XXIX.
La prima cosa che colpì Ibleto di Spigno nell'entrare entro la stanza in cui Marmont lo aveva preceduto, fu la nudità delle pareti e la crudezza del battuto. Non vide che un basso letticciuolo, d'un dubbio candore, ed una rozza, ampia tavola, formata d'assi posate su cavalletti. Sopra la tavola una carta geografica ed un pezzetto di carbone: la carta qua e là conservava traccie evidenti di nero fumo, a tal punto che un osservatore anche non superficiale ben poco ci si sarebbe potuto raccapezzare.
Nell'alzare gli occhi dalle suppellettili alle persone vide Ibleto il generale Bonaparte, il cui viso nella semi oscurità rotta appena da una lucernetta appesa al soffitto parea più infossato e gli occhi più vivi e brucianti: vide poi anche, ma soltanto perchè il Bonaparte gli si rivolse, l'Embriaco.
— Andate, dunque, conte: siamo intesi.
— Perfettamente: ai vostri ordini, generale.
Anche l'aria spavalda e ambigua dell'avventuriero aveva ceduto: appariva quasi umile, strisciante, desideroso d'eclissarsi, come se la presenza del giovine condottiero gli pesasse o lo incomodasse o lo intimidisse.
Rimasto solo con lo Spigno — chè anche Marmont ad un cenno era uscito — il Bonaparte senz'altri preamboli domandò:
— Quanti sono?
Il marchese s'irrigidì quasi avesse provato l'effetto d'una guanciata.
— Quanti sono? Che intendete dire, generale?
Gli occhi brucianti fissarono il visetto vizzo del vecchietto.
— Intendo dire: quanti sono gli Austro-Piemontesi?
— Mi prendete per una spia, generale? Sono il marchese Ibleto di Spigno.
— Lo so.
— E allora?
— E allora vi chiedo: quanti sono? Mi pare che soltanto per questo vi siate mosso, dietro ordine di Barras.....
— Dietro invito, vi prego.
— Non mi piace d'essere interrotto: ricordatelo una volta per sempre. Barras mi ha fissato qui il convegno con voi: qui devo sapere a che cosa vado incontro.
— Non lo sapete?
— Nè m'importa saperlo. La mia missione è d'andare, ma la mia volontà è anche d'infrangere ogni ostacolo. Ricordatelo.
Un istante di silenzio. Poi:
— Sono circa settantamila.
— Molti.
— Forse anche di più.
— Troppi. Ma non importa. Dove sono?
— Sbarrano tutti i valichi dalle langhe al mare.
— Muniti?
— Eccellentemente.
— La via è libera fino....?
— Quasi al Finale.
Il giovane generale si piegò sulla carta e rimase immobile. Il silenzio gravò a lungo. Senza alzare il capo, ad un dato momento chiese:
— Qui c'è uno sbarramento? Un forte?
— Dove?
— Qui, sopra Savona. A sinistra del colle d'Altare.
Ibleto di Spigno si curvò sulla carta.
— Forse: è da codeste parti il castello di Cosseria.
— Ben munito?
— Lo credo anzi sguernito.
— Può sostenere un assedio di due giorni?
— Può. Domina le langhe da ogni parte.
— Penseranno ad occuparlo?
— Beaulieu è volpe vecchia. Colli....
— .... è un asino. Ha l'esperienza d'Arena e di Saorgio e mi lascia via libera.
Ibleto parve riflettere.
— Via libera? Chissà. Forse qui c'è chi vi può trattenere.
— So. I tre nobili, guerriglia da chouans. Infatti mi possono far perdere un giorno: ma non di più.
— Chissà!
— Io lo so: e mi basta. D'altra parte Colli non lo sa e mi basta anche questo. Guerriglie da chouans, dilettantismo guerresco! La guerra non è un ideale, è una necessità. Offendere o difendere degli interessi, non delle idee. Neanche le crociate lo hanno fatto.
Ibleto di Spigno alzò il volto su cui errava un leggiero sogghigno e si lisciò la barbetta caprigna.
— Credevo che gli eserciti della Repubblica avessero la missione di svelare ai popoli la libertà, la eguaglianza e la fraternità.
Il viso del Bonaparte si rischiarò.
— Precisamente: come Roma largiva ovunque la propria cittadinanza.
— Roma.....
— Roma fu la forza ed ogni forza è Roma.
Troncò d'un gesto rapido la discussione. Rispose.
— I vostri tre nobili mi ostacoleranno?
— Forse. Ove il conte Embriaco non li dissuada.
Il generale Bonaparte si tirò il lobo inferiore dell'orecchio sinistro.
— Vedete molte cose, voi!
— Sono vecchio, ho molto osservato, ho riflettuto molto, ed ho cercato non di indovinare gli effetti, ma di cercare le cause. L'avvenire è tutto qui.
Un silenzio.
— Continuate.
— Voi, generale, siete un forte. I pochi che vi conoscono lo sanno e chi vi ha dato in mano i mezzi di rivelarvi non vi conosce. Non vi avrebbe favorito. È così che spesso il destino procede: chi crede di far precipitare offre invece il declivio per la salita rapida.
— Continuate.
— Continuerei volentieri se vi vedessi una qualche utilità.....
— Per voi...?
— Per me? No. Che posso temere? Io non ho da conquistare: non ho che da conservare e per conservare debbo orientarmi verso il più forte. Ora intuisco chi è il più forte e del resto l'avevo già prima sospettato. Purtuttavia posso anche ammettere di vedere una qualche utilità per me: sì, posso essere utile e quindi chiedere che utili mi si sia: posso essere utile perchè ho l'esperienza, perchè conosco gli uomini per quel tanto che è dato conoscerli e perchè li guardo con serenità sopra le passioni umane, sopra gli odii e gli amori, al di là della fortuna, lontano dagl'immediati interessi: posso essere utile e aver dell'utilità, cioè soddisfare il mio spirito osservatore e giocare con le anime come voi, generale, giocate coi corpi.
Il Bonaparte stava curvo sulla tavola, come se studiasse i segni del carboncino senza preoccuparsi di quanto diceva l'uomo vizzo e magro che parlava lisciandosi la barbetta caprina. Pure quando l'ometto si tacque alzò il viso e domandò:
— E verreste voi con me?
— Sì, verrei con voi. Vi credo: credo in voi. E debbo essere il primo a dirvelo.
— Il primo?
— Credo di sì. Non conto coloro che vi amano, chè, non hanno merito a credervi. Conto solamente coloro che con lucido spirito vi hanno osservato. Non credo che siano molti, e voi non sareste al posto che occupate.
— Può darsi che abbiate ragione.
— L'ho. Non ne dubitate nemmeno voi.
Il generale repubblicano piegò di nuovo il capo sulla carta mormorando:
— Riparleremo di tutto questo.
— A piacer vostro.
Un cenno che poteva passare per un commiato. Ibleto di Spigno salutò e si diresse alla porta. Fu richiamato.
— Marchese!
— Generale!
— Vi prego di avvertire la marchesa che le presenterò fra poco i miei omaggi.
— La marchesa ne sarà onorata e ve ne ringrazia a mezzo mio. Dubito però che possa ricevervi come desidererebbe e come meritate.
— Ho disposto perchè Junot le cedesse la propria stanza.
— Ve ne ringrazio.
Un nuovo cenno del capo, breve, come un comando. Ibleto uscì ed il Bonaparte ripiegò il viso sulla carta.
Passò forse un'ora: il giovane dai capegli incolti, fasciato nella sciarpa tricolore e insaccato negli alti stivali rimase immobile. Pareva addormentato.
La lucernetta appesa al soffitto spandeva un lume fioco: il silenzio era profondo. Attraverso le imposte sconnesse lo sguardo avrebbe potuto affondarsi nel cielo buio, così buio che puranco le stelle vi scomparivano. A tratti un passo cadenzato di sentinella frangeva il silenzio: con probabilità camminava sull'erba, rotta per un breve spazio da un po' di lastricato, forse la pietra d'un pozzo.
Tutto dormiva, forse, all'intorno, meno il giovane febbricitante che inseguiva il destino! Parea d'un pezzo solo con la tavola e la carta.
Quando anche la lucernetta diede gli ultimi guizzi, e si spense, il giovane condottiero non si mosse, quasi che le linee tracciate sulla carta gli permanessero nella retina e le vedesse anche al buio. Restò così a lungo a lungo, poi con un gesto secco e risoluto s'alzò e si avvicinò alla finestra. Tuffò la testa bruciante nel fresco della notte, ne provò un refrigerio, macchinalmente s'aggiustò la sciarpa e si ravviò con la destra i capegli. Poi si avviò verso la porta, l'aprì, se la richiuse dietro.