XIII.
Primo a rompere il silenzio fu Luca Lascaris. Il pensiero che l'assillava mal gli faceva sopportar l'inazione. Avrebbe voluto muoversi, avrebbe voluto risalir verso Perinaldo incontro alla donna tanto più amata quanto più da mesi e mesi ne ignorava la esistenza sentimentale.
— Mi stupisco di una cosa, di una soltanto, duca, e cioè di vederti qui inattivo e neghittoso mentre una dama corre chi sa quali pericoli, alle prese con le spie francesi e con i banditi della vallata. Muoviamoci, per Nostra Signora di Lampedusa, andiamo tutti incontro alla dama che viene verso di noi: le abbrevieremo almeno le fatiche del cammino.
— Perfettamente ragionato, Luca, — rispose il Nervia pacatamente — Non sono io l'uomo al quale tu puoi rimproverare di mancar di riguardo non solo verso una dama del nostro mondo, ma neppure verso una donna. Ti prego soltanto di prestarmi attenzione e di arrischiare uno sguardo fuori di questa tenda: è posta sull'innesto di due sentieri, l'uno che sale a Perinaldo, l'altro che s'inerpica verso il nord, e precisamente verso il valico del Cravana. Da qual parte discenderà la marchesa? Non potevo arrischiare di mandarle incontro il mio vecchio Seborga, quantunque conosca le parole di benarrivo, degne di una tal dama....
Il Seborga afferrò immediatamente l'occasione che gli porgeva il suo signore. Disse, umile, con voce dimessa:
— E d'altra parte il signor duca bramava attendere gli eccellentissimi signori conte Lascaris e Camillo d'Altariva....
Anche il Seborga si rifiutava di pronunciare il nome Altariva privo dell'attestazione di nobiltà.
— Eccomi, — interruppe Luca — dividiamoci ed avviamoci!
Almerico di Nervia consultò con lo sguardo il fido scudiero e replicò:
— Che ne consigli, Seborga?
Il vecchio servo rispose:
— Ho l'onore di approvare il progetto dell'eccellentissimo signor conte Lascaris.
— Ben parlato, per Nostra Signora di Lampedusa. Questo è per te, vecchio Seborga: tienlo per mio ricordo!
Staccò dalla cintola il pugnale dall'impugnatura aspra di borchie preziose e lo porse allo scudiero.
— Umilmente ringrazio Vostra Eccellenza, e mi auguro di sguainarlo presto in vostro servizio....
— E della marchesa Fiorina!
— E della eccellentissima e graziosa signora marchesa di Spigno.
— Sia pure — concluse il Nervia — dividiamoci. Ma chi attenderà Camillo Altariva?
Incoraggiato dal buon successo, il vecchio Seborga si permise ancora di interloquire.
— Se le Vostre Eccellenze permettono.....
— Ascoltiamo il parere del mio buon Seborga, — annuì Almerico di Nervia — Se avesse presto il braccio come ha pronto il senno, ci porterebbe certo a guidare contro le masnade avide e brute di Barras e di Arena.
— Se pure è sempre Arena che ci viene incontro dal Varo — mormorò Luca Lascaris — Mi parlò il Grimaldi d'un generale ballerino mantenuto di donne.....
— O Arena o chi sia lo sapremo sempre a tempo, Luca: ma ascoltiamo il piano del Seborga!
Anche l'Embriaco ne parve desideroso.
— Ecco, eccellentissimo: sarei dell'umile parere che il mio eccelso signore qui rimanesse ad attendere il signor d'Altariva, o la illustre dama di Spigno, la quale potrebbe — e non ne stupirei — ben anco evitare i sentieri e scendere direttamente dai monti. Il signor Conte Lascaris ed il signor Conte Embriaco potrebbero affrontare i due sentieri.
— E come divideresti la scolta, Seborga?
Il vecchio scudiero non rispose: parve attendere che altri lo facesse in vece sua: ma nessuno fiatò.
Un'occhiata dell'Embriaco era bastata per fermare un'imprudente offerta del Ricciuto che aveva seguiti i nobili signori nella tenda per invito del Seborga.
Il quale allora terminò:
— Bracciodiferro, vassallo del Marchesato, potrebbe seguire il signor conte Embriaco ed andare così incontro alla sua nobile signora, ed il Ricciuto — lo salutò graziosamente — far la scorta al signor conte Lascaris.
— Accetto — rispose l'Embriaco.
E parve felice.
— Accetto — ripetè il Lascaris.
E poi:
— Affrontiamo la via prima che faccia notte.
— Non senza il bicchier della staffa, eccellentissimi ospiti ed amici — propose il duca.
Il vino rosso di Dolceacqua fu mesciuto nelle ciotole di legno che il Nervia usava portar seco nella sua vita errabonda: tanto l'Embriaco che il Lascaris vi appressarono appena le labbra, e così pure il Ricciuto. Ma Bracciodiferro che fumava la pipa seduto sul tronco d'albero su cui ci è apparso il Nervia, non si fece pregare: ne bevve anzi più del necessario. Ora, il vino rosso di Dolceacqua è traditore, dà alle gambe: sicchè quando le due piccole truppe vollero incamminarsi, il vassallo del signor marchese di Spigno tentò inutilmente d'alzarsi.
— Per tutti i diavoli di Satanasso — masticò la lingua grossa e la bocca pastosa — per tutti i diavoli di Satanasso, giuro che non mi è mai capitata una cosa simile!
— Ciò significa, signor mio, che non avete mai trincato del vino di Dolceacqua, — gli osservò mellifluamente il Seborga.
— Vino di Dolceacqua? Che canchero mi va dicendo il vecchio Gelindo! Vino di Dolceacqua? Ma ho tracannato botticini di vini delle Langhe e del Monferrato, del Polcevera e delle Cinque Terre, senza che le gambe mi facessero mai un simile scherzo. Per tutti i diavoli di Satanasso e per le sue cinquecentomila spose! non avrei mai creduto che un bicchierotto di legno col fondo alto un dito mi conciasse in questo modo! Alle gambe il vino! Ho sempre creduto che salisse al cervello!
— Al cervello di chi ne possiede, balordo — gli rispose ben secco l'Embriaco, apparso per l'appunto sul passo della tenda — al cervello di chi lo ha! Per intanto eccomi qui ridotto senza scudiero!
— Non sia mai detto che la Eccellenza vostra non venga servita come merita! E che debba privarsi di chi le regga la staffa, — replicò il Seborga. — In mancanza di questo balordo, che davvero, m'accorgo, non può muoversi, ascriverò a somma ventura di offrire i miei umili e modesti ma zelanti servigi al signor conte!
Solo allora l'avventuriero comprese che il tiro non era accidentale, ma servito con tutte le regole, e che il Seborga nascondeva un pericoloso disegno a suo svantaggio. Già ne aveva avuto il primo sospetto nell'udirgli svelare il probabile arrivo della marchesa di Spigno, che il Lascaris gli aveva taciuto, morso da un po' di gelosia, di cui non sapeva padroneggiarsi dopo la famosa lettera. Ma quello che era stato quasi fanciullesco pudore e innata ritrosia qualificò per disegno a suo danno ed unì Luca e Seborga in una sola intesa.
— Attento Emanuele — mormorò internamente a se stesso — qui si congiura contro di te. Attento, mio caro!
Ma padrone de' propri nervi mostrò un viso ilare alla cattiva fortuna e cennò amicalmente al vecchio scudiero del duca di Nervia.
— Ci guadagno una guida senza pari, — dichiarò. — Per il che, tutto sommato, posso anche perdonarti l'infrazione alla disciplina, Bracciodiferro. Ma ne riparleremo al mio ritorno, se tutto sarà andato a dovere.
Bracciodiferro apparve così sbalordito che trangugiò senza far motto il balordo regalatogli prodigalmente dal Seborga, mentre in tempi normali avrebbe per lo meno denudato, senza pudore alcuno lo schidione che teneva fra le mani.
Il Lascaris già in sella, impaziente, frenetico quasi, troncò la possibile querimonia.
— Andiamo! Andiamo dunque!
— Sii prudente, Luca — ammonì il Nervia.
Per tutta risposta l'altro spronò il cavallo.
Il Seborga resse la staffa all'Embriaco, il quale salutò l'ospite con tutta cortesia. Poi lo seguì. Le due piccole truppe s'avviarono per qualche diecina di minuti entro lo stesso malagevole sentiero, poi, giunte ad un bivio, senza parola si separarono, dirigendosi l'una verso levante e l'altra, quella dell'avventuriero, verso il nord, fosco e chiuso.