XXI.

«È un destino che i pareri de’ poeti non siano ascoltati», osserva il Manzoni nel Romanzo (c. 28), a proposito dell’Achillini, il quale con un celebrato sonetto aveva esortato il re di Francia «a portarsi subito alla liberazione di Terra Santa»; e soggiunge: «se nella storia trovate de’ fatti conformi a qualche loro suggerimento, dite pur francamente ch’eran cose risolute prima». Forse l’umorista pensava un po’ anche a ciò ch’era accaduto a lui; ma fu un bene che non si stancasse di dar suggerimenti. L’impresa del Re di Napoli era finita male soprattutto perchè la grande maggioranza degli Italiani non ne aveva compreso il valore: la missione del poeta doveva dunque essere di diffondere l’idea unitaria, d’inculcarla con opere che parlassero al cuore e alla fantasia[87]. Un insigne maestro di poesia e di libertà, il vate nostro, aveva, con «memorando ardimento»[88], tolto di mano a Melpomene «l’odiator dei tiranni pugnale», e s’era avventato, sulla scena, contr’ogni tirannia. Lo aveva, con scarsa fortuna, seguito il Foscolo; con insperato successo, un novizio, Silvio Pellico.

Qualcosa circa la nuova tragedia che la Carlotta Marchionni avrebbe recitata per la sua beneficiata al teatro Re, era di certo trapelata; e l’aspettativa era grande. Quella sera, il 18 agosto 1815—proprio quando più l’Italia sembrava umiliata dalla reazione straniera,—un «uditorio formidabilissimo» s’assiepava per ascoltare la Francesca da Rimini dell’ignoto e innominato poeta (un’altra ne aveva perpetrata, nel 1801, un Edoardo Fabbri). Era forse l’abate Caluso? Forse il Di Breme? Il Pellico se ne stava mezzo nascosto nel palchetto di questo suo amico, «tacito, pieno di speranza, e pur alquanto palpitante». Si tira sù la tela. L’attore che fa da Lanciotto, «atterrito da quell’udienza, stroppia tutti i versi della prima scena». Ma la Marchionni riesce a tenere a sè avvinta l’attenzione. Ed ecco Paolo che, dopo il lungo e doloroso esilio, rimette il piede nella casa paterna. Non vi ritrova più il padre; e si getta nelle braccia del fratello, esclamando:

Qui t’abbracciai l’ultima volta.... Teco

Un altr’uomo io abbracciava; ei pur piangea....

Più rivederlo io non doveva!

LANCIOTTO.

Oh padre!

PAOLO.

Tu gli chiudesti i moribondi lumi.

Nulla ti disse del suo Paolo?

LANCIOTTO.

Il suo

Figliuol lontano egli moria chiamando.

PAOLO.

Mi benedisse?—Egli dal ciel ci guarda,

Ci vede uniti e ne gioisce.........

Io non so se quella sera il Manzoni fosse in teatro; ma mi pare di scorgere una somiglianza tra questa scena e l’altra, tanto più commovente e appropriata e tanto più finamente cesellata, della ripudiata Ermengarda che torna alla casa paterna, dove più non ritrova la madre. «Nelle braccia del fratel suo», quella gentile sospirerà:

........Oh dolce madre!

Qui ti lasciai: le tue parole estreme

Io non udii; tu qui morivi—ed io....

Ah! di lassù certo or ci guardi: oh! vedi:

Quella Ermengarda tua.......

................vedi qual torna!

E benedici i cari tuoi, che accolta

Hanno così questa reietta.

E storicamente ciò non rispondeva al vero. Nelle Notizie storiche premesse al’Adelchi (pag. 12), è avvertito che questa è l’una delle «due sole alterazioni essenziali» fatte dal poeta «agli avvenimenti materiali e certi della storia»! Non soltanto Ansa non era «morta prima del momento in cui comincia l’azione», ma «in realtà quella regina fu condotta col marito prigioniera in Francia, dove morì».

La tenera scena fra i due fratelli, nella Francesca, conquistò meglio i cuori; ma l’entusiasmo proruppe al voto di Paolo che, stanco di spargere il suo sangue «debellando città che non odiava», usciva nella celebre tirata, la quale anticipò di tre anni il serventese del Simonide recanatese:

Per chi di stragi si macchiò il mio brando?

Per lo straniero! E non ho patria forse

Cui sacro sia de’ cittadini il sangue?

Per te, per te che cittadini hai prodi,

Italia mia, combatterò se oltraggio

Ti moverà la invidia. E il più gentile

Terren non sei di quanti scalda il sole?

D’ogni bell’arte non sei madre, o Italia?

Polve d’eroi non è la polve tua?...

«L’entusiasmo che questa parlata mosse è indicibile», narra il Pellico; «... il carattere generoso di Paolo, e le sue poche righe sull’Italia, m’hanno resa benevola molta gioventù: egli piace per lo meno quanto Francesca; e tal era il mio intento»[89]. Sicuro; dacchè il suo intento era di servirsi del palcoscenico come di tribuna politica, e di lanciar da esso parole che fossero scintille, atte a riaccendere o a tener desto nell’animo degli oppressi il sentimento dell’indipendenza e della riscossa. La Censura milanese, non ancora ammaliziata, aveva lasciato correre quel brano lirico, solo pretendendo «una leggiera correzione», forse di pura forma; ma il Pellico avrebbe a suo tempo scontata la patriottica imprudenza, e nemmen l’Eufemio di Messina, nonostante le sue proteste, gli sarebbe stato concesso di veder recitato[90].

Da un pezzo Silvio rimuginava soggetti tragediabili, per così dire, a doppio fondo. Aveva pensato a un Turno; e l’abbozzo porta la data del 16 aprile 1814. Vi si parla a tutto andare di patria e di stranieri; e dalla regina dei Latini si fa proclamare:

Italo spirto

Non ha chi mira, e nel suo cor non freme,

Da stranieri calcata e vilipesa

Degli avi suoi la veneranda polve;

E non afferra l’asta, e non rintuzza

I vilissimi scherni entro lor fauci.

Morte a’ Troiani!

Poi, sempre meglio convinto che la poesia drammatica «debba servire a celebrare gli eroi della patria», aveva ideato un Dante, «tragedia di genere nuovo». Poi, sospinto forse dal desiderio d’emulare il Tiberio di Giuseppe Chénier, immaginò un Nerone: poi, forse per emulare il Saul, un Davide, tragedia, quest’ultima, «non politica e recitabile»; poi, a mezza strada, s’era lasciato sedurre da «un argomento trovato nel Sismondi, tutto italiano». Ne buttò giù alla lesta due atti; ma il 18 luglio del 1815 annunzia d’averlo piantato lì, perchè «questo nuovo argomento era politico, e di più, un maligno lo ha creduto allusivo all’impresa del Re di Napoli». Per la quale e pel quale, egli, stordito dai paroloni e ammirato degli atteggiamenti ribelli dell’amico Foscolo, non sentiva se non disdegno e dispetto. Il 25 aprile, aveva scritto al fratello:

«Io ti diceva che Foscolo era sparito da Milano per non dare il giuramento, ed alcuni aggiungono perchè credeva che sarebbe arrestato. È andato in Svizzera. Ha fatto bene di non andare da Murat, in cui ha sempre avuto poca fiducia, e con ragione, a quanto pare. Il fiasco che ha fatto questo Re ha calmato la testa dei Milanesi. Ora si vede che Murat senza l’aiuto dei Francesi non può far nulla, e pare che questi ultimi faranno la guerra difensiva nel loro paese, invece di attaccare. Che guerra terribile sarà questa!».

E il 5 maggio, sospettando che una lettera del fratello fosse stata intercettata, soggiungeva:

«Vi può infatti essere stato un momento di rigore, quando i Napoletani ci minacciavano. Ora essi hanno provato che a loro non è destinato il mutar forma all’Italia, e che l’Italia tutta non è suscettibile di fanatismo nazionale. Se l’Italia può essere considerata come una nazione, non può aver altro legame che il federativo».

Dannose ubbie, in ispecie se predicate da un animo profondamente ingenuo e ardente d’amor patrio. Ma il buon Pellico aveva, in politica, «la veduta corta d’una spanna»; e fu un bene che, per un pezzo, frenasse la mania di scriver tragedie tribunizie. Ma il fortunato successo della Francesca lo trasse dal suo riserbo. Nuovi soggetti gli s’affollarono alla mente: una Beatrice d’Este, una Pia dei Tolomei, e da ultimo una Contessa Matilde. Questo soggetto lo affascina e l’entusiasma. Ricerca «quei brutti noiosi del Villani, del Varchi e del Guicciardini», rilegge il diletto Sismondi, e si mostra molto lieto d’essersi «fatto un bel caratterone» di quel nuovo Costantino in gonnella».[91] Scrive nel settembre del 1816:

«La mia Matilde è sempre più grande ai miei occhi». E, dopo di aver accennato alla leggendaria narrazione delle origini di lei, fatta dal Villani, ripiglia con ingenua compiacenza di romanziere e di romantico: «Da questa unione romanzesca, ma storica,... nacque, com’era ben naturale, una creatura tutta amore, tutta fantasia e tutta spirito cavalleresco. Questa è Matilde.... Quell’anima ardentissima era troppo elevata al di sopra del suo secolo per contentarsi d’avere un nome fra i piccoli regnanti d’Italia, o per porre il suo cuore in uno di loro. Dio e la gloria divennero la sua passione. Nella mano destra una spada e nella sinistra una croce, inebbriò d’entusiasmo e d’amore tutta la valorosa gioventù italiana, e proclamò come voluta dal cielo l’indipendenza dei popoli italiani, i quali allora venivano assaliti da Arrigo IV, re di Germania». Papa Ildebrando aveva proclamato: «Dio non ha posta nessuna nazione sotto il giogo d’un’altra, bensì tutte devono piegare la fronte dinanzi al trono di Cristo, ch’è in Roma». Onde Matilde, «fatta primo campione d’un Pontefice perseguitato e nello stesso tempo d’una nazione oppressa, è un carattere singolarmente luminoso... Dio e l’Italia erano la passione eroica di Matilde; ma un’eroina è anche donna, e la donna ha un cuore proclivo alla pietà e all’amore. Intrepida in mezzo ai pericoli della morte, ella pur tremava nascostamente al cospetto del suo giovine prigioniero [il principe Corrado, figlio dell’imperatore Arrigo!].... Immutabile ne’ suoi proponimenti, ella ha giurato la perdita de’ Tedeschi e la liberazione dell’Italia».... Le vicende della guerra son tali, che l’imperatore giunge a dichiararle: «Io son pronto a rinunziare al miei diritti all’Impero di Roma; purchè questo titolo sia d’ora innanzi abolito; dell’Italia si faccia un regno; si distruggano i tanti disprezzevoli scettri che la governano; e Corrado sia teco incoronato Re indipendente di tutta la penisola».

È agevole comprendere come non fosse possibile che uno spirito quale il Manzoni si lasciasse trascinare a simili anacronismi e delirii romantici. Se la causa d’Italia era santa, non doveva esser permesso di tradire la storia per giovarle! Silvio mostra un debole proprio per quelle utopie che più infastidivano Alessandro. All’uno par bella l’idea della confederazione italiana; all’altro parve sempre brutta, anche quando vide farsene apostolo il suo Rosmini. All’uno sorrise quell’ibrido ideale neoguelfo, ch’ebbe poi un così eloquente patrocinatore nel Gioberti; all’altro ripugnò sempre che fosse «giunta la spada col pastorale». L’uno ragionava così: Matilde «era una calda difenditrice della Chiesa, il che io posso interpretare difenditrice dell’Italia»; l’altro: «Non so se il Rosmini sia della mia opinione, ma avrebbero, pare a me, fatto assai bene i Papi a rimanere in Avignone: l’Italia deve loro la condizione in cui è»[92].

È vero che qualche critico partigiano non si peritò di dire che nell’Adelchi il poeta imprecasse contro la «rea progenie» dei Longobardi in grazia di Carlomagno e de’ Franchi, paladini della Chiesa e delle sue ambizioni temporalesche. Ma basta legger quella tragedia, per accorgersi che, caso mai, il poeta è stato parziale per quello dei due popoli, a cui appartennero Ermengarda, Adelchi e il prode e leale Anfrido[93]. Di Carlomagno invece, a dispetto della tradizione chiesastica cui anche Dante s’inchinò e della poetica che assomma nell’Ariosto, egli ha fatto il tipo d’un fortunato ipocrita. Il Fauriel ne ritrae così il carattere:

«Il est religieux, mais non autant qu’il faudrait, ni surtout comme il faudrait l’être pour avoir quelques scrupules sur la justice ou la sainteté des moyens de satisfaire son ambition; les coups de sa bonne fortune sont, a ses yeux, les marques les plus certaines de la faveur du ciel. Magnanime toutes les fois qu’il peut l’être sans compromettre son pouvoir, généreux quand il n’y a pas d’imprudence à la générosité, il est toujours également prêt à encourager par des récompenses ou des promesses la bassesse qui se vend à ce prix, et à flatter l’orgueil désintéressé de la loyauté et de la bravoure».

Comparisce sulla scena, dopo che v’è passata la gentile vittima della sua brutale lussuria e della sua ambizione. Egli è sgomento della resistenza del «fiero Adelchi», di codesto prode il cui nome i suoi non proferiscon che con terrore: «ardito Come un leon presso la tana, ei piomba, Percote, e fugge»; una vera «scola di terror» per i Franchi. Carlo è deciso a tornare indietro, a più facili imprese. Il legato papale adopera tutta la sua arte oratoria, tutte le blandizie, perchè l’invitto non rimetta nella guaina il brando che il Signore aveva suscitato in pro del Pastor santo. Ma le belle parole non sarebbero valse a nulla, se non fosse arrivato in buon punto il diacono Martino. Solo allora, l’«eletto a strugger gli empi» riprende coraggio, riparla con ostentata affezione del «santo avel di Piero» e del «desiato amplesso del gran padre Adrian», e ai due prelati intima:

E voi, le mani

Alzate al ciel; le grazie a lui rendute

Preghiera sian che favor novo impetri.

Pure, ei non riesce a intimar silenzio alla sua coscienza; e rimasto senza testimoni, si abbandona a considerazioni e a scuse che mettono a nudo tutta la sua profonda abbiettezza. Ancora una volta su quel regale sepolcro imbiancato proietta la sua candida e rivelatrice luce lunare la casta figura dell’innocente reietta. Essa s’affaccia come un fantasma:

Tacita, in atto di rampogna, afflitta,

Pallida, e come del sepolcro uscita.

Tragico commediante, a codesto Carlo manca, nella sua perversità, quel non so che di leonino che rende terribili ma non disgustose le colossali figure di Macbeth e di Saul; anzi di lui, come del dantesco Guido Montefeltrano, potrebbe ripetersi che le opere «non furon leonine, ma di volpe». Ha, egli pure, del «cordigliero» e dell’«uom d’arme» insieme. Vuol persuadere a sè stesso che il rimorso che lo assilla («e perchè dunque / Ostinata così mi stavi innanzi....?») sia «un fantasma d’error», che sia bugiarda la voce che gli grida in cuore: «No mai, no, rege esser non puoi nel suolo Ove nacque Ermengarda!». Volgare e sacrilego sofista, egli denunzia complice delle sue infamie, anzi mandatario, Dio stesso («Dio riprovata ha la tua casa; ed io / Starle unito dovea?»)[94]: quel «Dio de’ santi», al quale la vittima s’appresta ad ascendere «santa del suo patir». Davvero nel perverso suo cuore di re «loco a gentile, Ad innocente opra non v’è»; e il suo nome il novissimo poeta ha voluto trasmetterlo a noi accompagnato dall’«imprecar de’ tribolati».[95]

Dicono che in Carlomagno il Manzoni abbia inteso ritrarre il despota che all’alta ragion di regno aveva pur allora sacrificata Giuseppina Beauharnais[96]. Potrebbe essere; e certo converrebbero perfettamente a Napoleone pur quelle parole che con sì cruda verità ritraggono un cuore dove il vento secco della più inesorabile ambizione ha spazzato fin le ultime reliquie della gentilezza e della pietà umana:

Se minor degli eventi è il femminile

Tuo cor, che far poss’io? Che mai faria

Colui che tutti, pria d’oprar, volesse

Prevedere i dolori? Un re non puote

Correr l’alta sua via, senza che alcuno

Cada sotto il suo piè.

[87] A un certo passo dello Schlegel, il Manzoni postillò: «Un poeta drammatico deve, al pari d’ogni altro, desiderare tutto ciò che tende al perfezionamento della società, qualora egli riguardi, com’è giusto, l’arte sua come un mezzo e non come un fine....». Cfr. Bonghi, Opere inedite o rare di A. Manzoni, II, 441.

[88] Non so che altri abbia avvertito che codesta espressione il Leopardi desunse da un passo (III, 1) del Principe e le lettere. Dov’è detto: «Voi dunque, o Socrati, Platoni, Omeri, Demosteni, Ciceroni, Sofocli, Euripidi, Pindari, Alcei, e tanti altri incontaminati e liberi scrittori, ispiratemi or voi non meno che salde ragioni, virile e memorando ardimento». Il ricordo letterario mi pare che accresca vigore alla parentesi leopardiana.

[89] Desumo i particolari della prima rappresentazione della Francesca dalle lettere stesse del Pellico, recentemente pubblicate (ohimè, in che malo modo!) dal p. Ilario Rinieri, nel vol. I Della vita e delle opere di S. P., Torino, 1898. Ho però tenute sott’occhi le diligenti note che il prof. Egidio Bellorini è venuto facendo a quella trascuratissima pubblicazione. Cfr. Intorno ad alcune lettere di S. P., Cuneo, 1902.

[90] Cfr. Bellorini, Intorno ad alcune lettere ecc., pag. 12-16.—Del Bellorini mi giunge in buon punto, perchè io possa qui registrarlo, anche lo scritto intorno alle Idee letterarie di S. Pellico (dal «Giornale Storico d. Lett. Ital.», 1906, vol. XLVII).

[91] La chiama così il D’Ovidio, Studii sulla Divina Commedia, Palermo, 1901, pag. 374.

[92] Nei Pensieri inediti del Bonghi, pag. 88.

[93] Curioso da notare: già l’Alfieri, nell’unica sua tragedia tratta dai «secoli bassi», la Rosmunda, s’era abbandonato alla creazione d’un tipo di guerriero ideale, scegliendolo tra i Longobardi! Adelchi ha un precursore in Ildovaldo! Questi, postilla l’Altieri (nel Parere dell’autore ecc.), «è un perfetto amatore e un sublime guerriero. Le tinte del suo carattere hanno però un non so che di ondeggiante fra i costumi barbari dei suoi tempi, e il giusto illuminato pensare dei posteriori, per cui egli forse non viene ad avere una faccia interamente longobarda. Ma in ogni secolo ci può nascere degli uomini che non siano dei loro tempi, e massimamente nei barbari e oscuri. A me pare, che questo picciolo grado d’inverosimiglianza, allorchè non eccede, possa prestare infinite bellezze; ma che non si possa pure scusare dell’esser difetto». Si rilegga quel che di simile il Manzoni scrisse del suo Adelchi, a p. 12.

[94] Adelchi gli manda a dire, con un accento che fa ripensare a padre Cristoforo (I, 5; p. 33): «E digli ancora, / Che il Dio di tutti, il Dio che i giuri ascolta / Che al debole son fatti, e ne malleva / L’adempimento o la vendetta, il Dio, / Di cui talvolta più si vanta amico / Chi più gli è in ira, in cor del reo sovente / Mette una smania, che alla pena incontro / Correr lo fa».

[95] Comunicando al Fauriel un’aggiunta fatta al testo, il Manzoni scriveva (12 sett. 1822) con una cert’aria canzonatoria: «Ainsi vers la fin du discours de son Eximiété Charles roi des Francs, ou de France, homme illustre,....j’ai ajouté....». C’era dunque un’intesa, fra i due insigni studiosi della storia medioevale, contro il povero re Carlone!

[96] Cfr. V. Waille, Le romantisme de Manzoni, Alger, 1890, p. 125: «Dans Adelchi il trace un portrait de Charlemagne, satire transparente de Napoléon, faisant ressortir l’homme sans entrailles, le comédien».