VI.
Il signor abate Bernardino Viale, in Arcadia Amarillo Glucosio, invitato dalla Marchesa Isabella aveva alzato il bicchiere sottile colmo di giallo vino spumoso, così cominciando un sonetto improvvisato ad onor dell'Embriaco:
L'ospite viator, che, stanco il piede,
bussa alla porta della magion, sia,
poichè di Marte dai perigli riede,
il bene accetto..................
quando contro ogni etichetta, all'improvviso, i due battenti della porta che sbarrava la gran sala s'aprirono ed apparve fra due torce, un volto severo di gentiluomo. Se l'abate rimase interdetto e gli si essicò nel gorgozzule la fonte d'Ippocrene, se la Marchesa Isabella aggrottò le sopracciglia spazientita, se l'Embriaco sentì rimescolarsi in cuore un non so che di simile all'inquietudine, il Conte Luca Lascaris invece si alzò di scatto col viso irradiato dalla gioia, e gridò:
— Camillo!
Il nuovo arrivato, un uomo di mezza statura dal volto più che severo, cupo, d'un pallore ossessionante che spiccava ancor più sull'abito nero privo, meno che ai polsi, di un qualsiasi pizzo o ricamo, fece un inchino profondo alla Marchesa e, prima di fermarsi sull'Embriaco, lasciò per un attimo posar lo sguardo un po' sprezzante sull'abate, il quale, appena lo potè senza farsi scorgere, si crocesegnò frettolosamente e borbottò una preghiera latina che sapeva di esorcismo.
E del resto Camillo Altariva autorizzava paure e scongiuri. Nobile senza titolo, possessore d'una ingente fortuna e del castelletto grifagno sul mare che quello dei Lascaris teneva in soggezione, era temuto più per idea che per volontà, giacchè fuggiva i simili e non viveva che tra i vecchi libri pieni del dubbio di cui andava stanca e infelice l'età penosa che attraversava. Non superbo forse, ma schivo degli uomini che forse non odiava, ma non amava certo, dal solitario nido ove passava la triste vita, s'era ad un tratto mischiato ai suoi pari, per nascita se non per pensiero, incitandoli alla resistenza contro la marea eguagliatrice dell'invasione francese. Il conte Luca Lascaris ne subìva l'influsso in modo tale che il solo nome dell'Altariva bastava a farlo ribellare pur anche alla madre, autoritaria così che la nuora aveva dovuto abbandonare il castello per sottrarsi ad un dominio che non sapeva tollerare. Anzi la fuoruscita della contessa, che si usava attribuire alle inquietudini dei tempi — aveva emigrato a Torino e seguiva ora le peripezie della Corte di Savoia — era avvenuta per consiglio dello stesso Altariva, donde la poca cordialità della marchesa Isabella, sempre all'erta e sempre sospettosa.
Fermo sulla soglia il nuovo venuto si guardò intorno un attimo, fece poi un profondo inchino alla dama, un cenno breve all'abate, un più cordiale al Lascaris e frenò la poco piacevole meraviglia scorgendo l'Embriaco a lui ignoto di persona.
— Mio nobile vicino — disse il conte Luca non senza una qualche titubanza — voi mi avete fatto felice venendo al mio castello. Vi prego, prendete posto accanto alla mia signora Madre: l'ospite nostro, il conte Emanuele Embriaco.....
L'Altariva impercettibilmente trasalì.
— .... sarà felice al par di me nel conoscere il nobile Camillo Altariva.
— Il nobile Camillo Altariva! — ripetè l'Embriaco alzandosi di scatto. — Ma io mi vanterò di questo giorno come del più fortunato.....
— Albo signanda lapillo — mormorò l'abate seccato d'esser rimasto a mezzo del suo peccato con le Muse.
— Vi ringrazio di tutto cuore, signor Conte — rispose l'Altariva con una certa quale freddezza non priva d'una punta d'ironia. — E mi duole dover rispondere poco aggradevolmente alla vostra cortesia chiedendovi licenza di sottrarvi la compagnia del conte Luca, al quale ho una importante e urgente comunicazione da fare.
L'Embriaco rispose a sua volta con un inchino garbato ma non privo d'altezzosità.
— A me chiedete venia, signore? Chi son io se non l'ultimo degli ospiti, quando è presente la graziosa marchesa Isabella di Spigno, contessa Lascaris di Tenda?
Corse il figlio al riparo, e d'impeto come soleva:
— Camillo, che c'è di così misterioso che mia madre e il mio maestro — fece un cenno all'abate — non possano ascoltare? In quanto al conte Embriaco.....
Qui s'arrestò. Non voleva confessare che gli giungeva latore d'un biglietto della Marchesa di Spigno. Ma l'esitazione del figliolo fu tagliata a corto dalla madre, che intervenne prontamente.
— Il conte Embriaco è un amico, signor Altariva.
Pronunciò la parola amico quasi le donasse uno strano significato. E l'Altariva ascoltò senza stupore, o almeno senza mostrarne. Soggiunse appena:
— Vorrei poter dire altrettanto.
— Mi lusingate, signore d'Altariva — replicò il fuoruscito.
Al che l'altro pronto:
— Altariva soltanto, signor Conte!
— Come si diceva soltanto Rohan allora, fino a pochi anni or sono.
— La nobiltà degli Altariva, intervenne in buon punto l'abate, risale a Magone cartaginese, come risale alla Imperatrice Eudossia, per non addentrarci nelle caligine dei tempi barbari, quella dei Lascaris. Voi non ignorate, signor Conte, che la famiglia dei Barca.....
— L'abate è partito con la lancia in resta — esclamò il Lascaris, e se non interviene la signora mia Madre, nessuno qui ha potestà di arrestarlo....
— Magone cartaginese nella sua terza spedizione contro gli Ingauni, cacciato nell'occidente da un Appio romano o ligure con cittadinanza non bene identificata, approdò secondo la tradizione....
L'Altariva lo fermò col gesto:
— Non mi sembra, signor Abate, degno della vostra abitual cortesia tessere lodi alle nostre famiglie, quando è dinanzi a voi il discendente d'uno dei ventinove Alberghi della Serenissima, nobile del Portico vecchio e del libro chiuso.....
— Tu non m'inganni con le tue spagnolerie, — pensava intanto il fuoruscito, — e sarebbe assai meglio farti sputare quello che mastichi e che può essere interessante, per me almeno. Ma come fare?
La Marchesa Isabella era intervenuta nel dibattito. L'udir vantare la schiatta dei Lascaris l'era dolce, ma non quanto le lodi e glorie degli Spigno.
— La nobiltà piemontese — disse — non la cede a nessuna per antichità e per belle imprese. La famiglia degli Spigno.....
— ....è antica almeno quanto lo son le rose, — aggiunse con bel garbo il genovese — e non vedo la necessità di cercarne la ragione risalendo a Bisanzio o tanto meno a Magone.
Un sorriso della dama fu il ringraziamento, e non il solo. Amarillo Glucosio andò in estasi, levò le braccia al cielo e chiese all'Embriaco il permesso di tornire un madrigale sul detto memorabile. E l'Embriaco stava per accordare il chiesto permesso, quando giunse all'orecchio dei commensali, non troppo chiaro ma sicuro, il brusìo crescente di una folla, brusìo che il vento di ponente a intervalli portava distintissimo come se la gente si trovasse nella stanza vicina.