VIII.
Betto Grimaldi ricevette il Borzone frenando a stento l'impazienza che lo dominava.
— Notizie dell'Embriaco? Avete notizie dell'Embriaco, vecchio Senza-dio? Dov'è? Dov'è?
Non era certamente il rude soldato preposto al comando del fortino che avrebbe potuto far dell'ironia, tono che ignorava affatto. Pure le sue prime parole furono della schietta ironia, quantunque sincere e piene di stupore.
— Notizie dell'Embriaco, magnifico signore? Ma ne avrete certamente voi più di me.
— Ehi! Nicola Borzone! Giochiamo agli indovinelli come nella notte del primo dell'anno? Non siete voi che mi avete fatto chiamare col pretesto del dannato Embriaco? Animo dunque: sputate!
Il vecchio Senza-dio nutriva ancora un'illusione: che cioè l'Embriaco fosse passato attraverso la città con un salvacondotto. La politica della Serenissima era così tortuosa, venivano tanto spesso ordini e contrordini, si bandivano e si raccoglievano subito dopo a braccia aperte tanti uomini pericolosi, vigeva insomma un tale altalenarsi di partiti, che dopo il primo tentativo d'arresto, e dopo l'opposizione della contessa ratificata dal conte Lascaris, aveva persino sospettato d'essere incorso in un errore grossolano.
— Che l'Embriaco, — aveva pensato — sia di nuovo in buona con Palazzo Ducale? Che il partito del Cattaneo sia in prevalenza? Non si sa mai!
A Genova il magnifico Cattaneo impersonava le antiche tradizioni repubblicane, rigide: voleva l'opposizione ad oltranza contro la Francia e quindi si trovava spesso in urto col tentennante governo dogale. Verissimo pur anche il fatto che il franco ed esigente Cattaneo non poteva fornicare con un avventuriero della risma di Emanuele Embriaco: ma come esser certi della politica genovese?
— Non si sa mai! — aveva concluso il Borzone.
E quindi era sceso in città per fare un rapporto più che per dare un allarme. E tuttavia dinanzi allo stupore del Grimaldi, sentì rinascere i propri dubbi ed anzi restò convinto della verità. Disse con una
tal quale peritanza che gli affilò persino la voce roca:
— Perdonate, magnifico signore: non avete avuto oggi quale ospite l'Embriaco?
— Oggi.... ospite....
Un sudor freddo coronò la fronte del comandante: gli traballò improvvisamente la vista: ripetè:
— Oggi.... ospite.... io?.....
E cadde pesantemente sopra una scranna, annichilito.
Qualche istante di silenzio passò per la stanza, imbarazzante silenzio che nessuno osò peraltro interrompere. Poi, vincendosi con isforzi e con pena, Betto Grimaldi sospirò:
— Cercate il bando per l'Embriaco, vi prego, capitano Cavalli.
Il Cavalli usci e rientrò poco dopo seguito da un vecchietto rinsecchito, dalla barbetta rada e dal naso adunco sormontato da due occhi spenti: erano le prime qualità avvertibili del sopraggiunto. Poi lo sguardo si doveva fermare sopra una palandrana di velluto spelacchiato e una papalina di seta, nera in origine, ma diventata quasi verde.
Null'altro meritava d'essere guardato, sopra tutto le mani sporche, orlate di nero da qualche lustro. Era il nobile Orengo, archivista del Governatorato. Portava seco — non avrebbe permesso che un atto qualsiasi passasse per altre mani che le sue o quelle del comandante — portava seco un foglio arrotolato che spiegò e cercò di leggere strisciandovi sopra il naso inquietante.
— Qua, date qua, vi prego — esclamò il Grimaldi strappandogli il foglio.
S'avvicinò al doppiere, lesse, anzi cominciò a leggere chè gli cascarono le braccia.
— Volete che legga io, magnifico — chiese il capitano Cavalli.
Ma non c'era quel bisogno: un'occhiata, nè ci voleva di più per convincersi dai connotati, che il cavaliere gentile, donator di guanti profumati per la damigella Chiara, altri non era che il fuoruscito su cui pendeva una taglia e la cui cattura avrebbe procurato a lui, Betto Grimaldi, senatore della Serenissima in disfavore del partito preponderante e quindi relegato in un governatorato di secondo ordine e dei più pericolosi, un enorme successo, la possibilità di tornare in Genova e chissà, forse, a fin d'anno, la berretta dogale.
All'istante di smarrimento tenne dietro una sorda rabbia dell'impotente e quel natural tentativo di scaricare su qualcuno la responsabilità che gli pesava addosso.
— Io... io... sta bene.... posso aver sbagliato! Chi si ricordava quei benedetti connotati? Ma voi, voi Borzone, che lo conoscevate di persona mentre io non l'avevo mai veduto, come va che voi l'avete lasciato passare? Animo, Borzone, che potete dirmi per giustificarvi?
Preso alla sprovvista e di petto, il vecchio soldato non abituato alla retorica, s'impapinò.
— Io?.... Io?.... Per San Teodoro, magnifico! Io.... io?....
— Voi, sicuro, voi! Come va che vi è passato per la bocca, sotto l'archivolto del forte, senza che almeno gli abbiate scaricato addosso la vostra ferraglia? E voi lo conoscevate di persona, voi?!
Dopo qualche momento di bocca spalancata dalla stordita meraviglia, il Borzone potè finalmente difendersi.
— La contessa Lascaris, magnifico!
— Che c'entra adesso la contessa Lascaris?
Con un po' di garbuglio, con idee non troppo chiare e qualche circonvoluzione, Betto Grimaldi fu dal Borzone messo al corrente dell'accaduto. Vide subito il senatore genovese una sua propria scusante nella ribellione della contessa Lascaris: e d'altra parte teneva tante lettere pressanti ricevute da Genova e istruzioni di cercare ogni mezzo per attrarre nell'orbita della politica genovese il Lascaris, tante volte gli era stato ingiunto di non guastarsi con i signori del Castello ad ogni costo, che forse, pensava, la scusa era bella e trovata. Ciò non ostante bisognava correre al riparo.
— Siete voi certo, Borzone, che l'Embriaco sia ospite dei Lascaris?
— Lo suppongo, magnifico signore.
— Ebbene, andate a chiederlo in consegna a mio nome.
Nel mentre il vecchio Senza-dio si recava al castello dei Lascaris con quel costrutto che conosciamo, Betto Grimaldi rifletteva, come poche volte, ai casi suoi. Non erano tempi da riflettere quelli: la vita non correva: annaspava. Non i due partiti che impongono la decisione, ma i molti, i troppi che fan vivere tentennanti e all'erta. Genova seguiva una politica la quale per voler essere troppo furba, finiva per diventare inabile: tentennamenti verso la Francia, tentennamenti verso il Re di Piemonte e l'Austria, adattamenti col partito della tradizione che, per agire in qualche modo come faceva, diventava sempre più simpatico al popolino pronto in ogni momento a seguire chi si muove ed urla di più.
Il Re di Piemonte pur non confessandolo nemmeno a se stesso, faceva quasi l'istessa politica di Genova: sottomesso all'Austria, sì, ma volentieri patteggiante con la Francia, benchè in opera si mostrasse tutto all'opposto. In verità non si sapeva, nè si intuiva che strada prendere: le armate repubblicane s'erano fatte rispettare e temere. Già vittoriose, respinta l'invasione legittimista e tedesca, lasciavano trasparire il desiderio di portar la guerra fuori dei confini, sia per offendere, il che è più pratico che difendersi, ed anche, e specialmente, per far bottino e livellare così l'esausto bilancio della repubblica. Fortunatamente per gli offesi la disciplina del giovane esercito repubblicano era più scarsa ancora dei mezzi di cui disponeva, e quindi facile o almeno possibile il cercar d'opporsi alla invasione o meglio agli sconfinamenti di bande avide e senza disegno fisso. Le soldatesche della Serenissima e le truppe regolari del Re di Piemonte e dell'Austria fino al giorno del nostro racconto erano sempre riuscite ad impedire assalti e parziali invasioni: mancava alla repubblica un braccio ed un cervello uniti in un sol uomo, ciò che non erano Massena, Kellermann od uno qualunque dei generali francesi.
Tale dunque lo stato delle cose che faceva, se non riflettere, pensare almeno Betto Grimaldi nell'ora che trascorse dalla partenza del Borzone al suo ritorno con le pive nel sacco e l'umiliante confessione che il conte Lascaris non lo aveva per anco voluto ricevere.
Quell'ora di attesa aveva tuttavia calmato lo spirito di Betto Grimaldi, non più nuovo alle traversie d'ogni genere ed al pericolo di cadere in disgrazia del governo dogale. C'era sempre, in quei tempi, la risorsa di alzare lo stendardo avverso. Contro il Senato pel Cattaneo, contro il Cattaneo pel Lascaris, contro i due insieme pel Re di Piemonte, contro il Piemonte per l'Austria o per la Francia, quando non era forse meglio chiudersi a Monaco nella bicocca avita e dichiararsi neutrale e cioè amico del più forte. Ciò che acuiva la curiosità di Betto Grimaldi era sopratutto il sapere quale politica avrebbe seguito il nobile Camillo Altariva, unica incognita che avesse qualche ragione d'essere. Delle tre grandi famiglie feudali di quella estrema Liguria di occidente, il duca di Nervia s'era subito dichiarato per il Re di Piemonte contro la Francia e poichè Genova s'era mostrata neutrale, pur non intrattenendo con Ventimiglia relazioni di alcun genere, aveva permesso od almeno non s'era opposto al transito per la vallata importante come chiave strategica da cui prendeva il nome. Il Lascaris invece oscillava ancora ma il suo attaccamento per la marchesa di Spigno facea prevedere o sospettare quale sarebbe stata la sua condotta. Di Camillo Altariva invece nulla aveva ancora tradito il celato pensiero. Lo si diceva d'accordo col Nervia, sì, ma lo si sapeva amicissimo del marchese Ibleto di Spigno, volterriano ammiratore delle insanità degli enciclopedisti, all'avanguardia del Piemonte, odiato dal Re e dalla Corte, amico di Barras e incitatore dalle Langhe all'Entella d'ogni spirito bizzarro e libero: s'era addottorato in medicina, non teneva abate nel castello, spirito libertario insomma che pubblicamente insegnava le dottrine della trilogia rivoluzionaria. Che pensare dunque di Camillo Altariva?
Meglio rinunciare a stillarsi inutilmente il cervello e Betto Grimaldi rinunciava quando gli entrò nella stanza eccitato e ansimante, il bastardo Lercari.
Anche il bel Giano portava notizie: il segnale di fuoco alla foce del torrente Bavera.
— Un segnale? Avete veduto un segnale? Non sarà forse la missione francese che ci è stata annunciata per domani?
— Una croce di fuoco, magnifico signore, una croce di fuoco! Quando mai la repubblica francese ha usato dei segnali a forma di croce? È contrario alla teoria dell'Ente Supremo.
— Teoria in disuso, Lercari. Ma può darsi che abbiate ragione e che sia un segnale diverso. Che cosa ne arguite voi, animo, parlate franco e chiaro.
— Penso che il duca di Nervia e Camillo Altariva si siano finalmente intesi e che vogliano tentare un colpo di mano sulla città.
Il vecchio Senza-dio crollò il capo dubbioso. Ma il capitano Cavalli giovane e impetuoso entrò a dire la sua tumultuosamente.
— Niente di più probabile, magnifico messere, niente di più probabile. Sommate gli avvenimenti di questa fatale giornata. Il bandito Embriaco che osa attraversare le terre della Serenissima, la contessa Lascaris che lo salva dal Borzone e lo ospita nel suo castello, il conte Lascaris complice della madre.
— Un momento! Un momento! Potete aver ragione, ma restiamo calmi. Bisogna osservar da vicino quello che accade alla foce del Bevera, ecco l'importante.
— Datemi licenza e vi corro con la mia compagnia.
— Grazie tante! Sessanta uomini e rumore per mille! Mi congratulo con voi!
— Posso andar solo!
— Perchè se vi si uccide, noi si resti all'oscuro? Di bene in meglio.
Il bastardo Lercari avanzò:
— Datemi licenza, magnifico signore, d'andare col capitano Cavalli.
— E con me, per San Teodoro! — esclamò il Borzone.
— Non voi, vecchio Senza-dio! Chi resterebbe al fortino? Andate pur voi due, Cavalli e Lercari: mi raccomando prudenza innanzi tutto: il valore temerario è inutile oggi e sarebbe assai dannoso a tutti noi. Siate prudenti e tornate, mi raccomando.
— Uno almeno — sussurrò il Borzone.
I due promisero tutto quanto chiedeva Betto Grimaldi e s'allontanarono. Prima però che uscissero il governatore li ammonì di avvertire il Moncherino che si recasse da lui.
— E subito!
Anche il Moncherino fu incaricato di una missione di fiducia che nessuno seppe, nessuno, nemmeno il Borzone, il quale aveva riguadagnato il suo forte.
Infine, Betto Grimaldi nè tranquillo nè soddisfatto, ma con la coscienza che quasi gli perdonava l'avventura del pomeriggio, si ritirò in silenzio e fece onore alla cena che l'aspettava da più di un'ora e che per verità non aveva guadagnato nell'attesa.