XV.

La notte nera e tempestosa a poco a poco nello schiarir dell'alba s'acquetava quando un primo strappo nella cortina plumbea s'appalesò verso l'alta valle del Nervia. Un cane lupo tutto nero, dagli occhi di brage abbaiò furiosamente da un greppo spianato su cui sorgeva una capanna da pecoraio in maggese, muro a secco e tetto di paglia. In quel primo livido incerto apparir del giorno, quel cane avventato sul ciglio del greppo, le orecchie e la coda inarcate, il pelo arruffato, aperte le fauci e le pupille sinistre, parea l'unica viva cosa del creato, l'unico ribelle.

— Nerone! Che c'è, Nerone?

Il cane scuotendo la coda raddoppiò il furore.

— Nerone!

La voce che chiamava il cane era evidentemente una voce di donna: veniva dalla capanna nuda al cui stipite dell'imposta era addossata la sentinella, un soldato regolare piemontese, la doppia tracolla allentata, il fucile fra le gambe, il capo coperto dal berretto a punte e le ghette color cioccolata. Probabilmente la guardia s'era addormentata, nè l'abbaiar del cane nè la voce femminile erano abbastanza forti per destarlo.

— Nerone!

Il cane si voltò scodinzolando come se presentisse l'apparire di qualcuno, e infatti, scostando appena l'imposta pesante ed informe, apparve sulla soglia un'amazzone. Probabilmente non la si sarebbe creduta pericolosa se chi la doveva giudicare si fosse fermato all'apparenza: una statuetta di Sassonia bionda, esile, guance color di rosa e nasino impertinente a dividere due occhi azzurri insondabili.

Il cane lupo, che rispondeva al nome di Nerone, venne a prostrarsi dinanzi a due piedini minuscoli calzati d'alti stivaloni rossi e poi s'alzò a lambire due manine di fata, nude però, dalle unghie rosse, così, che parea si fossero intonate alle guance. Tanto i piedini come le piccole mani — a quanto parve — non bastarono a Nerone perchè d'un balzo tentò una più ardita carezza, nientemeno che di lambire una guancia.

Ma una frustata della fragile mano che si mostrò invece di ferro, lo fece ricadere a terra mortificato, e Nerone per darsi un contegno o per rimediare con un servigio l'ardimento, si rilanciò ad abbaiare furiosamente sull'orlo del ciglione.

— È certo che Nerone sente qualcuno! — mormorò la dama aguzzando la vista per quanto la foschia mattutina glielo permetteva.

In quella che si chinava come se volesse lanciar lo sguardo nel vuoto, inarcando la bella gamba che lo stivalone rosso calzava come un guanto, dalla capanna rimasta semiaperta uscì un nuovo personaggio. Era un vecchio segaligno dal viso arrugato e non raso da qualche giorno, chiuso in un pastrano color nocciola a doppia fila di mantellina che non passava il gomito: non ne usciva da una parte che la testa e dall'altra i piedi chiusi in stivaloni gialli sormontati da una fibbia di ferro greggio. Camminò verso la dama a piccoli passi da salotto, soffiandosi accuratamente sulle dita. Poi disse:

— Fiorina, amica mia, vi pare il modo forse di lasciar socchiusa la porta di quella stamberga? Una stamberga che neanche Gian Giacomo avrebbe accettato per mèta delle Passeggiate d'un solitario? E solitario mi avete lasciato, mia bella amica? E di amici si ha bisogno!.....

Senza ascoltarlo, intenta verso il vuoto velato dalla nebbia, la dama gli chiese, noncurandosi nemmeno di voltarsi:

— Ma davvero, Ibleto, non sentite nulla?

Il cane raddoppiò i latrati furiosi, irto il pelo, quasi inferocito contro l'invisibile.

— Sentire? Sentite qualche cosa? E che cosa?

— Ascoltate, ascoltate! Ma silenzio!

— Silenzio? Silenzio, se volete. Volete che la mia voce possa far concorrenza a quella di una donna?

— Ascoltate, ascoltate!

L'altro tese l'orecchio, docilmente.

— Ascolto. Ascoltiamo.

L'occhio gli brillò: tutto un impeto di sarcasmo che non gli colorì il viso nè glielo illuminò, visse nella pupilla.

Ma la piccola dama non gli badò; per qualche momento se ne stette nella posizione d'attenta aspettativa, sporta sul ciglione, poi ad un tratto esclamò:

— Ecco, guardate, non m'ingannavo!

Dalla bruma sottostante uscirono prima il rumore di sassi scostati ed urtati, poi delle voci, infine delle vaghe siloette umane. A capo delle quali un cavallo col relativo cavaliere, seguito da una scorta di otto soldati regolari.

— Guarda! Guarda! Guardiamo! Per il primo neo vezzoso che hai portato, Fiorina, giurerei di conoscere quell'uomo! Quell'uomo ha già fatto breccia nella mia memoria di prim'ordine dopo quella del signor di Fontenelle.

— Non posso dire altrettanto, Ibleto. Quell'uomo mi è perfettamente sconosciuto.

In quella ecco la cavalcata salir l'erta del ciglione e presentarsi dinanzi all'accampamento. Il cavaliere che la precedeva, senza attendere che qualcuno gli reggesse la staffa, balzò di sella e venne precipitosamente a piegare il ginocchio davanti alla marchesa, radendo il suolo col feltro.

— Ecco, a malgrado le brume, il sole è già sorto per me, chè i miei occhi vedono la bellissima signora Marchesa Fiorina di Spigno e si rasserenano poi nel contemplar la saggezza fatta persona, l'eccellentissimo e nobilissimo signor marchese Ibleto di Spigno!

— Per la natura maestra di tutti noi! Ma è l'Embriaco, quella buona lana di Emanuele Embriaco! In fede mia, Embriaco, mi par di leggere un capitolo del Gran Ciro o dell'Astrea o un romanzo del signor De Foe, tanto mi stupisco!

La marchesa di Spigno aggrottava le sopracciglia in segno di contenuto dispetto: aveva sperato fino a quel punto, complice la semi-oscurità della mattina, che fosse un altro il cavalier dell'incontro. E lo sapeva quest'altro che Fiorina si trovava per istrada collo specioso pretesto della politica, ma in verità per arrendersi all'ardore di certe lettere insensate e pazze.

«Fiorina, anima mia, — diceva qualcuna di quelle lettere, — pietà di me che non vivo più, che ti sogno anche ad occhi aperti, che ti desidero come un assetato, non vivendo che per te, macerandomi nell'impossibilità di correre a te come tutto il mio essere pretende. Fiorina, anima mia, come non senti la mia passione e poichè l'amor mio qui m'incatena, perchè non ti muovi alla mia volta, crudelissima cara, tiranna dolce di colui che una volta si chiamava....»

E qualcun'altra:

«Il mio dovere lo so è oggi più forte dell'amor mio. Ma domani, ma domani, Fiorina? Per carità, vieni! Tu che mi fosti accesa amante, siimi da lontano amica, per tramutarti poi quando le mie braccia ti stringeranno al mio seno, come si tramutavano le Dee quando accorrevano ai mortali che le adoravano in sogno».

E un'altra ancora:

«Questa notte mi sono apparsi gli avi miei, dal prode che si oppose a Magone Cartaginese a quello che vinse il Cesare romano, dall'imperatore di Bisanzio al Trovatore di Provenza, dal Crociato che seguì Pietro l'Eremita al consigliere sereno del Bearnese: tutti dall'amico di Filiberto, che gli cavalcò vicino quando entrò in Pinerolo, a colui che digiunò con Vittorio Amedeo: tutti mi apparvero piangendo, Fiorina, tendendomi le braccia e scuotendo mestamente le teste pensose. — Che avete, lor chiesi, perchè piangete? — E quelli: — Perchè tu certo domani calpesterai l'onor della tua casa e abbandonando le tue terre all'invasore correrai pazzamente da una donna, che è la tua signora, e pel cui bacio daresti — che monsignor Gesù te lo perdoni — anche l'anima tua e la tua vita eterna».

Ed altre ed altre ed altre, tante da emular in numero le opere del signor Aronet di Voltaire o del grande Muratori. Tante che Fiorina aveva dovuto ordinare un cofano capace e comandarne la serratura a un fabbro fiorentino sotto un falso nome perchè un'altra simile non si trovasse nel Regno di Sardegna. Tante che le avevano fatto dimenticar senno e prudenza e spinta al viaggio penoso, poichè in quei tempi politica e guerra non servivano spesso che di pretesto all'amore.

Non aveva, pudor di dama contegnosa, osato certo di avvertir l'amante dell'arrivo prossimo, no, ma sibbene il duca di Nervia, di tutto consapevole, e che non avrebbe mancato di fare, anche indirettamente, l'ambasciata. Ciò che noi sappiamo era infatti avvenuto.

Ed ecco, invece del bel cognito viso, della persona ben cognita, un volto ed un uomo sconosciuti, il quale pur tuttavia sembrava gentiluomo a giudicarlo dal gesto corretto con cui si tolse il feltro sformato dalla pioggia e dall'inchino profondo sì, profondissimo anzi, ma di stile, che gli piegò la persona per qualche minuto e cioè fino alla prima parola che la marchesa pronunciò, e che fu:

— Buon giorno, signore!

— Fiorina, mia cara, permettete ch'io faccia le presentazioni. Vi presento il conte Emanuele Embriaco, che suppongo del partito....

— .... della bellezza.

Così l'interruppe il nuovo arrivato. E continuò:

— È impossibile che in questo fosco mattino, il quale pretende farci credere che il sole sia nascosto mentre acceca me poveretto ma prediletto dagli dei, è impossibile pensare con altro che con gli occhi se pure abbacinati. Prego la eccellentissima signora marchesa di Spigno di accogliere il mio umile fervente e devoto saluto come in Elicona le Muse accoglievano benigne anche i più umili canti dei semplici pastori.

La marchesa — le donne facilmente sono disarmate dalle parole sonore che forse non comprendono ma che sempre intendono — sorrise all'Embriaco, mentre Ibleto di Spigno, sarcastico ma fine, proruppe:

— Ben tornito, ben tornito, il madrigale! Madrigale che il cavaliere di Parny avrebbe chiuso certo nel castone di una quartina e Piron entro uno snello epigramma, li vedo, ma non vedo chi li avrebbe detti meglio in prosa, nè gli Scudery, nè l'abate Bernardino Viale, mio collega in Arcadia, e dolce più del miele attico, siccome mi dice il nome di Glucosio che porta. A proposito di porta, se rientrassimo nella capanna? Punge il mattino, Fiorina, più che le spine delle rose di Ronsard.