XXVIII.

Lo spiazzo, a monte, nel viluppo degli alberi selvaggi, si coronava d'un ciglione a picco, scenario invidiabile per l'apparizione di Colui che tutta quella gente, con desideri e sentimenti diversi, confessabili o no, attendeva. E l'Atteso apparve, lassù, dominando la scena sottostante. Apparve un omino che neppure l'uniforme prestante da generale della repubblica riusciva ad aiutare, un omino che parea fasciato nella sciarpa tricolore, sproporzionata, come il nano della favola dal collare del mastino. Tre cose in quell'omino colpivano a prima vista: gli stivaloni alti, la sciarpa altissima e la selva scarmigliata dei capegli incolti, spioventi sulle spalle a zazzera e lungo le guancie, ineguali, sottili e pur ruvidi, stiliformi come capegli di zingari, lisciati dal sudore più che dall'unguento, ignari di barbitonsore come il vello d'un capro del Tibet o d'un muflone sardo.

Poi si scorgeva un naso affilato, grifagno, pesantemente accentuato, dominatore di tutto il viso scarno, emaciato, dalle guancie affossate d'un color livido, rossi gli zigomi sporgenti, esangui le labbra sempre chiuse, come in uno sforzo a nascondere i denti. Splendevano gli occhi però, incavati sotto la fronte invasa dai capegli incolti, occhi di fascino brucianti, isolatori, imperiosi, pregni d'una volontà feroce, implacabile, sovrumana.

Il generale Bonaparte si fermò un attimo sul ciglione. Senza muovere il capo avvolse d'uno sguardo circolare li astanti uniti e rispettosamente inchinati, ad eccezione degli ufficiali e dei soldati rigidi e impettiti: poi discese rapido, quasi di corsa, ed entrò in una casetta dietro a quella di Murat, scandendo poche parole che oscillarono dietro di lui come se fossero trapunte sur un gonfalone.

— Berthier e l'aiutante di servizio!

Marmont, lasciando il Balbi ed il Lercari si precipitò dietro il generale, mentre Murat accorreva ad avvertire Berthier che lavorava insensibile e invisibile al piano superiore della casetta, il cui terreno era stato trasformato in tenda addobbata in quella eteroclita maniera che sappiamo.

Soltanto allora gli ufficiali ed i soldati, discesi dal ciglione col Bonaparte, si mischiarono con coloro che già riempivano lo spiazzo, e un giovanotto robusto e paffuto, nell'assisa di aiutante, venne curiosamente ad esaminare le due dame che si mostravano sulla porta della stanza di Murat. Passò una prima volta dignitosamente, con l'aria un po' spavalda che assumono spesso i timidi davanti alle donne, e si dimenticò di salutare: allora, pentito e confuso ripassò di nuovo e fece un saluto in piena regola, ciò che provocò le risa di Fiorina, e quindi raddoppiò l'imbarazzo del giovanotto.

Capitò in buon punto Filippo Balbi, rimasto vedovo di Marmont, e prendendo il giovane ufficiale per un braccio lo portò davanti alla fidanzata.

— Chiarina, permettetemi di presentarvi l'aiutante Junot.

Saluto di grande parata ed inchino profondo da parte della damigella.

— Ed ora, Chiarina, vi prego, presentateci entrambi alla signora marchesa di Spigno.

In quel punto l'aiutante Marmont uscì sulla porta della casetta ov'era sparito il generale Bonaparte e chiamò ad alta voce:

— Signor conte Emanuele Embriaco?

— To', a proposito, dove s'era nascosto l'Embriaco? — pensò ad alta voce Fiorina.

Un'eguale domanda si dovevano aver fatta così Betto Grimaldi che Ibleto di Spigno, poichè si avvicinarono alle dame e così pure il capitano Cavalli che a sua volta ad alta voce pensò:

— Già: dove s'è rintanato il....

— .... bandito. Completate pure il vostro pensiero, capitano: sono bandito, fuggiasco, fuoruscito come lo fu il vostro Enea. Ma forse non lo sapete: le pagine del secondo canto mancano probabilmente al vostro Virgilio.

E l'Embriaco, apparendo all'improvviso, passò davanti al gruppo, salutò da provetto cortigiano le dame, fe' un cenno d'intesa allo Spigno, sorrise beffardamente al Grimaldi, e, seguendo Marmont, entrò nella casetta del Comando Generale.

— Bestemmiatore! — gli mormorò dietro il Cavalli indignato.

— Consolatevi, capitano, — gli disse Fiorina la quale da gran dama poteva permettersi di rivolgere la parola a persona che ancora non le fosse presentata, consolatevi: se il conte Embriaco vi ha toccato sul vivo, che dovremmo dir noi, signore e padrone di vassalli, di quel generale sanculotto, che ci è passato davanti senza nemmeno degnarsi di farci un breve cenno di saluto?

Junot e Murat fecero un salto di traverso all'udir così maltrattare il generale in capo, ma Fiorina allegramente non se ne diede per intesa e proseguì:

— Dicono che ce lo mandi Barras, il quale secondo le buone lingue ha installata una nuova era di reggenza. Ma il suo generale non gli fa onore: è spettinato come uno spazzacamino, e magro come uno studente di Salamanca. È inutile che mi facciate gli occhiacci, aiutante Junot: dite come me e vi permetto di baciarmi la mano.

Gliela tese e poichè il giovine ufficiale la baciò si sarebbe potuto affermare che dividesse le teorie della marchesa. Ma il giovane aiutante, prima d'arruolarsi, era stato studente: non era dunque il volgaretto sanculotto salito dalla giberna come uno spauracchio per fanciulli, buono soltanto a menar le mani e non la lingua.

— Bacio volentieri la mano alla marchesa — disse — ma darei la vita per il mio generale....

— E per me, aiutante, non la dareste? — l'interpellò Fiorina col più civettuolo de' suoi sorrisi.

— Per voi, marchesa, la conserverei per servirvi come ad un uomo si conviene e s'addice.

— Ben risposto, sangue di Giove! — esclamò Murat.

Gli astanti sorrisero, Ibleto un po' a denti stretti, il Balbi con deferenza: Fiorina ricevette la botta da leale giostratrice, sorrise a piene labbra e seguì il filo del discorso.

— Lo amate dunque tanto il vostro generale?

— Sì, marchesa, lo amiamo e, quel che più importa, gli crediamo, ciecamente. Prima di muoverci da Nizza ci ha promesso la vittoria e la conquista dell'Italia....

— .... le belle donne e le buone bottiglie — mormorò Murat leccandosi le labbra.

— .... e la gloria — completò Junot — ed è come, scusate la popolaresca espressione, se l'avessimo in tasca.

Intervenne Betto Grimaldi.

— Ci sono settantamila Austro-Piemontesi a difendere la strada di Genova, signor aiutante, e dei generali provati e provetti come il vecchio Beaulieu, per non parlare del generale Colli che anche lui ha il suo merito. Credo che troverete del filo da torcere.

— E lo torceremo, cittadino! — proruppe Murat.

— Le sorti delle battaglie non dipendono dal numero degli uomini che le combattono, — sentenziò Ibleto di Spigno. — Si legge in Plutarco che un milione di Persi furono vinti dai pochi. Ma del resto voi tutti sapete di Serse e sapete di Salamina....

— Mio Dio, ecco Ibleto che ha inforcato il cavallo con le ali — esclamò Fiorina — parliamo d'altro, signori! Vi pare un argomento degno di intavolar con le dame la guerra?

— La guerra è bella — sussurrò il capitano Cavalli — e rende nobili gli uomini.....

— .... se non li rende feroci!

— Piuttosto — intervenne furtivamente Giano Lercari — che cosa è l'amore se non una guerra?

— Oh! — esclamò Chiara battendo le palme per protesta.

— Il cittadino ha ragione — approvò Murat — ci sto per l'eguaglianza della guerra e dell'amore. Quando amo credo sempre di entrare in un quadrato a cavallo con la spada in mano!

— Esagerate, aiutante, esagerate — ribattè Fiorina, che si divertiva a tener testa a tutti quegli uomini. — Spada in mano, quadrato, cavallo! Esagerate, aiutante.

— Murat usa il linguaggio figurato — disse Junot.

— E non ha torto — aggiunse Ibleto — potrei citarvi dei testi delle scritture che lo suffragano.

Il capitano Cavalli si fece nuovamente in mezzo.

— La guerra e l'amore! Ecco l'argomento di tutti i poemi, da quelli d'Omero e di Virgilio, a quelli...

— Del signor di Voltaire — completò Ibleto.

La valletta dal dolce clima cominciava ad oscurarsi: i soldati all'intorno accendevano i fuochi: qualche rullo di tamburo vicino e lontano accennava il mutar della guardia. Sul puro cielo colline e profili di monti parevano appena posati delicatamente da mani femminili che ricamassero.

Una campana rintoccò ed ogni altro rumore, anche quelli del servizio, parvero per un istante assopirsi, finchè il rintocco risuonò grave e melanconico nell'aria immota.

— Quali intenzioni ha il mio signore e padrone, — chiese Fiorina — come e dove si pernotterà?

Betto Grimaldi s'inchinò:

— La città è vicina e la mia casa s'onorerà d'ospitarvi.

— È più vicino il castello dei Lascaris.

— Non credo che il conte vi si trovi.

— Vi sarà certamente Isabella — osservò Ibleto.

Murat e Junot si guardavano stupiti come se davanti a loro si parlasse una lingua sconosciuta. Il secondo finalmente si decise ad aprir bocca.

— Scusate, signora marchesa, ma voi parlate di tornare in città od al castello del conte Lascaris. La camera del mio collega Murat e la mia non bastano a madamigella Grimaldi ed a voi?

— E se vi rispondessi che non bastano?

— Proverei l'immenso dolore di dichiararvi che nessuno può uscire dall'accampamento senza l'ordine del generale.

— Cioè: siamo prigionieri.

— Siamo noi vostri prigionieri, marchesa!

Un silenzio imbarazzante interrotto dall'aiutante Marmont.

— Il generale aspetta il signor marchese Ibleto di Spigno.

L'interpellato si mosse, ma l'aiutante con un cenno lo pregò di attendere.

— Ordine del generale: Junot e Murat cedete le vostre stanze alla marchesa e alla damigella Grimaldi. Le signore sono pregate di ritirarsi. Il Capo di Stato Maggiore Berthier attende il signor comandante Grimaldi, il signor Capitano Cavalli ed il signor Alfiere Lercari.

— Ma questi sono ordini, mi pare? — esclamò Fiorina impennandosi.

Freddamente rispose Marmont, inchinandosi appena:

— Ordini, signora marchesa, del generale in capo.