IX.

Il Carme del giovane Alessandro volle essere la consacrazione coraggiosa e la balda apoteosi di quell'episodio domestico, caratteristico d'un tempo in cui le sentimentalità ribelli di Giangiacomo Rousseau eran reputate sicure dottrine d'una nuova morale, e l'unione dell'Alfieri con la D'Albany un memorabile esempio di sfranchimento da vieti pregiudizii. Quel Carme, lo spensierato ammiratore della Vita e delle Rime del fiero Allobrogo volle gettarlo come un guanto di sfida sul viso di quanti osavano sparlare, o sorridere a mezza bocca, della virtù della «pudica sposa» di don Pietro Manzoni così «cara» all'Imbonati. Ma che! Questi era un uomo singolarissimo:

Di retto acuto senno, d'incolpato
Costume, e d'alte voglie, ugual, sincero,
Non vantator di probità, ma probo;

un uomo, che ben mostrava d'aver fatto tesoro degli ammaestramenti del Parini camuffato da «Centauro ingegnoso», dacchè «quel più dolce senso» onde s'era piegato ad amare, lo aveva reso «fido amante e indomabile amico».

Il poeta, da vero enfant terrible, non sospetta nemmeno d'arrecar offesa all'altro suo parente, che viveva ancora a Milano, rassicurando quell'intruso, allora morto, dell'imperituro amore di sua madre per lui!

Certo so ben che il duol t'aggiunge e il pianto
Di lei che amasti ed ami ancor, che tutto,
Te perdendo, ha perduto.

Il volterriano ridiventa spiritualista per consolare quelle due anime sconsolate! Se non altro il Petrarca sodisfaceva la sua interminabile vanità, quando immaginava che l'anima di Laura, dimentica di tutti i suoi affetti di sposa e di madre fecondissima, gli dicesse in visione:

Te solo aspetto, e quel che tanto amasti
E laggiuso è rimaso, il mio bel velo.

Ma dell'incomodo signor De Sade—il «geloso» della poesia provenzalesca—e della numerosa e perturbatrice sua prole, era naturale, soprattutto naturale, che all'intraprendente canonico importasse poco. Nel caso del Manzoni invece, qualcuno avrebbe potuto pretendere dal pudico ed onesto figliuolo un più guardingo riserbo; almeno, un rispettoso silenzio[16].

Il fatto è che perfin l'Imbonati «mestamente sorride» all'ingenua assicurazione dell'entusiasta Alessandro, e prende coraggio per dichiarargli:

Se non fosse
Ch'io t'amo tanto, io pregherei che ratto
Quell'anima gentil fuor de le membra
Prendesse il vol, per chiuder l'ali in grembo
Di Quei ch'eterna ciò che a Lui somiglia;
Chè fin ch'io non la veggo, e ch'io son certo
Di mai più non lasciarla, esser felice
Pienamente non posso.

Si direbbero parole d'un Paolo Malatesta, spedito al mondo di là un po' prima dell'altrui Francesca!

Comunque, il Manzoni-Beccaria pare leggesse quel suo Carme prima agl'illustri frequentatori della Maisonnette, che se ne saranno felicitati con la signora Giulia; e poi, nel gennaio del 1806, lo diede a stampare, in Parigi stessa, al Didot. Ne furon tirati soltanto cento esemplari; e uno di essi, in pergamena, fu dal figliuolo offerto alla madre, e da questa poi donato, quasi reliquia domestica, ai nipoti. L'esiguo numero delle copie, scrisse un giornale del tempo, fu «appena sufficiente a destare la pubblica curiosità»; onde il Manzoni, e più forse la madre, procurarono che il Carme venisse ristampato in Milano, nel «fatale giorno anniversario della morte del virtuoso Imbonati». All'amico Pagani, cui commetteva quell'ufficio, Alessandro soggiungeva il 12 marzo: «Mia madre dice che un tuo sospiro per lui sarà a lui un omaggio, una consolazione a lei, e che in quel momento le nostre anime saranno unite». E ancora: «Facendo l'edizione di cui ti ho parlato», scriveva, «vorrei che tu aggiungessi al mio nome un titolo di cui mi glorio, e che mettessi sul frontispizio: Alessandro Manzoni Beccaria». Così, «degnato del secondo nome», gli enfatici amici parigini preferivan chiamarlo; e il Le Brun—quel Ponzio Dionigi Le Brun, del quale il Manzoni ha scritto un elogio, che il simile forse mai non scrisse di altri[17]—, donandogli un suo componimento stampato, vi aveva voluto assolutamente scriver sopra: À M.r Beccaria. C'est un nom trop honorable pour ne pas saisir l'occasion de le porter. Je veux que le nom de Le Brun choque avec celui de Beccaria.

Sennonchè il Pagani o non volle o non era più in tempo per contentarlo; e l'opuscolo portò in fronte: In morte di Carlo Imbonati, versi di Alessandro Manzoni a Giulia Beccaria sua madre. E fu bene; e anzi non s'intende come, volendo mantenere la dedica alla madre, ch'è richiesta dal Carme stesso, se ne potesse già spender prima il cognome. Ma fu male che l'amico zelante aggiungesse di suo capo, nella ristampa milanese, una rumorosa dedica a Vincenzo Monti. Gli diceva:

«Al principe de' poeti moderni è certamente convenevole il sacrare un lavoro poetico di giovane ingegno, che già manda gran luce e riempie gli animi bramosi de' letterati di una ferma speranza che nella nostra Italia non verrà interrotta la solita successione dei buoni cultori delle muse. Nè posso credere che questi versi sieno per riuscirvi discari, sendochè Voi stesso, per amor delle lettere, stimolaste più volte l'autore a deporre quella incomoda timidezza che il tratteneva dal pubblicare alcune delle sue molto belle rime, studiandovi con magnifiche e vere lodi renderlo più giusto conoscitore di sè medesimo. Io li presento al pubblico con nuova edizione, giacchè le poche copie della prima fatta in Parigi non hanno bastato alle molte inchieste di coloro, che il plauso universale facea vogliosi di possederli. Questi voti e questi encomi pare che vestano d'un novello lume di verità il vostro vaticinio; che il Manzoni, il volendo, terrà uno de' più eminenti seggi del Parnaso italiano».

È facile intendere quanto dovesse parere inopportuno, intempestivo, goffo, al Manzoni codesto panegirico amichevole; tanto più che allora, stordito dalle immagini e dalle frasi solenni del Le Brun, egli non era in un momento di vivido entusiasmo pel poeta ferrarese. E meno male se il Pagani si fosse fermato lì! Ma egli continuava imperterrito, parlando ora anche in nome del poeta, quasi questi fosse complice di tutto quel po' po' di chiasso fatto intorno alle sue facoltà poetiche:

«Accettate con animo cortese quest'omaggio che l'editore ed il poeta vi offeriscono con fiducia, e continuate loro la vostra benevolenza».

Il Manzoni ne rimase atterrito; e non solamente lui. Al Pagani scrive da Parigi il 18 aprile:

«Più mi sforzo a rileggere quella dedica, e più cresce la nostra meraviglia. E non soltanto noi due, ma tutti quelli che la vedono ne sono stranamente sorpresi. Io avevo parlato ad un Italiano di questa dedica: egli ne domandò conto ultimamente ad uno che l'ha avuta sotto gli occhi. Quando intese che la dedica era pure in nome del poeta, non lo voleva credere assolutamente. È impossibile! questa è la prima parola di tutti quelli a cui ne parlo. E a voi pare una singolarità la nostra!»

Sembra che il maldestro Pagani, per iscusarsi, tirasse fuori—come Monaldo Leopardi, quando voleva indurre il figliuolo a chiamarsi recanatese nella stampa delle sue opere!—l'esempio dell'Alfieri; che il Manzoni ribatte: «Ebbene, Alfieri dedicò; ma a chi e perchè dedicò? Dedicò a sua madre, al suo amico del cuore» (il Gori-Gandellini della Virtù sconosciuta!), «a Washington, al popolo italiano futuro, ecc. ecc.». E scrisse un articoletto di protesta, che mandò al Pagani, scrivendogli: «Spero che la ragione, l'amicizia e la delicatezza ti persuaderà di pubblicarlo; ad ogni modo è in te il farne quello che ti pare». Che ne doveva parere al disgraziato amico? Quel che sappiamo di sicuro è che, il 30 maggio, Alessandro gli risponde rasserenato e carezzoso:

«Parco di fogli sgorbiator ben fia Che tu mi chiami; ma non posso credere che nasca in te dubbio intorno alla mia vera, calda, eterna amicizia per te. Del comune dispiacere non se ne parli più. Veggo che il rimedio sarebbe peggiore per te di quello che il male sia stato per me. Piacerai che tu conosca che non a torto io ebbi disgusto del fatto. Nè già mi piace per amore della mia opinione, o per vana pretensione non compatibile coll'amicizia, ma perchè questo mi conferma la rettitudine della tua mente. Vivi dunque sicuro che in nessuna occasione non ne farò mai parola in stampa.... Non so se mia madre, la mia amica, aggiungerà due righe a questa lettera. In ogni caso, ella t'ama in me e con me: ti ama dunque assai. Speriamo non lontano il momento, nel quale io ti riabbraccerò, ella abbraccerà l'amico del suo Alessandro, e per conseguenza il suo».