V.

Lo stesso giorno, mentre accadeva quanto è oggetto dei capitoli precedenti, in una casa della città verso le mura e prospicente quindi la vallata del Roia, si notava un allegro via vai.

Betto Grimaldi, il comandante della città, ritornava dall'aver accompagnato l'Embriaco, recando alla figliola il dono dell'avventuriero. Lo scortavano alcuni soldati che si fermarono al portone, tutto aspro di chiodi, e già salutavano il vecchio soldato che s'accingeva ad entrare, quando un rumore di passi pesanti e sonori s'udì nella viuzza.

— Guarda chi arriva, Giano — ingiunse il Grimaldi a un soldato della scorta, il più giovane, il più lisciato, che pareva d'origine meno popolaresca del restante.

— È il Moncherino, Comandante — rispose l'interrogato.

— Lo manda il Borzone, dunque? O che mai vorrà? Digli che si spieghi a te.

E stava per rinchiudersi dietro il battente, quando colui che sopraggiungeva esclamò ansimando: — Magnifico messere! magnifico messere! Cerca proprio di me — notò Betto Grimaldi un po' inquieto, e soggiunse:

— Spiegati, e spicciati, che ti colga il malanno!

Il nuovo arrivato era un vecchio adusto e asciutto, vestito d'una rozza casacca ed armato d'un paio di pistole, tutt'e due da un lato. E questo perchè gli mancava la mano sinistra, donde il soprannome che lo distingueva.

— Magnifico messere, è il comandante Borzone che mi manda, e che vi prega di raccogliere quanti più uomini potete e correre a dargli aiuto!

— O che? Sono comparsi i francesi? O il nobile Altariva s'è ribellato? O che.....

— Magnifico messere, il traditore Embriaco.....

Al nome del bandito, il vecchio Betto fece un salto.

— È avvistato l'Embriaco? Fulmini del cielo! Corri tu dal capitano Cavalli e che faccia sonar la raccolta!

Si trovò nelle mani la scatola di guanti, dono dell'Embriaco per madamigella Chiara: la porse a Giano dicendogli:

— Tieni, porta questa scatola a mia figlia e raggiungimi.

Giano, bastardo Lercari, alfiere della Serenissima Repubblica di Genova, ma più innamorato che alfiere, afferrò l'occasione con gioia e la scatola con ambe le mani, affrontando poi di corsa la ripida scala che metteva al piano abitato dal Comandante. Fu fermato in antisala da una vispa servetta che gli fece riverenza.

— Qual buon vento vi porta, messer Giano?

— Annunciami a Madonna, Gilda: è il magnifico suo padre che m'incarica di consegnarle questo....

— Posso io stessa recarlo a Madamigella — rispose Gilda allungando le mani.

Ma il Lercari fece tre passi indietro e crollò il capo.

— Obbedisci, Gilda! E annunciami a Madamigella.

La cameriera con una smorfietta si diresse verso l'interno e Giano la seguì. Non era troppo vasta la casa abitata dal Grimaldi: ad una porta mascherata da un ampio arazzo e che apparve in capo al breve corridoio nel quale finiva l'antisala, s'arrestarono entrambi e Gilda bussò leggermente. Rispose una voce limpida e tranquilla che l'invitò ad entrare, e la cameriera obbedì scostando la tenda per agevolare il passo al Lercari.

Una stanza non ampia, addobbata a salotto, un salotto rococò in cui stonavano delle poltrone recenti venute di Francia, sotto dei grandi mobili secenteschi, illuminata da due finestre all'uno e all'altro lato dell'angolo, aperte, e inquadranti il paesaggio fronzuto della vallata, apparve come impari cornice a una dolce figura di giovane donna, vestita di bianco, ritta dinanzi ad una minuscola scrivania ingombra di carta elegante e di sigilli.

— Siete voi, Giano? — domandò la damigella Chiara fissando gli occhi azzurri sul soldato.

— Sono io, Madamigella. Il Magnifico vostro signor padre vi manda questa scatola......

— Che cos'è, Giano?

— Credo che siano guanti, Madamigella,

— Guanti? giunti da Genova o da Torino?

— Lo ignoro. Li ha donati per voi al Comandante un cavaliere straniero.

— Vediamo! Vediamo!

Aiutata da Gilda aprì la scatola, ne trasse con brevi gridi giocondi i guanti bianchi e neri, da conversazione e da cavalcare e battè poi le mani come una bimba. Quindi si ricordò:

— E mio padre, Giano? Perchè non è con voi?

— Vostro padre, Madamigella, fu chiamato dal Borzone!

— Ah!

Un istante d'imbarazzante silenzio. Poi la damigella Chiara con voce tremula riprese:

— Voi lo raggiungerete, Giano?

— Sì, Madonna!

— Al forte del Borzone?

— Suppongo.

— E non c'è lassù, almeno, dite, non deve trovarsi lassù un inviato del generale francese?

— Un inviato del generale francese? Domani, Madamigella.... O, scusate, anzi avete ragione: deve già trovarsi colassù.

— Ecco — rispose soddisfatta la damigella Chiara — ecco! E vi dispiacerebbe incaricarvi d'un mio messaggio...?

Sospese. Ma il Lercari arrossendo compì:

— Perchè l'inviato di Francia lo consegni al vostro fidanzato?

Stava per aggiungere:

— Non è precisamente l'incarico che bramerei.

Ma lo tenne per sè. Abbozzò invece un inchino e tacque.

— Appunto — riprese la fanciulla. — Ve ne sarei tanto grata, messere!

— Ai vostri ordini. Madamigella!

La figlia del Grimaldi non avvertì il celato dispetto di chi le rispondeva. Nel suo egoista piacere sorrise invece al giovane e raccomandò alla Gilda di servirgli dei rinfreschi.

— Stavo appunto scrivendo quando mi foste annunziato, messere. Datemi licenza, vi prego, che finisca la lettera perchè possa consegnarvela.

Giano Lercari s'inchinò e seguì poi la Gilda che lo precedette allegramente, soddisfatta in cuor suo dello scacco subìto dell'innamorato alfiere.

Rimasta sola, donna Chiara s'avvicinò alla piccola scrivania, sedette su la punta d'una scranna leggera venuta di recente dalla Francia e riprese la lettera incominciata. Rilesse innanzi tutto quello che aveva scritto. La lettera diceva così:

Ventimiglia 19 giugno 17....

Rompo il mio lungo silenzio, giacchè mi si presenta questo poco di tempo opportuno, per rispondere alle vostre graziose ed a me care lettere.

Sento dalla pregiata vostra prima datatami dei dodici giugno, che le mie non adorabili grazie mi hanno assicurato il vostro cuore. Non so quale idea vi abbia fatto scegliere una compagna che certo non ha mai pensato sulla vostra amabile persona, per molti motivi, li quali mi riserbo con più lunghezza di tempo a farveli noti. Ma visto che tale è il vostro genio, non posso a meno che tenermi fortunata di poter acquistare un compagno sì bello, sì grazioso, sì amabile, quale siete voi. Ciò non pertanto....

La lettera dalla venuta di Giano Lercari era rimasta interrotta a questo punto. La fanciulla tagliò accuratamente un'altra penna e continuò: ..... vi faccio sapere che da me non dipende il tutto, e che bisogna che prima consultiate i miei superiori, dalli quali ne dipende il tutto, ed una volta consultati favorevolmente questi, potete dire che avete navigato senza alcun contrasto. Sento poi dall'ultima vostra un rimprovero, che certo non mi si conviene, dell'abboccamento che doveva aver luogo. Vi posso assicurare sulla mia fede che io non ho saputo niente di questo, e che nissuna persona me ne ha parlato.

Finisco per la brevità del tempo e pregandovi di tener celata la presente e di compatire li miei mal espressi sentimenti e brutti caratteri.

Favorite aggradire tutti li epiteti e cerimonie di cui nelle care vostre voi mi fregiate (sebbene contro tutti li miei meriti), nel mentre che ho il bene di sottoscrivermi e dirmi la più fortunata di tutte le giovani

vostra affezionata ed umile amica

Chiara Grimaldi

Quand'ebbe scritto, con un sospiro di sollievo, piegò il foglio in quattro e lo sigillò con un'ostia minuscola, color ciliegia, che non si peritò di umettar da sè. Poi sul foglio così chiuso, a caratteri minuti scrisse:

A colui, che mi adora, ed ama.

Nel tracciare i motti ingenui, sorrise quasi ad un ricordo. Cercò in un cassetto che aveva daccanto un sacchettino di pelle bianca sul quale di sua mano aveva ricamato un nome: Filippo Balbi, in vermiglio e verde, vi chiuse la lettera e ne cucì la bocca con un filo d'oro i cui capi riunì e sigillò con cera bianca imprimendovi il castone d'un grosso anello che portava appeso alla cintura.

Il tramonto che rallegrava la ripida scesa del colle verso il mare, incupiva invece la selvaggia vallata del Roia, quella vallata che, appunto in quelli anni, il Foscolo facea percorrere al fatale Jacopo, il quale dal ponte presso la marina aveva “spinto gli occhi fin dove può giungere la vista; e percorrendo due argini di altissime rupi e di burroni cavernosi, appena si vedono imposte sulle cervici dell'alpi altre alpi di neve che s'immergono nel cielo e tutto biancheggia e si confonde.....”

Jacopo, probabilmente dispeptico, vedeva tutto in nero, ma lo scenario non era meno selvaggio, e la criniera di pini che coronavano le roccie di Roverino e le balze che attorniavano la foce del torrente Bevera non erano meno irsute. Lo spettacolo si presentava pur tuttavia grandioso per la vastità del letto del fiume e l'ampiezza della valle: era tale da attristire per la cornice buia della cupa verzura nel tramonto rossastro.

Chiara abbrividì. Alzò alle labbra il sacchetto di pelle bianca, lo baciò e cercò di guardar se contro luce lo scritto apparisse.

Nell'alzare gli occhi s'accorse d'un lume di fiaccola agitata laggiù dove il torrente Bevera sfociava nel Roia. Il segnale non le parve ignoto; era un alzar verticale, ed un seguire orizzontale della fiaccola, come se si volesse tracciare una gigantesca croce di fuoco. La fanciulla trasalì. Poi retrocesse, fino alla porta e chiamò:

— Gilda! Signor Giano!

I chiamati accorsero.

— È pronta la lettera, Madamigella? La notte si avvicina e la strada è malagevole.

— Eccola!

L'alfiere s'inginocchiò, ricevette il sacchetto che nascose nell'interno della giubba, poi s'inchinò per accommiatarsi.

— Guardate laggiù, signor Giano — disse allora Chiara additandogli il segnale luminoso.

In silenzio, curvandosi per meglio acuire gli sguardi, il giovane osservò. Quando rialzò il capo era agitato, quasi febbrile.

— Che Iddio nol voglia! — mormorò.

E poi:

— Datemi licenza, Madamigella! È necessario che raggiunga il Comandante.

— Ma — insistette Chiara — non vi sembra un segnale?....

Non compì. Compì l'altro invece.

— È il segnale dei realisti infatti, Madamigella! È il segnale dei ribelli Altariva e Nervia, Madamigella! Ma come sono discesi nella nostra valle? Ed a chi fanno il segno di riconoscimento? Chi invitano o chi aspettano?

Alzò gli occhi. Sopra il fortino del Borzone, sulla collina mozza, svettava il gonfalone dei Lascaris. Rabbrividì.

— Che Iddio nol voglia! — ripetè.

S'inchinò.

— Madamigella, spero che il vostro messaggio giunga questa sera istessa a destinazione. Pregate il cielo che sia così....

E mentalmente proseguì:

— O siamo tutti perduti.

E si ritirò prestamente seguito dalla Gilda.

Chiara, sopra pensiero, tornò alla finestra. La sera scendeva rapida, i picchi di Roverino rosseggiavano, ma i recessi della vallata opposti al tramonto annerivano come se li avviluppasse un cupo velario.

E il segno infuocato della croce si ripeteva laggiù, nel sinistro silenzio dell'ora. Ad un tratto s'udirono i rintocchi d'una campana della città, poi d'un'altra, poi d'una terza. A poco a poco risposero le pievi e gli eremi dispersi nell'alto in mezzo alle foreste.

La croce di fuoco si spense.