XXII.

Perchè potessimo formarci un concetto esatto dei fini letterarii, morali e politici a cui il Manzoni diresse la sua opera poetica, occorrerebbe che ci rendessimo conto delle titubanze, delle contradizioni, delle audacie e dei pentimenti di quei primi nostri romantici, tanto minori di lui. Egli è un atleta, che dissimula gli sforzi e i tentennamenti; i quali, in lui, furon anche di corta durata. Gli altri invece, il Pellico in ispecie, finirono con lo smarrirsi tra le mille incertezze, prima di toccar la meta, anzi prima ancora d’aver trovata la via che potesse condurvi.

Ricordo un magnifico spettacolo, al quale mi fu dato assistere in una indimenticabile giornata d’autunno. Eravamo a Capri, su quel rialzo a guisa di sella, dove s’annida la bianca borgata, tra le altezze superbe del monte Solare, su cui s’inerpica Anacapri, e del Salto di Tiberio. Un forte vento di tramontana aveva spazzata via la nuvolaglia e i vapori nebbiosi dei giorni scorsi; e il cielo era tutto una volta di lapislazzuli, e i monti della penisola sorrentina e del golfo di Salerno, il promontorio di Miseno, le isole d’Ischia e di Procida si disegnavan nitidamente all’orizzonte. L’immenso anfiteatro di Napoli, da Baia a Castellammare e a Sorrento, con in fondo il Vesuvio che allungava verso di noi il pennacchio superbo, si dispiegava luminoso ai nostri sguardi. Pure, sull’ampio specchio delle acque del Golfo, d’un turchino intenso, spuntavano e trepidavano innumerevoli e grossi batuffoli come di candida bambagia: quasi un immane gregge di giganteschi ermellini, gettati a nuoto; e sulla costa, dov’è l’approdo e dov’è scavata la Grotta Azzurra, s’avventavano, con terribile impeto e fracasso, inseguendosi, mostruosi cavalloni, che pareva volessero scovare e rapire dai loro ripari le barche impaurite. Ebbene, rivolgendo gli occhi indietro, la scena mutava. Il mare si stendeva ampio e tranquillo, liscio, senza una ruga, fin laggiù laggiù dove si confondeva col cielo. Sotto l’Arco naturale, ai piedi dei ciclopici Faraglioni, tra gli scogli della Marina piccola, all’imboccatura della Grotta Verde, l’onda, qui come di zaffiro liquefatto, più là come di topazio o di smeraldo «allora che si fiacca», susurrava carezzosa, quasi mormorasse una inarticolata ecloga piscatoria. Le barchette s’accostavan sicure al piroscafo, ch’era venuto a gettar l’ancora qui; e pareva che nessuno ricordasse più la tramontana che rendeva inospitale l’altra riva.

L’arte manzoniana, che dissimula, sotto la superficie levigata e iridescente, le agitazioni della tempesta, l’assomiglierei all’alto mare; al Golfo che, fra tanta festa di colori, ancor risente l’impeto del vento di nord, l’arte dei romantici minori. Per convenirne, basta ascoltare il Pellico, in una lettera al fratello Luigi, da Milano l’11 dicembre 1815.

«Ti ricordi l’effetto che produsse in noi la lettura di Shakespeare e di Schiller; come l’orizzonte si facea più vasto davanti a noi? La fredda riflessione, il rimbombo della voce de’ pedanti, mi ha spesso fatto dire: questo mio fervore sarà egli un delirio d’inesperta gioventù? verrà il tempo in cui arrossirò delle mie sfrenate teorie, e discernerò quanto inerente al vero bello sia la saviezza delle regole così dette aristoteliche? La coscienza risponde di no.—Quando lessi la Letteratura del Mezzogiorno di Sismondi e il Corso drammatico di Schlegel, mi riaccesi dello stesso foco che Shakespeare e Schiller m’avevano messo nel cuore. Lessi tutte le critiche francesi contro Schlegel e Sismondi, e ne scopersi con isdegno i sofismi. Giorni sono, Breme comprò una raccolta di opere drammatiche tedesche tradotte in francese: l’Emilia Galotti di Lessing, Goetz di Berlichingen di Goethe sono cose che sforzano l’ammirazione».

Ammiratore dell’Alfieri, del Monti, del Foscolo, vorrebbe rimaner fedele anche ai pregiudizii critici di costoro; ma quella ventata del nord, ch’egli ha lasciato entrare dalla finestra aperta, lo trasporta verso l’eterodossia. Spera in un ravvedimento; ma intanto medita un tranello. Nel luglio di quel medesimo anno aveva scritto:

«Converrà esser noto per tre o quattro produzioni ortodosse, prima d’aver suffragi abbastanza per osar di tentare innovazioni, violazioni di regole, ecc. Tanto quelle foggiate alla Schiller, come le essenzialmente politiche, devono essere modeste, e lasciare la primogenitura alle altre».

Shakespeare, Goethe, Lessing, anche Kotzebue (ne cita Misantropia e pentimento, e attesta che l’Andromaca di Racine «non farà mai spargere tante lagrime», nonostante che sia «enorme la differenza di merito»), lo entusiasmano, e, appena può, egli cerca d’imitarli (la Francesca da Rimini risente del Romeo e Giulietta, l’Ester d’Engaddi dell’Otello, il Tommaso Moro del Giulio Cesare); ma il poeta che più lo commuove e lo affascina è lo Schiller, il tenero e appassionato creatore di quelle delicate creature che si chiamano Amalia, Tecla, Luisa Miller. «Oh divino Schiller!», esclama in una lettera del 20 gennaio 1820; «Don Carlos e Fiesco sono due tragedie inimitabilmente belle. V’è una forza d’immaginazione che spaventa. Perchè mai Schiller non è riconosciuto per uno dei più grandi ingegni che la repubblica letteraria abbia avuto?». Verso quel nuovo dramma così schiettamente romantico, egli è sospinto dalla sua indole generosa e fantasiosa e dal suo carbonarismo bianco. Nelle sue tragedie è facile sorprenderne l’influsso un po’ da per tutto: nell’Eufemio di Messina e nell’Iginia d’Asti, nella Francesca da Rimini e nella Gismonda da Mendrisio. E insomma la sua Matilde di Canossa, senza che forse egli ne avesse precisa coscienza, non tendeva a conformarsi sempre meglio alla Vergine d’Orléans?[97]

Un tempo, anche il Manzoni aveva partecipato a siffatti entusiasmi, e collocato Schiller tra Shakespeare e Goethe. Discorrendo di quel genere di tragedie che a parer suo era «superiore ad ogni altro»; il quale, «partendo dall’interesse che i fatti grandi della storia eccitano in noi, e dal desiderio che ci lasciano di conoscere o d’immaginare i sentimenti reconditi, i discorsi ecc., che questi fatti hanno fatto nascere e coi quali si sono sviluppati (desiderio che la storia non può nè vuole accontentare), inventa appunto questi sentimenti nel modo il più verosimile, commovente e istruttivo»; il Manzoni, in certi suoi appunti di critica, saltava sù a dire: «La pratica di quest’ideale drammatico si vede portata al più alto grado in molte tragedie di Shakespeare; ed esempj notabilissimi ne sono pure le tragedie di Schiller, del signor Goethe, per non parlare che di quelle ch’io conosco». Anzi, subito dopo, alla Rodogune e all’Héraclius di Corneille e al Bajazet di Racine, egli preferiva contrapporre appunto la Maria Stuarda[98]: quella cioè che, a giudizio della Staël, è «de toutes les tragédies allemandes la plus pathétique et la mieux conçue»[99].

Quanto alla moralità di quelle tragedie, gli rimaneva, sì, qualche dubbio; e ad ogni modo, non gli pareva che, per tal riguardo, ci fosse miglioramento o progresso sul teatro classico. «Noi», egli osserva, «abbiamo una inclinazione a seguire più il nostro giudizio che le leggi divine ed umane»; e «i poeti drammatici hanno assecondata questa inclinazione, rappresentando casi in cui mille inconvenienti si trovino nella esecuzione della legge, e mille vantaggi e mille sentimenti virtuosi nella trasgressione. Esempj: Héraclius, Tell». E un po’ più giù, adduce ed esamina la prima scena dell’atto IV del Guglielmo Tell appunto, quella del pescatore che «osserva con un suo figliuoletto la barca dov’è Gessler con Tell, agitata dai venti», come un cospicuo «esempio del pericolo di far partecipare lo spettatore alla passione del personaggio». Riferite le parole del pescatore:

«Knabe, bete nicht,

Greif nicht dem Richter in den Arm!».

e la risposta del fanciullo:

«Ich bete für den Landvogt nicht—Ich bete

Für den Tell, der auf dem Schiff sich mit befindet»,

egli ripiglia:

«Questo sentimento orribile è espresso senza disapprovazione; nè io voglio credere che uscisse dal cuore di Schiller, ma egli avrà voluto rappresentare al vivo l’abbominio di quegli uomini per Gessler. Ma egli ha errato, mettendosi a rischio di far sentire lo spettatore come il suo personaggio. Del resto, mi sembra che, poichè egli ha immaginato di far pregare il fanciullo, ha perduto l’occasione di una scena bellissima. Se il padre invece (il che è nella natura d’un uomo pio e retto) dicesse al figlio di pregare anche per Gessler, che commozione non ecciterebbe! Quanti sentimenti non risveglierebbe di quella Religione che insegna a chi l’ascolta di pregare per Gessler e per Tell, per l’oppresso e per l’oppressore; a riguardare gli uomini i più scellerati come creati anch’essi per la virtù, come capaci di emendarsi e di seguirla, e sè stesso come capace dei più grandi errori, qualora Dio lo abbandoni; che insegna a riguardar tutti gli uomini come fratelli, e se gl’iniqui vogliono rompere questo santo vincolo, c’impone di tenerci stretti a loro, con quella carità che ha per fondamento non il merito loro, ma i precetti e gli esempj di Gesù Cristo!—Quanto più Gessler è stato dipinto scellerato, più pericoloso è questo sentimento, perchè lo spettatore è disposto a riceverlo. Certo, v’è una simpatia in ciò; ma dev’egli, il poeta, secondare questa inclinazione nostra? No, certamente; e se il diletto è il fine della poesia, io m’immagino che dall’aver vinto questo impeto d’odio, e dall’avere accolti in sè i sentimenti sublimi che ho accennato poco sopra, ne debba nascere un vivo, soave ed alto piacere, e questo deve il poeta trasfondere nello spettatore. Questi può avere piaceri viziosi e piaceri virtuosi: i secondi sono i più poetici».[100]

Ancora nella Lettre à m. C***, ch’è dell’inverno 1819-20, il Manzoni ricordava, nel manoscritto, «les pièces historiques» di Schiller insieme con quelle di Shakespeare e di Goethe. Sennonchè il 29 maggio del 1822, tornando sul suo giovanile entusiasmo, pregava l’amico Fauriel di cancellare il nome del poeta würtemberghese, dacché ei v’era citato «d’une manière qui fait supposer une idée beaucoup plus haute que je ne l’ai réellement de l’importance de cet écrivain au point de vue dramatique»; e soggiungeva: «Vous vous souviendrez peut-être des discours que nous avons tenus sur ce sujet; vos idées ont donné aux miennes là-dessus plus d’étendue et de courage; en rélisant les tragédies de Schiller, je me suis confirmé dans ces idées; enfin, je ne mérite ni n’ose le nommer»[101].

Tuttavia non era ugualmente agevole di fare sparire ogni traccia dell’antica ammirazione nella prima delle sue due tragedie, concepite mentr’essa era fervida. E s’intende: il soggetto medesimo del Conte di Carmagnola avea dovuto richiamare ogni tanto il pensiero del poeta novello a quella trilogia del Wallenstein che fece credere ai Tedeschi di possedere anch’essi uno Shakespeare. La Staël ne aveva discorso con molta lode; e Beniamino Constant l’aveva costretta e disciplinata in un unico dramma di fattura classica, tra le più vive censure dei romantici[102]. In fondo, anche il Manzoni aveva fatto qualcosa di simile: l’atto secondo del Carmagnola, di cui la prima parte si svolge nel Campo ducale e la seconda nel Campo veneziano, è quasi una minuscola riproduzione del Wallensteins Lager, donde sia stato potato tutto ciò che a un poeta educato alla scuola di Virgilio e di Vittorio Alfieri doveva parer superfluo. L’ispirazione schilleriana era, e si capisce, ancor meglio evidente nel primo getto di quell’atto [103]. Il Manzoni v’introduceva francamente il popolo, nei cui discorsi la bella figura del Condottiero e i pericoli che l’attorniavano venivano lumeggiati più al vivo. E alle altre che son rimaste, faceva precedere una notevole scena tra due minori capitani di ventura, i fratelli Micheletto e Lorenzo di Cotignola, e una scenetta fra costoro e il Carmagnola, dov’eran chiarite ottimamente e le condizioni degli eserciti a fronte, e il fascino che su quegli uomini rotti alla guerra esercitava il protagonista, colla sua valentìa sicura e con le sue schiette ed affabili maniere, e le noiose difficoltà tra cui questi era costretto a muoversi, per ogni passo dovendo prima consultarsi coi Provveditori della Repubblica[104].

Veramente, se codeste scene furon poi messe in disparte, ciò non avvenne per paura che il poeta avesse di passare per imitatore dello Schiller: anzi, gli esempi dello Shakespeare, e i goethiani dell’Egmont e del Goetz von Berlichingen, avrebbero dovuto dargli animo a rimanere nella via per cui s’era, con tanta fortunata baldanza, incamminato. Il novizio fu invece colto, in mal punto, dallo scrupolo della verosimiglianza storica. E allo Chauvet, che, pur dal suo punto di vista classico, gli fece un carico della completa assenza del popolo nella tragedia, egli ebbe a replicare che dall’opinione pubblica non s’era creduto lecito trarre alcun partito, pel fatto che nella Venezia del quattrocento un’opinione pubblica non esisteva. Anche il Byron, nella seconda delle sue tragedie veneziane, I due Foscari, che scrisse a Ravenna tra il giugno e il luglio del 1821 e che pubblicò nel dicembre dello stesso anno, faceva replicare dal Doge a chi ipocritamente gli parlava ancora d’un’autorità popolare:

The people!—There’s no people, you well know it,

Else yon dare not deal thus by them or me.

There is a populace, perhaps, whose looks

May shame you; but they dare not groan nor curse you,

Save with their hearts and eyes.[105]

Ma fu, nell’interesse dell’arte, un eccesso di rigore; e forse il poeta spinse il suo scrupolo storico anche di là dal limite che la storia medesima gli avrebbe consentito. Nelle notizie premesse al dramma, è pur additata «qualche traccia di una opinione pubblica, diversa da quella che la Signoria veneta ha voluto far prevalere», circa il preteso tradimento. E non si sarebbero potute mettere in bocca a qualcuno del popolo quelle voci che ci sono state tramandate dai cronisti? Un bolognese, per esempio, riferisce e la diceria che il Senato condannasse lealmente il Conte «perchè egli non faceva lealmente per loro la guerra contra il Duca di Milano», e l’altra, che quella ragione di tradimento fosse escogitata per disfarsi d’un pericoloso e potente capitano che oramai aveva nelle sue mani lo Stato. Una differente versione fu raccolta dal Poggio, che di quella morte fosse cagione la superbia del Carmagnola, «insultante verso i cittadini veneti e odiosa a tutti»; e un’altra diversa dal Corio, che alla Signoria facesse gola «il valsente di più di trecento migliaia di ducati», che, in grazia della non serena condanna, passò dalle casse del Condottiero a rinsanguare l’erario della Serenissima[106].

E ancora una scena, di schietta ispirazione schilleriana, il Manzoni sacrificò alla verità storica: quella d’un povero mandriano, venuto apposta a Venezia per parlare, nel giorno della partenza solenne, al Carmagnola, e che si rivelava pel padre di lui. Egli s’imbatte in alcuni cittadini che attendono il corteo, e chiede loro:

Bartolomeo

Di grazia, o cittadini, ella è ben questa

La via per cui deve passare il Conte

Di Carmagnola?

1º Cittadino

È questa; egli non puote

Indugiar molto.

Bart.

Lode al Cielo, io fui

Ben avviato.......

.......

.......Io vengo assai da lunge

Per riveder quest’uomo, e favellargli.

1º Citt.

Per vederlo, o buon vecchio, acconcio è il luogo;

.....ma parlargli è cosa

Da levarne il pensiero.

Bart.

Ov’ei mi scorga,

Avrò campo a parlargli.

1º Citt.

Egli è col Doge,

E con tal compagnia, da non tenersi

Così a bada per via. Ma voi, mi sembra

Siate suo paesano?

Bart.

Il sono, ed anche

Assai più che paesano: io son suo padre.

1º Citt.

Il Conte è vostro figlio?

Bart.

Io ve l’ho detto.

2º Citt.

Poss’io darvi un consiglio?

Bart.

Un buon consiglio

Vien sempre a tempo, e più d’ogni altro assai

Ne ha mestier chi si trova in strania terra.

2º Citt.

S’io fossi voi, non vorrei qui mostrarmi;

E poi che al campo assai difficil cosa

Saria vedere il Conte, attenderei

Il suo ritorno, onde parlar con esso

Privatamente.

Bart.

Egli saria fidarsi

Troppo del tempo. Il figlio mio va in guerra,

Ed io, voi lo vedete, ho già vissuto

Più assai di quel che a viver mi rimane.

Ma perchè questo indugio?

2º Citt.

Tolga il Cielo

Ch’io voglia farvi dispiacer, ma il vostro

Figlio è patrizio veneziano e conte,

E sgradir gli potrà che innanzi a tutti,

E cotai testimonj, gli facciate

Risovvenir ch’ei non è nato tale.

Bart.

Egli? In qualunque luogo, in qualunque ora,

Gli si affacci suo padre, esser non puote

Che non n’abbia gran gioja: io lo conosco![107]

In verità, non mi sembra possibile non ammettere che qui il Manzoni intendesse far qualcosa di simile a quelle scene del IV atto della Jungfrau von Orleans, dove al trionfo di Giovanna vengono ad assistere il padre, le sorelle e gli amici contadini. Beninteso che l’effetto ch’ei se ne riprometteva era diverso, anzi opposto. L’incontro del festeggiato signore col suo umilissimo padre avrebbe dovuto dare ancor più risalto alla nobiltà d’animo del protagonista, e ancor meglio dissipare le accuse di superbia ond’era fatto segno. Sennonchè una tale scena gli era poi consentita dalla storia? E quell’episodio era verosimile nell’aristocratica Repubblica? Un poeta più lesto, come Shakespeare, anzi pur come Goethe o Schiller, non avrebbe esitato un momento a cavarne partito. E che importava che i cronisti più fededegni non se ne mostrassero informati? Nel cinquecento, all’incontro del Carmagnola col padre si prestava fede; e un umanista, ch’era anche un uomo di chiesa, il canonico veronese Adam Fumano, raccolse quella tradizione dalla bocca del popolo, e la espose, con una certa pompa, in un epigramma,[108] ch’ebbe la ventura d’esser riferito e illustrato dal Giovio, e la disgrazia d’esser rattrappito e mutilato in un sonetto, un vero letto di Procuste, da Lodovico Domenichi[109]. Or, di fronte a una tradizione siffatta, abbastanza antica se pur non autentica, ma così feconda di effetti poetici, doveva un poeta credersi in obbligo di far tanto lo schizzinoso?

[97] Il Bellorini (Spigolature Pellichiane, Saluzzo, 1903, p. 25-8) ebbe già a notare che la cantica Tancreda ha molte somiglianze con codesto dramma dello Schiller.—Ognuno ricorda come il Pellico noti che avesse il medesimo nome del «grand’uomo» l’umile e bonario carceriere dello Spielberg. Cfr. Mie Prigioni, cap. 58.

[98] Vedi nei Materiali estetici, a pag. 389 di questo volume.

[99] De l’Allemagne, II pt., ch. 18.

[100] Vedi, in questo volume, il saggio Della moralità delle opere tragiche, alle pagine 433-36.

[101] Vedi, in questo volume, a pag. 302-03 e 336.

[102] Cfr. M. De Staël, De l’Allemagne, II pt., ch. 18; e B. Constant, Mélanges de littérature et de politique, Bruxelles, 1838, p. 216 ss.

[103] L’episodio gentile e commovente del giovinetto Pergola (sc. 3ª, p. 221-22), che a quel ch’io so non ha fondamento nella storia, è bensì d’ispirazione omerica, ma la maniera ond’è ricolorito si direbbe modellata su Schiller. Come pure, il senatore Marco rassomiglia, nell’eccessiva perfezione morale, specialmente al Marchese di Posa; nonostante che di quei caratteri un po’ rigidi sia altresì popolato il teatro del nostro Alfieri.

[104] Vedi in questo volume, a pag. 281 ss.

[105] «Il popolo!... Qui non c’è popolo, voi lo sapete bene; altrimenti voi non osereste trattarci così, lui e me! Qui c’è una plebe, forse, i cui sguardi vi farebbero vergognare; ma essi non ardiranno nè gemere nè maledirvi, salvo che col loro cuore e con gli occhi». (Atto V).—Conobbe il Byron la tragedia manzoniana, pubblicata l’anno avanti? Non lo credo impossibile, in ispecie se si tien conto degli accenni al processo del Carmagnola, la cui innocenza qui è data per sicura, verso la fine dell’atto IV. Il senatore Barbarigo dice del doge Francesco Foscari, che fu quegli che lo condannò: «Eppure egli sembra un uomo così aperto!...». E il patrizio Loredano: «Così anche sembrava, poco tempo fa, al Carmagnola!—L’accusato e straniero traditore?—Proprio così!.... E il valoroso Carmagnola è morto!...—Carmagnola era vostro amico? —Egli era la difesa della città. Nella sua giovinezza, era stato suo nemico; ma nella sua virilità, prima il suo salvatore e poi la sua vittima.—Ah questa pare sia la pena che tocca a chi salva le città!».

[106] Anche altre voci si potrebbero raccogliere. Un ser Gherardini de Fulgineo per esempio, citato dal Battistella (Il Conte di Carmagnola, studio storico con documenti inediti, Genova, 1889, p. 394), scriveva da Firenze al Marchese d’Este, il 15 maggio 1432: «....Et la prexa et la morte del Carmagnola è ogni dì più vituperata et biasemata qui. Et dicese largo che questo acto, oltra la vergogna, è la desfactione de la liga».—Il Giovio attesta ch’ei fu giustiziato «ea fama, ut nonnulli eum indignissime damnatum dicerent, quod avaritia praecipitique malignitate maturatum ei exitium arbitrarentur. Nam ex damnati opibus supra ducenta milia aureorum nummum ad Fiscum redibant.... Auxit autem invidiam atrocis inexpectatique supplicii spectaculum interdiu populo editum, quum indigne tantus imperator ad Columnas rubras ubi noxii plecti solent, inserto in os ligneo lupato ne vociferari posset, traheretur; multis aut insontis calamitatem, aut aequo severius ingrati Senatus decretum detestantibus; quum egregie fortiterque rerum bello gestarum recens memoria spectantium animos, excitis fere lachrymis, ad misericordiam permoveret».—Per quel ch’è poi della vera o presunta reità del Carmagnola, a me pare, pur dopo il tanto arrabattarsi degli apologisti del Senato Veneto, che rimanga inesorabilmente giusto il giudizio del Machiavelli, nel Principe (cap. XII, § 7, ediz. Lisio), al quale il Manzoni sembra essersi ispirato: che cioè i Veneziani, veduto «el Carmignola.... virtuosissimo, battuto che ebbono sotto il suo governo el Duca di Milano, e conoscendo da altra parte come elli era raffreddo nella guerra, iudicorono con lui non potere più vincere, perchè non voleva, nè potere licenziarlo per non riperdere ciò che aveano acquistato; onde che furono necessitati, per assicurarsene, ammazzarlo».

[107] Vedi, in questo volume, a pag. 282 ss.—Il Conte, nel primo getto (pag. 280), accennava anch’egli amorevolmente a suo padre; quando al fido Marco esponeva quel che avrebbe fatto dopo la vittoria:

«Se vincitor ritorno,

E non solo,.....qui finalmente

Restarmi; il vecchio genitor con noi

Qui trarre....».

[108]

Sedula apis velati maturis advolat uvis

Ut liquido vacuas distendat nectare cellas,

Ad te sic mea se celeri tulit impete Musa.

Bellica quem ad magnos virtus evexit honores,

Francisce, aeternum pietas per secula nomen

Cui peperit, cuncto Procerum cum astante Senatu

Ac magnis una tecum de rebus agente.

Ad Scabrum haud veritus confestim exire parentem es

Fortiaque infirmo circumdare brachia collo

Illicet hoc unum malit, quam mille referre

Gesta tua praeclara, et devicto ex hoste trophaea.

Magnorum decus Insubrum, dux inelyte, tandem

Orta licet subito, fractum te attriverit ingens

Tempestas, Caurique, importunaeque procellae,

Ne dubita; tua te pietas, tua maxima virtus

Venturo meritis cumulabit honoribus aevo.

Il Fumano fu eletto canonico di Verona nel 1544, e morì in «felice vecchiaia» nel 1587.—Il Manzoni chiamò Bartolomeo il padre del Carmagnola, seguendo la tradizione; ma da qualche documento milanese risulterebbe chiamarsi egli Giacomo. In un istrumento degli 8 dicembre 1415, è scritto: «....Virum magnanimum et strenuae probitatis fama decoratum Franciscum de Buxonibus dictum Carmagnolam, filium condam spectabilis vivi domini Jacobi....».

[109] Nella sua traduzione degli Elogi del Giovio: Vinegia, De’ Rossi, 1557, pag. 115. Il sonetto è questo:

Ben fu degno d’honor l’atto gentile,

Che verso il padre tuo mostrasti, alhora

Che colmo di pietà dentro et di fuora

D’ire abbracciarlo non avesti a vile.

Fu questo ufficio d’animo virile,

Et più, che le tue prove assai t’honora:

Tal che per ciò fia vivo, et chiaro ogn’hora

Il nome illustre, onde non hai simile.

Da sì bella pietà merti più lode,

Che da mille atti d’armi, et di valore,

De’ quali ancor la tua memoria gode.

Sopra ciò non potrà l’empio furore

Del tempo, non l’invidia, che sì rode;

Quella che già ti spinse a l’ultime hore.