sdegni assoggettarsi a la sua libra,
Alza la scure adeguatrice, e taglia.
Giustizia da Marat, codesta, non da un nipote di Cesare Beccaria!
Dichiarazione premessa al manoscritto del «Trionfo della Libertà».
Tuttavia, la maggior parte del poemetto è tale che s'intende come fin l'autore del Romanzo non potesse che compiacersene. E l'apostrofe alla regione nativa, nel canto IV, pur con tutti gli spunti e pariniani e alfieriani e montiani che vi si potrebbero additare, è già schiettamente manzoniana. Chi non lo sa? La bella utopia repubblicana, classicamente drappeggiata, che era valsa a commuovere, negli anni più propensi all'entusiasmo, poeti e pensatori, dal Montesquieu all'Alfieri, e per un momento anche l'austero cantore del Giorno, non aveva, tradotta dal regno dei sogni in quello della realtà, nulla mantenuto delle sue rosee promesse. A una tirannia decrepita e slombata, se n'era sostituita un'altra, incomposta, intraprendente, procacciante, audace, volgare, perchè d'una moltitudine impreparata, inesperta, incapace, e avida di saziarsi e d'inebriarsi di quei vizi medesimi dei quali era stata fin allora spettatrice e biasimatrice invidiosa. Il Parini n'era morto corrucciato; e Vittorio Alfieri faceva, in quegli ultimi inoperosi anni della sua vita già tanto agitata, «dolce l'ira sua nel suo segreto», preparando agl'Italiani, nel Misogallo, il suo testamento politico.
Il Manzoni insorge, legittimo erede dell'onesto brianzuolo e dell'allobrogo feroce (c. IV).
Ma tu, misera Insubria, d'un tiranno
Scotesti il giogo, ma t'opprimon mille.
Ahi che d'uno passasti in altro affanno!
Gentili masnadieri in le tue ville
Succedettero ai fieri, e a genti estrane
Son le tue voglie e le tue forze ancille.
Langue il popol per fame, e grida: Pane!
E in gozzoviglia stansi o in esultanza
Le Frini e i Duci[6]; turba che di vane
Larve di fasto gonfia e di burbanza,
Spregia il volgo onde nacque e a cui comanda,
A piena bocca sclamando: Eguaglianza!
Il volgo, che i delitti e la nefanda
Vita vedendo, le prime catene
Sospira, e 'l suo tiranno al ciel domanda.
De l'inope e del ricco entro le vene
Succhian l'adipe e 'l sangue; onde Parigi
Tanto s'ingrassa, e le midolle ha piene.
E i tuoi figli? I tuoi figli abbietti e ligi
Strisciangli intorno in atto umile e chino.
. . . . . . . . . . . . . . . . . .
Tal pasce il volgo di sonanti fole;
Vile! e di patrio amor par tutto accenso,
E liberai non è che di parole....
Vedi quei che sua gloria nei concinni
Capei ripone. Oh generosi spirti,
Degni del giogo estranio e de' cachinni!
Odimi, Insubria. I dormigliosi spirti
Risveglia alfine, e da l'olente chioma
Getta sdegnosa gli Acidalii mirti.
Ve' come t'hanno sottomessa e doma
Prima il Tedesco e Roman giogo, e poi
La Tirannia che Libertà si noma.
Mira le membra illividite, e i tuoi
Antichi lacci; l'armi appresta,
Sorgi, ed emula in campo i Franchi eroi.
E a l'elmo antico la dimessa cresta
Rimetti, e accendi i neghittosi cori,
E stringi l'asta ai regnator funesta.
Come destrier, che fra l'erbette e i fiori
Placido, in diuturno ozio recuba
Sol meditando vergognosi amori,
Scote nitrendo la nitente giuba
Se il torpido a ferirlo orecchio giugno
Cupo clangor di bellicosa tuba,
E stimol fiero di gloria lo pugne,
Drizza il capo, e l'orecchio al suono inchina,
E l'indegno terren scalpe con l'ugne;
Contra i Tiranni sol la cittadina
Rabbia rivolgi, e tienti in mente fiso
Che fosti serva ed or sarai reina.
I Tiranni! L'odio tirannicida era di legato alfieriano. Oh perchè tarda a sorgere un novello Bruto, il quale liberi il mondo dalla turpe e feroce Austriaca, tigre regale, che trucidò, al cospetto del divino golfo di Napoli, l'ammiraglio Caracciolo, Mario Pagano, Domenico Cirillo, Ettore Carafa!
Ahi di Tiranni ria semenza iniqua,
De gli uomini nimica e di natura,
Or hai pur spenta l'empia sete antiqua!
Gonfia di sangue la corrente e impura
Portò l'umil Sebeto, e de la cruda
Novella Tebe flagellò le mura.
Tigre inumana di pietade ignuda,
Tu sopravvivi a' tuoi delitti? Un Bruto
Dov'è? Chi il ferro a trucidarti snuda?
Muoia, perdio, «l'empia tiranna»!
E disperata mora, e a' suoi singulti
Non sia che cor s'intenerisca o pieghi,
E agli strazii perdoni ed agli insulti,
O dal ciel pace a l'empia spoglia preghi;
Ma l'universo al suo morir tripudi,
E poca polve a l'ossa infami neghi.
Ricalcati su modelli alfieriani sono altresì i due sonetti del 1801: quello dove il Manzoni ritrae sè stesso; e l'altro, A Francesco Lomonaco, che si chiude con le famose terzine:
Tal premii, Italia, i tuoi migliori, e poi
Che prò se piangi e 'l cener freddo adori,
E al nome voto onor divini fai?
Sì da' barbari oppressa, opprimi i tuoi,
E ognor tuoi danni e tue colpe deplori,
Pentita sempre e non cangiata mai.
Quest'ultimo sonetto fu il primo componimento che dal Manzoni fosse pubblicato.