XIV.

Per un po' di tempo cavaliere e scudiero — quest'ultimo a piedi presso la staffa a sinistra — tennero la testa del manipolo composto di sei valligiani. E stettero silenziosi.

La strada era d'altronde malagevole, un sentiero da capre, che soltanto il cavallo montato dall'Embriaco, un cavallino tozzo delle scuderie del Nervia, poteva arbitrarsi a tenere. S'inerpicava il sentiero nel buio fondo incassato entro una specie di depressione del terreno, spoglia d'alberi e d'erbe, e rocciosa a giudicarne dal battere isocrono della zampa equina, che tentava ogni volta, prima di posarsi.

— Da che parte mi conduci, amico? — domandò l'Embriaco al Seborga chinandosi nel buio, ove possibilmente potea trovarsi il compagno.

— Che la Eccellenza vostra si lasci guidare, mio grazioso signore: potrò forse errare, chè tutti noi, miseri mortali, siamo soggetti all'errore, ma ho nel pensiero che la nobilissima signora marchesa per più sicurezza abbia preferito scendere dal Monte Acuto, e, fra il Bucarin e il Cravana, girando quest'ultimo, riprendere per Apricale. In questo caso è proprio verso di noi, fortunati, che apparirà d'improvviso.

— Me ne dispiace per il conte Lascaris, — osservò ridendo l'avventuriero. — Ma perchè hai scelto questa strada per me, amico?

— Non ho scelto, mio nobile signore. Il conte Lascaris si è avventato sulla via di Perinaldo, su quella cioè che gli è parsa la più probabile. Ma ho in animo che abbia errato, se posso così esprimermi per un tanto illustre signore.

— Andiamo dunque incontro alla bella Fiorina! E chi sa che non l'accompagni il buon Ibleto pel quale certo l'amico arcade Amarillo Glucosio troverebbe la rima in faceto.

— Il signor marchese di Spigno! Voi credete che il signor marchese di Spigno possa viaggiare in compagnia della illustre signora marchesa?

Tutto quanto era di pertinenza del marito, aggettivi e titoli il Seborga pronunciava con un'apparente colore di sprezzo, mentre riserbava la tinta, dell'entusiasmo per la bella Fiorina.

— E perchè no? Forse che non sono marito e moglie? O monsignore il Papa ha scoperto per dividerli qualche impedimento?

— Sono, è vero, marito e moglie, — replicò il Seborga con tanta serietà nella voce che l'altro ne fu colpito — ma sono pur anche, e più profondamente del burrone che fra poco fiancheggeremo, divisi dalla politica. La marchesa è per il Re. Il marito è un giacobino e un volterriano. Credevo che la Eccellenza vostra, che ha dimestichezza con le corte di Spigno, non l'ignorasse.

L'Embriaco drizzò le orecchie. La parola dimestichezza era stata pronunciata con una tal qual tinta d'ironia che mal gli suonò: l'altra parte ogni motto del vecchio scudiero gli giungeva fasciato d'intenzioni oscure e gli facea bollire in petto impeti d'ira trattenuta.

Le relazioni fra l'Embriaco e i marchesi di Spigno erano state cordiali sì, ma solamente col marito: per la sua avversione alla Repubblica di Genova, dominazione oligarchica senza alcun effetto di governo reale, fastosa, vuota, solenne e nulla, s'era trovato l'avventuriero immediatamente d'accordo con Ibleto di Spigno: con Fiorina invece poca dimestichezza: il Ricciuto con i suoi uomini s'erano accompagnati per un tratto breve di strada, quello che dalla Ferania va a Savona, poi tanto l'Embriaco che il Ricciuto conosciutisi ed apprezzatisi a vicenda avevano allungato insieme il cammino, semplicemente.

I soldati in quel tempo camminavano come tante pecore dietro il campanello del capo mandra, nè si sarebbero stupiti se il Ricciuto li avesse condotti in Bretagna o in Iscozia, come avvenne per l'invasione francese dell'Irlanda. D'altra parte Bracciodiferro e i suoi scherani seguivano l'Embriaco: o perchè non avrebbero dovuto seguirlo i soldati regolari del Ricciuto?

Tutto questo però non aveva aumentati i rapporti dell'avventuriero con la marchesa Fiorina, che conosceva appena.

Ora per l'appunto, dati simili precedenti, ecco la ragione dell'inquieto animo di Emanuele Embriaco! Infine, che cosa sapeva quel dannato vecchio scudiero? Era forse a cognizione della falsa lettera di Fiorina a Luca Lascaris? Sospettava o non sospettava nell'avventuriero quello che era veramente? O che era poi veramente Emanuele Embriaco? Fino a quel punto uno spettatore, e disinteressato, che avrebbe potuto decidersi o per il Piemonte o per la Francia, a seconda, od anche per la Serenissima ove i Serra, i Brignole ed i Cattaneo fossero mandati a piantar cavoli nei propri orti feudali: non aveva preferenze Emanuele Embriaco, e soddisfatto qualche odio personale non avrebbe chiesto che una buona paga e le terre e i palazzi confiscati. Tale era la sua posizione dopo tutto: ma chi può ben giudicare delle persone e chi è giusto? Non il Seborga certo.

Il quale Seborga, sospettoso, come tutti coloro che tengono ambe le chiavi del cuore del proprio signore, ma pur furbo, lavorava, secondo il pensier suo, diplomaticamente.

— Non è forse la Eccellenza Vostra addentro alle cose della corte di Spigno, come il signor conte Lascaris ha assicurato al mio padrone?

— Ah! cani, — mormorò fra sè l'Embriaco — te la darei io la corte di Spigno, a te e a quel zotico del tuo padrone!

Zotico no, ma vestito fuori di moda sì: in certo qual modo il damerino Embriaco s'apponeva.

E ad alta voce:

— Sono, è vero, intimo di quella che tu chiami la corte di Spigno, ma se ho parlato di politica, qualche volta col marchese Ibleto, mi sono ben guardato dall'importunare la graziosa marchesa.

— Si tratta di princìpi, non di politica, illustre signor conte!

A questo punto, miglior guida del Seborga, il cavallo dello Embriaco si fermò duro sopra un ciglione rifiutandosi d'avanzare e scuotendo la testa e tentando impennarsi.

— Manda a vedere che accade, scudiero!

Il Seborga obbedì: mandò due degli uomini di scorta, i quali tornarono subito con la lieta notizia che si trattava di un impiccato.

— Che ne avete fatto?

— Lo abbiamo gettato nel precipizio.

L'Embriaco si curvò nel buio e chiese con la sua voce più tranquilla e più melliflua:

— C'è un precipizio, vicino?

— Sì, mio illustre signore, un burrone a dirupo: lo costeggeremo fra poco. Ma non temete: conosco la via.

— Sono perfettamente tranquillo con te, amico. Se non che un passo falso è presto fatto ed un altro qualunque impiccato può farmi impennare il cavallo. È dunque meglio che i tuoi uomini ci precedano, come del resto mi par prudente: daranno meno o meglio l'avviso.

Il Seborga approvò.

— L'illustre signor conte Embriaco ha ragione!

I sei uomini che rimanevano al seguito raggiunsero i due che si trovavano all'avanguardia. Ed il drappello riprese il suo cammino: soltanto il Seborga rimase alla retroguardia, qualche passo dopo la staffa destra dell'Embriaco, avvicinandosi e mettendosi quindi alla pari quando intendeva parlare.

Il tempo carico e buio s'era mantenuto calmo come se aspettasse lo scoppiare della tempesta. A volte nello addentrarsi della comitiva in qualche gola si sentiva il vento fischiare e gli alberi svettare, a volte invece la calma era di tomba. Quando però il drappello riprese il cammino nell'ordine sopra descritto cominciarono a cadere grosse goccie di pioggia. Poi rumoreggiò il tuono, lontano.

— Fra poco avremo un regalo — susurrò nel buio la voce del Seborga.

L'Embriaco istintivamente si tastò alla cintura, sentì il largo e acuminato coltellaccio da cinghiale e pensò che meglio sarebbe stato entro le carni del vecchio scudiero che non nello sdruscito fodero di grosso cuoio. Ma riflettè che un grido solo, un solo grido l'avrebbe dato nelle mani della scorta a lottare contro gli otto contadini.

— Eppure — pensava — quest'uomo m'incomoda. Che cos'abbia con me non so, che sospetti non so nemmeno. Sento che mi prepara qualche brutto scherzo. Ad ogni modo sarebbe prudente che scomparisse prima d'un probabile incontro con la Spigno, poichè sento che proprio noi, a maggior dispetto di Luca Lascaris, incontreremo la bella Fiorina. Scomparire è presto detto: ma come?

Quasi in risposta guizzò in capo alla gola un lampo violento, mostrando nel serpeggiar che fece scoscese pareti di monti irti di alberi spettrali e profondo incavo di valle.

— Tenetevi a sinistra, signor mio colendissimo, — avvertì il Seborga alle spalle del cavaliere — chè siamo in prossimità del burrone.

Per tutta risposta l'Embriaco liberò dalla staffa il piede destro. Un altro lampo guizzò, il tuono rombò a breve distanza. Le rade goccie s'erano mutate in pioggia dirotta, che ad uno svolto improvviso lanciata dal vento venne a flagellar la comitiva. Poi uno scrosciar d'acqua quasi sotterraneo risuonò nell'abisso.

— Dove siamo, Seborga? Sul burrone?

— Sì, monsignore! Tenetevi a sinistra!

Un altro lampo: e al breve lume l'avventuriero scorse alla sua destra un precipizio scosceso e roccioso come fauci spalancate ad inghiottire. Allora frenò impercettibilmente il cavallo, così da permettere allo scudiero che lo seguiva di mettersi al suo passo. Come lo avvertì aderente alla gamba destra libera dalla staffa, l'inarcò, la sferrò, e d'un calcio possente lanciò il vecchio che non stava sulle sue e che non ebbe il tempo d'un urlo, nell'abisso.