XII.

Fine di marzo: tempestoso tramonto.

Le nubi si accavallavano migrando in cirri giganteschi verso l'alta vallata del Nervia già quasi tutta verde per l'inizio precoce della primavera. Il castello dei duchi di Nervia, disabitato, le finestre in disordine, ma il gran portone chiuso in fondo al parco devastato, parea un albergo di spettri. Almerico di Nervia non lo abitava più da lungo tempo, forse due anni, dalla prima invasione francese. Teneva in possesso la vallata con i più fedeli fra i contadini delle sue terre e qualche soldato del Re di Piemonte: bivaccava qua e là ramingo per la valle ove gli parea che più fosse necessaria l'opera sua per tener soggetti i paesi vassalli, che aveano preso gusto a tutte le licenze dell'albero della libertà.

In quella sera della fine di marzo mentre le nubi gonfie di pioggia turbinavano risalendo giganti verso le gole montane, aveva fissato il proprio accampamento sopra il paese d'Isolabona al confluente d'un minaccioso torrentaccio, gonfio per lo scioglier delle nevi, che scendeva al Nervia dalle alture di Perinaldo, raccolti gli innumerevoli rivi e rigagnoli e fossi di quella marca vulcanica ove s'aderge il paese di Baiardo e per cui si discende poi nell'opposta parte a San Romolo e quindi a San Remo. Per quella strada lunga e disagevole aspettava Almerico di Nervia una visita inusitata. Nientemeno aspettava la marchesa Fiorina di Spigno, emissaria del generale Colli, il comandante delle Armate di Piemonte e d'Austria. Il litorale non era sicuro: il generale francese Serrurier da Garessio a Savona — si credeva — Cervoni a Voltri: le valli fino al Finale risuonavano della Carmagnola e della Marsigliese. Per questo la bella marchesa di Spigno, con una mano d'uomini, cavalcando un muletto alpino s'era lanciata all'arembaggio di tutti i valichi anche i più tortuosi e per le valli del Cento e dell'Impero e poi per l'Argentina aveva intrapreso la strada poco sicura che per San Romolo, Perinaldo e Apricale discendeva a Isolabona. Una staffetta l'avea preceduta di poche ore e Almerico di Nervia, fatta continuare la staffetta al Lascaris, impiantato il bivacco a cavaliere delle due valli, attendeva impaziente.

Dovevano essere importanti le notizie perchè la bella marchesa si sobbarcasse a un tanto disagioso cammino! Il Nervia, uomo di mezza età, la barba piena e rotonda, gli occhi vivaci, possente di corporatura, vestito di cuoio alla cacciatora senza sproni agli alti stivali, seduto sopra un albero dimezzato dal fulmine, tentava di spingere lo sguardo fin dove la gola già quasi buia e le nubi che parevano basse e gettate a ferirsi in fra gli alberi spettrali, lo permettevano. Non portava altra arme che un coltello da caccia alla cintura e la mano impaziente agitava lo scudiscio e le labbra irrequiete lasciavano sfuggire un fischiettar sordo e frammentario.

Una calma enorme teneva le vallate, chè il vento era troppo in alto e, se accavallava le nubi, non giungeva ad urlar fra le gole: soltanto lo scrosciar dell'acqua precipitosa del torrentaccio scandiva la pace solenne. E a volta a volta lo stridulo grido delle scolte, un misto di civetta e di cucùlo, chè ovunque si avversava la rivoluzione l'allarme e l'avvertimento degli chouans vandeani s'era imposto. Soltanto, a un dato momento furono due i richiami che giunsero da un punto imprecisato, due che si seguirono a breve distanza, isocroni. Il duca lasciò di flagellarsi lo stivalone con lo scudiscio, s'alzò e tese l'orecchio. Il richiamo doppio si ripetè.

Nello stesso tempo, quasi rispondesse telepaticamente a un muto appello, dalla tenda più vicina che era appunto quella del comandante, benchè non differenziasse dalle altre che per le dimensioni e per essere più esposta ad ogni pericolo del cielo e degli uomini, un vecchio sbucò all'improvviso.

— Hai udito anche tu, Seborga?

— Sì, monsignore, e se non erro è stato il Monferrino.

— Il Monferrino? Ma non è di guardia verso Isolabona.

— Sì, Monsignore!

— Non è dunque ancora avvistata questa benedetta Marchesa?

— No, monsignore: credo che sia invece il conte Lascaris.

A malgrado l'impazienza che l'aduggiava, il duca Almerico non potè trattenere un sorriso.

— Benedetti gli innamorati!

— Dice un proverbio, monsignore — confidenzialmente aggiunse il Seborga — che il cuore marcia con gli stivali delle sette leghe.

— Avrei preferito parlare senza testimoni con Fiorina!

— Ma il conte Lascaris se ne sarebbe offeso.

— Hai ragione, vecchio Seborga. Nella tua bocca si forma il buon senso. Va' all'incontro degli ospiti, amico mio.

Il vecchio obbedì, come un fedele scudiero doveva ubbidire. Fido servo del Nervia, nato sulle terre feudali vent'anni prima del suo padrone, il Seborga non se n'era staccato un solo giorno da quando lo conduceva a tuffarsi nel mare, e gli insegnava a cavalcare a dorso nudo. Non viveva che di lui e per lui, e ne conosceva i più reconditi pensieri, quelli anche, forse, che Almerico non confessava neppure a se stesso. Muto, impassibile, non apriva bocca e non diceva la propria opinione che in presenza del suo solo padrone, a tu per tu, senza ambagi e senza falsi rispetti. Almerico di Nervia conservava una superstiziosa fiducia nei giudizi sommarï del vecchio Seborga: anche in quella sera quando lo vide tornare precedendo gli ospiti, l'interrogò con lo sguardo fisso. Il vecchio crollò il capo, segno che qualche cosa non gli garbava. Ma non potè saperne il pensiero completo: dietro di lui, concitato apparve il Lascaris seguito da un gruppo di uomini ignoti al Nervia.

— Ebbene, Almerico?

— Nulla ancora, Luca: sii calmo, te ne prego.

Con un cenno interrogativo mostrò le persone sconosciute che seguivano l'ospite e che s'erano fermate a qualche passo di distanza. Il Lascaris si ricompose.

— Hai ragione, duca, hai ragione.

D'un gesto staccò una persona dal gruppo:

— Il conte Emanuele Embriaco.

Mentre alzava lo sguardo al sopraggiunto, Almerico di Nervia incontrò l'occhio assonnato per abitudine ed ora sfavillante del Seborga. Per il che osservò attentamente, quanto almeno la cortesia gli permetteva, il gentiluomo presentato e che si inchinava amabilmente.

— Benvenuto, signor conte, — disse poi. — Sapevo che da qualche giorno eravate ospite dei nostri in oggi poco ospitali paraggi. E ringrazio il conte Lascaris di avervi qui condotto....

Luca l'interruppe.

— Almerico, permetti! Il conte Embriaco non sa ancora la ragione della mia venuta. Abbiamo fatto diverse strade: io pel litorale, egli per la Rocchetta e non ci siamo congiunti che al confluente giù, ove credevo di trovar Camillo Altariva disceso per le Maure, e che invece è ancora in ritardo. Appena raggiunto, mi premeva correr qui da te....

— Comprendo, comprendo. Tanto più ti comprendo.....

Strana cosa! Il muto Seborga, vassallo dalla nascita e come tale quindi beneducato a rimanere al suo posto davanti a personaggi pari al padrone, intervenne con una famigliarità che soltanto un ecclesiastico potea permettersi pur essendo di rango inferiore.

— .... in quanto la signora marchesa di Spigno non giungerà, questa sera almeno.

Padrone di se stesso Emanuele Embriaco lo era e lo dimostrò nel non lasciar muovere un sol muscolo del viso: ma non così il Ricciuto che gli stava a qualche passo dietro e che trasalì di colpo. Almerico di Nervia osservò l'ombra che s'era spostata violentemente al solo pronunciar di un nome e sporse il capo come se interrogasse il Lascaris sulla scorta.

— Gente fida, Almerico: gente mia e del conte Embriaco.

Troppo uso l'avventuriero agli agguati ed alle sorprese d'ogni genere per lasciarsi placar da un cenno di capo rassicurante: aveva seguito lo sguardo parlante del Seborga, drizzate le orecchie all'infrazione d'etichetta che nemmeno il trovarsi in campagna autorizzava, e per di più lo scatto del Ricciuto e la curiosità istintiva del Nervia erano sopravvenuti per non lasciarlo troppo tranquillo. Per la qual cosa credette opportuno di correre al riparo e lo fece con scioltezza elegante.

— Gente fida, sì, duca, ma non mia. Il conte Lascaris non ricorda esattamente. Ricciuto, Bracciodiferro, avanzatevi.

I nominati obbedirono.

— Permettetemi signor duca: il Ricciuto, maresciallo d'alloggio del Re di Piemonte, Nostra Sacra Real Maestà....

Si scoprì e tutti l'imitarono. Poi continuò:

— .... appartenente al Presidio della Ferania. E Bracciodiferro vassallo del signor marchese di Spigno.

Un istante di silenzio. Rumoreggiò il tuono al nord verso il monte Altomoro. Qualche rada goccia di pioggia crepitò sulle foglie novelle. Nel silenzio il torrente raddoppiò lo scrosciare.

A ricomporre animi e visi, ecco il Seborga impassibile, nella sua compostezza servile di vassallo di gran casa:

— Il signor duca e gli ospiti del signor duca sono serviti di rinfreschi nella tenda del signor duca!