IV.

Il Conte Luca Lascaris tornato dalla caccia ebbe un colloquio temporalesco ma breve con la marchesa Isabella: poi con la rude cortesia che anche nei momenti meno simpatici gli era abituale, si fece annunziar presso l'ospite.

L'Embriaco lo ricevette con un grazioso inchino.

— Scusatemi, signor conte, — gli disse il Lascaris — se l'ospitalità del mio castello non è quella che si conviene ad un gentiluomo pari vostro....

L'Embriaco non lo interruppe.

— .... ma vi assicuro che io sarò dolente allorchè ne varcherete la soglia per i molteplici negozi che senza dubbio reclamano fuori di qui la vostra presenza.

— Il che vuol dire — il fuoruscito rispose — che bellamente mi negate asilo?

— Negarvi asilo? Dio non voglia. Ma il mio castello non è nè chiesa del Signore, nè convento riconosciuto e tanto meno piazza forte. D'altra parte il mio patto di fedeltà alla Serenissima Repubblica di Genova mi vieta di ricevere i suoi nemici.

— E così mi consegnerete al Borzone?

— Vi prego di non male interpretare le mie parole. Finchè sarete sulle mie terre nessuno oserà toccarvi: quando ne uscirete, alla grazia di Dio!

L'Embriaco chinò il capo.

— Quando dovrò uscire dal castello?

— A piacer vostro, signor conte!

— Subito allora.

Il Lascaris non rispose. Restò un po' curvo, ciò che l'aggraziava, giacchè era un bel gentiluomo, elegantissimo, quasi effeminato, ed amava d'eguale amore armi e profumi.

— Prima però, — l'Embriaco riprese — permettete che io adempia sino all'ultimo l'incarico affidatomi da una dama.

Il Conte Lascaris trasalì.

— Un incarico per me?

— Per voi. Date ordine che ci lascino soli.

Ad un cenno la scorta del castellano si ritirò nell'antisala. L'Embriaco lentamente, quasi centellinasse, quasi succhiellasse ogni parola, continuò:

— Ed ora vogliate scusarmi se mi spoglio innanzi a voi.

Si tolse la casacca, sbottonò il giustacuore, poi fra la camicia ed un sottil giaco tolse una lista di pergamena avvolta intorno alla persona. Il Lascaris lo seguiva dello sguardo stupefatto: accolse con diffidenza la pergamena che l'Embriaco gli porse, vi gettò uno sguardo annoiato ed arrossì violentemente.

— Chi ve la diede? — esclamò afferrando la mano del genovese.

— Scusatemi se io ve la porto senza sigillo nè stemma e senza nastri. Ero malsicuro per i passaggi guardati. Ho dovuto avvolgerla, sotto il giaco, alla persona, perchè all'occorrenza passasse con me.

— Vi ringrazio — potè appena articolare il castellano — vi ringrazio e vi prego di non tener calcolo delle mie parole di poco fa.

Gli tremavano le mani, il viso gli si era fatto più pallido del consueto.

— Ad ogni modo credete che vi libererò presto della mia presenza — l'Embriaco riprese crudelmente. — Vi potrete ad ogni modo servir di me per una risposta, se vi parrà che ne valga la pena.

Il Lascaris non rispose: leggeva concitato e tremante. Poi alzò gli occhi in viso all'ospite.

— Fu la marchesa Fiorina a consegnarvi questa lettera?

— Fu la marchesa Fiorina. Ma siccome non ignorava i pericoli ai quali andavo incontro, volle che imparassi a memoria la missiva che forse non avrei potuto consegnarvi.

— Vi ringrazio — cominciava il Lascaris.

In quella uno scudiero si avanzò nel vano della porta.

— Il signor Nicola Borzone chiede di parlare al signor conte.

Si voltò di scatto il Lascaris.

— Dite al signor Borzone che non l'ho fatto chiamare: che attenda i miei ordini al fortino.

Un lampo di gioia, subito celato, illuminò il volto dell'avventuriero.

— Perdonatemi — susurrò il Lascaris, e si raddrizzò con aggraziata alterezza: perdonatemi. Sono tempi questi in cui bisogna diffidare anche delle persone più legate dal sangue. Non me ne vorrete, io spero, se ho dubitato di voi.

— Non ve ne voglio. Tutt'altro. Penso che il primo dovere di chi cospira, sia il sospettar di tutto e di tutti.

— E chi vi ha detto che io cospiri? — domandò il giovane castellano corrugando le sopracciglie, ripreso a suo malgrado dalla diffidenza.

L'Embriaco evitò lo sguardo inquisitore, non troppo abile nè penetrante del resto, e sorrise.

— Chi non cospira oggi? È dovere ed è l'unico piacere che ci si permetta ancora. Fra due contendenti si parteggia, fra tre si cospira. La Repubblica genovese da una parte, la Francia dall'altra, il Re di Piemonte e cioè l'Austria....

Il Lascaris era troppo giovane: trasalì.

— Vedete — riprese l'Embriaco — vedete? Cospirate anche voi, e fate ottima cosa. Però cospirar da soli è sterile e voi non siete uomo da perdervi in vanità. Non mi parlate, non vi confidate. Vediamo prima: colui che la marchesa Fiorina di Spigno degnò della propria confidenza, può essere un amico per voi?

— Lo può!

— E allora.... non parlate, no, chè può legarvi un giuramento! Parlerò io.

— Parlate.

— Tre uomini in questo estremo lembo di Liguria possono opporsi all'invasione francese: voi e Camillo Altariva per queste vallate e il signor duca di Nervia per la sua: stretta fra voi la città di Ventimiglia, ove si dibattono chi parteggia per Francia e chi per Genova, è innocua: il Re può così esser sicuro di conservar le sue terre e il suo potere: finchè voi vorrete i francesi non passeranno.....

— È certo che non passeranno.

— Lo penso anch'io. Ditemi solo una parola che non vi può compromettere: Per il Re?

Luca Lascaris tese la mano.

— Per il Re!

— Alla buon'ora! — esclamò l'Embriaco stringendogli la mano tesa. — Alla buon'ora! Vedete come ci s'intende facilmente! Alla buon'ora!

Un ultimo dubbio serpeggiava nel cuore del castellano mentre mesceva all'ospite il bicchiere del benvenuto. Ma l'Embriaco dissipò anche quest'ultima nube.

— Al diavolo la politica e le cure degli affari di guerra. Non bevo a voi, signor conte, ma al fiore della cortesia, della grazia e della bellezza, all'impareggiabile Marchesa Fiorina di Spigno, degna del Re Sole.... o di voi!

E i calici gaiamente tintinnarono.