XVII.

La Marchesa curvò il capo. L'Embriaco si premette la destra palma sul cuore e si chinò.

— Sono ai vostri ordini Marchese!

Ibleto pensò a lungo, poi riprese:

— Che consiglio mi dareste in coscienza, conte?

— Consiglio? Su quello che avete detto?

— Grazie no: sulla via da seguire.

— Capisco: lasciatemi riflettere.

Meditò che l'Altariva ultimo atteso al convegno doveva essere a quell'ora giunto da tempo e che quindi s'offriva la strada che avea tenuto colui e cioè quella delle Maure. La quale non metteva pur tuttavia che ai piedi della città e allora o prendere il mare per isbarcare a Latte....

— Niente mare — dichiarò Fiorina.

— .... o continuare il sentiero alpestre fino a Siestro, girar la punta di Roverino ed attraversare il Roia dinanzi al confluente del Bevera.

— È lunga la strada?

— Meno assai d'una tappa fino al Roja: poi nelle mani di Dio.

— Il fiume è gonfio?

— Non più di quello che sia un fiume in istagione prossima allo scioglier delle nevi, ma ignoro il guado.

— Quindi: incognita?

— Vi ripeto: nelle mani di Dio.

— E allora consigliate la via del mare?

— Umilmente, sì. Specie scegliendo la notte per dar meno nell'occhio.

— Una barca di pescatori non potrebbe destare sospetti.

— Una barca, no davvero. Ma basterà?

— Per tre persone? certamente.

— Tre persone? E le scorte?

Ibleto di Spigno lisciandosi la barbetta rispose:

— Le scorte? A che servirebbero?

— A difenderci.

— O non piuttosto a darci un'apparenza offensiva? No, niente scorte. O si trattò di pochi sbandati ed a quest'ora fatto il bottino sono rientrati a Nizza: o si tratta d'una vera avanzata e allora a che servirebbero le scorte composte di pochi uomini, sia pure dell'esercito regolare del Piemonte!

Dopo tutto non era meglio per l'avventuriero il perdere una buona volta quei soldati non suoi e che gli potevano costituire un pericolo continuo? Il disegno di Ibleto gli quadrò.

— Avete ragione, Marchese, come un teorema, direbbe il padre Pesante mio degno ex precettore. Seguiamo dunque la vostra idea. Ma prendiamo le Maure e discendiamo a San Secondo.

Il castellano di Spigno diede un ordine e in poco meno di mezz'ora la capanna rustica fu restituita al suo primitivo squallore. La marchesa Fiorina pur tuttavia non disdegnò dal presiedere in persona al ripiegamento dei tappeti, alla smontatura del letto, dello inginocchiatoio e della tavola: il tutto fu legato con cura, le suppellettili e i cuscini in cassette e pacchi, i tappeti arrotolati e fasciati in balla: ne risultarono sei colli che furono caricati su due muli poderosi. Ad un cenno la carovana si dispose in fila indiana e preceduta dall'Embriaco discese nella valle. I soldati del Nervia passivamente seguirono i compagni.

Il mattino persisteva nuvoloso, ma verso il mare cirri enormi erano accavallati dal vento, un vento di tramontana che spianava ed increspava le acque giallastre fino quasi a un miglio da terra e fin dove si spingevano le due correnti del fiume e del torrente che convergevano, sicchè il solo delta era giallastro: il restante della marina mostrava un colore ferrugigno livido instabile come ferrugigni lividi instabili si mantenevano i monti di cirri fumosi.

Il delta formato dal triangolo addossato al bosco delle Maure e limitato nei due cateti dal fiume Roja e dal torrente Nervia fino al mare, ciò che poi fu il borgo Sant'Agostino e la spiaggia delle Asse, appariva breve e stretto in allora: dalla parte del torrente era un groviglio di strami e d'ontani sopra un fondo paludoso e vergine di sentieri o guadi, meno la breve striscia della cornice fangosa o polverosa a seconda delle stagioni: verso il fiume Roja era più triste e sinistro ancora: ospitava un cimitero là ove si stende oggi la stazione della ferrovia, poi gli speroni delle colline si confondevano entro una chioma di pini silvestri, rossa d'estate come se avesse patito un incendio, nera nelle altre stagioni e irsuta come la chioma d'un gigante da leggenda.

La strada di comunicazione della Cornice aveva qua e là il segnacolo di qualche casetta, rivendugliolo od oste, un maniscalco, ma rozzi abituri sperduti che non mettevano in quel sinistro paesaggio foscoliano nemmeno quasi la nota della vita. Sul ponticello del rio San Secondo esisteva un corpo di guardia perduto, il primo segno della città vicina. La scorta avrebbe permesso di prenderne cura e certo il graduato e i suoi uomini che l'occupavano avrebbero fatto pro forma opposizione al passaggio d'una carovana così imponente. Ma — chi sa mai — avrebbero potuto anche dare l'allarme, cosa spiacevole e di fastidiose conseguenze. Per il che l'Embriaco si permise di consigliare la fermata e l'attendamento provvisorio della scorta che sarebbe poi penetrata in città con i passaporti ad attendere gli illustri ed eccellentissimi signori. Ed intanto loro tre ed un solo bravo avrebbero potuto discendere alla spiaggia e trovare infallantemente una barca peschereccia. Così fecero e un'ora dopo si trovarono al bordo umile d'una paranzella che si mosse a vela doppiando al largo la foce del Roja con tutta l'apparenza di cercar buona pesca con la rete d'alto mare.

Da un miglio in mare, costa colli monti e città assumevano tragici aspetti. Natura selvaggia, chiomata di neri pini, folta, bizzarra, seminata di ciglioni calvi di puro macigno e di caverne dall'aspetto preistorico, feroce. Una sopra le altre, a metà delle Maure, occhio ineguale acciecato come quello del Ciclope d'Odisseo parea che fissasse immobile, senza vederlo, dal cavo profondo, il mare fangoso che attraversavano. La pianura verso Bordighera tutta marese e dune intersecate dagli speroni delle colline a segnar le vallette: la punta di Sant'Ampeglio a capo della pianura, pareva una macchia nera sul mare giallo. A sinistra facea spalliera alla città di Ventimiglia, punto avvallato di congiunzione di due infinite ali di montagne, una sequenza di montagnole più sinistre ancora delle altre e si perdeva nella valle del Roja bieca e spoglia nell'alto. Ventimiglia assumeva l'aspetto d'un immane teschio posato sul vertice d'una collina di tufo, e pronto a ruinar sempre verso il mare a dirupo verso la spalliera misteriosa d'ombre e di foreste sottomarine che ancor oggi si chiama delle Calandre e che vista dal largo ha l'apparenza precisa d'un nordico fiordo. Soltanto il campanile della cattedrale, un antico tempio romano, rompeva l'aspetto di teschio mozzo assunto dalla città, e posato in un piatto il cui orlo era formato dalla cintura delle fortificazioni. Sotto il cielo nuvoloso, chi sa per quale rifrazione, il cumulo dei tetti livellato prendeva certi toni biancastri molto simili a quelli del marmo sfaldato da tempo con venature di ruggine simili alle giunture d'un cranio disseppellito.

— No davvero ch'io non invidio Betto Grimaldi — susurrò il marchese di Spigno — la residenza in una simile città non deve avere nulla di piacevole!

— E sopra tutto la dolce Chiarina — aggiunse la marchesa — io sento in coscienza di non invidiare: preferisco il mio castello del Monferrato per noioso che sia!

— Certamente che la nobiltà vostra ornata di grazie e di doni morali, — rispose l'Embriaco — farebbe in quel costone laggiù l'effetto d'una regina rediviva entro una necropoli: ma, e ne sono sicuro, ravviverebbe la cornice malinconica e muffita come certe castellane vostre antenate avrebbero tenuto corti d'amore in bicocche nude e fredde e spoglie delle Langhe e della Val d'Aosta!

Fiorina sorrise all'elogio, e Ibleto riprese:

— Sapete voi, conte, con precisione da chi sia circondato Betto Grimaldi?

— Gente di nessun conto, se ne si eccettui il capitano Cavalli.

— Lavinio Cavalli, l'innamorato di Virgilio?

— Perfettamente: il resto non val la pena di menzione: c'è, ve lo noto di sfuggita, quel soldataccio di Nicola Borzone, detto Senza-dio....

— Un volterriano?

— Che? un analfabeta privo d'un dito.....

— Ah! ah! capisco: grazioso il bisticcio. E poi?

— E poi, che so? Ah! aspettate: un bastardo di casa Lercari, Giano, lisciato e impomatato come un'insegna di profumiere.....

Fiorina parve risovvenirsi:

— Giano Lercari? Mi pare di averne avuto notizia.

— L'avrete probabilmente incontrato l'inverno scorso nelle conversazioni di casa Brignole. Fu lasciando il vecchio Brignole che ottenne il grado d'alfiere.

— Sì, mi ricordo: aveva un certo spirito nei conversari!

— Può darsi: quel che però è sicuro è che non l'affina laggiù.

E mostrò la città che stavano doppiando.

La barca peschereccia che li portava al suo bordo aveva oltrepassato le Calandre: qualche breve punta apparve e quindi la scogliera che vietava l'accesso dal mare al castello Altariva.

— Voi conoscete Camillo? — domandò Ibleto.

L'Embriaco accennò approvando.

— Lo conosco, se per conoscere volete intendere che l'abbia avvicinato.

— Naturalmente. Che ne pensate?

L'interrogato si strinse nelle spalle.

— Penso che tenga per il Re: Credo che di questo non faccia mistero.

— D'accordo. Ma con quale scopo? Dopo i primi entusiasmi della giovinezza non si milita in un partito, o non si sposa una causa, anche nobile, senza un interesse qualsiasi, immediato o lontano. Ch'io mi sappia Camillo Altariva non fu mai alla Corte, non ebbe mai dimestichezza con Sua Maestà nè con chi l'avvicinava. Non avvicina persona, Camillo Altariva. Perchè dunque si lega ad una causa che non può credere che perduta?

La marchesa mormorò senza volerlo:

— Forse per questo.

Ibleto si fe' pensieroso.

— Potete aver ragione, mia cara amica.

L'Embriaco osservò:

— Ma ben altri l'hanno sposata senza una ragione: il Nervia, Luca Lascaris....

Lo Spigno sorrise leggermente. Poi rispose:

— È diverso il punto di vista, mio caro. È diverso per i due che avete citato. Hanno fatto ambedue la scuola dei paggi, hanno abitata la Corte, Luca vi ha trovato moglie.

Fiorina trasalì, ma Ibleto non parve accorgersene. Continuò:

— .... ed Almerico di Nervia è ambizioso e Luca Lascaris è impulsivo. Ma Camillo nulla chiede e riflette troppo. Perchè dunque? Si sposa una causa....

— .... quando non si ama nessuno — completò Fiorina.

Il marchese rise argutamente.

— Diderot non avrebbe meglio risposto, amica mia.

Anche il castello Altariva restò a poppa.

Si profilava come centro d'un piccolo seno la spiaggia che forma un ruscello chiuso nella foce dall'alzarsi delle dune: quella spiaggia però vantava una caratteristica afferrabile a prima vista: aveva le arene candide.

Il pescatore, che teneva la scotta della vela latina, sputò silenziosamente nel mare come se compisse un rito, poi sempre muto alzò gli occhi a fissare i passeggeri.

— Che c'è, amico? — gli domandò Ibleto.

Per tutta risposta il marinaio puntò l'indice verso le arene candide, poi con isforzo pronunciò:

— Latte.

— Ah! siamo dunque giunti?

Per tutta risposta un cenno del capo.

I tre si guardarono incerti. Parve che in ognuno dominasse un pensiero diverso che convergeva però in un unico pensiero, e finalmente il marchese domandò:

— Da Latte si va a Sant'Antonio?

Un cenno affermativo.

— La strada è lunga?

Un cenno negativo.

— E allora, Fiorina, amica mia, e voi, conte, consigliatemi.

— Approdiamo — fu la risposta dell'Embriaco.

La Marchesa parve indifferente, per il che Ibleto rivolto al pescatore impassibile, ordinò:

— Approda!