VII.
La Marchesa s'era alzata e batteva sul timpano: ma non ci fu bisogno di chiamare, apparve il maggiordomo, e dietro di lui, brutto di fango e gli abiti in disordine, un vecchio adusto ed asciutto. Nè il maggiordomo aveva ancòra aperta la bocca, nè il vecchio apparso per conto suo aveva articolato parola, che già l'Altariva, freddamente e pacatamente rivolto all'ultimo arrivato gli diceva:
— Sappiamo tutto, Moncherino, sappiamo tutto.
— Tutto che cosa? — esclamò la dama.
— Gesù, Giuseppe e Maria, tutto che cosa? — appoggiò l'abate, pallidissimo.
— Quello che con buona licenza di Magone cartaginese e di Eudossia di Bisanzio, avrei già detto, — replicò l'Altariva — se qui non si fosse parlato d'altro mentre il villaggio di Sant'Antonio bruciava.
— Il mio villaggio di Sant'Antonio brucia? E perchè? Chi è causa dell'incendio? Altariva che ne sapete voi? — urlava il Lascaris.
— Quello che vi dirò probabilmente se mi lascerete parlare: ed è breve: un improvviso sconfinamento di sanculotti, come al solito: questa volta più grave poichè sono giunti sin sotto la città.
— E i terrazzani, e i poveri terrazzani di Sant'Antonio! — chiese il conte Luca impetuosamente.
Parve che il brusìo portato dal vento di ponente s'incaricasse di rispondergli: giunse trascicato come un ulular di dolore in tutti i toni, dai bassi agli argentini, misto di imprecazioni, di pianti, di lamenti, voci di donne e di bimbi, disperate, ansimanti.
— Maledetti francesi!
— Maledetti, perchè? — l'Altariva replicò. — Perchè adoperano, la forza come possono? O perchè l'hanno questa forza? Perchè si battono coi denti e con le unghie? Perchè....
— Voi li difendete? Voi?
— Difenderli? Si difendono, anzi offendono! Ma non li difendo io. Vi faccio osservare che imprecare e odiare è impotenza. Io li combatterò, io cercherò di schiacciarli come potrò, con l'astuzia o con la frode, chè in guerra tutto è permesso, ma è inutile imprecare e perdersi in vane querele.
— E che fare allora?
— I fatti! Quali sono i fatti?
— Interroghiamo quella gente!
— È inutile — interruppe l'Altariva — so tutto io, ho visto ogni cosa e se quei poveri terrazzani sono qui e se all'incendio ed al bottino materiale non si è aggiunto l'assassinio o la retata degli uomini validi alla coscrizione, come i francesi usano fare, se tutto ciò fu evitato lo si deve a me. Una colonna di predoni, poichè voi sapete che, se pur sono truppe regolari, sconfinano senza ordine di capi e soltanto perchè spinti dalla fame e comunque dal bisogno, una colonna di centocinquanta predoni almeno e forse più, non discende il versante di Roccabruna, senz'essere avvertita. Ho capito che avevano l'intenzione di gettarsi sul villaggio più vicino, Sant'Antonio, ho fatto avvertire gli abitanti, e anzi li ho incolonnati, carichi di quello che potevano portare, il bestiame innanzi, e sciolto quello che non poteva correre, di modo che i francesi trovando poco o niente hanno incendiato le case. Poco male. Non è il tempo di vivere alla Florian nei villaggi, questo: l'uomo di qualunque età, sano o capace di sollevare una falce, combatte: vecchi e donne e bimbi si chiudano in città o nei porti o nei castelli. Difender poco per poterlo difender bene, ecco quello che occorre.
— Ben detto! — esclamò l'Embriaco — ben detto, signor Altariva. Ma scusate: avete parlato della città, mi pare.
— Sì: ho detto che son giunti presso la città. Perchè?
— Ventimiglia?
— Ventimiglia. Perchè no?
— Siete sicuro di Betto Grimaldi e di Nicola Borzone?
Il Moncherino fece sentire un grugnito di poco buon augurio, ma l'Embriaco gli poggiò la mano sull'omero confidenzialmente.
— So chi sei tu, amico senza paura, ma so pure, signor Altariva, che cos'è la Serenissima Repubblica di Genova. Verrà a patti, ve lo garantisco io.
Intervenne il Lascaris.
— Permettete, conte. La vostra avversione al governo della Serenissima offusca forse il vostro giudizio che so limpido, acuto e sereno. Non posso accettare il vostro punto di vista, per rispettabile che sia. Qui c'è presente — e additò il Moncherino — un messo del signor Betto Grimaldi: ciò prova che tanto il Grimaldi quanto il Borzone hanno idea di opporsi ai sanculotti ed alla sanculotteria, armata e non armata.....
— Per Nostra Signora delle Virtù, giuro che il signor Conte Lascaris ha pienamente ragione — esclamò il Moncherino.
— Che volete concludere, Luca? — domandò l'Altariva.
— Questo. Che se il Grimaldi ci dà una mano, ci opporremo d'ora innanzi agli sconfinamenti degli scamiciati predoni.
— Amen — mormorò l'abate.
Un momento di silenzio e d'attesa, rotto da un gesto della Marchesa, la quale mosse verso la porta. Il Conte Lascaris l'interrogò dello sguardo.
— Vado — ella rispose — a dar gli ordini opportuni perchè quella povera gente sia ricevuta e sfamata, come ce ne sarà di bisogno. Quando un vassallo si presenta fiancheggiato dalla sventura, diventa un nostro simile, disse un Lascaris che fu cavalier errante e trovatore di Clemenza Isaura.
— Ben detto, signora Marchesa! Noi dal canto nostro, ci renderemo conto del pericolo che ci minaccia.
La Marchesa uscì scortata dall'abate. Rimasero i quattro uomini a fissarsi in silenzio.
— Credo — pronunciò finalmente l'Altariva — che il Moncherino ed io potremo bastare ad una ricognizione che occorre fare questa notte stessa. Sono persuaso che si tratti, come al solito, di una mano d'affamati straccioni in rottura di bando e di disciplina, ma è necessario sapere con esattezza e non mi fido che dei miei occhi.
— Spero che non vorrete privarmi della vostra compagnia, Camillo — aggiunse il Lascaris: — abbiamo fino ad oggi diviso disagi e pericoli: non mi farete l'ingiuria di lasciarmi qui dove basta mia Madre.
— Come vorrete, Luca.
L'Embriaco fece un passo avanti.
— Ci conosciamo da pochi momenti, signor Altariva, da poche ore, Conte. Non pretendo che abbiate in me la fiducia che vi ricambiate tra voi. Non vi domando quindi che il posto più pericoloso perchè possiate mettere a prova — e speriamo dura — la mia fraternità e l'amor mio per quello che amate più della vita.
Camillo Altariva esitò brevemente, poi tese la mano all'avventuriero.
— Sia pure, signor Conte. E vi ringrazio. Non siamo così ricchi d'uomini e di energie da poterne rifiutare. Venite con me.
— Vi seguiremo, Camillo — dichiarò Luca Lascaris.
— So dove occorre trovarsi. Credo che potremo far senza scorta. È più semplice e più facile fra di noi. Mi promettete di obbedirmi anche se ve ne possa dolere?
— Lo promettiamo.
— E allora non perdiamo tempo.